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Dietro le quinte del D-Day: l’agente Garbo

6 Giugno 1944 le truppe alleate sbarcano in Normandia e aprono un nuovo fronte di guerra in Europa dopo quelli russo e italiano, su cui impegnare le forze tedesche. Il più grande sbarco di uomini e mezzi della storia, l’Operazione Overlord, era stata pianificata nei minimi dettagli per oltre un anno e mezzo. Una delle parti meno conosciute di tutta la vicenda è sicuramente il grande sforzo compiuto dall’intelligence alleata (SOE britannico e OSS statunitense) per nascondere e dissimulare al controspionaggio nazista i reali piani dell’invasione.

Un contributo di vitale importanza per il successo dell’operazione è stato sicuramente quello prestato dall’agente spagnolo dell’ MI5 Juan Puyol Garcia, nome in codice “agente Garbo”. Nato a Barcellona nel 1912 da famiglia modesta che tuttavia gli aveva garantito una buona istruzione, dal 1936 si ritrova coinvolto come tutti i suoi connazionali nella guerra civile spagnola. Lontano dagli ideali politici estremisti di destra come di sinistra, riesce per oltre due anni a sfuggire al servizio militare grazie ai documenti falsi, per poi arruolarsi come volontario nelle truppe della Sinistra Repubblicana. Nel 1939, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, lo ritroviamo sposato e direttore di un albergo a Madrid, guardare dal di fuori l’evolversi degli eventi nella Spagna franchista neutrale. Intuisce che si sta per riproporre su scala quantomeno europea se non mondiale, il conflitto totale che ha lacerato il suo paese fino a poco prima.

La rapida evoluzione degli eventi durante la primavera-estate del 1940, gli fanno chiaramente comprendere come la Gran Bretagna, benché ormai sola ed isolata nella lotta contro le forze dell’Asse, sia l’unica potenza veramente in grado di opporvisi e scongiurare il dilagare della tirannide nazista in Europa. Si risolve quindi a prestare ogni aiuto nelle sue possibilità agli inglesi, costi quel costi. Così nel gennaio del ’41, sua moglie, si presenta all’Ambasciata Britannica a Madrid per offrire al governo di sua Maestà i servigi del marito. Gli inglesi non si dimostrano affatto interessati, ma Puyol non demorde e decide di cambiare strategia.

La successiva primavera presentatosi sotto falso nome, “Señor Lopez”, all’Ambasciata Tedesca a Madrid, dichiarandosi un fervente fascista, in possesso di passaporto diplomatico britannico, offre i suoi servigi alla Germania nazista. I tedeschi non si fidano e gli fissano un appuntamento in un bar per incontrare il comandante dell’Abweher in Spagna, Karl-Erich Kühlenthal, nome in codice agente Carlos, e mostrargli il passaporto diplomatico in questione. Puyol fingendosi un militare franchista riesce ad introdursi nella stamperia statale e prodursi rocambolescamente il falso passaporto che mostrerà con successo all’agente Carlos. Diventa quindi a tutti gli effetti un membro dell’Abwehr, nome in codice “Alarich”, gli viene insegnato ad utilizzare l’inchiostro simpatico per comunicare con il suo referente a Madrid (Kühlenthal) e viene inviato nel Giugno ’41 in Portogallo, con la moglie, per raggiungere poi via aereo l’Inghilterra.

La sua missione, gli ordinano i nazisti, è quella di creare una fitta rete di spionaggio oltremanica che raccolga il maggior numero di informazioni utili sui movimenti nemici. Giunto a Lisbona Puyol tenta di mettersi in contatto con l’Ambasciata Britannica e stavolta spera, giocando la carta dell’agente Alarich con cui avrebbe fatto il doppio gioco, di essere arruolato nell’intelligence inglese. Sfortunatamente non ottiene nemmeno un colloquio e quindi non potendo raggiungere la Gran Bretagna con un passaporto falso, rimane bloccato in Portogallo con un grosso problema: i tedeschi attendono con ansia i suoi resoconti dall’Inghilterra. Non essendovi mai stato, comincia a raccogliere le informazioni false per i suoi rapporti cifrati da inviare all’Abwehr nella vastissima Biblioteca Comunale di Lisbona, acquista una mappa della Gran Bretagna, una guida turistica del paese, un libro sulla flotta navale reale, un dizionario di terminologia militare inglese-francese.

Giustifica il fatto che le lettere siano affrancate a Lisbona e non a Londra, inventandosi un fantomatico assistente di volo della KLM che in cambio di un dollaro a missiva, avrebbe preso le lettere da lui in Inghilterra e le avrebbe spedite da Lisbona per evitare il controspionaggio inglese. Puyol comincia quindi a scrivere periodicamente rapporti del tutto inventati all’Abwehr, citando nomi di imprese inglesi realmente esistenti che trova sulle pubblicità dei giornali. Racconta di aver ingaggiato tre agenti: uno in Galles del sud che controlla le truppe e la flotta a Sud-est, uno a Bootle che controlla i flussi nel porto di Liverpool e nel Nord-ovest del paese ed uno in Scozia e nel Nord-est che controlla le manovre militari a Glasgow e sul fiume Clyde.

La mole di lavoro è enorme: deve scrivere a mano libera il testo fittizio in spagnolo di ogni lettera con il normale inchiostro e poi tra le righe bianche, con un batuffolo di ovatta e l’inchiostro simpatico le informazioni false per l’Abwehr. Stilando a questo ritmo rapporti su un paese in cui in realtà non ha mai messo piede, Puyol finisce per commettere degli errori, di cui però non si accorgono i servizi segreti tedeschi bensì l’MI6 che passa l’informazione all’MI5. Gli analisti inglesi che intercettano la corrispondenza dell’Abwehr, giungono presto alla conclusione che per la stranezza dei rapporti e la falsità delle notizie riportate, a volte del tutto inventate, l’Agente Alarich non possa trovarsi effettivamente su suolo britannico. Decidono di dichiarare quindi alla stampa che trattasi di un impostore.

Puyol rischia a questo punto di essere smascherato ma si salva grazie ad un commento fortuito dell’MI5 in cui si afferma che: “uno spagnolo sta lavorando per lo spionaggio inglese da Lisbona”. Decide di giocarsi il tutto per tutto e si presenta all’Ambasciata Britannica nella capitale lusitana dichiarando di essere lui quello spagnolo, ma una volta ricevuto dai funzionari presenti, rivela invece di essere il famoso agente tedesco “Alarich”. Viene quindi tradotto in Inghilterra, dove nell’Aprile del ’42 è più volte interrogato dagli agenti britannici, in una villetta nei sobborghi di Londra, per accertare la sua vera identità. Puyol mostra loro tutte le lettere che in 9 mesi di intenso lavoro aveva inviato all’Abwehr, la prova definitiva che è chi dice di essere si trova in una di queste, dove si raccontava che l’agente di stanza a Bootle avesse visto partire convogli inglesi diretti a Malta dal porto di Liverpool. Fatto del tutto inventato, ma identico ad un messaggio tedesco intercettato qualche mese prima dal controspionaggio britannico. A questo punto l’MI5 si convince dell’identità di Puyol e lo ingaggia tra la sue fila col nome in codice di agente Garbo. Un omaggio, per le sue doti di improvvisatore, alla più grande attrice di Hollywood dell’epoca…

A Puyol viene assegnato come referente l’agente Thomas Harris, che intuisce le grandi potenzialità della risorsa e cerca di  sfruttarle al meglio. Ordina a Puyol di continuare a scrivere le lettere all’Abwher ma cambiando metodo: macchina da scrivere e poi pennino per l’inchiostro simpatico. L’agente Carlos a Madrid non nota nulla di strano, anzi lo ritiene una delle risorse migliori dell’organizzazione. Lo spionaggio tedesco richiede sempre più informazioni sui piani di invasione inglesi e così Puyol amplia la sua rete di informatori finti tutti sul libro paga dei nazisti, facendosi aiutare nella stesura dei finti rapporti da alcuni collaboratori a Jermyn Street. Successivamente Harris decide di “smantellare” parte della fittizia rete di spie in Inghilterra creata dallo spagnolo per giustificare le informazioni cruciali falsate sui preparativi alleati dell’Operazione Torch (lo sbarco in Nord Africa nel Novembre del ’42).

L’MI5 fa pubblicare addirittura un necrologio dell’agente di Alarich a Bootle sul Liverpool Daily Post che Puyol spedisce all’Abwehr a conferma della morte del suo agente… Nell’imminenza dell’Operazione Torch però vi è la necessità di convincere i tedeschi della bontà delle informazioni raccolte sul campo da Alarich, così Harris e Puyol fanno intanto prevenire loro frammenti di informazioni accurate, come ad esempio che navi con mimetizzazione mediterranea stanno lasciando i porti inglesi. Poi, ciliegina sulla torta, inviano una lettera in cui si fornisce il giorno e l’ora esatti dello sbarco alleato in Africa una volta che è già avvenuto, retrodatando la missiva di una settimana. I tedeschi a cui il messaggio accurato arriva in ritardo, attribuiscono lo stesso alle falle del servizio postale dovute alla guerra e si convincono della qualità di prim’ordine delle informazioni inviate dall’agente Alarich.

A questo punto Puyol propone a Kühlenthal a Madrid di passare alle trasmissioni radio per lo scambio di informazioni e lui accetta di buon grado, gli racconta poi di aver ingaggiato altri 3 agenti: uno in Scozia, uno in Africa e la vedova dell’agente morto a Bootle. L’Abwehr gli manda allora 17 foto microscopiche di un piano per le trasmissioni radio più una nuova tavola cifrata per decodificare i messaggi tedeschi. Puyol gira immediatamente il materiale ai crittografi di Bletchley Park. All’alba del D-Day quindi i servizi segreti tedeschi sono convinti di possedere una fitta e solida rete di controspionaggio sul suolo britannico che in realtà non esiste affatto e gli inglesi dal canto loro, sono in grado di intercettare e decodificare tutti i messaggi dell’Abwehr grazie al doppio gioco dell’agente Grabo.

Il capolavoro della sua missione comincia proprio ora: bisogna ingannare in ogni modo i tedeschi circa la data ed il luogo esatti dello sbarco alleato in Europa, per la cui riuscita saranno decisive e cruciali le prime ventiquattro ore. I generali tedeschi sono convinti che lo sbarco avverrà nel punto più stretto della Manica tra Dover e Pas-de-Calais, non prima di metà Luglio ed è proprio attorno alla cittadina francese che stanziano la maggior parte delle loro divisioni corazzate e rinforzano le fortificazioni del Vallo Atlantico. Gli Alleati invece hanno pianificato di sbarcare ad inizio Giugno nel punto più lontano possibile da Calais, sulle spiagge della Normandia tra Cherbourg e Le Havre, proprio per incontrare la minor resistenza possibile.

Puyol ed Harris a Jermyn Street si mettono subito a lavoro e nei mesi precedenti al D-Day fanno pervenire all’Abwehr rapporti fasulli dagli agenti immaginari di Alarich, spostatisi per l’occasione tutti sulla costa meridionale dell’Inghilterra, in cui si riferisce di movimenti, addestramento di truppe e prove di sbarco di mezzi anfibi, lungo la costa attorno Dover e su tutto il settore antistante Pais-de-Calais. Puyol trasmette a Madrid di aver ottenuto le informazioni sulle manovre delle divisioni da un fantomatico sottufficiale dell’esercito statunitense. L’agente Carlos ritrasmette immediatamente tutto il traffico radio proveniente da Alarich, direttamente a Berlino. Secondo le informazioni ricevute dai tedeschi nel Sud-est dell’Inghilterra sono state raggruppate 11 divisioni alleate, per un totale di circa 150000 uomini, più mezzi anfibi e da sbarco, e le truppe americane che irromperanno a Pais-de-Calais saranno comandate dal Generale Patton (molto temuto dai nazisti).

Il 3 Giugno Alarich trasmette che nuove truppe statunitensi appena arrivate devono ancora addestrarsi, a Berlino concludono che lo sbarco non avverrà prima di due mesi e qualsiasi manovra precedente non sarà altroché un diversivo. Puyol non fa altro che confermare e gli Alleati per dare maggior vigore alla messa in scena bombardano incessantemente Pais-de-Calais già da fine Maggio ’44. Così arriva il fatidico giorno, il D-Day, nei piani di Eisenhower e Montgomery le truppe sarebbero dovute sbarcare sulle 5 spiagge per poi aprirsi la strada oltre il litorale e creare nelle prime 24 ore un fronte di 15 km nell’entroterra normanno che sarebbe servito da testa di ponte per i rifornimenti e la successiva avanzata in Francia. In realtà gli alleati trovarono di fronte a sé una resistenza ben organizzata e si impantanarono già dalle prime ore.

A questo punto per la riuscita dell’Operazione Overlord era importante far credere ai tedeschi che fossero solo manovre parte del piano diversivo, evitando così l’invio di ulteriori rinforzi. Al momento dello sbarco il comandante delle truppe tedesche in Francia, il Generale Rommel, si trovava in Germania per il compleanno della moglie e nei giorni frenetici che ne seguirono, ordinò comunque che 2 divisioni corazzate di rinforzo fossero inviate in Normandia. Per evitare che gli Alleati venissero ricacciati in mare, Puyol il 9 Giugno trasmette all’Abwehr: “La presente operazione, nonostante la vastità dell’attacco, non è altro che un diversivo! Il secondo e cruciale attacco avverrà su Pais-de-Calais!”. Il messaggio finisce direttamente tra le mani di Hitler che ordina personalmente alla I Divisione SS Panzer, che si dirigeva in Normandia, di fermarsi.

Viene annullato anche lo spostamento della XV Divisione di da Pais-de-Calais. Harris e Puyol non essendo sicuri che il piano abbia funzionato, continuano a trasmettere incessantemente messaggi all’Abwehr sui preparativi del fasullo attacco a Calais. Gli inglesi posizionano lungo le loro coste, nelle zone indicate nei rapporti di Alarich, aerei di cartapesta, carrarmati e mezzi anfibi gonfiabili che vengono prontamente fotografati dai ricognitori della Luftwaffe. La definizione dei fotogrammi dell’epoca era quel che era… Dalle foto sembravano in tutto e per tutto mezzi veri. I tedeschi quindi continuano a tenere 2 divisioni corazzate e circa 300000 soldati stanziati nei pressi di Pais-de-Calais, permettendo di fatto l’avanzata delle truppe alleate e la riuscita dell’Operazione Overlord. A fine Luglio le armate americane irrompono finalmente in Normandia e avanzano nel resto della Francia. Alle divisioni tedesche incredule non resta che ripiegare in patria e prima della metà di Settembre la Francia viene liberata.

Alla fine della guerra l’agente Alarich viene insignito della Croce di Ferro per i servizi resi alla Germania e gli vengono corrisposte 35000 pesetas. L’agente Garbo viene insignito dell’Ordine al Merito dell’Impero Britannico, più 15000 sterline di ringraziamento. Juan Puyol che era stato entrambi lascerà il Regno Unito a Giugno del ’45 per rifugiarsi infine, sotto falso nome, in Venezuela. Anni più tardi uscendo da uno di quei cimiteri della Normandia riempito da migliaia di croci, con il volto rigato da una lacrima, dirà: “Sapevo che avrei salvato migliaia di vite, ma credo di non aver fatto abbastanza!”

Luca Fiorentino

L’eredità retorica di Ronald Reagan

Sono passati ormai quasi quarant’anni dal discorso di insediamento alla Casa Bianca di Ronald Reagan, e cinque altri presidenti si sono succeduti alla guida degli Stati Uniti d’America. La vittoria di Reagan alle presidenziali del 1980 contro la seconda candidatura del Presidente democratico in carica Jimmy Carter e l’indipendente John Anderson significò molte cose per la nazione, e per il mondo intero. Esponente di spicco della corrente neo-conservatrice americana, che sul finire degli anni ’70 aveva guadagnato un’influenza crescente nel dibattito politico americano, Ronald Reagan seppe sfruttare prima – e meglio – di chiunque altro le abilità maturate durante un’esperienza che per l’epoca si poteva considerare quantomeno singolare per una figura politica. Prima di divenire uomo politico, infatti, Reagan conobbe un discreto successo nel mondo del cinema, prendendo parte a una serie di pellicole per la Warner Bros a partire dal 1937, per poi passare al mondo della televisione negli anni ’50. L’esperienza di attore avrebbe consegnato al futuro Presidente degli Stati Uniti gli strumenti fondamentali per la costruzione e il consolidamento di un livello di consenso pubblico mai sperimentato prima di allora. Inoltre, dopo il ritiro dalla carica di governatore della California (1967-1975), Reagan rimase sotto i riflettori nazionali tramite la conduzione di programmi radiofonici, che gli permisero di raggiungere un pubblico smisurato  (secondo le stime, tra i venti e i trenta milioni di ascoltatori settimanali tra il 1975 e il 1979). L’utilizzo del tono della voce, le pause sapientemente inserite tra una frase e l’altra, l’ironia, la mimica facciale, l’agio di fronte ad una telecamera e ad un pubblico furono ingredienti fondamentali per il successo politico di Ronald Reagan, tuttora ricordato come uno dei Presidenti più amati – e controversi – della storia degli Stati Uniti d’America.

Gli anni di Reagan, passati alla storia come “la Rivoluzione Reaganiana” furono un’epoca segnata da profondi cambiamenti a livello economico, politico e sociale. Sono gli anni delle liberalizzazioni economiche adottate dalla piattaforma neo-conservatrice, ispirate alle teorie neoliberiste di Milton Friedman e di Arthur Laffer, e della crescita esponenziale del debito pubblico americano. Sono gli anni del rilancio dello status di superpotenza mondiale per gli Stati Uniti e del ritorno ad un’aperta ostilità con l’Unione Sovietica, seguita da una graduale distensione dei rapporti tra i due blocchi e dalle fasi finali della Guerra Fredda. I meriti di Reagan, considerato da molti il catalizzatore della “vittoria” degli Stati Uniti su quello che lo stesso Presidente arriverà a chiamare, durante le fasi più accese del conflitto, “l’impero del Male”, devono però essere soppesati contro le fasi più critiche dei suoi otto anni a Washington. Il ritorno ad una retorica ferocemente anticomunista fu infatti accompagnato da una linea dura in termini di politica estera: l’appoggio alle oligarchie militari in America Latina, gli interventi militari in Libano, la guerra internazionale al terrorismo collegato alla Libia di Gheddafi, il supporto ai contras in Nicaragua per rovesciare il regime sandinista insediatosi nel 1979 e il successivo scandalo Irangate che rischiò di innescare un processo di impeachment ai danni del Presidente. Decisioni che danneggiarono Ronald Reagan, ma non fatalmente: la capacità di capitalizzare i successi tramite la padronanza delle potenzialità dei media a scopi politici permise al presidente repubblicano di “navigare tra le complessità della politica statunitense”, per mutuare un’espressione dello storico John Ehrman.

Non è un caso che l’attuale amministrazione statunitense si rifaccia all’era Reagan nel delineare la propria strategia d’immagine e di propaganda: anche se l’utilizzo della formula make America great again (che Reagan pronunciò per la prima volta nel 1980) venne rivendicato come idea originale di Trump – tanto da volerlo rendere un marchio registrato ad uso esclusivo – basterebbe una breve visita alla sezione National Security and Defense del sito della Casa Bianca per vedere come l’attuale amministrazione si sia appropriata testualmente di un altro punto cardine della politica estera reaganiana, dichiarando l’intenzione di “preservare la pace attraverso la forza”. E se il revival della Dottrina Monroe dopo l’archiviazione dell’era Obama non bastasse a fornire un ulteriore parallelismo (con la designazione del triangolo degli Stati ostili pressoché identica a quella dell’era Reagan, con Caracas a sostituire Mosca nella rete di relazioni con l’Havana e Managua), il recente riferimento alla creazione della Space Force nell’ultimo discorso di Trump sullo Stato dell’Unione tende un ulteriore filo tra il 2020 e gli anni ’80. Nel 1983, infatti, Reagan annunciava la Strategic Defense Initiative, un grandioso progetto di difesa dall’eventuale aggressione nucleare sovietica, completo di scudo spaziale e sistema di laser per la distruzione preventiva di missili nemici, veicolando l’idea che gli Stati Uniti rivendicassero un primato anche nello spazio cosmico al di fuori del pianeta. Dopo trentasette anni, Donald Trump include nel suo discorso alla nazione una richiesta di finanziamento per il progetto Artemis per assicurare che la prima bandiera su Marte sia quella a stelle e strisce. Nell’epoca del trasferimento del dibattito politico sulla sfera del virtuale e  della comunicazione lampo, l’eredità retorica dell’epoca Reagan risulta ancora di fondamentale importanza nella strategia di comunicazione dell’amministrazione Trump, in quanto testimonianza della prima efficace sintesi tra utilizzo dei mass media e capacità di coinvolgimento delle masse, tanto da riecheggiare a distanza di decenni, e più attuale che mai.

Marco Tumiatti

Fermate Hitler. Il racconto dell’attentato a 75 anni dalla sua esecuzione

“L’assassinio va tentato, costi quel che costi. Anche se fallisse, dovremo entrare in azione a Berlino. Perché ora il fine pratico non ha più importanza; ciò che conta è che la resistenza tedesca giochi le sue carte di fronte al mondo e alla storia. Tutto il resto è secondario” (Henning Von Tresckow, 1900-1944) [1]

Molti sono i filmati che vedono un Adolf Hitler acclamato dalla folla, adorato dal suo popolo per averlo riscattato dalle umiliazioni subite, il suo nome urlato a gran voce nelle strade cittadine. Un intero paese ai suoi piedi, entusiasta. Tuttavia c’era chi al potere nazista si opponeva, silenziosamente. L’apparato repressivo metteva a tacere ogni tentativo di opposizione, ma non abbastanza da zittire tutti, e qualcuno riusciva a far sentire la sua voce. Un gruppo di cospiratori provenienti dalla classe aristocratica della più rispettabile tradizione prussiana scelse di opporsi con la violenza a un regime che sulla violenza si era costituito. Cosa spinse quegli ufficiali a cercare di uccidere Hitler, un’enormità per uomini la cui professione era sinonimo di ubbidienza e lealtà? A 75 anni dal più famoso attentato a Hitler, racconteremo la loro storia, e cercheremo di capirlo.

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Claus Schenk von Stauffenberg, prima del 1944.

“In quanto aristocratici, pensavano di dover fare i conti con la colpa gravante sulla nazione che i loro avi avevano guidato”[2], così si diceva del gruppo di cospiratori, capeggiato dal colonnello Claus Von Stauffenberg. Egli non è facile da classificare sul piano politico, infatti come ricorda la sua vedova in un’intervista “i conservatori lo scambiavano per un nazista arrabbiato, i nazisti arrabbiati per un inguaribile conservatore. Non era né l’uno né l’altro”[3]. Tutto ciò che sappiamo senza alcun dubbio era la sua ferma volontà di togliere di mezzo il dittatore nazista. La sua delusione nei confronti di Hitler maturò più lentamente, ma fu particolarmente intensa.

Prima di analizzare le dinamiche dell’attentato del 20 luglio, le sue cause e le sue conseguenze, facciamo un breve sunto dei precedenti attentati a Hitler. Proposte concrete per assassinarlo furono suggerite per la prima volta durante il disastro di Stalingrado, nell’inverno del 1942. Sotto la guida del maresciallo Henning Von Tresckow fu messo in atto il primo tentativo, nel marzo 1943, quando una carica esplosiva fornita dall’ammiraglio Canaris fu collocata a bordo del quadrimotore di Hitler, tuttavia il detonatore, probabilmente a causa del freddo, non si azionò. Altri due attentati fallirono nello stesso anno, ma l’attività cospirativa ricevette nuovo impulso quando il colonnello Stauffenberg venne assegnato al quartier generale dell’Ersatzheer, l’esercito di riserva. Soltanto dalle file dell’esercito tedesco avrebbero potuto provenire eventuali cospiratori per rovesciare Hitler e il regime nazista. Solamente i suoi ufficiali potevano avvicinarsi così tanto a lui, ed essere in grado di controllare la sicurezza di un regime sostitutivo. I timidi piani per togliere di mezzo il dittatore erano tutti falliti a causa di incertezze o questioni di onore e obbedienza a quel punto ormai inappropriate. I cospiratori si trovavano tuttavia di fronte a numerosi ostacoli. I congiurati sapevano di rappresentare un’esigua minoranza che godeva di un trascurabile sostegno popolare. Il genere di governo che volevano istituire aveva peraltro più caratteristiche in comune con la Germania guglielmina che non con una moderna democrazia, sentivano tuttavia il dovere morale di contrapporsi alla criminalità del regime. Il problema più grosso era però di tipo pratico. Stauffenberg, divenuto capo effettivo del complotto, era l’unico in grado di piazzare la bomba, ma aveva perso una mano e un occhio in Tunisia, e ciò avrebbe costituito un notevole svantaggio al momento di innescare la carica esplosiva. L’attentato si intreccia anche con una questione di tempistiche, infatti il 6 giugno dello stesso anno, le forze alleate erano sbarcate in Normandia, e il piano dei cospiratori era trattare con gli Alleati prima che fosse troppo tardi, perché la loro idea, basata su presupposti che tuttavia non sarebbero mai stati accettati, era quella di firmare una pace separata a Ovest per continuare lo scontro ad Est contro l’Unione Sovietica. Poiché il tempo in Normandia stava per scadere, non avevano ormai che una sola, ultima chance, il 20 luglio.

L’assassinio di Hitler doveva coincidere con la mobilitazione dell’esercito di difesa nazionale contro SS e Partito Nazista, ai quali il delitto sarebbe stato imputato. Stauffenberg avrebbe dovuto recarsi a Berlino per la supervisione del colpo di stato. Peraltro, gli sarebbe occorsa la collaborazione di ufficiali di grado più elevato, in particolare del generale Fromm. In realtà, iniziato il putsch, Fromm si rifiutò di collaborare e consigliò a Stauffenberg di suicidarsi. Come Stauffenberg aveva supposto, gli ufficiali di grado più elevato erano quelli più inaffidabili, e molti erano contrari all’azione, ma come egli sosteneva “ancor peggio di fallire, sarebbe rassegnarsi senza lottare alla vergogna e alla schiavitù”. Costi quel che costi, la strada era segnata, e il tempo di agire era arrivato. Giunto in volo da Berlino alla Wolfsschanze, Stauffenberg prese parte alla riunione convocata da Hitler in una baracca di legno per fare il punto della situazione. Al momento opportuno, il colonnello sgusciò nel bagno con la sua borsa portadocumenti per armare le due bombe. Tornato nella stanza, spinse la borsa checonteneva una sola bomba – non riuscì per motivi di tempo, complice la sua unica mano, ad armare l’altra –innescata sotto il pesante tavolo a cui era seduto il dittatore. Mentre tutti coloro che si trovavano al tavolo si chinarono sulle carte, Stauffenberg uscì dal locale. Si stava allontanando in auto quando l’ordigno esplose. Convinto che Hitler fosse morto, Stauffenberg tornò in aereo a Berlino.

Hitler in realtà era vivo, un po’ malconcio, ma era sopravvissuto per molte cause fortuite. Infatti, inizialmente la riunione doveva essere tenuta in una stanza di cemento, che avrebbe concentrato l’esplosione in quei pochi metri quadrati, ma Hitler cambiò idea all’ultimo e la stanza in legno fu completamente distrutta, e l’esplosione si sfogò verso l’esterno. Ma non è tutto. Il pesante tavolo attutì la detonazione, la quale era, come già detto in precedenza, l’effetto di una sola bomba, a causa dei difetti fisici del colonnello della resistenza. Miracolosamente, Hitler scampò ad un altro attentato. In quel pomeriggio del 20 luglio, Mussolini arrivò alla Wolfsschanze per una visita programmata da tempo. Venne accolto da Hitler, il quale, esultate, insistette per mostrare al Duce la scena dell’attentato a cui era scampato, sottolineando che ciò non era altro che una dimostrazione della provvidenza divina che lo aveva salvato affinché continuasse la guerra.

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Hitler e Mussolini nella stanza dove avvenne l’attentato il 20 luglio.

Nel discorso rivolto alla nazione quella sera stessa, il capo del nazismo paragonò l’attentato alla “pugnalata alle spalle” del 1918. Intanto a Berlino dopo un incompleto e infruttuoso tentativo di prendere il controllo dell’apparato statale, Fromm riuscì a riprendere in mano la situazione, e alla fine dell’atto fece fucilare Stauffenberg e altri tre cospiratori in un cortile alla luce incerta delle torce elettriche, forse anche perché il suo ruolo ambiguo nella cospirazione restasse nell’ombra. La Gestapo e le SS, pervase da una frenesia di vendetta nei confronti dell’esercito e in particolare del suo stato maggiore, procedettero all’arresto di tutte le persone coinvolte e dei loro familiari. Per i nazisti, ciò rappresentò in sé una vittoria sul fronte interno. La loro priorità ormai non era più ottimizzare lo sforzo bellico, ma cambiare la struttura di potere all’interno del Reich, a scapito delle elite tradizionali [4]. Il “tribunale popolare” che fu istituito in seguito all’attentato, orchestrato dal tristemente famoso giudice Roland Freisler, condannò seduta stante 200 persone. Alla fine dei deliri giudiziari che accompagnarono l’attentato del 20 luglio, 5000 persone rimasero vittime delle conseguenze dell’attentato. Tra questi spicca il nome di Erwin Rommel, che sebbene non fu mai implicato direttamente nel complotto, fu costretto a suicidarsi, salvo poi dedicargli un ipocrita funerale di stato. La storia di questi uomini è l’atto più famoso ed eclatante di una resistenza che nonostante fosse schiacciata dalla efficientissima macchina repressiva quale la Gestapo, è riuscita comunque a far sentire il proprio dissenso verso un regime criminale, colpevole agli occhi della Storia di aver trascinato il mondo del baratro del secondo conflitto mondiale.

Agli uomini, alle donne, ai giovani ragazzi e ragazze che hanno partecipato alla resistenza, in Germania come altrove, va riconosciuto il grande coraggio di dire no a qualcosa di molto più grande di loro. Molti di loro non hanno potuto vedere la libertà, ma sono morti per essa, e qualunque fossero poi le loro visioni politiche, dagli aristocratici conservatori prussiani ai ragazzi della Rosa Bianca, il loro gesto non sarà mai dimenticato, possa anzi essere fonte di ispirazione per tutti noi, pronti a reagire alle ingiustizie e alla tirannia in ogni momento della nostra vita.

 

Andrea Maggiulli


Bibliografia
[1] Joachim Fest, Plotting Hitler’s death, p.236
[2] G, Van Roon, German resistance to Hitler, p.145
[3] Contessa Nina Von Stauffenberg, intervista a cura di D, von meding, Mit dem Mut des Herzens, p.291
[4] GSWW, vol. IX/I, p.829
Diversi passaggi sono presi da Michael Burlaigh, “Il Terzo Reich”, pp 769-781, e Antony Beevor, “La seconda
guerra mondiale. I sei anni che hanno cambiato la storia”, pp 762-766

L’Italia è nata romana e cristiana: Gaio Giulio Cesare

Durante le Elezioni Europee dello scorso 26 maggio, tra i tanti candidati italiani dei tanti partiti, uno ha particolarmente colpito la mia attenzione (e quella di molti altri italiani).
Si tratta di Gaio Giulio Cesare Mussolini, un nome che riempie la bocca e rabbuia gli animi, in quanto proprio come suggerisce il cognome, è un pronipote del tristemente famoso Benito Mussolini, dittatore italiano dal 1922 al 1943.

Sentendo il suo nome non ho potuto fare a meno di pensare a come questo nome sia stato scelto, di come magari gli eredi di colui che voleva ergersi a novello Cesare d’Italia abbiano voluto omaggiare le nostre gloriose radici dando al proprio figlio il nome di uno dei condottieri più famosi della storia romana, precursore dell’impero e Pater Patriae per eccellenza.

E pensando a tutto ciò non ho potuto fare a meno di ridere internamente (e non) per una scelta così peculiare, perché tra tutti i grandi eroi di Roma hanno scelto uno dei personaggi più chiacchierati del I° secolo a.C. 

E no, non mi riferisco al suo aver conquistato la Gallia e aver attraversato il Rubicone, limes sacro, con il suo esercito scatenando una sanguinosa guerra civile, ma al fatto che i suoi soldati lo canzonassero bonariamente chiamandolo Regina di Bitinia, riferendosi alla sua chiacchieratissima relazione con Nicomede IV, re di Bitinia.

Questa non sarà la storia delle sue gesta già fin troppo famose e rielaborate, ma una breve introduzione all’uomo, la più grande e sottovalutata bisexual icon della storia.

Ma cominciamo da principio.

Il 12 o il 13 di Luglio del 100 o 101 a.C. (gli storici hanno difficoltà a collocare con esattezza la sua data di nascita, nel dubbio sappiamo solo che era del Cancro, n.d.a) nasce a Roma nel quartiere della Suburra Gaio Giulio Cesare, al secolo il Divo Iulio, da una antica famiglia patrizia, la gens Iulia, che vanta tra i suoi antenati nientemeno che Venere e Romolo.

Cresce nel periodo in cui imperversa il braccio di ferro politico e militare tra Lucio Cornelio Silla e Gaio Mario, che porterà poi all’elezione di Silla a dittatore a vita e alle prime di liste di proscrizione, pensate per purgare i suoi nemici politici e vendicarsi di Mario e dei suoi seguaci. Essendo nipote di Gaio Mario rischia la vita ma la scampa grazie all’intercessione delle vergini vestali e di suoi parenti molto potenti, come Aurelio Cotta.

Nutre forti ambizioni sin da giovane e dopo essere stato graziato con grossissime riserve da Silla, decide di apprendere l’arte militare al servizio del pretore Marco Minucio Termo.

Segue Termo in Asia e galeotto fu il praetor, lo manda in Bitinia in qualità di legato presso la corte di Nicomede IV. Vi resta più a lungo di quanto necessario e cominciano a girare voci su che tipo di relazione intercorresse tra il giovane e il sovrano, alimentate dal fatto che Cesare sia poi successivamente tornato nel regno con la scusa di dover ritirare del denaro.

Questo che per Svetonio è l’unica macchia della sua carriera militare, per tutta Roma è stata fonte inesauribile di battute e vere e proprie blastate ante litteram rivolte a Cesare da amici e nemici.

I suoi soldati lo acclamano come regina di Bitinia, Curione e Dolabella lo chiamano invece rivale  della regina di Bitinia, postribolo di Bitinia, sponda interna della lettiga reale. Il suo collega console, Bibulo, nei suoi editti esclama “la regina di Bitinia volle il re, ora vuole il regno”.

La mia preferita è senza dubbio l’elegante  alabarda – perché di frecciatina non si può parlare – che Cicerone gli lancia in occasione della spassionata difesa da parte di Cesare per Nisa, figlia di Nicomede, durante la quale ricorda i benefici avuti da quest’ultimo: “Passiamoci sopra, per carità, perché nessuno ignora che cosa hai avuto e che cosa gli hai dato!”. 

Potrei passare passare ore a riportare tutti i sagaci riferimenti alla sua (supposta?) relazione, ma vi basti sapere che morto Nicomede, la Bitinia viene lasciata in eredità proprio a Roma. 

Ma com’era quest’uomo stupefacente che suscitò tanto scalpore? 

Sempre Svetonio – che è stato un po’ l’Alfonso Signorini della Roma Imperiale – ce lo descrive come un uomo alto, dalla carnagione chiara e dai languidi occhi neri, con una calvizie che lo ha crucciato per tutta la vita, tant’è che nelle statue che ci sono arrivate possiamo chiaramente notare il riporto sul suo capo, segno distintivo di tutti i suoi ritratti dal più antico al più recente.

Curava molto la sua persona, tagliando con cura barba e capelli e facendosi persino depilare, e dopo i suoi trionfi, tra le tante onoreficenze che gli vennero concesse e dal popolo e dal senato apprezzò particolarmente quella di poter indossare una corona d’alloro in testa, ottima sia per la sua autostima sia per nascondere la sua calvizie.

Amava il lusso e l’eleganza, per questo indossava il laticlavio¹ con frange fino alle mani e si cingeva sopra di esso con una cintura un po’ allentata in vita e portava con sé pavimenti a intarsio e a mosaico fissati su dei pannelli, in modo tale da averli anche durante le campagne militari.

Non badava a spese per circondarsi degli schiavi più belli e colti (ma si vergognava delle grosse cifre che spendeva, tanto da non farle annotare) e vantava molteplici amanti, uomini e donne, in particolare tra le matrone dei personaggi più importanti dell’epoca anche di suoi avversari politici.

Uomo rigoroso ma generoso, Cesare dispensava doni cospicui a chiunque, dal più ignorato schiavo a importanti membri del Senato, si premurava di accogliere nel più sontuoso dei modi chiunque, da re a liberti, sobbarcandosi le spese di propria tasca (e contraendo perciò numerosi debiti). Concedeva inoltre prestiti senza o a basso interesse, tanto da diventare la speranza di tutti i disperatissimi di Roma.

I suoi affetti erano quelli ricevere più cure: se foste stati amici di Cesare,  vi avrebbe ricoperto di doni (come tutti) e premure; se foste stati suoi nemici, poiché non portava mai forti rancori salvo casi molto particolari, avreste potuto godere della sua generosità senza problemi.

Se invece foste stati suoi amanti vi avrebbe ricoperto di ricchezze, come accadde a Servilia, madre di Bruto che ricevette oltre ad una perla di sei milioni di sesterzi e una serie di proprietà di grande valore a costi irrisori. 

Insomma, sarebbe stato il daddy perfetto in questo periodo di crisi e tasse universitarie.

Durante le celebrazioni dei suoi trionfi di guerra, condonò l’affitto dei romani per un anno, distribuì carne e offrì banchetti sempre più maestosi e ricchi, per gli spettacoli ingaggiò i migliori gladiatori, organizzò naumachie e rappresentazioni teatrali di alto livello, viziando Roma per un po’ di tempo. 

Oltre a questa generosità però non bisogna dimenticare che si sta parlando di colui che fece mettere un suo ritratto tra gli dei, si fece dedicare da vivo un mese (Luglio per l’appunto), una portantina e un carro per portare la sua immagine durante le cerimonie del circo, altari, templi e l’appellativo “padre della patria”.

Quando ottenne la provincia della Gallia, forte dell’appoggio dei suoi parenti e del popolo, si vantò nella Curia di come fosse riuscito ad ottenere ciò che volesse nonostante le lacrime dei suoi nemici e che da allora avrebbe potuto marciare sulle loro teste. Quando un senatore  gli fece notare che per una donna ciò non sarebbe stato tanto facile, il Divo esclamò che Semiramide aveva già regnato in Siria e le Amazzoni avevano dominato gran parte dell’Asia!

“Donna” come offesa? Non in questa casa. 

Alla fine della sua carriera, quando i suoi poteri erano troppi tanti anche per i suoi sostenitori, quando l’accentramento di tutte le cariche sulla sua persona e la dittatura a vita faceva temere per le sorti della Repubblica, i suoi nemici cominciarono a raccogliersi e a meditare di ucciderlo, convinti che ciò li avrebbe resi eroi.

Così non fu, il 15 marzo del 44 a.C. Cesare viene ucciso nella Curia davanti alla statua di Pompeo, i suoi uccisori uccisi nel corso dei due anni successivi e le Idi di Marzo sono diventate nel calendario romano Il Giorno del Parricidio

E poiché un uomo del genere non poteva andarsene in sordina, le cronache del tempo riportano che dopo la sua morte, splendette una stella in cielo per una settimana, avvenimento visto dai romani come la testimonianza che Cesare fosse stato effettivamente accolto tra gli dei.

La modestia non l’ha mai accompagnato né da vivo né da morto, divenendo il primo romano dopo Romolo ad essere divinizzato.

Il suo tempio venne fatto costruire nel 42 a.C. ed è ancora oggi visitabile, sebbene sia ormai un rudere, nel sito archeologico dei Fori Romani e sulla sua tomba si possono trovare monete e fiori dei suoi più recenti ammiratori.

Annabella Barbato


¹ laticlavio tunica bianca bordata di porpora indossata dai senatori romani

Bibliografia 

  1. Gaio Svetonio Tranquillo, Vite dei Cesari, trad. di F. Dessì, introduzione di Settimio Lanciotti, Collana Classici greci e latini, 2 voll., BUR, Milano
  2. Plutarco,  Vite Parallele: Alessandro e Cesare, trad. e note di Domenico Magnino, introduzioni di Domenico Magnino e Antonio La Penna, Collana Classici greci e latini, BUR, Milano

Perché gli Alleati hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale

L’8 maggio 1945 la Germania nazista si arrende agli Alleati, ponendo fine alla guerra in Europa.
Ma come hanno fatto gli Alleati a vincere la seconda guerra mondiale? Come hanno fatto a ribaltare una situazione che sembrava disperata? A quale nazione va riconosciuto il maggior merito della vittoria?
Il “tifo da stadio” dei sostenitori di questa o quella nazione serve a tutto tranne che a fornire un quadro preciso o quantomeno verosimile, sacrificando la storicità a della becera propaganda.

Vediamo di analizzare i vari momenti critici che hanno portato la vittoria alla parte alleata, che ho comodamente riassunto in otto punti fondamentali.

1. La battaglia nell’Atlantico

È impensabile pensare alla vittoria alleata senza considerare il teatro dell’Atlantico, che ha visto contrapporsi i sottomarini tedeschi alle navi che trasportavano rifornimenti all’Inghilterra nel momento in cui si è ritrovata da sola ad affrontare la minaccia nazista.
L’importanza strategica di questo teatro è spesso sottovalutata a causa dell’assenza di “grandi numeri” in fatto di perdite umane, ma la quantità di naviglio affondato dai temibili sottomarini tedeschi, nell’ordine delle decine di milioni di tonnellate, dovrebbe far ricredere molti scettici sull’importanza di questo fronte acquatico.
A maggior ragione se aggiungiamo anche il teatro del Pacifico, dove gli americani si sono trovati faccia a faccia contro la Marina dell’Impero del Sol Levante. La più grande battaglia navale, combattuta a colpi di corazzate, portaerei, bombardieri e intelligence ha senza dubbio influito sull’esito della guerra.

2. La grande battaglia terrestre nelle steppe russe

Chi avrebbe potuto fermare la macchina bellica tedesca senza arrendersi dopo la perdita di un quarto del suo territorio, milioni di uomini e una sterminata quantità di risorse?
L’Unione Sovietica, contro tutte le previsioni, è riuscita in una sfida che sembrava impossibile. Nel dicembre 1941 anche i più ottimisti tremavano di fronte alla prospettiva della caduta dell’Unione Sovietica, la cui sopravvivenza non era certamente un fatto scontato.
L’eroismo dell’Armata Rossa, unito alla terribile prospettiva di venire sterminati, ha permesso all’URSS di resistere letteralmente fino all’ultimo uomo per fermare il Reich.
Le battaglie di Stalingrado e Kursk sono state rispettivamente la fine dell’iniziativa tedesca e l’inizio dell’offensiva sovietica (nonostante Kursk sia stata una battaglia difensiva per le forze dell’Armata Rossa), il paragone con le Midway e Guadalcanal potrebbe non essere così azzardato.
Inutile sottolineare la fondamentale importanza di questo fronte che ha prosciugato le risorse di entrambe le potenze e ha concentrato la maggior parte degli uomini del conflitto.

3. I bombardamenti angloamericani

Il ruolo dei bombardamenti è spesso discusso a livello morale, ma non è questa la sede per discuterne, a noi interessano gli effetti che questi hanno avuto sul morale e sulla produzione delle forze dell’Asse.
L’efficacia dei bombardamenti è stata discussa, ma è un dato di fatto che le massicce incursioni giorno e notte da parte delle forze angloamericane ha dato indirettamente una grossa mano all’Unione Sovietica, richiamando un grande quantitativo di aerei (che nella seconda guerra mondiale ricoprono un ruolo fondamentale nella supremazia della battaglia) e di uomini, nonché una parte di produzione dedicata alla difesa contro i bombardieri anziché di armi offensive da usare ad Est. I bombardamenti ridussero di un terzo la produzione tedesca di alcuni settori e richiamarono la maggior parte della Luftwaffe a difesa della Germania, lasciando così spazio alle forze aeree sovietiche a Est.

4. L’invasione della Francia e i servizi di intelligence angloamericani

Il ruolo dell’Operazione Overlord viene enfatizzato dai sostenitori americani e sottovalutato dai sostenitori sovietici.
L’apertura di un secondo fronte in Europa fu fortemente voluta da Stalin fin dagli inizi dell’Operazione Barbarossa, ma gli Alleati riuscirono a metterla a punto solamente nel 1944, dopo un immenso lavoro logistico. Uno sbarco ben coordinato contro il Vallo Atlantico, il sistema difensivo della Germania che si estendeva dalla Norvegia alla Francia, era ben diverso da una battaglia in campo aperto come quelle che si svolgevano 3000 km più a Est. In questo teatro si deve dare un grosso tributo ai servizi di intelligence angloamericani che riuscirono a imbrogliare i tedeschi facendogli credere che lo sbarco sarebbe avvenuto in un luogo diverso dalla Normandia, riuscendo a “nascondere” decine di migliaia di uomini e tonnellate di rifornimenti sotto gli occhi dei tedeschi.

5. La guerra economica e il miracolo americano e sovietico 

La seconda guerra mondiale non fu combattuta solo nei campi di battaglia, ma anche nelle fabbriche. In questo contesto mi vorrei concentrare su 3 nazioni in particolare: Germania, USA e URSS
Partiamo dalla Germania: l’industria bellica tedesca, a differenza di quanto si crede, non era così efficiente, in quanto esistevano centinaia di progetti per un singolo sistema d’arma, inoltre le varie compagnie produttrici erano molto più impegnate a cercare l’appoggio di Hitler che non a creare un coeso sistema d’industria che sostenesse nella maniera più efficiente lo sforzo bellico. Lo “Stato Hitlercentrico” era una continua dispersione di forza lavoro, fagocitata dalla burocrazia e dai conflitti tra i vari funzionari, sempre pronti a pestare i piedi ai loro rivali per entrare nelle grazie di Hitler. La nomina di Albert Speer a ministro degli armamenti portò a un grosso aumento della produzione grazie a una serie di riforme nel settore, ma era ormai troppo tardi per reggere la produzione sommata di USA e URSS. Ciò non può portare a una sottovalutazione di un sistema industriale che è riuscito, nonostante tutte le pecche elencate, a tenere sotto scacco l’intera Europa per anni.
Veniamo ora ai due vincitori. L’URSS riuscì a trasportare letteralmente le proprie fabbriche al di là degli Urali, che ripresero a funzionare al massimo della loro efficacia. In ciò si distinsero i milioni di operai sovietici che lavorarono senza sosta per rifornire i propri soldati al fronte. La capacità di ripresa dell’URSS fu un fatto straordinario, sia per le condizioni terribili in cui versava nel 1941, sia per l’effettivo sforzo fatto dai lavoratori, di cui approfondiremo meglio il punto di vista nel punto 7.
Gli USA riuscirono a diventare una superpotenza economica e militare grazie alle loro straordinarie capacità industriali e al loro apparato produttivo. Una nazione che nel 1939 aveva il 18° esercito del mondo, uscì dal conflitto, sei anni dopo, come la maggiore potenza militare ed economica del pianeta.
Molto importanti da ricordare sono gli aiuti economici forniti dagli USA a inglesi e sovietici, il noto “lend-lease act”, che forniva rifornimenti alimentari, militari ed equipaggiamenti alle due nazioni alleate, grazie ai quali riuscirono a portare avanti il loro sforzo contro la Germania nazista. I rifornimenti americani hanno avuto un ruolo importantissimo nella resistenza senza quartiere dei sovietici nelle prime fasi del conflitto, quando le loro fabbriche erano state distrutte, occupate o ancora in fase di trasporto.

6. Uso della tecnologia delle potenze

La tecnologia giocò un ruolo fondamentale nelle fortune del conflitto. I carri armati, gli aerei e i sistemi d’arma del 1939 impallidivano di fronte alle ultime creazioni delle industrie belliche del 1945, di cui la bomba atomica rappresentò forse il massimo esempio di cosa può fare una nazione che punta molto sulla tecnologia.
Gli Alleati dimostrarono di saper sfruttare al meglio le tecnologie, applicandole in maniera efficiente nel campo di battaglia (basti pensare anche solamente al lavoro di intelligence o ai modi per contrastare le forze dell’Asse. Gli Alleati fecero tesoro dei loro errori), al contrario dei tedeschi che non riuscirono ad essere così efficaci nella messa a punto di nuove tecnologie. Certo, riuscirono a produrre dei carri armati potentissimi e aerei all’avanguardia, ma rimanevano esemplari prodotti in piccole quantità, che venivano surclassati dai meno potenti ma più numerosi T-34 sovietici o dalla spaventosa superiorità aerea angloamericana.
Industria e tecnologia viaggiavano a braccetto nella condotta della guerra e gli Alleati dimostrarono di essere molto più dinamici dei loro avversari dell’Asse


7. Il contesto morale

Il contesto morale potrebbe essere sottovalutato ma ricopre comunque un ruolo rilevante nel conflitto. Gli angloamericani riuscirono a trasformare la guerra in una battaglia per la civiltà e per la difesa della democrazia, i sovietici invece nella grande guerra patriottica in difesa della loro patria socialista, dei loro ideali e della loro stessa esistenza. L’idea di Hitler della grande lotta delle razze si trasformava così in una profezia self-fulfilling. Non è un caso che il fronte orientale sia stato il più duro e disumano, in quanto la propaganda nazista trasformava i propri soldati in uomini convinti della propria superiorità razziale contro gli untermenschen slavi, che meritavano di essere sterminati in quanto inferiori e corrotti dal giudeo-bolscevismo. Il conflitto ad est si trasformava così letteralmente in un terribile scontro di civiltà, la prima che tentava di imporre il suo dominio, la seconda che si batteva con tutti i propri mezzi contro l’invasore nazista.
C’è inoltre da considerare che una guerra difensiva è sempre più giustificabile agli occhi del popolo che non una offensiva. I sostenitori della guerra in Germania andarono via via diminuendo con il mutare delle fortune al fronte, mentre cresceva negli Alleati la convinzione di essere dalla parte giusta, e non è forse vero che un popolo che crede di essere nel giusto combatte con più coraggio e convinzione?

8. I “Big Three”: Churchill, Roosevelt e Stalin

Il secondo conflitto mondiale ha la caratteristica interessante di aver unito due visioni del mondo opposte. Da una parte le democrazie liberali, dall’altra parte la nuova teoria economica del socialismo che trovava applicazione nell’Unione Sovietica. Non potevano coesistere due visioni del mondo più opposte, ma su un punto erano d’accordo: Hitler doveva essere tolto di mezzo. È interessante questo punto, perchè gli altri due membri dell’Asse, Giappone e Italia, potevano essere tollerati, ma la Germania, e la figura di Hitler, erano troppo sovversivi nei confronti del delicato ordine mondiale imposto dopo il primo conflitto mondiale. Tuttavia Hitler riuscì nel miracolo di far andare d’accordo Stalin e Churchill. In questo fu importante la personalità di Roosevelt, che si distinse nel ruolo di mediatore, riuscendo a tenere in piedi un’alleanza molto difficile. Hitler non era in errore quando sperava che forse l’alleanza dei suoi nemici sarebbe potuta saltare da un momento all’altro, ma sbagliava su una cosa: erano indecisi sul modo per eliminarlo, non sul se eliminarlo.
I “Big three” furono importanti non solo per la loro straordinaria collaborazione, ma per il ruolo che hanno avuto sui loro cittadini.
Non importa che opinione generale abbiate di loro, ma è innegabile che in questo frangente dimostrarono qualità invidiabili e fondamentali per portare alla vittoria gli Alleati.
Churchill ebbe la forza di volontà, il carisma e il coraggio di resistere a Hitler da solo, nel momento più buio, quando le sorti del conflitto erano tutte a favore del leader tedesco.
Stalin riuscì a infondere nel popolo sovietico quel coraggio che, unito alla difesa degli ideali del comunismo contro le potenze reazionarie fasciste, trasformò il popolo sovietico in una macchina da guerra inarrestabile, a qualsiasi costo. Come Churchill, non si arrese mai, neanche quando la sconfitta sembrava potesse toccarsi con mano. Stalin riuscì a trasformare il conflitto difensivo in una lotta spietata per la difesa del socialismo e della Madre Russia.
Roosevelt riuscì a trasformare gli Stati Uniti in una superpotenza in grado di operare in diversi teatri contemporaneamente (Pacifico, Nord Africa e poi Italia, Europa, Atlantico). Ma non furono le uniche personalità ad aver influito nel conflitto. Un intero entourage di uomini estremamente competenti operava nell’ombra, in particolare è da ricordare rispettivamente il ruolo di Brooke, Antonov e Marshall, che da dietro le quinte manovravano la tela dell’organizzazione delle tre potenze.

In definitiva, a chi a il merito maggiore?
Risposta: a nessuno, o meglio, a tutti.
Proviamo a immaginare se l’Inghilterra si fosse arresa nel 1940. Chi avrebbe fermato i tedeschi?
E se l’Unione sovietica non fosse riuscita a contenere la spinta offensiva della Wehrmacht? Se gli americani non avessero fornito aiuti economici agli alleati? Se gli angloamericani avessero perso la guerra sottomarina? E senza gli USA, chi avrebbe fermato le ambizioni territoriali giapponesi?
Impossibile rispondere a queste domande senza dare l’ovvia risposta: come un in puzzle, ogni pezzo si incastona insieme all’altro, basta perderne uno per rovinare tutto. Così la seconda guerra mondiale fu vinta solamente grazie al grande sforzo degli uomini delle tre grandi potenze. Non importa quale sia la vostra opinione di queste tre nazioni o dei leader che le hanno guidate nel conflitto, chi si identifica come dalla parte degli alleati, deve un doveroso grazie a ciascuna delle tre nazioni che hanno contribuito, chi in un modo, chi in un altro, alla vittoria finale. A loro dobbiamo la nostra libertà.

Andrea Maggiulli


Bibliografia

  • La strada della vittoria. Perché gli alleati hanno vinto la seconda guerra mondiale, Richard Overy