Una svastica sul muro: origini, cause sociali e conseguenze di un gesto ignobile

Passeggiando per una qualunque via di una qualsiasi città d’Italia capita spesso di osservare, tratteggiati sui muri da mano rapida, simboli come svastiche o croci celtiche. Sono così tante da far parte ormai del paesaggio, e chi non ha un occhio allenato abbinato a un animo particolarmente combattivo ormai neanche ci fa caso. Si limitano a saltare all’attenzione anche di chi non ha mai partecipato a manifestazioni antifasciste nel momento in cui appaiono sotto le nostre case, o sul muro del palazzo di fronte, all’improvviso, la mattina andando a lavorare: rompono la routine delle nostre esistenze calde e sicure, irrompono nelle nostre giornate a ricordarci che il virus del totalitarismo non è ancora stato sconfitto, e noi sembriamo non avere gli anticorpi, perché abbiamo dimenticato non solo come si combatte, ma anche come ci si indigna.

Basta poi farle cancellare, e al modico costo di un’imbiancata si scorda di nuovo tutto, il problema appare nuovamente lontano da noi. Penso tuttavia che sia necessario provare a capire cosa spinga dei pubescenti ragazzi poco inclini allo studio della storia a dipingere simboli come quelli.

Siamo di fronte a un reflusso di cultura neofascista? Anche, certamente. Seppur per parlare di reflusso sarebbe necessario che almeno per un po’ se ne sia andata. La trattazione sarebbe lunga e complessa, cercherò dunque di semplificarla analizzando tre step: 1) Cosa sono e cosa rappresentano questi simboli; 2) Le cause del loro utilizzo (che ho tentato di schematizzare in Aggressività, Convinzione, Ribellione, Imitazione e Semplicità, e che poi tratteremo nel dettaglio); 3) Conseguenze di questo gesto.

Svastica e Croce celtica: cosa sono?

La svastica (o swastika), rappresentata graficamente come una croce uncinata, è un simbolo largamente presente in tutte le religioni dell’Eurasia e in molte del Sud America, dal Buddhismo, dove il simbolo significa “10.000” o “tutte le cose” manifeste nella coscienza di un Buddha, all’Induismo, dove la svastica con i rebbi a destra è simbolo di Visnu e quella con i rebbi a sinistra è simbolo di Kali, dal Giainismo dove è uno dei ventiquattro segni propizi fino anche al Cristianesimo, dove rappresenta la croce al centro del cielo contornata dai quattro arcangeli maggiori che corrispondono a loro volta ai quattro evangelisti. L’adozione della svastica da parte del Partito nazionalsocialista tedesco e del Terzo Reich di conseguenza deriva dall’uso che ne fece l’occultista neopagano austriaco Adolf Lanz, che ne fece il simbolo della società antisemita e ariosofista dell’Ordo Novi Templi. Guido von List la adottò poi come simbolo della Thule-Gesellschaft, rendendola de facto il simbolo del neopaganesimo tedesco, e da lì arriverà ad Adolf Hitler.

La croce celtica, rappresentata da una croce latina iscritta in un cerchio, ha tradizionalmente significati legati alla sfera solare, identificando poi spesso l’unione tra la vita terrena – identificata nella linea orizzontale – e quella spirituale – la linea verticale. Come questa sia diventata un simbolo dell’estrema destra è un po’ più complesso. Ciò che concretamente è accaduto, è che la croce celtica è stata utilizzata come simbolo negli anni trenta da Jacques Doriot, leader del Partito Popolare Francese, che tra i partiti della Francia collaborazionista di Vichy fu il più vicino al nazismo, e fu poi ripresa in diversi ambienti affini. Il simbolo arrivò in Italia a cavallo degli anni sessanta e settanta, con l’adozione da parte del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile legata al MSI (Movimento Sociale Italiano). Seguiranno poi appropriazioni da parte di altre organizzazioni giovanili e qualche smentita di partito, ma tra giornali, concerti e graffiti il simbolo è giunto fino a noi.

Perché continuano a essere usati?

Cosa porta tuttavia un numero cospicuo di giovani, giunti a quasi un secolo dalle prime appropriazioni da parte dell’estrema destra di questi simboli, a utilizzarli ancora?

Non sono reperibili studi precisi in materia, e questa assenza di trattazione mi ha portato a convocare un “piccolo pool” di ex colleghi del Dipartimento di Scienze politiche e del Dipartimento di Sociologia, per cercare di analizzare ex novo la questione. Alla fine abbiamo stilato una lista di cinque elementi condizionanti, ovvero i sopramenzionati Aggressività, Convinzione, Ribellione, Imitazione e Semplicità.

L’aggressività è una componente fondamentale di ogni animale, risultando essere “un’arma biologica quanto lo sono zanne ed artigli, veleno, corna ed altri orpelli usati dagli animali per difendersi. Difendere sé stessi, il proprio spazio vitale, il proprio cibo, il proprio investimento genetico (consorte e prole), il proprio branco nel caso degli animali sociali. Dai nemici, dai predatori, dai concorrenti”. Questa istintiva aggressività spiega dunque il nazismo? No, perché come sottolineato da Konrad Lorenz, gli animali più aggressivi hanno sviluppato una serie di meccanismi atti a frenare questo impulso. Cos’è dunque che toglie i freni a questa forza distruttrice?

Certamente, tra questi fattori c’è la convinzione: quella convinzione di essere dalla parte del giusto, dal lato più luminoso della storia, sul gradino più alto della scala evolutiva. Questa convinzione porta a una disattivazione dell’empatia: una volta diviso gli esseri umani in gruppi diversi, ed effettuata l’operazione di ordinamento tra migliori e peggiori, ecco che si perde la percezione di essere tutti umani (e dunque di appartenere allo stesso branco, e di avere il dovere di proteggerlo e difenderlo), ma si entra nell’ottica di due branchi diversi, tra i quali uno deve prevalere sull’altro. Così il diverso deve essere schiacciato. In un’epoca dove, fortunatamente, l’Europa sembra essere quanto meno un po’ più distante del solito da guerre interne, questa voglia di supremazia si esprime mediante piccoli raid: episodi di bullismo, pestaggi, messaggi d’odio sui social e via dicendo con altri orrori quotidiani. Quando poi il nemico non è direttamente fronteggiabile, ci si limita a segnare il proprio territorio, come gli orsi possono graffiare le cortecce degli alberi. Svastiche e croci celtiche sui muri sono un tentativo di monito, come a dire “Qui ci siamo noi”.

Non è da sottovalutare poi il fattore della ribellione. Autori di scritte sui muri di stampo nazista e fascista sono prevalentemente – per non dire unicamente – adolescenti. L’adolescenza è un’età nella quale ci si sente diversi, ci si sente incompresi, e questo può portare a due strade: l’introspezione o la suddetta ribellione. Chi decide di ribellarsi lotta a modo suo, spesso sbagliando per la propria scarsa esperienza e per un’analisi del mondo ancora infantile ed embrionale, contro il potere imposto. Come risposta a una società come la nostra, la quale – dove più dove meno, dove meglio e dove peggio – si identifica nei valori della democrazia, della libertà, dell’uguaglianza, del progresso e del rifiuto della violenza e dei totalitarismi, cosa c’è di meglio per ribellarsi di abbracciare un’ideale dittatoriale, illiberale, settario, conservatore e violento?

Ma possibile che questo ragionamento abbia luogo nelle menti di tutti questi ragazzi? No, certo che no. Alcuni lo pensano, altri, semplicemente, imitano. L’imitazione nel processo di apprendimento dell’animale – compreso quello umano – è la prima fonte a cui attingere. Scrive René Girard nel suo saggio del 1961 Menzogna romantica e verità romanzesca: “L’imitazione è la principale spiegazione della straordinaria capacità di adattamento del singolo animale alle diverse situazioni ambientali; più precisamente, la definisco come la modalità con la quale un animale stabilizza atti motori trovati accidentalmente e rivelatisi favorevoli”. Entrate nelle compagnie di chi scrive “Boia chi molla” sui muri e troverete amici più grandi che lo hanno scritto prima di loro, entrate nelle loro case e vi troverete padri ormai grandi con la foto di Mussolini come sfondo del cellulare.

Resta poi il fattore della semplicità. In che senso però? Diciamo che non sono pochi i movimenti che nel corso della storia si sono fatti portatori di ideali d’odio e di violenza. Dal regime di Ian Smith in Rhodesia (attuale Zimbabwe) tra il 1965 e il 1979 a quello di Francisco Solano Lopez in Paraguay negli anni sessanta dell’ottocento, dal presidente a vita della Guinea Equatoriale Francisco Nguema al capo di Stato del Ruanda dopo il tragico genocidio Theodore Sindikubwabo, senza contare le decine di sanguinarie dittature di matrice comunista… Ma pensare alla svastica è più semplice, un po’ per la corrispondenza geografica, un po’ perché – nonostante molti geni riescano a disegnarla al contrario – è sicuramente più facile da tracciare di un Пролетарии всех стран, соединяйтесь! (“Proletari di tutti i Paesi unitevi!”).

Disegnare una svastica è un reato?

In Italia esiste il reato di apologia del fascismo. Esso è previsto dalla Legge Scelba (n. 645/1952) che vieta ex articolo 1 la “riorganizzazione del disciolto partito fascista”. “La legge Scelba detta poi la disciplina dei reati di apologia e manifestazioni fasciste: costituisce apologia del fascismo (art. 4) la propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità proprie del partito fascista (reclusione da 6 mesi a 2 anni e multa da 206 a 516 euro). La stessa pena è inflitta a chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche (comma 1). Aggravanti sono previste se l’apologia riguarda idee o metodi razzisti (reclusione da 1 a 3 anni e multa da 516 a 1.032 euro) e se alcuno dei fatti che costituiscono apologia sono commessi con il mezzo della stampa (reclusione da 2 a 5 anni e multa da 516 a 2.065 euro). Analogamente, la legge n. 645 punisce le manifestazioni fasciste (art. 5) cioè il reato di chi, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste (reclusione fino a 3 anni e multa da 206 a 516 euro).”

Disegnare una svastica può essere dunque un’integrazione di quanto suddetto, ma non si configura esplicitamente come reato di apologia del fascismo. Dunque si può fare tranquillamente? Ma no, certo che no. Si incorre infatti nel reato di danneggiamento, regolamentato dall’articolo 635 del codice penale, per il quale “chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui con violenza alla persona o con minaccia ovvero interrompendo un servizio pubblico o di pubblica necessità, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”. Tra le “cose mobili o immobili altrui” rientrano edifici pubblici o destinati a uso pubblico o all’esercizio di un culto, o su cose di interesse storico o artistico ovunque siano ubicate; immobili compresi nel perimetro dei centri storici o immobili i cui lavori di costruzione, di ristrutturazione, di recupero o di risanamento sono in corso o risultano ultimati; cose esposte per necessità o per consuetudine o per destinazione alla pubblica fede (tipo le autovetture parcheggiate per strada), o destinate a pubblico servizio o a pubblica utilità, difesa o reverenza; cose mobili o immobili altrui in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico.”

Insomma, non è un gesto certamente privo di conseguenze.

Paolo Palladino

Fonti:

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