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Draghinomics: come cambia l’Italia con la Dottrina Draghi

Sono passati alcuni giorni dall’insediamento effettivo del Governo Draghi e possiamo cominciare a  tirare le prime conclusioni. 

Molti di noi, appassionati di politica, erano incollati agli schermi da giorni, seguendo gli  aggiornamenti di una crisi di governo inaspettata, innescata quasi un mese prima da Matteo Renzi,  con il ritiro delle ministre del suo partito, Italia Viva, che non trovava sbocchi. Erano i giorni del mandato esplorativo al Presidente della Camera Roberto Fico, una personalità che si considerava in grado di coniugare le sensibilità sia del M5S che del centro sinistra, i giorni di un  serrato tavolo di confronto programmatico a cui sedevano i delegati di tutti i partiti che avevano  sostenuto l’esperienza del decaduto Governo Conte II. 

Spiazzando tutti, ma forse non troppo, quella stessa sera Renzi comunicò unilateralmente il  fallimento di quel tavolo e nelle ore successive il Presidente della Repubblica annunciò la  convocazione di colui che già da tempo era il convitato di pietra del dibattito politico-istituzionale:  Mario Draghi. 

Sono seguiti giorni di festa e giravolte, nei quali tutti, o quasi, si sono affrettati a salire sul carro di  Mario, il salvatore della Patria, l’uomo della provvidenza.  

Giorni nei quali ci raccontavano di quanto Draghi fosse eccelso anche nel bere il caffè la mattina e  Matteo Salvini, quello delle felpe “No Euro”, si dichiarava europeista e pronto ad appoggiare  l’esecutivo. 

Dopo un ennesimo giro di consultazioni, questa volta di extra-lusso, considerando la presenza del  redivivo cavaliere Silvio Berlusconi e del garante-guru del M5S Beppe Grillo, è nato il Governo  Draghi. 

L’esecutivo guidato dall’ex presidente della BCE nasceva, secondo le indicazioni stesse del  Presidente Mattarella, per essere il governo dei migliori, costituito da personalità di altissimo  profilo. Nella realtà si è trattato di un chiaro disegno politico, più che di un tentativo di unità  nazionale, con l’obiettivo di separare i settori strategici del Paese dalle questioni di dibattito politico, equilibrando tale operazione con lottizzazione partitica dei posti governo. 

Questo non è solo il governo di Mario Draghi, è la Draghinomics. 

Innanzitutto partiamo con il segnalare come in 18 ministeri su 23 siano di stanza personalità di  provenienza settentrionale. In particolare, tutti i ministeri strategici, quelli economici in primis, sono in mano a figure provenienti dal Nord Italia. 

Assistiamo quindi ad un palese ricambio di classe dirigente e conseguente riassestamento di focus e metodologia d’azione, soprattutto riguardo ai meridionalissimi governi Conte, nonostante la  presenza della Lega nel primo. 

Ma non si tratta solamente di una questione geografica, le prerogative più importanti sono infatti  assegnati a personalità che possiamo definire organiche ad un deep state italiano. Dove per Deep  State non andiamo a corroborare strampalate teorie del complotto d’oltreoceano, ma identifichiamo  l’alta amministrazione e gli apparati economici, industriali e militari italiani. Un tentativo quello di Draghi, che visto da una certa prospettiva, rappresenterebbe anche un  passaggio obbligato nella storia di tutte le nazioni che aspirano ad essere di più e configurarsi come  potenze. L’allineamento fra apparati e decisori politici, l’organicità dello stato, sono elementi tipici  delle potenze, ma non è questa la sede d’analisi opportuna per un discorso che presenterebbe mille  questioni opposte. 

L’intervento di Draghi ha portato inoltre una riforma istituzionale de facto, nella quale il Ministero  dell’Economia e delle Finanze diventa un’appendice esecutiva della presidenza del Consiglio stesso,  manovra favorita sia dall’expertise di Mario Draghi, sia dalla collocazione al vertice del MEF dell’ex membro del suo board alla BCE: Daniele Franco. 

Non è un caso, infatti, che qualsiasi questione economica, Recovery Plan inclusa,venga percepita  come materia personale di Draghi. Semplicemente è davvero così. 

Proviamo a tracciare, al netto di queste considerazioni, delle linee guida di una Draghinomics, una  dottrina Draghi. 

Innanzitutto un riassestamento istituzionale, su di un modello esecutivo-aziendale di strong  governance, che vede la questione economica appannaggio principale e diretto del vertice  dell’istituzione, Draghi stesso in questo caso, nella veste di una sorta di Amministratore Delegato o  Chief Director. 

A seguire: un tentativo, molto all’americana, di coinvolgimento degli apparati nelle questioni  strategiche del paese, sganciandole dai condizionamenti di politica interna. 

La tecnicizzazione della Giustizia, nella persona di Marta Cartabia, l’affidamento della questione  energetica ad un altro tecnico, proveniente da uno dei principali centro di potere in Italia: la  Leonardo, azienda partecipata dallo Stato impegnata nell’industria militare e aerospaziale.  Ancora la gestione dell’emergenza Covid affidata ad un’appartenente dei vertici Militari, il generale  Figliuolo (al posto del silurato Domenico Arcuri) ed il posizinamento dell’ex capo della polizia  Franco Gabrielli al vertice dell’Intelligence.  

Tutto ciò accompagnato da altri interventi più velati, come la nomina di Giancarlo Giorgetti al  Ministero dello Sviluppo Economico, sulla carta in quota lega, nella realtà uomo dei Palazzi, vicino  alla classe industriale e di gradimento bipartisan, oppure il caso del Ministero della Pubblica  Amministrazione, ufficialmente affidato ad una personalità politica (Renato Brunetta, quota Forza  Italia), ma de facto iper-tecnicizzato, nominando Marcella Panucci, ex numero uno di  Confindustria, come Capo di Gabinetto e Carlo Cottarelli come consulente. 

La Draghinomics è questo: verticizzazione della questione economica, trasformando il sistema di  governance economica in un modello simile al board di un’azienda o di una banca, coinvolgimento  degli apparati e dell’alta amministrazione nei settori strategici del Paese ed infine un riassestamento  del focus nazionale verso l’area settentrionale, che ama definirsi “mitteleuropea” e sostanzialmente  interna alla catena del valore tedesca (alla fine in qualche modo i soldi del Recovery Fund  dovevamo restituirli).

Lorenzo Giardinetti

Slut-shaming: cosa vuol dire essere una donna sessualmente libera in Italia?

In una società come la nostra, fare sesso ti può costare addirittura il lavoro. Se sei donna, ovviamente. Se decidi di prendere in mano la tua sessualità e rompere gli standard sociali, la cultura patriarcale decide di schiacciarti perché diventi una donna scomoda, sfavorevole allo status quo. In una società basata sui doppi standard, questo non succede anche agli uomini. E quello che è avvenuto a un docente dell’Accademia delle belle arti di Urbino ne è l’ennesima conferma. L’uomo, infatti, è stato accidentalmente ripreso mentre faceva sesso durante la DAD, credendo di non essere inquadrato dalla telecamera. L’insegnante, dopo l’avvenimento, ha deciso di dimettersi. In seguito, il direttore dell’Accademia ha dipinto l’uomo come un docente molto stimato dagli studenti, un critico competente nel mondo dell’arte e ha aggiunto che non sarebbe giusto ricordarlo solo per questo avvenimento. L’opinione pubblica si è stretta al fianco del professore. Tutto giusto, se non fosse che alla maestra di Torino vittima di un reato (eh già, il revenge porn è un crimine) è stato riservato il licenziamento con la gogna mediatica in omaggio.

È da millenni che le cose vanno avanti così. Agli albori del patriatcato venne stabilito che, per assicurarsi la certezza della propria paternità, le donne dovessero limitare al massimo i propri rapporti sessuali. E queste limitazioni si sono inasprite con l’avvento del cristianesimo. Non a caso, la Bibbia è intrisa di misoginia, pienza zeppa di versi che ricordano ossessivamente alle donne di tenere le gambe chiuse e di aprirle solo e soltanto per procreare, assolutamente solo dopo il matrimonio (dopo tutto, che donna sei se non ti sposi e non sforni quanti più figli possibili, eh?). In realtà, la Bibbia vieta i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio e non a scopo procreativo anche agli uomini. Inutile dire, però, che gli uomini, essendo al comando della società, trovavano molto più facilmente delle scappatoie a una sessualità così opprimente e repressiva. Nel corso dei secoli, alle donne venne imposto di custodire gelosamente la loro verginità prima del matrimonio. Una donna che aveva rapporti sessuali fuori o prima di sposarsi era inevitabilmente perduta. Oltretutto, il matrimonio era anche l’unico modo, per le donne, di poter vivere nella società. Dunque, la verginità intatta era l’unico bene che possedevano le donne. Questa sorte accomunava sia le donne più benestanti, sia quelle facenti parte di categorie sociali meno abbienti. E da qui sono nati i falsi miti sulla verginità femminile, giunti fino a noi: la donna deve rimanere vergine, perché la verginità è simbolo di purezza e castità. E quest’imposizione ci è stato appioppata per secoli, perché si credeva che una donna fosse più virtuosa se si “preservava”. Tutto questo, mentre gli uomini avevano mille relazioni extraconiugali e fuggivano ogni notte nei bordelli per giacere con quelle donne “perdute” che desideravano ma allo stesso tempo disprezzavano. Per tanto tempo si è creduto che le donne non provassero nessun desiderio sessuale e che non raggiungessero orgasmi: insomma, la sessualità femminile è sempre stata dominata dal patriarcato, progettata ad hoc per soddisfare i bisogni dell’uomo e vissuta passivamente.

I retaggi patriarcali non si decostruiscono in due giorni e infatti oggi, sebbene la situazione sia nettamente migliorata già rispetto al secolo scorso, c’è ancora molto da fare. La sessualità maschile non viene mai stigmatizzata e anzi, viene continuamente incoraggiata. Spesso, all’interno delle cerchie di amici al maschile, il valore di un uomo viene misurato anche in base alla quantità di sesso che fa: più donne per fare sesso “conquista” e più sarà stimato dai suoi pari. E ho parlato di conquista e di donne perché si tratta rigorosamente di relazioni etero in stile uomo predatore – donna preda. Tutto ciò avviene fin dalla giovane età: ragazzini appena adolescenti che si vantano delle loro esperienze sessuali (non) fatte per apparire più interessanti agli occhi degli amici. Un uomo che non rientra all’interno di questi standard sperimenta una buona parte delle pressioni che il patriarcato esercita anche sugli uomini. Per quanto la riguarda la sessualità femminile, vale tutto il contrario: si comincia da giovanissime quando realizziamo che nostro fratello minore può portare liberamente le ragazze a casa e noi invece dobbiamo stare attente a non farci scoprire quando frequentiamo un ragazzo. Poi, quando ancora siamo ancora totalmente inconsapevoli di cosa ci aspetta, i parenti cominciano a dire “ah, a 16 anni la rinchiudi in casa!”. Alle medie ti fidanzi con un ragazzo più grande e via, slut-shaming a non finire dai tuoi compagni. Durante l’adolescenza, subiamo tante di quelle offese legate alla nostra vita sessuale, che dopo un po’ la parola “troia” diventa parte della quotidianità e non suona nemmeno più così offensiva. Ci viene insegnato a distinguere le “sante” dalle “puttane”: le prime sono le donne di serie A, quelle meritevoli di rispetto. Le ultime, secondo i discutibilissimi standard della società, sono le donne sacrificabili, quelle che hanno deciso di non piegarsi al patriarcato, dunque anche coloro che vivono la sessualità attivamente e in modo consapevole. Anche le donne che decidono di mandare un video intimo al proprio fidanzato.

Queste differenze si riflettono sia sulla vicenda del docente di Urbino, sia su quella della maestra d’asilo di Torino. L’uomo ha deciso di dimettersi volontariamente, eppure nessuno gli è andato contro: il direttore stesso lo ha (giustamente) difeso, al contrario della direttrice di Torino che ha immediatamente deciso di licenziare la maestra. La notizia dell’insegnante scoperto a fare sesso in DAD in realtà non ha fatto molto scalpore, non ha indignato nessuno. Nessuno ha mai detto “non posso affidare i miei figli a un uomo che fa sesso”. Mentre per la maestra non è stato così, nonostante lei sia stata vittima di un reato: sono piovute critiche (a lei), slut-shaming, victim blaiming e il licenziamento. Nessuno ha deciso effettivamente di colpevolizzare il suo ex e tutte le persone che hanno continuato a far girare il suo video privato. Quella donna è stata violata prima dal suo compagno, poi da tutte le persone che l’hanno stigmatizzata per aver deciso di vivere la sua vita sessuale come meglio credeva.  Questo succede ancora oggi, perché in realtà una donna non è mai totalmente libera di usufruire del proprio corpo. È come se il nostro corpo non ci appartenesse ma fosse di proprietà della società, che ci impone di usarlo in modo da non risultare scomoda a nessuno. Usare il proprio corpo andando controcorrente significa inevitabilmente andare incontro alla rabbia misogina del patriarcato. Il docentedi Urbino ha deciso autonomamente di dimettersi, ma non ha subito nessuna conseguenza a livello sociale. Al contrario, la maestra di Torino è stata per settimane sulla bocca di tutti, subendo i peggiori insulti dalle stesse persone che minimizzavano il gesto del suo ex a goliardata: sì, lui ha sbagliato, ma lei? Perché le ha mandato quel video? Doveva aspettarselo. Purtroppo slut-shaming e victim blaiming nel 2021 sono ancora all’ordine del giorno, sono esperienze che accomunano tutte le donne e le survivor. Gli stessi media hanno dato molto credito alla vicenda della maestra di Torino, dando voce a tutti i soggetti della vicenda che la colpevolizzavano tranne che a lei, la vera vittima di tutto, e di fatto alimentando un sistema che letteralmente si nutre dell’odio per le donne.

I doppi standard sono una diretta conseguenza del patriarcato, e finché le donne continueranno ad essere discriminate per la loro vita sessuale, la situazione non cambierà. Lo stigma sociale per una donna sessualmente libera è ancora alto, lo abbiamo visto con la maestra di Torino e lo subiamo ogni giorno sulla nostra pelle. È un meccanismo subdolo che discrimina pesantemente le donne, le fa sentire in colpa e sporche, le colpevolizza di provare il più umano dei desideri. La sessualità libera, se praticata in modo consapevole e totalmente consenziente, può essere considerata un atto politico. E ora vi lascio con una riflessione molto cruda: Silvio Berlusconi è diventato Presidente del Consiglio e Donald Trump Presidente degli USA. Entrambi alle loro spalle avevano vari scandali riguardo la loro vita sessuale. Però questo non ha impedito loro di continuare sia l’attività imprenditoriale che quella politica. Ne sono usciti puliti, zero conseguenze sociali, e anzi, lì fuori c’è molta gente che li stima anche perché manifestano la tipica immagine del macho che esprime la sua mascolinità attraverso il sesso. Una maestra a Torino invece ha subito uno slut-shaming pesantissimo e ha perso il suo lavoro per aver mandato un video intimo al suo ragazzo. Credete che se ci fosse stata una donna al posto di Trump o Berlusconi, avrebbe governato ancora a lungo?

Giorgia Brunetti

In copertina: fotografia di Deborah Perrotta, si ringraziano Sara Quercioli e Andrea Macchi per aver prestato i loro volti.

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Coup d’Etweet

“La terza notizia interessante è che la scelta del termine post-truth era stata compiuta già prima che i risultati delle elezioni americane fossero noti. È proprio la recente campagna elettorale statunitense a offrirci una collezione di elementi tale da restituire una vivida idea di quel che significa vivere ai tempi della post-verità […] Sbagliato e ingenuo, però, sottovalutare la crescente rilevanza e il peso del fenomeno costituito dalla vorticosa diffusione delle bufale, e il conseguente avvento della post-verità. Le bufale e le credenze in sé sono false, ma il fenomeno delle bufale e delle credenze diffuse in rete è del tutto reale.” 
(Annamaria Testa, Internazionale, 22 novembre 2016)

Le elezioni per il Presidente degli Stati Uniti d’America si tengono il primo martedì di novembre e, tendenzialmente, permettono di capire chi sarà il prossimo capo di Stato del più potente Paese occidentale nei prossimi quattro anni. Quest’anno si sono tenute il 3 novembre e hanno dichiarato Joe Biden il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, seppur dopo diversi giorni. Nonostante i seggi vengano chiusi martedì sera, il presidente-eletto si insedia nell’ufficio ovale solo a partire da metà gennaio, lasciando la precedente amministrazione (o la stessa, in caso di conferma) al comando per settimane. La simpatica definizione per l’amministrazione uscente è lame duck, un’anatra zoppa, per dire che, sì, è ancora in carica, ma non detiene più molto potere.

Questo giro, Donald ha deciso di non essere duck. Non zoppa perlomeno.

Indossando un cappello MAGA (Make America Great Again) e imbracciando una serie di cause legali negli stati in bilico dove i risultati ufficiali hanno assegnato all’ultimo la vittoria ai democratici, il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti ha tentato e sta tentando fino all’ultimo di ribaltare il risultato delle elezioni, conclamando una vittoria rubata e sottratta ai Repubblicani tramite una serie di evidenti brogli elettorali (BBC News) Così evidenti che Trump ne denunciava la realizzazione addirittura mesi prima delle elezioni stesse, dimostrando un grande potere premonitore.

Nelle cause, gli avvocati di Trump parlano di decine di migliaia di voti irregolari, sottoscritti per persone morte o in numero maggiore rispetto agli abitanti della popolazione. Tutto ciò è stato largamente rigettato in Georgia, in Wisconsin, in Michigan, in Nevada, e in Arizona, sia da singoli giudici che dalle Corti Supreme dei singoli stati, giudicando le motivazioni prive di fondamento e base legale. Oltre ciò, anche lo stato del Texas, supportato da Trump, ha mosso una lawsuit contro le procedure elettorali in questi stati ma la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rifiutato di accoglierla in quanto il Texas mancava della posizione legale per portare avanti la causa. In Georgia e in Wisconsin un ulteriore riconteggio ha confermato la vittoria di Joe Biden (CNBC)

In pratica, non c’è alcuna motivazione per ritenere le elezioni truccate o invalidate in qualche modo. Dopo la vittoria democratica dei due senatori della Georgia nella giornata del 6 gennaio, Jon Ossof e Raphael Warnock, i democratici hanno ufficialmente preso controllo sia di Camera che di Senato, oltre che della Casa Bianca (Financial Times). Nella stessa giornata, Senato e Camera si sono riunite a Capitol Hill, Washington DC, per inaugurare Joe Biden come presidente e confermare la sua vittoria. Dal momento che tale riunione cerimoniale è presieduta dal vice-presidente in carica, Donald Trump ha giustamente pensato di scaricare la responsabilità sul suo amico Mike Pence, dichiarando che lui avrebbe il potere di fermare la procedura e sovvertirne l’esito. Altre fonti hanno poi suggerito che Mike, mica scemo, abbia detto a Donald che lui in verità non è che ha tutto questo potere. Trump, forse più scemo, ha dichiarato invece che le dichiarazioni riguardo le dichiarazioni di Mike sono fake news (New York Times). Tutto è il contrario di tutto.

Intanto Mike Pence ha cambiato la sua immagine di copertina di Twitter con una foto di Joe Biden e Kamala Harris.

Ora, caro lettore capitato a leggere questo articolo per capire un po’ che cos’è questo bordello che è inaspettatamente esploso oltre oceano al termine di una tranquilla giornata di Epifania, probabilmente tu non simpatizzi Trump. Non è detto che Biden ti faccia impazzire ma è poco plausibile tu sia uno di quelli che andrebbero in giro con il berretto Make America Great Again e una semiautomatica sulle spalle. Forse, eh, poi ognuno è liberissimo di fare quello che vuole. leggere quello che preferisce, vestirsi come meglio crede. Dico questo perché questo non è il genere di articoli che quella minoranza chiassosa dei supporter di Trump andrebbe a leggere. Anzi, articoli che gli sarebbero capitati. Sì perché oramai il 44% della popolazione si informa tramite Facebook (The New Yorker) e la libertà e democrazia fornita dai social media sono un’arma tanto potente quanto pericolosa, che può trasformarsi “in palazzi degli specchi nei quali ciascuno cerca e trova solo conferme alle proprie opinioni, e vede riflessi solamente se stesso, la propria rabbia e il proprio malessere.” (Internazionale). Specialmente in America, questo meccanismo, assieme ad una politica sempre più divisiva, ha generato una netta e apparentemente invalicabile separazione tra cittadini che vedono l’altra fazione come un acerrimo nemico della libertà. 

Questa è il tempo della post-verità. Non è importante l’evidenza a sostegno di un fatto. Io ho la mia verità, quella è. Non mi interessa quello che dice la CNN, Fox News, CNBC, i mass media, sono solo fake news. Non mi interessa quello che dicono gli altri, sono corrotti. Questa è la mia verità. Le elezioni sono truccate, lo so. Credo nel mio Presidente, questo so. Ho tante altre persone che come me sanno la verità. Tutti i conteggi in Georgia, Arizona, Wisconsin, Michigan non contano. I dati non possono ribaltare quello in cui credo.

Ecco perché, nella giornata di ieri, dopo la vittoria dei due Senatori democratici in Georgia, il Congresso americano è stato attaccato da una folla di manifestanti pro-Trump, violenti suprematisti bianchi, convinti dell’assurda irregolarità delle elezioni di novembre e ancora più convinti che Joe Biden sia un presidente illegittimo che merita di essere fermato. Anche con la violenza se necessario. I manifestanti sono riusciti a forzare l’ingresso e penetrare nelle mura di una delle più importanti istituzioni della Democrazia Americana. Forzare è un termine in verità relativamente iperbolico, dal momento che diversi filmati mostrano una blanda resistenza delle forze dell’ordine e quasi un lasciapassare che, molto probabilmente, non sarebbe stato dato a manifestanti con un diverso colore di pelle. Dopo mesi di violenze e sofferenze per la morte di George Floyd, queste immagini colpiscono ancora più nel profondo e fanno ancora più male.

https://www.buzzfeednews.com/article/stephaniemcneal/videos-of-capitol-riot
“When the looting starts, the shooting starts” (Donald J. Trump, 2020)
Tear gas, pepper balls used on Denver crowds in George Floyd protests  Thursday night – Longmont Times-Call
Proteste del movimento Black Lives Matter in Denver
Ci è arrivato anche Guy Verhofstadt

Le immagini successive delineano a tutti gli effetti un colpo di Stato: i Senatori sono stati fatti evacuare e i golpisti hanno fatto irruzione nelle alte aule della legislatura, sedendosi sulle poltrone, negli uffici, distruggendo e rubando cosa potesse capitare loro a portata di mano.

Oregon's congressional delegation condemns 'attempted coup' in U.S. Capitol  - oregonlive.com
https://www.oregonlive.com/politics/2021/01/rep-peter-defazio-at-the-capitol-were-looking-at-an-attempted-coup.html

Nonostante l’evidente differenza di trattamento con le proteste di Black Lives Matter, ci sono stati diversi spari e purtroppo una donna ha perso la vita. Un’amica americana mi diceva che prima di quest’anno neanche sapeva che giorno fosse la ratificazione delle elezioni, era sempre stato considerato così anonimo. Probabilmente d’ora in avanti è una giornata che difficilmente gli americani dimenticheranno.

E il Presidente? Che fa?

“Mi chiami il Presidente” “Signore è lei il Presidente” “Bene, allora so già tutto”

Mentre le proteste esplodevano e la folla entrava dentro Capitol Hill, costringendo i senatori e i deputati a mettersi in fuga, tutti aspettavano una risposta del Presidente, in nome del quale gli stessi golpisti si sono fatti largo oltre le transenne. La scelta di attivare la Guardia Nazionale di Washington DC per calmare le proteste è stata approvata dal vicepresidente Mike Pence, non dal Presidente in carica (Il Post).

Dal canto suo, le risposte di Donald J. Trump sono state le seguenti:

https://www.nbcnews.com/video/schumer-calls-capitol-rioters-domestic-terrorists-says-trump-holds-blame-98998341676
“We love you. You’re very special. Go home peacefully”

“These are the things and events that happen when a secret landslide election victory is so unceremoniously & viciously stripped away from great patriots who have been badly & unfairly treated for so long. Go home with love & in peace. Remember this day forever!”
(Dall’account twitter @realDonaldTrump)

Qui c’è la sintesi di gran parte dei problemi che hanno colpito l’America in questi quattro anni, e non solo. Nessuna condanna, nessuna negazione della legittimità delle proteste. La tacita autorizzazione da parte di un’alta autorità alla distruzione di consolidate istituzioni democratiche. La continua e costante propagazione di false informazioni, volte solo ad aumentare il risentimento e l’odio, la frustrazione, la rabbia. L’account Twitter di Donald J. Trump è stato al momento bloccato ma il messaggio è stato trasmesso e diffuso. 

Questo è il risultato delle parole. Questa la forza del linguaggio che per anni ha bombardato un’intera nazione. La polarizzazione e la divisione tra persone che ha portato all’attentato alla senatrice Gabrielle Giffords nel 2012, alle proteste per la morte di George Floyd la scorsa estate, al colpo di Stato della giornata di ieri. Non è neanche impensabile a questo punto temere per l’incolumità di Biden, Harris, o anche Pence. Vale tanto per i Democratici quanto per i Repubblicani. 

Se c’è una lezione che possiamo trarre da questi eventi e in generale, dai grandi cambiamenti che abbiamo vissuto negli ultimi mesi, è che il linguaggio e l’importanza delle informazioni sono essenziali per il corretto funzionamento delle istituzioni e della Democrazia. Dopo l’attentato a Capitol Hill, i senatori e deputati si sono riuniti per concludere la procedura della conferma delle presidenziali. Nei loro discorsi, molti hanno condannato le azioni di ieri, soprattutto i Democratici nei confronti di Trump. Alle ore 3.30 di notte, ora italiana, Mitt Romney è stato finora l’unico senatore repubblicano ad addossare la responsabilità dell’insurrezione a Donald Trump. Qui si evidenzia il problema. Questo è un risultato di anni di disinformazione e inasprimento del linguaggio politico, di divisione tra Democratici e Repubblicani, frutto soprattutto dei messaggi propagandati dai mass media e dagli stessi politici. Gli eventi del 6 gennaio 2021 fanno male perché evidenziano tanti problemi del sistema della più grande Democrazia occidentale. E fanno male perché, in fondo, potevano essere previsti.

 Per concludere con le parole del vicedirettore del Post, Francesco Costa:

Questo è il punto di arrivo di vent’anni di cinico sdoganamento di ogni posizione estremista, violenta, irrazionale e complottista, portato avanti negli Stati Uniti non dai casi umani che in questo giorno triste hanno fatto irruzione al Congresso bensì da deputati, senatori, presidenti e sedicenti giornalisti che hanno fatto una gran carriera lisciandogli il pelo.
È quello che succede quando si gioca al colpo di stato pur di farsi notare, tanto sono solo parole, che vuoi che sia. Quando si attaccano le istituzioni e le pratiche della democrazia pur di ottenere un micragnoso vantaggio politico, tanto ci sarà qualcun altro a difenderle. Quando si sostengono idee assurde e disoneste spacciandole per posizioni politiche, tanto si potrà sempre accusare di faziosità chi lo farà notare […] Non è una questione di essere di destra o di sinistra, a meno di non voler associare la destra in quanto tale al circo imbarazzante di oggi a Washington DC. È questione di essere persone in grado di vivere in una società oppure no.”

E per essere in grado di vivere in una società, bisogna fare attenzione alla comunicazione e al flusso di idee che circolano e che si alimentano. Allora è meglio non sottovalutare quel post, quella frase, quelle parole, quel tweet. Perché quel tweet ha un peso non indifferente. Quel tweet ha un peso che il tetto di Capitol Hill non è evidentemente più in grado di reggere.

Matteo Caruso

SITOGRAFIA:

Sperare per non soccombere

Lo ammetto, non sono solito leggere i giornali. Per mancanza di tempo, per comodità e soprattutto per pigrizia mi sono abituato anche io alle notizie flash di internet, o al limite alla confortevole voce del giornalista di turno che legge il servizio al telegiornale. La scorsa domenica, però, preso forse dalla nostalgia del cartaceo, ispirato dal torpore domenicale di una bella mattinata di sole, ho comprato il Corriere della Sera. Ho cominciato a leggere le notizie e, come ormai succede giocoforza da mesi, riguardavano tutte la pandemia da coronavirus che stiamo vivendo. Stavo quasi per rinunciare, preso dallo sconforto, dalla tristezza, dallo sgomento di fronte a questa situazione che sta fiaccando ogni residua speranza nel futuro. Poi l’illuminazione, a pagina trentatré e porta la firma di Walter Veltroni. Il titolo è “Nuove strade dopo la caduta” e sembra leggermi nel pensiero.  

Veltroni parte da una celebre frase di Robert Kennedy riguardante il PIL e la sua incapacità, come indicatore economico, di misurare effettivamente la qualità di vita del popolo di un Paese. Da questa premessa Veltroni fa partire una riflessione sulle implicazioni che la pandemia sta causando in tutto il mondo: quelle economiche, certo, ma nondimeno quelle psicologiche.

“La seconda ondata della pandemia così violenta e globale, pesa come un macigno sullo stato d’animo di tutti. Un recente sondaggio dice che, nel definire quali siano le emozione che provano in questo momento, il numero degli italiani che india la tristezza ha superato chi sceglie la speranza.
Finora non è stato così. Né a marzo, né nei mesi successivi. Il sentimento che prevale su tutti, con il 57% delle indicazioni, è l’insicurezza, poi col 29 la tristezza, col 27 la speranza, col 25 la paura, col 24 l’angoscia e anche la rabbia, col 18 la rassegnazione. La fiducia raccoglie solo l’undici per cento. […] Il quadro che ne emerge è di un Paese in depressione. Economica, sociale in primo luogo. Ma anche psicologica e questo non dovrebbe preoccupare di meno.”


Il sondaggio citato da Veltroni fotografa a pieno la percezione dei miei sentimenti e quelli che mi sembra di percepire dalle persone che mi circondano: la mia famiglia, i miei cari, i miei amici, ma anche le persone che si incontrano per strada o nelle poche attività commerciali che ancora sopravvivono alle chiusure e alla crisi. Tristezza, disperazione, angoscia, sgomento, sfiducia: in una parola depressione. Una parola che in Italia viene presa ancora con troppa leggerezza, come se non fosse una vera malattia, e che ogni anno interessa sempre più persone con effetti devastanti. Una situazione come quella che stiamo vivendo è un terreno fertilissimo per questa malattia: rapporti sociali sempre più difficili, isolamento, incertezza nel futuro, percezione della morte come un qualcosa di molto vicino, per noi e per i nostri cari, notizie negative da cui veniamo bombardati ogni momento.

“Insicurezza, tristezza, rabbia, paura, angoscia, rassegnazione. Sentimenti dolorosi, e pericolosi, quando riguardano un’intera collettività. […] C’è insicurezza, in testa al disagio degli italiani. Non prevale la rabbia, finora. Prevale il timore, la tristezza, la paura del futuro.”

Viene da chiedersi quali siano le soluzioni, o quantomeno dei possibili palliativi, e cosa possono fare le istituzioni per non far sprofondare il Paese in una pericolosissima depressione collettiva.

“Lo stato d’animo dei cittadini è qualcosa che riguardi il decisore politico e istituzionale? Io credo di sì. Non nel senso che esso di debba dedicare  a descrivere prescrittivamente come passare le feste di Natale in famiglia, ma in quello più alto e nobile che ha a che fare con la propria prepicua responsabilità. Decidere. Non rinviare, non alimentare una sensazione di insicurezza. Essere rigorosi, competenti, uniti, autorevoli. Dare sicurezza ai cittadini.”

Veltroni centra il punto, a mio avviso: la sensazione che si ha è l’insicurezza perché a livello istituzionale è lo stato d’animo prevalente. Manca coesione politica e decisionale, abbondano DPCM e nuove misure ogni manciata di giorni, non si ha una linea precisa su come affrontare i giorni che verranno. Ciò è dovuto alla notevole mutevolezza della situazione, certo, ma anche a una gestione dell’emergenza poco decisa da parte delle istituzioni, che risultano spesso frammentate, indecise: ciò genera inevitabilmente confusione e degli scaricabarile che acuiscono ancora di più l’incertezza nel cittadino. Non chiediamo alle istituzioni di avere la bacchetta magica e risolvere con semplicità e rapidità una pandemia, un evento che sta sconvolgendo e cambiando il mondo. Prosegue Veltroni:

“E poi avere la umile e coraggiosa ambizione di accendere un sentimento vivo nelle persone. Mai, come in momenti simili, si ha bisogno di alimentare negli altri un’idea di futuro. Non dare l’illusione che tutto tornerà come prima, ma disegnare come una società nuova potrà nascere sulle ceneri di questa spaventosa crisi: la formazione, l’ambiente, il lavoro, un paesaggio sociale inedito.
[…] Bisogna accendere il razionale desiderio di partecipare a un viaggio nuovo, carico di aspettative e di possibilità. Perché nulla sarà più come prima. Né nel lavoro, né nelle relazioni umane. […] E dunque bisogna cominciare a progettare una nuova possibile, vita.”

Questo è quello che chiediamo alle istituzioni, come cittadini: la possibilità di sperare nel futuro. Perché solo la speranza, la fede in qualcosa di migliore che verrà, ci dà la possibilità di stringere i denti e saper soffrire nei momenti di difficoltà senza soccombere alle avversità. Quindi va bene informare sui rischi, responsabilizzare i cittadini attraverso la sana paura del contagio, nostro e dei nostri cari: ma dateci anche l’opportunità di sperare che le cose cambieranno, che ci sarà un futuro migliore. Cominciamo a pianificarlo, insieme, prima che il Paese intero cada in depressione e si arrivi al punto di non ritorno.

“Il Paese ha un disperato bisogno di sperare, per andare avanti.”
 
Veltroni conclude con questa frase il suo articolo, e credo ci sia ben poco da aggiungere.

Danilo Iannelli



Le citazioni sono tratte dall’articolo a pag.33 del Corriere della Sera del 22/11/2020.





Revenge porn: mettiamo a nudo la questione

Durante la Prima Guerra Mondiale, gli innamorati si scambiavano epistole, oggi ci inviamo i nudes. Dall’avvento dei social network, e in particolare delle app di messaggistica, non solo il modo di comunicare è stato totalmente rivoluzionato, ma anche l’espressione della propria sessualità ha subito profondi cambiamenti. Già, è finito il tempo delle lettere e dei pomeriggi passati attaccati alla cornetta del telefono fisso: oggi abbiamo il sexting. Il sexting consiste nello scambiarsi messaggi “hot” e materiale erotico (foto/video). Equivale, quindi, a fare sesso virtualmente. Dunque, allo stesso modo del sesso, è un momento intimo condiviso tra due persone consenzienti (o più di due, nel caso dei rapporti poliamorosi). Purtroppo, però, nel sexting non sempre tutto fila liscio come l’olio, soprattutto se si è donne. Essere una donna sessualmente libera nel 2020, in Italia, è ancora un taboo. Proprio per questo motivo la libertà sessuale può essere considerata un atto di rivoluzione politica.

Siamo a Torino. Una maestra d’asilo e un calciatore iniziano a frequentarsi, finché si viene a creare il contesto ideale per il sexting e la ragazza decide di inviargli un video intimo. A quel punto, il ragazzo invia il video sul gruppo di calcetto. Il video finisce tra le mani della moglie di uno dei ragazzi del calcetto, che riconosce la donna (era l’insegnante di suo figlio). Dopodiché, il video fa il giro del mondo e arriva nelle chat delle altre mamme. La maestra riceve minacce e intimidazioni dalle mamme. Al culmine di tutto ciò, la preside riceve il video e licenzia la ragazza.

Questa storia è tragica ed emblematica per la questione “revenge porn” se la si osserva sotto vari aspetti. Sì, perché appena dopo la vicenda, varie testate giornalistiche hanno postato la notizia sui social e sono fioccati commenti in stile victim blaiming nei quali i vari “tuttologi del web” si sono sentiti in diritto di esprimere il loro disappunto nei confronti della maestra che secondo loro “se l’è cercata”. E non solo: basti pensare alle mamme e la preside che, in barba alla solidarietà tra donne, hanno deciso, rispettivamente, le prima di diffamarla e la seconda di licenziarla. Ma non finisce qui: l’avvocato del ragazzo che ha diffuso per primo le foto ha minimizzato la questione a “un gesto fatto senza voler ferire”. E infine, ciliegina sulla torta: La Stampa dà voce a uno degli accusati, presente nel gruppo di calcetto, che afferma che “se mandi filmati osè devi mettere in conto il rischio che qualcuno li divulghi”; e ancora “non posso tollerare che chi si occupa dei miei figli faccia determinate cose” (cioè, quali cose? Sesso? Se il signore la pensa così, forse non dovrebbe nemmeno averli, dei figli…). Sempre lo stesso accusato ha semplificato il tutto a un semplice atto di “goliardia”.

“Boys will be boys but girls will be women”

Goliardia. Non è la prima volta che si abusa di questo termine quando non si riesce a capire la gravità e la matrice culturale del problema che si ha di fronte. Infatti, uno dei punti cardine del patriarcato è proprio aspettarsi che gli uomini siano eterni bambinoni, in modo da poter giustificare qualsiasi loro azione, anche le più sconsiderate, come in questo caso. Il famoso “boys will be boys”. Mentre dalle donne, fin dalla tenera età, ci si aspetta compostezza e maturità. Non è un caso che, quando una donna ha le sue prime mestruazioni, le venga detto “ora sei diventata signorina!”: per lei finisce l’infanzia, è tempo di maturare e di cominciare ad addossarsi tutte le colpe degli uomini. Ed è esattamente la situazione che ritroviamo analizzando la vicenda di Torino: una donna, padrona della sua sessualità, subisce una violenza di genere, ma il suo carnefice viene deresponsabilizzato. Lui può permetterselo, perché essendo nato uomo può continuare ad incarnare l’eterno bambinone immaturo e senza responsabilità sopracitato, mentre lei si merita la gogna per aver sfidato le regole della sessualità femminile imposte dal patriarcato. Questo è, dunque, ciò che viene chiamato “victimg blaiming”, ovvero la colpevolizzazione della vittima. Meccanismo subdolo che, non di certo per caso, viene adottato dall’individuo medio per approcciarsi ai casi di violenza di genere, in particolare quando si tratta di abusi e molestie sessuali. Chiedetevi se applichereste mai il victim blaiming ai casi di omicidio o furto: ovviamente non lo fareste, perché è un meccanismo nato apposta per umiliare e condannare le donne nonostante siano loro ad aver subito una violenza. Il victim blaiming è efficiente allo status quo, quindi va abolito e sradicato.

Non siamo state create dalla costola dell’uomo

In Italia, il revenge porn è diventato reato dal 19 luglio 2019, la pena prevede la reclusione da uno a sei anni e una multa da 5000 a 15.000€. Il carnefice ha risarcito la donna e ora sconterà un anno di lavori socialmente utili. Purtroppo, sarà la vittima a pagare il prezzo più alto della “goliardata” machista del suo ragazzo. E non finisce qui, perché il suo ragazzo, gli amici del calcetto e le altre mamme non sono state le uniche persone a violare la sua privacy: è proprio in questi giorni che gli oggetti di ricerca in tendenza su PornHub sono “maestra d’asilo” e “maestra italiana”. Questo significa che un numero copioso di utenti della piattaforma di porno mainstream più famosa al mondo ha digitato più volte sulla barra di ricerca il suo nominativo alla ricerca di un video condiviso non consensualmente. E questo deve far riflettere, perché su PornHub si trovano video di ogni tipo e per tutti i gusti, quindi se migliaia di persone hanno deciso di cercare un oggetto specifico – che, ribadiamo, era un video condiviso senza il consenso della protagonista – significa che la violenza di genere reale li eccita più della finzione. Perché guardare un video privato, proibito, su cui la persona che l’ha girato non ha più il controllo, fa sentire potenti quegli uomini piccoli, con un ego fragile, che credono che le donne siano degli oggetti sessuali creati per il loro piacere. Cosa credete abbia spinto il carnefice della storia di Torino a condividere il video della sua ragazza? Lui voleva esporla ai suoi amici come se fosse un trofeo – appunto, un oggetto – per potersene vantare. È sempre stato così, fin dall’alba dei tempi. Non è un caso che Eva sia stata creata dalla costola di Adamo: lei era il suo oggetto, nata solo ed appositamente per soddisfare i suoi bisogni e piaceri, per fargli compagnia. Anche durante le guerre avviene un fenomeno crudele: gli stupri di guerra. Il popolo vincitore, per affermare il suo potere sui vinti, compie degli orribili stupri a danno delle donne del popolo sconfitto (non solo, spesso anche a danno di bambini e uomini). E questo perché? Perché lo stupro è un mezzo di affermazione della propria autorità (solitamente maschile, ma non solo) su una persona che si trova più in basso nella gerarchia sociale (nella maggior parte dei casi donne, ma spesso anche altri uomini). Dunque, nel revenge porn, come nello stupro, la vittima diventa un oggetto agli occhi maschili. Che sia un oggetto da umiliare o da esporre come un trofeo, in entrambi i casi subentra la forte disparità di potere sociale tra uomini e donne.

Sorelle di genere, nemiche per scelta

Questa vicenda si differenzia dalle altre violenze di genere per un particolare: i carnefici non erano tutti uomini. Infatti, dopo che il video della maestra è stato inoltrato nella chat del calcetto, è finito tra le mani di una delle mamme dei bambini a cui insegnava. Lei l’ha inoltrato alle altre mamme, che l’hanno minacciata. In qualche modo, il video è arrivato nella chat della preside che ha deciso di licenziarla. Oggi si dice spesso che “le peggiori nemiche delle donne sono altre donne” e questa storia sembrerebbe confermarlo. Ma è davvero così? Sebbene molte persone credano che la competizione femminile sia innata, la realtà dei fatti è un po’ più complessa: siamo tutte e tutti immersi nella cultura patriarcale, ne subiamo una profonda influenza fin dalla nascita, fin da quando, appena nati, ci fanno indossare la tutina del colore stereotipicamente associato al nostro genere, dando per scontato che, crescendo, rispetteremo aspettative e ruoli di genere ben precisi. Alle bambine viene insegnato fin da piccole a competere fra di loro per l’attenzione maschile. Si sente spesso dire, ad esempio, che nelle classi scolastiche di sole donne c’è bisogno di un uomo che si ponga come mediatore di eventuali litigi femminili. Veniamo bombardate di concetti simili, da sempre. Ci convincono che saremo qualcuno solo se otterremo il consenso maschile, ed è questo che ci porta a competere fra di noi. La misoginia interiorizzata dalle donne è un meccanismo di adattamento alla società che le porta a denigrare ad altre donne, in modo da affermarsi su di loro e avvicinarsi il più possibile al genere maschile e da accedere ad alcuni privilegi. Il femminismo mira a smontare questa concezione errata delle donne competitive, perché non è quello che siamo, bensì quello che vogliono che noi siamo. La competizione tra donne è funzionale al mantenimento del patriarcato, perché è un metodo implicito per continuare a colpevolizzare il genere femminile. Ne è la conferma il fatto che si crede senza pensarci due volte allo stereotipo delle donne nemiche e competitive fra loro, ma quando si sposta il focus sulle responsabilità maschili si manifestano le prime esitazioni. Nessuno si sognerebbe mai di dire che gli uomini sono i nemici delle donne, e anzi, in tal caso si urlerebbe immediatamente al “sessismo inverso”: eppure i dati ci dicono che la violenza sulle donne perpetrata da uomini è un fenomeno sociale. Ovviamente, i nemici delle donne non sono gli uomini. È innegabile, però, che gli uomini abbiamo un maggior potere sociale: per questo, se fossero loro ad esporsi contro il patriarcato sarebbero paradossalmente più credibili di noi donne.

Né la prima né l’ultima vittima

Non è la prima volta che immagini private e intime vengono diffuse senza il consenso delle proprietarie. Pochi mesi fa è scoppiato lo scandalo dei famigerati gruppi su Telegram. In queste chat, gruppi di migliaia di uomini (e spesso anche donne) si scambiavano materiale pornografico non consensuale come se si trattasse delle figurine dei Calciatori Panini. Donne, inconsapevoli, che subivano veri e propri stupri virtuali. Su quei gruppi potrei essere finita io, o qualche mia amica, ed è uno dei prezzi da pagare per essere donne in una società patriarcale e misogina. E non è tutto: molte delle foto che venivano condivise erano semplici post presi da Instagram o dagli altri social network (che, oltretutto, in alcuni casi venivano spogliate con dei programmi appositi). Questo la dice lunga su come non siano la libertà sessuale e la nudità ad istigare gli uomini ad oggettificare le donne: nudes e foto di volti condividevano lo stesso oscuro destino sui gruppi di Telegram. La vicenda di Telegram mi colpì molto per un particolare. Gli uomini sui social continuavano a scrivere imperterriti “Not all men” in risposta alle femministe. La prima cosa che pensai è “non tutti gli uomini sono coinvolti e non tutte le donne sono finite sulle chat di Telegram. Eppure, molte di noi sono spaventate tanto da renderlo un problema di genere. Perché gli uomini non fanno lo stesso? Perché al posto di deresponsabilizzare e difendere a spada tratta il proprio genere di appartenenza non provano ad interrogarsi sul perché così tanti uomini – così tanti da rendere la violenza sulle donne un fenomeno sociale – si comportino in un certo modo?”

Ritornando al termine “goliardata”, è d’obbligo accennare il caso di Tiziana Cantone, ennesime vittima di revenge porn, la cui storia è terminata con il suicidio. Il ragazzo che ha deciso di gettare la maestra in pasto allo stigma sociale, ha mai pensato al dolore e al trauma psicologico che potrebbe averle causato? Se davvero le sue intenzioni fossero state goliardiche e innocue (“senza voler ferire” come ha dichiarato l’avvocato del diavolo), avrebbe quantomeno provato a fare un paragone con il caso Cantone. Perché una goliardata non ha nessun impatto psicologico e sociale sulla tua vita, il revenge porn sì.

Giorgia Brunetti

Fonti: