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Serenissima Distonia 1 – Favola veneziana

Si dice che Venezia-Santa Lucia sia una stazione. In realtà si tratta di una sorta di portale spazio-temporale.
Il dedalo ferroso delle rotaie, la frenesia dei monitor che dettano coincidenze, partenze e arrivi, facendo e disfacendo nomi di stazioni, orari e numeri di binari sul display, lasciano improvvisamente spazio allo sciabordio del Canal Grande. La sensazione di aver varcato un confine fra presente e passato inizia a farsi strada, complice la nebbia che abbraccia il paesaggio, lasciando spuntare solamente il vetro roseo dei lampioni squadrati. Il Ponte degli Scalzi è granitico, immobile, come un Minosse a giudicare se potrai addentrarti nelle bolge dorate di Venezia. Bagagli in spalla e ,scalino dopo scalino, devi conquistarti il passaggio all’altra riva.

La città suggerisce di essere qualcosa a sé stante, sostanzialmente morta, ma come un mausoleo di antichi demoni, l’urlo silenzioso che proviene dal lungoriva del Canale, adornato dai lampioni ottocenteschi, è assordante: è quello di Storie lontane e romanzi d’avventura.
La veduta della città è sublime, così coinvolgente, raffinata, elegante, ferma da suscitare quasi orrore. Sono passati pochi minuti, ma mi sento già fuori luogo. Qui vige un ordine delle cose che esula dal tempo.
Pratt ambienta una delle avventure di Corto Maltese “Favola Veneziana” in città e la descrive come fosse una grande Scala di Escher: un dedalo senza vie d’uscita, dove nuove direzioni, nuovi vicoli, nuove calli compaiono improvvisamente. Lì dove prima pensavi ci fosse una strada cieca, si aprono nuovi percorsi e spesso avventurarvisi è un atto di tracotanza verso passati oscuri che è meglio non esplorare.
Venezia è esoterica per definizione: Corto, alla fine della sua avventura, dice -In questa città accadono cose incredibili!- è vero, ma la sensazione è che avvengano sempre mentre sei girato di spalle. Rimane sulla pelle, quell’accenno di pelle d’oca, quella consapevolezza che qualcosa intorno a te sia in continuo movimento, ma che tu non possa vederlo.

Verso Rialto turisti e commercianti iniziano a farsi più frequenti e sembra che lo spazio-senzatempo veneziano venga disturbato pericolosamente da un anelito di vitalità. Sono, con molta probabilità, avventori al primo giorno in città che, presto, verranno richiamati all’ordine dallo spirito di Venezia.
Complice la foschia, ognuno cammina per sé, non si mischia con l’altro, come se tutti stessero vivendo un proprio romanzo all’interno di quel palcoscenico unico che è la Serenissima.
Da qualche finestra sventolano dai balconi alcune bandiere. “Venezia non è morta”.
Non saprei. Penso. Qui tutto sembra un purgatorio dorato.
Ogni sottoportego, ogni calle, sembra potenzialmente non finire mai, l’oscurità dei vicoli veneziani è seducente, sembra richiamarti, quasi che alla fine dei viali si nascondano tesori d’altri tempi.
Calle Falier, dove dormiamo, è una piccola strettoia, soffocata fra i palazzi. La notte, col buio e la nebbia non si riesce a vedere a più di un metro di distanza.
Venezia di notte è tremendamente spaventosa. Sei solo, al centro di una storia millenaria fatta di ladri, signori, artisti e illusionisti. È una lotta impari da combattere, un passo in più ed il rischio di essere inghiottiti nelle antiche storie veneziane e non uscirne più è troppo alto.
Meglio dormire: è la città stessa che te lo consiglia. Meglio che i misteri rimangano tali. Questo è il patto su cui Venezia regge il suo malinconico splendore.
Il primo sonno in città sembra essere l’ennesima beffa della Serenissima, uno dei suoi surreali sotterfugi. Al mattino, infatti, non c’è più traccia della nebbia. Mi rendo conto di aver tratto le mie conclusioni troppo presto. Eppure Venezia e la foschia sembravano fatte l’una per l’altra, come se la seconda fosse un vestito su misura, confezionato appositamente per cadere elegante e perentorio sulle curve dei canali e dei palazzi nobiliari. Il sole di questo secondo secondo giorno veneziano, invece, sembra prendersi gioco dei viaggiatori, raccontando una città che era rimasta nascosta.

I canali sono trafficati, un pungente odore salmastro penetra le vie e il legno con cui sono rattoppati alcuni edifici interni ai sottoporteghi luccica, pizzicato dai raggi solari, lasciando trasparire un’essenza marinara più popolana. Gru e ganci lavorano, sferragliando, fra una barca e l’altra, corrieri amazon approdano con piccoli motoscafi sulla terra ferma e la modernità sembra aver violentato, in una notte, il candore antico di Venezia.

Mi sono addormentato in un racconto di Edgar Allan Poe e mi sono risvegliato in una riedizione italiana di una Chiba City un po’ cyberpunk.

Lorenzo Giardinetti

Seid, lo specchio di una società?

Seid Visin aveva poco più di vent’anni, viveva a Benevento e giocava a calcio.  

Una persona normalissima o almeno così pare. Un essere umano come tutti noi, né troppo simile, né troppo differente. Semplicemente un prodotto della società duemila. Seid nasce in Etiopia nel 2001, si trasferisce in Italia (precisamente Nocera, Salerno) da giovanissimo e sfoga la sua passione più grande: il calcio.

Abbandona così tutto quel poco che aveva: genitori, amici, parenti, scuola per giocare a calcio. Un amore incontrastato e che i genitori fortunatamente comprendono. Egli ama il calcio, lo sport più seguito in Italia e in Europa, lo sport più bello al mondo che unisce culture, continenti e mondi diversi. Il ragazzo non è malaccio e se la cavicchia discretamente, facendo provini per squadre dal calibro di Inter e Milan. Due potenze assolute del nostro calcio pronte ad accoglierlo.

All’Inter l’avventura non è particolarmente lunga, al Milan è diverso. Seid ha amicizie, nuovi compagni, un nuovo mister e soprattutto una nuova maglietta. Sarà rivelata una cosa: Seid è stato a lungo compagno di stanza di un certo Gigio Donnarumma, oggi portiere dello stesso Milan e della Nazionale. Ma qualcosa cambia. C’è qualcosa che cambia nell’aria e Seid lo percepisce. Diventato stretto amico di Mino Raiola che ad oggi è reputato come il procuratore calcistico più ricco al mondo, Seid vuole smettere di giocare a calcio e cade in un periodo buio pesto, oscuro e tempestoso. Sarà lo stesso Mino a confortarlo, rincuorarlo e ricaricarlo trasmettendo al giovane talento la grinta e la determinazione giusta per ricominciare.

Il baby Van Basten (era stato il secondo giovane più forte a passare così rapidamente i test abilità a Milanello) si lascia così trascinare dal procuratore-amico, che lo esorta ad avvicinarsi nuovamente alla famiglia. Alla tenera età di sedici anni, Visin è nuovamente nella sua regione d’adozione, questa volta però a Benevento e non nel salernitano. Più vicino alla famiglia, Seid prova a ripartire vestendo la maglia giallorossa della Strega e rilanciarsi nel calcio che conta. Ma nulla da fare anche in quest’occasione.

Dopo nemmeno sei mesi la decisione di smettere con il calcio professionistico e di concentrarsi solo ed esclusivamente al liceo. Un ambiente tossico o quasi, un ambiente che era considerato indigesto e semplicemente non adatto al sedicenne italo-etiope. Un contesto grande e complesso in cui Seid si sentiva troppo piccolo per farne parte. Sarà l’Atletico Vitalica a convincerlo nel ritornare alla pratica, almeno a livelli amatoriali. In maniera sciolta, senza pressioni né ambizioni, ma con talento, Seid era tornato a fare ciò che veramente gli piaceva. Finora una storia normalissima che però è macchiata da una lettera.

Una lettera datata febbraio 2019 e pubblicata dal “Corriere della Sera”, in cui il giovincello di Nocera esprimeva la propria amarezza, il proprio rancore e la propria tristezza nel vedere un ambiente che lo disprezzava perché non di pelle bianca, perché etiope o qualsiasi altra baggianata. «Ricordo che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, tutti si rivolgevano a me con gioia, rispetto e curiosità. Adesso sembra che si sia capovolto tutto». «Ero riuscito a trovare un lavoro», scriveva, «che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro».

Una lettera di due anni fa che fornisce tutte le indicazioni possibili per trovare la causa del suicidio avvenuto qualche giorno fa. Non secondo i familiari, convinti che il ventenne si sia suicidato per cause differenti dalle accuse razziste. Questo mai lo sapremo, ma di quello che siamo certi è che questa lettera sia stata composta per rabbia, sfogo e disperazione non contro un individuo, ma contro una società. Roberto Saviano scrive l’ennesimo messaggio contro Salvini e Meloni invitandoli a riflettere sulla questione razzismo e immigrazione. La pensa come Saviano qualche esponente di sinistra, diversamente qualcuno di destra, una via di mezzo altri ancora. Nemmeno in questa circostanza si riesce a trovare un punto in comune. Neppure di fronte alla morte di un ventenne che due anni fa denuncia di non essere incluso, di non essere accettato solo perché di un’altra carnagione.

Walter Izzo

Calcio e tecnologia: intervista a Gianluca Comandini

In un mio precedente articolo trattavo della possibilità che l’avvento di nuove ed avanzate tecnologie potesse in qualche modo tracciare una linea di netta demarcazione nella nostra concezione della Storia, arrivando ad ipotizzare una nuova storia, legata all’ascesa si una società in cui il progresso tecnologico ha già influenzato nettamente gli aspetti che hanno sempre accomunato uomini e donne di tutte le epoche.

Per capire  quanto effettivamente la tecnologia possa aver già pervaso la nostra esistenza ho pensato di partire, come caso di studio, da un mondo che più umano ed a tratti romantico non si può, da un qualcosa che lega indissolubilmente generazioni diverse, capace di riunire, col fiato sospeso, anche le persone più diverse. Insomma quello che per noi Italiani è una vera e propria malattia: il Calcio.

Mi sono rivolto così a chi già immagina e mette in atto progetti calcistici che marciano di pari passo con l’innovazione. Gian Luca Comandini, 31 anni, giovanissimo divulgatore tecnologico, professore universitario ed esperto di blockchain, nonché fondatore del VESTA Calcio, squadra che oggi milita in Seconda Categoria e punta in pochi anni alle leghe professionistiche. Una società calcistica fuori dagli schemi, che vede tecnologie come la blockchain e le Intelligenze Artificiali quali aspetti fondamentali del progetto.

VAR e goal line technology: due esempi più noti a tutti dell’applicazione della tecnologia al calcio. Ma oggi, con gli avanzamenti tecnologici in atto, è possibile che queste due siano le uniche implementazioni possibili? 

Assolutamente no, ed è anche assurdo aver aspettato tutti questi anni per riuscire a vedere un accenno di utilizzo di queste tecnologie che possiamo considerare appartenenti ad un’epoca passata. Il calcio ha bisogno di futuro e non possiamo aspettare decenni per applicare ogni tecnologia.

Quali nuove tecnologie possono essere applicate al mondo del calcio, sia in match, che in allenamento? Le intelligenze artificiali possono giocare un ruolo nelle fasi di preparazione al match?

Potremmo utilizzare Internet of Things e Intelligenza Artificiale per prevedere e prevenire infortuni, analizzare tecnicamente movimenti e prestazioni durante i match per poi allenarsi in maniera più accurata durante la settimana, ma anche sfruttare tante altre tecnologie come la blockchain o la realtà aumentata per migliorare performances.

A livello societario, perché la blockchain rappresenta un vantaggio ed una frontiera da perseguire per una società di calcio?

Perché ad oggi la parte più “sporca” e incisiva in questo sport rimane la gestione dei flussi finanziari. Nel 2021 non possiamo ancora essere sotto scacco per plusvalenze mascherate, sponsor fittizi e riciclaggio di denaro. Con la blockchain si può rendere il calcio trasparente e onesto.

Dalle tecnologie catapultate nel mondo del pallone, al calcio catapultato nel mondo digitale. Gli e-sports quale diffusione e riconoscimento avranno in futuro?

Lo stiamo vedendo in Asia e Usa, gli esports fanno più interazioni e più fatturato degli sport tradizionali. Tra pochi anni la situazione sarà molto simile anche nel nostro paese, addirittura sono sempre di più gli atleti professionisti che usano simulazioni e videogames per allenarsi nei rispettivi sport fisici. Non possiamo ignorare questo trend che presto raggiungerà una visibilità ben superiore al calcio.

Il mondo del calcio è ancora, spesso in modo romantico, troppo conservatore per accogliere implementazioni ad alto potenziale tecnologico?

Attualmente sì, ma le nuove generazioni stanno crescendo con punti di vista differenti, è solo questione di anni e presto avremo menti più aperte e persone pronte ad accogliere il futuro ed utilizzare le tencologie, senza alcuna paura.

Lorenzo Giardinetti

L’app di tutte le app: WeChat

WeChat e la sua anzienda “madre” Tencent nascono a Shenzhen, città che venne indicata come “zona economica speciale” nel piano di crescita e sviluppo promosso da Deng Xiaoping. La piccola cittadina di pescatori nel sud-est del Paese diventa così prima uno dei più importanti centri manifatturieri cinesi, e poi negli anni novanta si trasforma in un polo tecnologico che fa da incubatrice alle neonate aziende digitali che dal tutto il Paese iniziano a stabilire la propria sede lì.

A Shenzhen, l’allora ventisettenne Ma Huateng fonda nel 1998 Tencent, azienda tecnologica che aveva come proprio fiore all’occhiello il servizio di messaggistica QQ, ispirato al softwere israeliano ICQ della startup di Tel-Aviv Mirabilis. L’iinnovazione che Pony Ma, come è principalmente noto adesso Ma Huateng per via della traduzione in Inglese del proprio nome (“Ma” in cinese vuol dire “cavallo”)1, porta rispetto al softwere israeliano la possibilità per ogni utente di accedere al proprio account QQ da qualsiasi computer collegato alla rete, rispetto alla necessità precedente di installare il softwere su una postazione fissa. Ma Huateng fu il primo a intuire che da lì a pochi anni sarebbe esplosa in Cina la vendita di PC, reti private e poi ancora smartphone.

Tre furono poi i passi che permisero a QQ di diventare un prodotto di spicco in tutto il Paese: l’iniziale accordo con la rete telefonica statale della regione in cui si trova Shenzhen, il Guangdong, accordo poi esteso nel 2001 a tutta la Cina, che permetteva le conversazioni tra PC e il sistema di messaggistica dei telefoni cellulari; l’immissione nel softwere di gadget, giochi e avatar acquistabili o sbloccabili che permisero di realizzare nuovi profitti; infine la creazione di una piattaforma QQ per blogger, con la possibilità per gli utenti di personalizzare a pagamento a proprio piacimento il proprio blog.2

Nel 2011 Pony Ma approfitta della nuova accelerazione digitale dovuta alla svolta del 2008 per aggiornare il proprio servizio di messaggistica lanciando WeChat.

Francesco Pieranni, nell’iniziare il proprio libro “Red Mirror. Il futuro si scrive in Cina”, racconta l’arco di un’intera giornata sia completamente costellato dalle interazioni conWeChat: ci si leggono le notizie del giorno mentre si fa colazione, ci si prenota il taxi, ci si mette in carica lo smartphone grazie al proprio Id negli appositi cubicoli all’ingresso dei locali, si paga la consumazione, si cerca il ristorante dove pranzare, ci si controlla il menu e ci si ordina, durante il pranzo ci si può inviare tramite il Qrcode del ristorante buoni sconto e riceverne altri dai propri amici, ci si scaricano i programmi di store virtuali per controllarne il catalogo e fare acquisti, ci si controlla sulle mappe l’ubicazione del prossimo incontro e il tragitto per raggiungerlo, ci si ricevono dagli amici inviti a eventi con tanto di biglietto elettronico e ricevuta di pagamento mediante un’apposita mini-app interna che aiuta a gestire la propria contabilità, ci si scarica la documentazione relativa, ci si prenota la cena e ci si divide in parti uguali il conto.3

Quella descritta da Pieranni è dunque un’intera giornata senza mai uscire da WeChat, che rigorosamente controlla, monitora e immagazzina tutti i dati, chiedendo esplicitamente di essere aggiornato: “A un certo punto tutti i nostri occhi finiscono sul cellulare: WeChat chiede l’update delle nostre informazioni. Ed eccoci, una tavolata intera impegnata a farsi selfie per consentire a WeChat di tenere sotto controllo i nostri dati biometrici.”4

La crescita dell’app ha avuto una svolta improvvisa nel 2014, in occasione del Capodanno cinese, evento che “prevede, oltre che lo svolgimento di spettacolari festeggiamenti, anche lo scambio di doni sotto forma di hongbao, le famose buste rosse contenenti piccole somme di denaro e che originariamente avevano un significato per lo più simbolico (infatti, esistono alcune precise regole riguardo la cifra da elargire, basate su antiche credenze e superstizioni) ma che oggi possono raggiungere importi notevoli.”5

Quell’anno, WeChat inaugurò un servizio che consentiva di spedire buste rosse virtuali, agganciando il proprio conto in banca al proprio profilo WeChat. Solo il primo anno, questo tipo di aggancio fu effettuato da cinque milioni di cinesi, e i numeri sono in costante crescita, fino ad arrivare ai 688 milioni del 2018, ultimo dato reperibile in rete.6

WeChat si identifica quindi come l’app in grado di soddisfare tutti i bisogni dell’utente. Si potrebbe definire come “un gigantesco contenitore che mette insieme Facebook, Instagram, Twitter, Uber, Deliveroo e tutte le app che usiamo.”7

E gli 1,1 miliardi di utenti che mensilmente la utilizzano sono la prova di quanto WeChat abbia saputo rispondere alla necessità cinese di avere tutto a portata di mano in un’unica app, con l’obiettivo di far diventare la schermata di accensione degli smartphone direttamente quella di WeChat anziché Android o iOS.

Il dinamismo creativo e la capacità imprenditoriale di sfruttare in maniera innovativa elementi della tradizione in chiave moderna, uniti all’immensa mole di dati che così si è in grado di processare, sono la vera arma decisiva dell’innovazione digitale, arma che nessuno saprà sfruttare meglio del Presidente Xi Jinping.

Paolo Palladino

1 Liu L., 10 things you didn’t know about Tencent CEO Pony Ma, in “Style”, 31 Agosto 2018. URL: https://www.scmp.com/magazines/style/people-events/article/2162245/10-things-you-didnt-know-about-tencent-ceo-pony-ma

2 Pieranni S., Red mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina, Bari-Roma, Editori Laterza, 2020, pp. 14-15-16-17

3 Ivi, pp. 3-4

4 Ivi, p. 5

5 Hongbao, la tradizione entra nel terzo millennio, in “Essere digitali”, 16 Marzo 2017. URL: https://blog.bhuman.it/hongbao-la-tradizione-entra-nel-terzo-millennio-ae0cd9ff4258

6 Brennan M., WeChat red packets data report of 2018 New Year eve, 18 Febbraio 2018. URL: https://chinachannel.co/2018-wechat-red-packets-data-report-new-year-eve/

7 Pieranni S., Red mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina, Bari-Roma, Editori Laterza, 2020, p. 10

L’educazione nell’era post Covid: immersione in un mondo digitale e più inclusivo

Un evento da ripetere: Eduhacktion, tra innovazione ed educazione 

Questo weekend si è realizzato “Eduhacktion”, un evento organizzato da diverse realtà del mondo del digitale e dell’educazione: Culturit Network, Associazioni imprenditori millennials e Youth Hub Catania.  Durante due giornate, alcuni giovani tra i 18 e i 30 anni si sono potuti confrontare su diverse tematiche ed unirsi in team per creare una proposta innovativa su alcune tematiche. I principali argomenti trattati sono stati la didattica a distanza, il mismatching e la gamification. Ho avuto la possibilità di partecipare in prima persona a questa iniziativa e ne sono uscita molto soddisfatta. Certo, non è stato semplice uscire dalla propria zona comfort, ma ne è valsa la pena. All’interno della mia squadra ho potuto conoscere ragazzi della mia età, con le mie stesse aspirazioni e preoccupazioni, ed insieme abbiamo unito le nostre forze per creare una proposta di scuola più innovativa e inclusiva possibile. Il punto di forza di questa iniziativa? L’opportunità di essere seguiti da mentor, esperti nel settore dell’educazione, della comunicazione e del digitale. I loro consigli sono stati illuminanti e le loro storie di forte ispirazione. 

Uno sguardo oltre confine nel campo dell’insegnamento 

Giuseppe Inserra, vicepresidente di Youth Hub, afferma che la realtà scolastica deve essere multidisciplinare e continuativa. Si stanno sviluppando nuove professioni che richiedono un pensiero creativo e da questo nasce l’esigenza del cambiamento all’interno della formazione giovanile. L’Italia presenta ancora un metodo scolastico fortemente improntato sulla teoria. Marco Scannavino, co-founder di uLead, una community che fornisce orientamento universitario e lavorativo ai giovani, afferma che in altri paesi, come la Francia, viene dato maggior rilievo alle attività di lavoro e stage durante l’università. In Finlandia ,invece, gli alunni ricevono solo valutazioni positive. Questo ultimo aspetto potrebbe avere un riscontro negativo quando gli studenti si ritroveranno ad affrontare il mondo lavorativo, in cui ricevere porte in faccia è all’ordine del giorno. Tuttavia, guardando all’Italia, sarebbe utile diminuire l’importanza del voto e concentrarsi sullo sviluppo di competenze più pratiche ed esperienziali. È ciò che accade in America, dove se chiedi ad un universitario se preferisce ottenere l’eccellenza in tutte le materie o essere il capo della squadra di football, risponderebbe con la seconda opzione. I giovani italiani, durante il loro intero percorso di studi, acquisiscono un enorme bagaglio culturale, tanto da essere merce preziosa per le aziende estere, ma hanno difficoltà a inserirsi nei contesti lavorativi emergenti. Ecco dunque che si viene a delineare il cosiddetto fenomeno del mismatching, ovvero una situazione in cui la domanda di alcune posizioni lavorative eccede l’offerta. 

Mai più come prima: Il digitale arriva in aula 

Una grande lacuna è presente proprio nel mondo del digitale. Tra i pochi lati positivi della pandemia troviamo la necessità di adattarsi ai nuovi strumenti tecnologici. Dinanzi a tale scenario è stata proprio la scuola a doversi reinventare per prima, la cattedra è stata sostituita dal grande schermo e le interazioni dal vivo sono diminuite. Che si stia andando verso una nuova era nel campo dell’insegnamento? Non c’è dubbio che non torneremo indietro. Ciò non significa che bisogna incentivare lo sviluppo di un sistema di insegnamento unicamente a distanza, quanto integrare la lezione dal vivo con la possibilità di seguire dal grande schermo. Un’indagine Censis tra i docenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado ha rivelato che il 92% dei corsisti ritiene che “le nuove tecnologie digitali siano capaci di rendere più efficaci e coinvolgenti le lezioni frontali”. Non solo, sarebbe necessario fare un passo in più: portare il digitale nelle aule. Non basta però garantire un proiettore e tablet per tutti, ma è necessario puntare su una formazione di competenze digitali, sia tra i docenti che tra gli alunni. A ciò sarebbe utile ricorrere all’introduzione di una tecnica che viene già utilizzata da alcune aziende: la gamification. Un esempio è l’app di Duolingo, attraverso la quale si possono imparare le lingue con quiz e giochi. 

Il potere del gioco 

La Gamification si può definire “come un insieme di regole mutuate dal mondo dei videogiochi, che hanno l’obiettivo di applicare meccaniche ludiche ad attività che non hanno direttamente a che fare con il gioco; in questo modo è possibile influenzare e modificare il comportamento delle persone, favorendo la nascita ed il consolidamento di interesse attivo da parte degli utenti coinvolti verso il messaggio che si è scelto di comunicare”. Perché non allargare questa tecnica anche all’interno delle scuole? Forse se i protagonisti dei “Promessi Sposi” potessero prendere vita e ogni studente potesse farli agire, tutti riuscirebbero ad amare la loro storia senza troppi sbuffi.  All’imparare “sbagliando” si aggiunge così l’imparare “giocando”. 

La scuola che vorrei 

Il sogno nel cassetto? Creare un ambiente scolastico inclusivo e accogliente, dove attraverso il gioco e il digitale si possano coinvolgere tutti. Le valutazioni devono essere unite ad autovalutazioni e feedback reciproci tra studenti e docenti. Il voto inteso come semplice numero matematico deve perdere la sua importanza. E’ necessario, invece, porre più attenzione alle competenze pratiche che si sviluppano nell’intero percorso, guardando alla crescita personale del ragazzo e tenendo in conto le diversità di ognuno. In ultimo, si potrebbe pensare ad aiutare l’alunno a trovare la propria strada fin da subito, impartendo lezioni di laboratori pratici, con simulazioni di mestieri concreti. Questo potrebbe costituire parte della soluzione all’abbandono scolastico e al cambio di facoltà durante il periodo universitario. Arrivati fin qui, molti si staranno chiedendo se la creazione della scuola dei sogni richieda un certo tipo di investimento. La risposta è “sì”, ma l’istruzione ripaga ed è fondamentale puntare sul capitale umano di quelli che saranno gli adulti di domani, un domani che vogliamo sicuramente migliore del nostro. 

Irene Pulcianese