Archivi categoria: Cultura

Serenissima Distonia 1 – Favola veneziana

Si dice che Venezia-Santa Lucia sia una stazione. In realtà si tratta di una sorta di portale spazio-temporale.
Il dedalo ferroso delle rotaie, la frenesia dei monitor che dettano coincidenze, partenze e arrivi, facendo e disfacendo nomi di stazioni, orari e numeri di binari sul display, lasciano improvvisamente spazio allo sciabordio del Canal Grande. La sensazione di aver varcato un confine fra presente e passato inizia a farsi strada, complice la nebbia che abbraccia il paesaggio, lasciando spuntare solamente il vetro roseo dei lampioni squadrati. Il Ponte degli Scalzi è granitico, immobile, come un Minosse a giudicare se potrai addentrarti nelle bolge dorate di Venezia. Bagagli in spalla e ,scalino dopo scalino, devi conquistarti il passaggio all’altra riva.

La città suggerisce di essere qualcosa a sé stante, sostanzialmente morta, ma come un mausoleo di antichi demoni, l’urlo silenzioso che proviene dal lungoriva del Canale, adornato dai lampioni ottocenteschi, è assordante: è quello di Storie lontane e romanzi d’avventura.
La veduta della città è sublime, così coinvolgente, raffinata, elegante, ferma da suscitare quasi orrore. Sono passati pochi minuti, ma mi sento già fuori luogo. Qui vige un ordine delle cose che esula dal tempo.
Pratt ambienta una delle avventure di Corto Maltese “Favola Veneziana” in città e la descrive come fosse una grande Scala di Escher: un dedalo senza vie d’uscita, dove nuove direzioni, nuovi vicoli, nuove calli compaiono improvvisamente. Lì dove prima pensavi ci fosse una strada cieca, si aprono nuovi percorsi e spesso avventurarvisi è un atto di tracotanza verso passati oscuri che è meglio non esplorare.
Venezia è esoterica per definizione: Corto, alla fine della sua avventura, dice -In questa città accadono cose incredibili!- è vero, ma la sensazione è che avvengano sempre mentre sei girato di spalle. Rimane sulla pelle, quell’accenno di pelle d’oca, quella consapevolezza che qualcosa intorno a te sia in continuo movimento, ma che tu non possa vederlo.

Verso Rialto turisti e commercianti iniziano a farsi più frequenti e sembra che lo spazio-senzatempo veneziano venga disturbato pericolosamente da un anelito di vitalità. Sono, con molta probabilità, avventori al primo giorno in città che, presto, verranno richiamati all’ordine dallo spirito di Venezia.
Complice la foschia, ognuno cammina per sé, non si mischia con l’altro, come se tutti stessero vivendo un proprio romanzo all’interno di quel palcoscenico unico che è la Serenissima.
Da qualche finestra sventolano dai balconi alcune bandiere. “Venezia non è morta”.
Non saprei. Penso. Qui tutto sembra un purgatorio dorato.
Ogni sottoportego, ogni calle, sembra potenzialmente non finire mai, l’oscurità dei vicoli veneziani è seducente, sembra richiamarti, quasi che alla fine dei viali si nascondano tesori d’altri tempi.
Calle Falier, dove dormiamo, è una piccola strettoia, soffocata fra i palazzi. La notte, col buio e la nebbia non si riesce a vedere a più di un metro di distanza.
Venezia di notte è tremendamente spaventosa. Sei solo, al centro di una storia millenaria fatta di ladri, signori, artisti e illusionisti. È una lotta impari da combattere, un passo in più ed il rischio di essere inghiottiti nelle antiche storie veneziane e non uscirne più è troppo alto.
Meglio dormire: è la città stessa che te lo consiglia. Meglio che i misteri rimangano tali. Questo è il patto su cui Venezia regge il suo malinconico splendore.
Il primo sonno in città sembra essere l’ennesima beffa della Serenissima, uno dei suoi surreali sotterfugi. Al mattino, infatti, non c’è più traccia della nebbia. Mi rendo conto di aver tratto le mie conclusioni troppo presto. Eppure Venezia e la foschia sembravano fatte l’una per l’altra, come se la seconda fosse un vestito su misura, confezionato appositamente per cadere elegante e perentorio sulle curve dei canali e dei palazzi nobiliari. Il sole di questo secondo secondo giorno veneziano, invece, sembra prendersi gioco dei viaggiatori, raccontando una città che era rimasta nascosta.

I canali sono trafficati, un pungente odore salmastro penetra le vie e il legno con cui sono rattoppati alcuni edifici interni ai sottoporteghi luccica, pizzicato dai raggi solari, lasciando trasparire un’essenza marinara più popolana. Gru e ganci lavorano, sferragliando, fra una barca e l’altra, corrieri amazon approdano con piccoli motoscafi sulla terra ferma e la modernità sembra aver violentato, in una notte, il candore antico di Venezia.

Mi sono addormentato in un racconto di Edgar Allan Poe e mi sono risvegliato in una riedizione italiana di una Chiba City un po’ cyberpunk.

Lorenzo Giardinetti

La comunicazione tra intestino e cervello

L’asse intestino-cervello è uno degli argomenti più studiati negli ultimi anni nel campo scientifico. Cervello e intestino sono due organi ben distinti, che apparentemente non sembrano essere collegati tra loro, ma in realtà sono strettamente connessi e il loro rapporto ha un impatto importante sulla salute dell’organismo.

L’intestino è un organo deputato alla digestione degli alimenti che ingeriamo che ha un sistema nervoso autonomo e grazie a questa caratteristica di autoregolazione nella gestione degli stimoli è definito “il secondo cervello” del corpo umano.

Ultimamente le ricerche si stanno concentrando sul microbiota intestinale, cioè l’insieme dei microrganismi regolatori dell’asse intestino-cervello. Questi microrganismi, i cui principali sono sono Bifidobacterium, Lactobacillus ed Eubacterium, sono pari quasi a tre volte il totale delle cellule dell’intero corpo umano.

Nel libro “L’intestino felice”, la gastroenterologa tedesca Giulia Enders cita l’esperimento del nuoto forzato, che è uno degli studi più significativi su questo tema: un topo viene messo in un contenitore pieno d’acqua e, poiché non tocca il fondo, agita le zampette per cercare di tornare sulla terra ferma. Per quanto tempo il roditore riuscirà a nuotare per cercare di arrivare al suo obiettivo? I ricercatori hanno somministrato alla metà dei topi un batterio fondamentale per l’intestino il Lactobacillus rhamnosus JB-1 e hanno scoperto che i topi con l’intestino in buona salute nuotavano più a lungo e i loro test di memoria e apprendimento erano migliori rispetto a quelli degli altri topi. Se però gli scienziati recidevano loro il nervo vago, non si riscontrava più nessuna differenza tra i topi.

Cosa c’entra il nervo vago e perché è fondamentale? Il nervo vago è il collegamento tra intestino e cervello, è il decimo paio di nervi cranici presenti nell’essere umano. Esso mette in comunicazione il cervello e  l’intestino tramite  neurotrasmettitori comuni, come la serotonina che regola l’umore e viene prodotta per il 90% dalle cellule enterocromaffini, cellule epiteliali situate principalmente nello stomaco e nell’intestino. Molti studi recenti, infatti, hanno individuato una concausa di ansia e depressione nei disturbi gastrointestinali.

Intestino e cervello, quindi, si influenzano reciprocamente e in condizioni di forte stress emotivo attivano i circuiti dell’ansia e della paura, che provocando il rilascio di citochine, irritano la mucosa intestinale e questa infiammazione può generare delle patologie come la sindrome del colon irritabile. Infatti, le persone che soffrono di colon irritabile, mostrano un rapporto cervello-intestino non ottimale. 

Nel libro, la Enders cita un altro interessante esperimento: un gruppo di ricercatori ha gonfiato un piccolo palloncino all’interno dell’intestino di alcuni volontari e hanno osservato contemporaneamente le immagini ecografiche dell’attività cerebrale. L’immagine del cervello era nella norma nelle persone che non soffrivano di disturbi intestinali, mentre nei pazienti affetti da colon irritabile, l’elemento di disturbo generava reazione nella zona del cervello dove si elaborano emozioni negative. Quindi, anche in questo caso si conferma l’interdipendenza tra cervello e intestino. Oggi, ancora non esiste una terapia efficace per il colon irritabile, però è stata presa in considerazione l’ipnoterapia. L’ipnosi ha dato ottimi risultati, e spesso ha permesso la diminuzione dei farmaci, soprattutto nei bambini affetti da questa patologia.

Come possiamo prenderci cura dell’intestino e del cervello?

Prima di tutto, il nostro microbiota intestinale è influenzato da alcuni fattori come la dieta, l’esercizio fisico e i farmaci che a loro volta hanno un impatto sullo stress, la paura e i comportamenti alimentari. Alcune patologie già citate come il colon irritabile o i vari problemi intestinali rendono più faticosa la connessione tra intestino e cervello. Ci sono altri disturbi come l’anoressia e l’obesità che sono associati a un microbiota intestinale alterato a causa dell’alimentazione non corretta che caratterizza queste patologie. Per questo motivo, prima di tutto, dovremmo prenderci cura della nostra alimentazione, dato che secondo alcuni studi, le alterazioni della composizione del microbiota possono influenzare le funzioni cognitive. L’alimentazione ha un ruolo fondamentale, bisogna prestare la giusta attenzione a ciò che ingeriamo ed evitare o controllare l’assunzione di  cibi e bevande che tendono a sovraccaricare il nostro apparato gastrointestinale alterando anche il microbiota intestinale, come ad esempio i cibi fritti. 

Oltre ad una buona alimentazione, è molto utile anche l’attività fisica, poiché migliorando il tono muscolare, miglioriamo anche il nostro umore riducendo così lo stress e i suoi effetti sull’intestino, Anche un sonno adeguato può aiutarci a tenere sotto controllo le tensioni e lo stress. 

Prestando attenzione, quindi, ad alcuni aspetti del nostro comportamento quotidiano, potremo apportare vantaggi all’efficienza  del nostro intestino e quindi anche del nostro cervello.

Francesca Motta

Bibliografia e fonti:

Thomas Tüchel: storia o disfatta?

Thomas Tüchel è nato il 29 agosto del 1973 a Krumbach, Germania. All’età di 47 anni il tecnico tedesco (della cui carriera da giocatore si hanno poche tracce) è a un passo dalla coppa delle “grandi orecchie”.

Thomas ha vissuto tanti momenti altalenanti prima di godersi questo periodo d’oro con il Chelsea; per cui facciamo un passo indietro e analizziamo il percorso e le scelte del tecnico tedesco.

Tüchel, dopo l’esperimento mal riuscito da giocatore, dedica le proprie attenzioni interamente al ruolo di allenatore. Il tedesco fa gavetta cominciando tra le fila della primavera dell’Augsburg per poi diventare successivamente tecnico ufficiale per sei stagioni al Mainz. I risultati sono positivi, con molteplici salvezze ottenute senza troppi patemi e un clamoroso piazzamento europeo centrato grazie al quinto posto nella stagione 2010/11.

Nella stagione 2014/15 il Mainz di Tüchel totalizza i più che necessari 40 punti e  conquista un buon undicesimo posto, completando un’altra stagione all’insegna della tranquillità totale. Nel mentre, il Borussia Dortmund si piazza solo al settimo posto con 46 punti all’attivo, centrando la qualificazione ai preliminari di Europa League. Jürgen Klopp, allenatore leggendario del BVB, è esonerato al termine della stessa annata. Tra lo scalpore, la gioia e/o la tristezza di qualche anima giallonera, arriva Tüchel. Il c.t. di Krumbach approda così nella Ruhr con l’obiettivo di riportare i gialloneri sul tetto di Germania.

I risultati si intravedono sin dai primi mesi: Tüchel e il suo Borussia debuttano con un roboante successo interno per 4-0 nei confronti del Mönchengladbach. La striscia di vittorie arriva a sette, prima dello stop contro l’Hoffenheim all’ottava giornata, che vale il sorpasso per il Bayern. Al netto di brillanti prestazioni e tre competizioni da sostenere, il Dortmund termina in seconda posizione con 78 punti, a dieci lunghezze dal Bayern Monaco campione con 88. In Europa League anche i risultati sono notevoli: la banda di Tüchel avanza sino ai quarti di finale dove riceve il Liverpool del vecchio amico Klopp.

Un Liverpool in fase “lavori in corso” contro un Borussia in grande spolvero nelle ultime settimane. All’andata termina 1-1 al Signal Iduna Park. Ad Anfield il Liverpool parte con un gran vantaggio del goal marcato in trasferta ma ciononostante incassa prontamente, dopo nemmeno otto minuti, due reti. Se al 65’ il parziale dice 1-3 in favore dei tedeschi, le reti di Coutinho (66’), Sakho (78’) e Lovren (92’) firmano una clamorosa rimonta e consentono ai Reds il passaggio del turno. Dopo la cocente delusione in ambito europeo, il Dortmund perde anche la finale di Deutscher Pokal contro gli arci-rivali del Bayern ai rigori.

Il Dortmund visto nella stagione 2015/16 è un’altra storia rispetto a quello della precedente annata, ma i trofei tardano ad arrivare malgrado gli ottimi risultati e i tanti miglioramenti conseguiti.

Nella stagione 2016/17 arriva la svolta. Tüchel alza il primo trofeo in carriera e il Dortmund dopo anni di buio totale ritorna a sollevare la Deutscher Pokal, sconfiggendo in finale l’Eintracht Francoforte per 1-2. Ma il trofeo che conta, la Bundesliga, rimane un miraggio contro un Bayern troppo più forte ed incisivo nei momenti cruciali.

Per questa ragione, Tüchel viene esonerato e il Dortmund tra Peter Bosz e Lucien Favre non vincerà neppure un trofeo in quattro anni, eccetto una Supercoppa proprio contro il Bayern Monaco (2-0) e una Deutscher Pokal vinta recentemente con Edin Terzic allenatore.

Tüchel da fresco esonerato (tra mille polemiche e molta sorpresa) acquisisce una pessima reputazione in Germania e non solo. Forse per questa motivazione riposa per un anno, per poi riprendere alla guida del Psg agli albori del 2018/19.

Un arrivo inatteso perché non si sarebbe mai pensato che il Psg prelevasse proprio Tüchel, vedendo Ancelotti, Mourinho e Zidane sul mercato. Ma anche a Parigi le cose non si concluderanno nel migliore dei modi. Egli terminerà la propria esperienza in Francia nel dicembre 2020, quando si dimetterà nel corso della stagione. In due stagioni e mezzo, il tecnico alemanno porterà a Parigi due campionati (dominati), un “quadruple” nel 2019/20 (campionato, Coupe de Ligue, Coupe de France e Trophée des Champions) e una finale di Champions League, persa in Agosto ancora una volta contro il Bayern.

I motivi delle dimissioni dell’ex manager del BVB sono sconosciuti: alcuni ipotizzano ci sia stata una lite con i giocatori e la dirigenza (Leonardo, Neymar e Mbappé su tutti), altri che sia stata una scelta personale, altri ancora che alcune dichiarazioni rilasciate ad un’emittente transalpina non siano piaciute al patron sceicco Al-Khelaifi.

Ma la panchina non tarda ad arrivare, e Thomas riprende la guida del timone, cambiando ancora Paese, trasferendosi in Inghilterra. Il Chelsea sostituisce Lampard a stagione in corso e si ritrova in decima posizione, lontanissimo dalla Champions e già fuori dalla Carabao Cup. Anche in quest’occasione l’arrivo di Tüchel non è assolutamente ben visto: tutti già recriminano la scelta di Abramovich di aver cacciato Lampard, tra cui perfino personaggi illustri come Guardiola e Klopp.

Ma con Tüchel, senza minime aspettative, la storia cambia: trascinato da un Werner ritrovato, un Mount più forte e finalmente il miglior Kanté, i Blues conquistano un’inattesa finale di Champions (eliminando con un secco 2-0 il Real di Zidane) e una finale di Fa Cup, persa sabato 1-0 contro il Leicester. Tüchel detiene un record negativo nelle finali ma ora si gioca la seconda, e chissà, forse ultima chance di vincere la Champions. Giocherà contro un avversario incontrato già due volte tra Fa Cup e Premier e battuto in ambedue le occasioni: il Manchester City di Guardiola, proprio colui che si “rifiutava” di accettare che Lampard fosse esonerato.

Può essere lo spartiacque di una carriera per un allenatore sfortunato ma straordinario al contempo. Ma il bello dello sport sta proprio in questo, ossia nel non sapere come va a finire.

Walter Izzo

La sommossa contro il calcio

Ciò che è accaduto nella giornata di domenica ad Old Trafford, è probabilmente l’emblema del calcio 2020/21. Domenica doveva essere il giorno della partita più bella e sentita d’Inghilterra: Manchester United – Liverpool. Le due squadre più importanti, più storiche e più vincenti del campionato più competitivo al mondo si affrontavano nel “Teatro dei sogni”, nella classica domenica alle 17:30.

Ma una vera e propria rivolta ha evitato lo svolgersi di tutto ciò. Una rivolta fortunatamente senza armi, senza coltellate né attacchi alla povera polizia.

Una semplice ma furibonda rivolta per i diritti dei tifosi, i diritti di coloro che hanno la passione per lo sport nel sangue e vuole viverla per l’eternità.

Alle ore 15 il putiferio. Prima che arbitri e squadre giungessero all’estero di Old Trafford, una buona parte della curva del Man Utd (alcuni ignari del rispetto delle regole anti-Covid) ha intonato cori, alzato cartelli e sventolato bandiere contro la dirigenza “Glazers”. I Glazers sono gli azionisti, nonché proprietari del Manchester United da ormai parecchi anni. Malgrado ciò, con la famiglia americana lo United non vince un trofeo da ben quattro stagioni, stabilendo uno dei record più negativi nella storia del club. Ritorniamo però a discutere di tutto quello che sta avvenendo in queste ore e che è avvenuto recentemente a Manchester, e non solo.

Tutto ciò che ruota intorno al calcio è diventato più potente di un “semplice” big match: soldi, mancati pagamenti di stipendi, minacce, errori dirigenziali e SuperLeague hanno vinto contro la bellezza e l’essenza dello sport più bello al mondo.

L’ira funesta dei tifosi e la rabbia verso una società ai vertici del calcio mondiale come il Manchester United è il frutto del lento ma atroce declino del calcio moderno. Un evento chiarissimo accaduto proprio a Manchester ha avuto importanti ripercussioni societarie nei giorni recenti: conoscete l’ex vicepresidente e direttore sportivo Ed Woodward?

Woodward è approdato allo United con l’obiettivo di riportare i “Red Devils” sul tetto d’Inghilterra. Ovviamente in campo ci vanno i calciatori, ma le scelte dirigenziali e tutti gli acquisti passano nelle sue mani. Woodward, dopo numerose dichiarazioni ricevute dal presidente Uefa Ceferin, è stato forzato a rassegnare le dimissioni. Il motivo? Sicuramente non per le parole di Ceferin, ma per un “vis à vis” spiacevole con una ventina di tifosi dello United, proprio all’interno della sua abitazione.

Siam sicuri che tutto ciò sia accaduto solo per andare contro la dirigenza? A parer di molti sicuramente no. La sommossa dell’Old Trafford è storia, perché mai accaduta in Inghilterra prima di una partita così importante. E per di più, l’incontro è stato rinviato a data da destinarsi.

Mai così vicini al baratro, mai così in basso, mai così uniti contro chi sta uccidendo la passione e la voglia di vedere il calcio “con la f” che tutti noi appassionati chiediamo.

Sarà una rivolta o l’annullamento delle partite la soluzione? Non si sa, ma se si è certi di una cosa è che se si procede in questa direzione, è obbligatorio cambiare passo e ritornare a seguire i voleri del popolo.

Se non lo si fa? Aboliamo gli abbonamenti e spegniamo la televisione ogni weekend.

                                                Walter Izzo

Azzardarsi ad amare: Piperita, un romanzo di Francesco Mila

“C’era, forse, qualcos’altro. Una cosa materiale e dura, nera e puntuta, depositata sul fondo di mia madre”.

Il romanzo d’esordio di Francesco Mila, Piperita, edito da Fandango Libri, sembra costruito intorno a un nucleo oscuro, un fondale di lago in cui sedimentano tutti i silenzi e i disagi di un’intera famiglia. Lapo, il protagonista che seguiamo lungo la sua infanzia e adolescenza, sua sorella Emma, il padre, Gioacchino, e la madre, Lucrezia, sembrano sempre sul punto di essere inghiottiti dal vortice di un dolore inesprimibile. Il lago dove la famiglia Callipo trascorre le vacanze è una presenza costante nella storia, insieme concreta e simbolica; intorno alle sue acque i due bambini, Emma e Lapo, crescono, giocano, si fanno male, iniziano a conoscere la vita, esplorandola anche nei risvolti più crudi.

La prima parte della vicenda è incentrata sull’infanzia di Lapo e Emma, sui loro tentativi di compensare le carenze del rapporto con i genitori tramite gesti di protezione l’uno verso l’altra. Sorprende, in questa fase della narrazione, l’energia sprigionata da Emma, la sicurezza ieratica con la quale racconta di aver osservato il mondo ancor prima di nascere, attraverso una finestra nel grembo materno. Lapo ed Emma si sostengono a vicenda, coprono le urla dei genitori raccontandosi delle favole inventate, ed è proprio la protagonista di una di queste storie nonché l’alter ego di Emma, la Piperita, “una specie di implacabile seienne bohémienne”, a dare il titolo al romanzo. L’autore è in grado di trasmettere la forza immaginativa propria dell’infanzia e la delicatezza e la premura che permeano il rapporto tra fratello e sorella. I paesaggi immaginari, le iperboli della loro fantasia aprono squarci nel grigio dei silenzi familiari, interrotti soltanto dalla tosse nervosa del padre e dalla madre che rumina un’insalata immaginando di stare a cena con Simon le Bon. 

Nel descrivere Lucrezia, Mila tratteggia la figura di una donna fragile, assente, che idolatra i divi di Hollywood, dorme con la mascherina per gli occhi come una caricatura di Audrey Hepburn, trascorre le giornate tra riviste patinate, estenuanti sessioni di aerobica e pulizie compulsive. Una madre che prende in considerazione il figlio soltanto per esaminarne i tratti del viso e vagliarne le possibili somiglianze con qualche attore, o per sottoporlo alla ennesima visione di Gioventù bruciata, sempre a patto che rimanga in silenzio. 

Piperita è un romanzo che si interroga sui legami viscerali del sangue, a partire da quello tra madre e figlio, due entità separate violentemente dal taglio del cordone ombelicale, che “da quel momento conservano una mancanza, una privazione reciproca e forse incolmabile”. Memorabili le pagine in cui Lapo osserva Lucrezia prepararsi per uscire la sera canticchiando Satisfaction dei Rolling Stones: “era allo specchio che offriva i suoi sorrisi più belli”. Lucrezia non è in grado di assicurare neanche una presenza fisica ai propri figli, poiché, dopo aver vagheggiato viaggi in California o a Cuba, decide di partire senza dare spiegazioni, provocando una ferita insanabile in Lapo e sconvolgendo Emma, che da questo momento si chiude in se stessa, progressivamente sparendo dalla narrazione.

Il padre Gioacchino è “un uomo per cui i sentimenti erano vizi, esagerazioni incompatibili con le cose”. Incapace persino di trovare il tempo per insegnare al figlio ad andare in bicicletta, preferisce dedicarsi alle sue adorate ortensie. Chiuso in un incomprensibile mutismo, quando si abbandona all’ascolto di brani di Pino Daniele sprofonda in una “anchilosi mentale”. Lapo prova per il padre qualcosa a metà strada tra l’affetto e il ribrezzo. Analogamente al modo in cui aveva tentato di comprendere sua madre spiandola attraverso porte socchiuse, Lapo esplora i ricordi di suo padre, rovistando tra scatole di lettere e foto impolverate, per cercarvi i frammenti di quella vita taciuta e tentare di figurarsi il passato prenatale in cui, forse, i suoi genitori si erano amati.

Divenendo sempre più deboli i legami che uniscono i componenti della famiglia Callipo, irrompono nella storia altri due personaggi fondamentali per la crescita di Lapo: Amedeo e Greta. Il primo, istrione e ribelle, lo conduce per mano attraverso i riti di passaggio dell’adolescenza: dalle prime canne ai rituali del corteggiamento, Amedeo apre Lapo alla vita fuori da sé e dal dolore che custodisce. L’autore, con le sue parole, trasmette bene l’affilarsi dei sensi dei due giovani tra le luci del Piper, gli occhi di Lapo che si soffermano a descrivere le ragazze: “slanciate, fra la calca, sgomitavano voltandosi per assestare schiaffi o per lasciarsi baciare”. 

Greta, fin dal primo incontro con Lapo, tenta di far crollare la barriera di timidezza e riserbo che il protagonista ha eretto intorno a sé, lo introduce all’amore e tenta di comprenderlo ed accettarlo anche nelle sue debolezze. La paura profonda di Lapo è di condividere con Greta la medesima sorte di abbandonati, di far parte di quella schiera di persone guaste, irrimediabilmente mutilate negli affetti, ormai condannate a infliggere agli altri ciò che è stato fatto loro. Anche Greta ha le sue cicatrici, eppure è in grado di spiazzare Lapo con i propri inesausti tentativi di comprenderlo, di accettarlo. Lapo non riesce a comprendere come possa piacere a Greta nonostante non assomigli per niente a James Dean. Piperita ci ricorda che una componente importante dei dolori che si provano durante l’adolescenza consiste in una vergogna indefinita, quasi un fisiologico senso di inadeguatezza che porta a chiudersi in sé e nascondersi dietro ad una posa. 

Francesco Mila, nato nel 1996, con questo romanzo ci fa rivivere una fase, quella dell’adolescenza, ancora non così distante da lui da apparirgli sfocata, per mezzo di una prosa essenziale ed evocativa che non sfocia mai nel patetismo, neanche quando sfiora temi delicati, quali i disturbi alimentari o l’abuso di psicofarmaci. Attraverso gli occhi del protagonista intravediamo gli abissi a cui portano il silenzio e l’abbandono, fondali in cui rischia di rimanere per sempre, magari in compagnia dei bambini-lisca, gli abitanti del lago creati dalla fantasia di Lapo ed Emma. Ma, toccato il fondo, partecipiamo al suo disperato bisogno di risalire in superficie, di crescere, di tendersi verso l’altro e azzardarsi ad amare.

Massimiliano Davies