Le piattaforme digitali e il Grande Reset della conoscenza

In poco più di due mesi la nostra lettera aperta sull’università delle piattaforme sta alle paventate distopie come le favole della buonanotte stanno a Freddy Krueger.

Praticamente tutto ciò che ipotizzavamo su GAFAM (e qualcun* ci aveva dato dei pessimisti), è già realtà. Sebbene tutto si muova in sordina. Per piccoli passi. Apparentemente innocui.

Senza molto clamore, Facebook è sbarcata nel mercato universitario, per ora offrendo servizi di “sostegno alla didattica” a università latinoamericane. Google non è da meno e da tempo ormai offre corsi a cifre irrisorie, per ora su tematiche affini al suo business, ma comunque con il plauso dell’intero mondo aziendale. La marcia del motore di ricerca sembra inarrestabile; ora conquista definitivamente le scuole d’Andalusia (ma non era meglio il feroce saladino?). 

Microsoft, grazie agli accordi stipulati dalla CRUI, in Italia (ma non solo) è l’azienda che fornisce a tutte le università il software Teams, usato per le lezioni. Teams viene fornito con il pacchetto Office 365, lo stesso che forniva alle aziende che lo acquistavano il famigerato Microsoft Productivity Score, ovvero uno strumento di sorveglianza dei lavoratori che assegna automaticamente punteggi a seconda del “comportamento”. Dopo varie proteste l’azienda americana ha deciso di ritirarlo. O meglio “renderlo meno intrusivo”. Insomma, tutte le funzionalità incriminate rimangono. 

Sempre all’avanguardia nelle soluzioni distopiche, Microsoft ha anche annunciato “Reflect”, il software che, si legge sul sito dell’azienda, “consente a te, ai tuoi studenti e ai colleghi di inviare e rispondere a sondaggi pensati per supportare l’apprendimento e il benessere emotivo e sociale.” Non si sa che cosa ne diranno gli psicologi, ma quello che usciva dalla porta con il Productivity Score rientra dalla finestra delle scuole, permettendo all’azienda di raccogliere dati di estrema sensibilità e agli amministratori delle scuole di monitorare l’umore di docenti e allievi. E magari ai genitori ansiosi di monitorare tutto attraverso un’apposita app. 

GAFAM, operando come cartello, cerca di non farsi troppo concorrenza al proprio interno. Ma il business dell’istruzione fa gola a tutti. Così Amazon, dopo aver rilanciato l’iniziativa “un click per la scuola1, nel 2020 ha aggiunto l’appendice Digital Lab, “uno spazio digitale gratuito che mette a disposizione un ampio catalogo di risorse”, fra cui video e altri contenuti per i docenti. 

Manca qualcuno all’appello? Ah sì, Apple. Ci aveva già pensato il Ministero dell’Istruzione, siglando a novembre 2020 un accordo con l’azienda di Cupertino che (cito dal Protocollo di Intesa) prevede di “promuovere iniziative per l’individuazione di soluzioni a supporto dei processi di innovazione didattica e pedagogica; sperimentare soluzioni tese a modificare i tradizionali ambienti di apprendimento; promuovere la condivisione di informazioni e contenuti, a supporto dei bisogni educativi dei docenti.”

Va detto che la ex Ministra Azzolina aveva annunciato la progettazione di una piattaforma unica per la didattica a distanza sviluppata in Italia (anche se non si sa come e da chi). E le università? L’ex Ministro per la ricerca e l’università Manfredi ha taciuto per dieci mesi, ma la CRUI, nel frattempo ha rinnovato gli accordi con Microsoft. Questo quando esistono strumenti aperti e pubblici, come quelli offerti dal GARR, sui quali il governo non ha investito un solo euro. 

Ma se lo stato non investe nell’istruzione dei suoi cittadini, altri lo faranno. In Brasile, la multinazionale statunitense della formazione a distanza “Laureate”, con sedi in tutto il mondo, è stata scoperta a usare software di intelligenza artificiale per correggere i testi degli studenti. La formazione a distanza è un grosso affare in Brasile, con circa duecentomila studenti online, anche prima della pandemia. Durante il seminario del World Social Forum dedicato all’università delle piattaforme, Gabriel Teixeira, professore presso l’Instituto Federal di Rio de Janeiro ha raccontato questa incredibile vicenda. Il docente è stato chiamato come testimone in seguito a una denuncia accolta da un tribunale brasiliano e nel suo intervento ha mostrato le foto del “call center” dove lavora: alcuni docenti, infatti, insegnano corsi che hanno fino ventimila studenti (poco meno di tutti gli iscritti all’Università di Pavia, una dei più antichi atenei d’Italia).  

Ovviamente, in tutti i casi citati sin qui i dati raccolti da Google, Microsoft o da altre piattaforme, serviranno anche per connettere gli studenti (se lo vorranno!) al mondo del lavoro. Presto vedremo diplomi cuciti come un vestito ad hoc per il singolo/a. L’intelligenza artificiale sarà il sarto che confezionerà il vestito perfetto per ciascuno, dalla culla alla tomba. Andare a scuola o all’università per molti sarà un atto superfluo. GAFAM penserà all’istruzione, GAFAM penserà al collocamento, così come prima sempre GAFAM strutturava il perimetro delle informazioni, delle relazioni, dei consumi, dei desideri. 

Le università e le scuole non scompariranno (per il momento), ma potranno fare progressivamente a meno dei docenti, come mostra il caso dell’università canadese dove a fare lezione era un professore morto. Lì dove non arriva la natura, ci penseranno i governi – che intanto sono già all’opera, in Francia come in Grecia, per introdurre norme che rendono illegali (non si sa mai) le proteste all’interno delle università. 

Le conseguenze della crisi sanitaria accelereranno gli accordi fra GAFAM (o se siete sinofili Huawei o Alibaba; oppure Netflix, ecc. inserite una piattaforma a piacere) e l’istruzione pubblica si intensificheranno. Le università, ammesso che conserveranno il valore legale del titolo (almeno in Italia), potranno certificare i diplomi forniti con o da GAFAM. In altre parole, le università più “deboli” potrebbero avviarsi a un dignitoso ruolo di certificatori di contenuti forniti, in buona parte, attraverso e/o da big tech. Saranno big tech e le multinazionali dell’editoria scolastica come Pearson a elaborare i contenuti, mediante la sinergia fra intelligenze artificiali e quanto accumulato negli anni precedenti grazie all’ignoranza o alla presunzione di scuole e università. Sarà sempre big tech a finanziare gli stipendi dei docenti (quelli ancora vivi), come d’altronde già accade con le infrastrutture (leggi: piattaforme) create dalle multinazionali dell’editoria che puntano a gestire tutte le fasi della ricerca, dalla raccolta dati alla pubblicazione. Lo stato, finalmente agile, fornirà supporto logistico, sgravi fiscali, ecc. (Se vi piace lo stato “pesante”, però, si può sempre scegliere il modello cinese.) 

Eccovi servita la geopolitica della conoscenza, con il suo corollario di ingiustizie epistemiche

Esiste una resistenza a questo scenario? Alcune (flebili) voci. La filosofa Barbara Stiegler su France Culture accusa il governo francese di prendere a pretesto la pandemia per mettere in ginocchio il sistema dell’istruzione pubblica. Karen Maex, rettrice dell’Università di Amsterdam, invoca leggi che proteggano le università dall’aggressività delle piattaforme big tech. Va detto che la rettrice olandese sembra aver compreso ciò che i rettori italiani ignorano (o più probabilmente fingono di ignorare): le piattaforme non sono strumenti per svolgere il nostro lavoro durante “l’emergenza”. Le piattaforme sono la concorrenza. Non ci stanno offrendo un servizio. Ci stanno (vi stanno) svaligiando casa. Questa forma di neo-colonizzazione, o forse auto-colonizzazione, ci deve far riflettere su un punto. O i rettori italiani, oltre a non avere a cuore la privacy dei propri studenti, sono ignoranti, e dunque si devono dimettere in massa, oppure sono consapevoli. E allora è peggio. Perché vuol dire che stanno lasciando che GAFAM faccia il lavoro sporco, quello di far emergere, per selezione naturale, l’agognato modello degli atenei di serie A, B e forse C. 

Come afferma la filosofa Barbara Stiegler, dunque, la questione va ben al di là della didattica a distanza. Spostare la didattica in parte o del tutto online è solo un modo per chiudere ciò che è ritenuto inutile o dispendioso. L’obiettivo di questo processo, che viene da lontano, alla fine, siamo noi. E la sovversiva relazione che – sebbene lacerata, frammentata e rarefatta – ancora riuscivamo a costruire con i nostri allievi e allieve. È questo ponte che si vuole distruggere: definitivamente. 

Ma che cosa vuol dire stare insieme all’università, o meglio, che cosa voleva dire? Così descrive Raul Mordenti le assemblee del movimento del ’68-’77: 

Questo concetto di un corpo collettivo del movimento “in fusione”, questo rapporto speciale che nel movimento si stabilisce fra compagni è della massima importanza. […] Ma che cosa significa essere “in fusione” o (che è dire la stessa cosa) in movimento? Il punto davvero fondamentale è il rapporto fra gli umani che si viene a stabilire: le persone nel movimento (direi meglio: le persone in forma di movimento) non si rapportano più come accade nell’anormale normalità del capitalismo, cioè attraverso lo specchio rovesciato delle merci, che è lo Stato; […] Nel movimento infatti gli uomini e le donne già prefigurano e vivono un rapporto sociale diretto e non alienato giacché ciò che li “tiene insieme” è appunto un reciproco riconoscimento immediato, questo – a sua volta – deriva dalla volontà comune di cambiare il mondo insieme, dalla lotta collettiva.

(R. Mordenti, La grande rimozione. Il ‘68-77: frammenti di una storia impossibile, Roma, Bordeaux, 2018, p. 36) 

Probabilmente (sperabilmente) questa “lotta collettiva” riuscirà a trovare altre forme per emergere ed esprimersi. Ma a quanto pare non potrà più avvenire in connessione con il processo di formazione ed elaborazione delle conoscenze che si articolava negli spazi “pubblici” di scuole e università. 

Ora, se pensavate di aver letto sin qui solo brutte notizie, con la prossima vi ricrederete. In fondo, l’università e la scuola sono istituzioni umane e come tutte le cose umane possono scomparire. Come ha scritto Giorgio Agamben, pochi ne sentiranno la mancanza. Ma la piattaformizzazione non è solo la fine dell’istruzione-relazione così come è stata pensata e praticata (male o bene, di massa o di élite, ecc.) negli ultimi cinquecento anni. La geopolitica della conoscenza digitale non si ferma qui. La conoscenza digitale è la forma dell’attuale dominio biopolitico, mediato dalle rappresentazioni (il digitale è un linguaggio di rappresentazione); ma queste rappresentazioni (dati, algoritmi che processano dati, software che inglobano algoritmi, intelligenze artificiali che aggregano software, ecc.), anche se false, anche se manipolate, puntano, oltre che al dominio delle menti, a quello della materia. Ed ecco che le piattaforme, Amazon e Microsoft in testa, sbarcano nel campo del cosiddetto agrobusiness. FIAN International, un’organizzazione che dal 1986 si occupa di diritto all’alimentazione, ha pubblicato un’analisi che mostra come i processi digitalizzazione delle terre (catasto, ecc.) replichino o inaspriscano la marginalizzazione delle popolazioni rurali, minando l’economia di sussistenza di milioni di persone in Brasile, Ruanda, India, Georgia, Indonesia, ecc. Una parallela inchiesta pubblicata da un’altra ONG, Grain.org, rivela che le piattaforme mirano a colonizzare ogni istante, ogni tappa del processo di produzione e distribuzione e consumo del cibo. Le app di Monsanto-Bayer o di Syngenta, di BASF o Verizone, ecc. offrono ai contadini assistenza nelle varie fasi del lavoro, fornendo informazioni in tempo reale sul clima, consigliando quando e che cosa seminare o quando usare un erbicida, ma anche consigliando quale trattore o drone comprare, ecc. In cambio di tutti questi “servizi” le big tech succhiano dagli smartphone dei contadini montagne di dati. Lo scopo finale è ovviamente il controllo completo della catena alimentare. 

La conoscenza digitale è dunque quella cosa che ci dirà che cosa comprare (e con quale moneta), che cosa mangiare, che cosa guardare, che cosa leggere e studiare, come vestirsi, dove andare in vacanza, come curarsi e ovviamente chi votare. In realtà, attraverso immani concentrazioni proprietarie ed incroci finanziari, i padroni universali avevano quasi risolto tutti questi problemi. Rimaneva, forse, lo scoglio di una scuola e di una università ancora non del tutto inoffensive. Rimaneva il problema di come frenare e inquinare quel processo che Gramsci, riferendosi alla cultura, chiamava “conquista di coscienza superiore” e del “proprio valore all’interno della storia”2. Sebbene i virus non abbiano colpe, l’emergenza sanitaria sta fornendo il contesto ideale per liberarsi una volta per tutte di questo vizio, diciamolo, troppo umano, di voler acquisire una coscienza critica. Ma alla dodicesima ondata, alla ventiquattresima “variante”, magari il gioco sarà concluso e il Cerchio sigillato. 

Esiste una speranza? Forse sì. Si chiama diversità bioculturale ed epistemica, allo stesso tempo il nemico più grande della piattaformizzazione e l’arma più potente che abbiamo in mano per contrastarla. Il dramma del modello epistemologico e geopolitico della governamentalità algoritmica, infatti, è che il suo meccanismo predatorio coincide con il suo obiettivo. In altre parole, il rischio di tentare di controllare la diversità “affamandola”, cioè riducendola, è di esserne a sua volta travolti. Si sa: chi universalizza spesso teme il caos. Coltivare la diversità bioculturale, localmente e globalmente, vuol dire dunque non solo resistere all’omogeneizzazione delle piattaforme, ma rovesciarne la logica. “L’essenza dei diversi fiori si esprime, nella loro diversità, anche se fra di loro avviene una fertilizzazione incrociata”, scrive a proposito del rapporto fra lingue europee e lingue africane il grande poeta, romanziere e saggista africano Ngũgĩ wa Thiong’o. La terra genera la vita e si mescola con le storie: “tutte le grandi letterature nazionali hanno messo radici nella cultura e nella lingua dei contadini.”3 Cuore della diversità (e dannazione delle piattaforme) sono variazione e ridondanza, caratteristiche della “multiversità intrinseca della materia vivente.” Sono le parole che il biologo Marcello Buiatti scriveva in un bellissimo (e profetico) libro del 2004 (data di nascita di Facebook…) dedicato al complesso rapporto tra biologia e cultura. Ma riflessioni simili si sono fatte strada da tempo nel campo delle scienze sociali, come è il caso della “pluriversidad” di Arturo Escobar o dell’epistemologia dei margini di Boaventura de Sousa Santos. Questa pluriversalità può e deve essere applicata anche al campo delle tecnologie digitali. Lo dimostrano esperienze e movimenti dove la scarsità non è solo sinonimo di resilienza, ma diventa riappropriazione degli strumenti, come nel caso delle reti comunitarie sorte in America Latina durante la pandemia. Non è un caso che le proposte più innovative e radicali nel campo della governance della rete vengano da gruppi del Sud globale,come il manifesto per la giustizia digitale della Just Net Coalition.

Variabilità, ridondanza, resilienza e “vigore ibrido” sono le caratteristiche e le condizioni di sopravvivenza dell’intreccio bioculturale: 

“Il non prodursi di varianti significa la fine dell’evoluzione e dobbiamo pensare che alla lunga comporti la fine della forma di vita: che si tratti di una specie vegetale, animale, dell’uomo o dei suoi racconti.” 4

Domenico Fiormonte

Note:

1 Con “un click per la scuola” è possibile donare alle scuole il 2,5% dell’importo speso sulla piattaforma. Le donazioni sono sotto forma di credito per acquistare su Amazon prodotti scelti da un “catalogo selezionato”. All’iniziativa hanno aderito fino a oggi oltre ventisettemila scuole. “Donazioni” raccolte nel 2019: due milioni di euro. Amazon in Italia paga 10,9 milioni di euro di tasse e fattura 1 miliardo di euro. Si veda lo studio di Mediobanca sulle multinazionali del Web.
https://confindustriaradiotv.it/websoft-software-e-web-companies/

2 Antonio Gramsci, “Socialismo e cultura”, in Il Grido del Popolo, 29 gennaio 1916 (in A. Gramsci, Le opere. La prima antologia di tutti gli scritti, a cura A. Santucci, Roma, Editori Riuniti, 1997, p. 1)

3 Ngũgĩ wa Thiong’o, Spostare il centro del mondo. La lotta per le libertà culturali, Milano, Meltemi, 2017, pp. 66-67.

4 Alberto Sobrero, Il cristallo e la fiamma. Antropologia tra scienza e letteratura, Roma, Carocci, 2009, p. 72

Domenico Fiormonte è ricercatore in Sociologia della comunicazione presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre. Si occupa di digitalizzazione della conoscenza, rapporti fra cultura e tecnologia, geopolitica della rete, teoria e didattica della scrittura e Digital Humanities. Dal 2008 è impegnato con progetti sul campo sulle tematiche della formazione interculturale e collabora a progetti educativi e culturali in India e Nepal con la Onlus Centro Studi Platone. Nel 2014 ha conseguito il diploma di insegnante Yoga della tradizione di T.K.V. Desikachar. Ha curato il volume La coscienza. Un dialogo interdisciplinare e interculturale (Istituto di Studi Germanici 2018) e con Paolo Sordi Letteratura e altre rivoluzioni. Scritti per Raul Mordenti (Bordeaux 2020). L’ultima monografia è Per una critica del testo digitale. Letteratura, filologia e rete (Bulzoni 2018).

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