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La rinascita: il lungo percorso di guarigione

Quando si decide di farsi aiutare, si è già avanti nel percorso di guarigione, infatti comprendere di avere un problema, e non un problema qualsiasi, ma una vera e propria malattia che dà sofferenza alla mente e all’organismo, è già un ottimo traguardo.

Decidere di guarire significa rischiare e non tutti sono disposti a farlo. Chi sceglie di mettersi in gioco, però, deve essere consapevole anche del lungo percorso che lo aspetta. Guarire da un disturbo alimentare non è per niente facile, anzi è il contrario. Ci vogliono: forza, coraggio e determinazione. Solo con queste carte e con l’aiuto degli specialisti si riuscirà ad uscire da quel maledetto tunnel.

Oggi, in compagnia della dott.ssa Giorgia Lucherini, biologa nutrizionista, parleremo del percorso di guarigione dai Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). Un percorso lungo e tortuoso, pieno di ostacoli, ma che, grazie all’aiuto di professionisti competenti, può risultare meno difficile.

Dottoressa, a chi bisogna rivolgersi quando si decide di voler uscire dai disturbi alimentari?

A chiunque possa dare il via ad un percorso di guarigione. Può essere il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta; ma anche lo psicologo, un biologo nutrizionista o un’associazione oppure un’amica, la famiglia, la scuola, chiunque si interessi ad aiutare la persona a cercare delle figure di riferimento per intraprendere un percorso di cura.

Una volta individuato il problema, il passo successivo è indirizzare il paziente verso un centro specialistico o un’associazione specifica che possa fare una corretta diagnosi differenziale e tutte le valutazioni specialistiche necessarie (psicologiche, psichiatriche, internistiche e nutrizionali) in modo da ricevere indicazioni sul trattamento da seguire.

Da quali figure bisogna essere affiancati per intraprendere un percorso di guarigione? 

Come sopra evidenziato, il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta o lo psichiatra sono figure essenziali per tutto ciò che riguarda la parte clinica-diagnostica e farmacologica del paziente e, successivamente, per la valutazione e supervisione, nel tempo, del suo stato di salute.

Lo psicologo-psicoterapeuta è la figura di riferimento per fare un percorso che possa analizzare nel profondo le problematiche che hanno portato alla malattia attraverso una psicoterapia individuale, ma anche familiare, dove appare essenziale un approccio psico-educazionale e interventi di sostegno per i genitori. In tal modo tutti i componenti della famiglia sono coinvolti  nel perseguire un solo e unico obiettivo: la cura della persona.

Il biologo nutrizionista/dietista, può aiutare chi soffre di disturbo alimentare ad apprezzare il cibo e la cucina attraverso un percorso di educazione alimentare personalizzato. Il biologo nutrizionista, insieme allo psicologo, ha il compito non solo di fare una valutazione nutrizionale completa e dettagliata, ma anche una riabilitazione e un monitoraggio dell’andamento dello stato nutrizionale del paziente e il trattamento delle possibili complicanze derivanti dalla malattia in collaborazione con il medico competente. 

La figura del nutrizionista è importante in questo percorso. Come si affronta il problema? Ogni disturbo alimentare ha un percorso specifico?

Non solo ogni disturbo alimentare ha un percorso specifico, ma ogni persona ha un percorso personalizzato nel rispetto del proprio stile di vita. Non esiste un vero e proprio protocollo ma ogni persona, avendo una storia differente, merita di essere considerata nello specifico per affrontare il problema nel migliore dei modi. Ecco che la collaborazione tra le figure professionali coinvolte è essenziale per curare ogni passo questo lungo cammino di guarigione. 

Scrivere un diario alimentare è importante? E perché?

È uno strumento molto importare. Il mio primo approccio non è mai stilare una “dieta ipercalorica”, ma capire la persona che ho davanti, di cosa ha bisogno e come posso entrare nella sua vita in modo da farle cambiare la sua alimentazione quotidiana “per sempre”. Quindi, il diario alimentare soprattutto nei primi incontri, è essenziale per mettere nero su bianco non solo “quanto” la persona mangia ma anche “come” mangia, capire le sue difficoltà e aiutarla a distruggere tutti i miti legati all’alimentazione e tutti i fantasmi che la bloccano.

Nella relazione con il paziente ci deve essere molta fiducia. Perché è fondamentale instaurare un rapporto di fiducia?

Nella relazione con il paziente ci deve essere fiducia reciproca che, di per sé, è una cosa molto particolare in quanto si deve instaurare, in poco tempo, un rapporto tra due persone che non si conoscono. Un rapporto in cui il paziente si deve innanzitutto sentire capito. Tale rapporto influisce direttamente sul livello di motivazione del paziente a star meglio, contribuisce a far sì che lo stesso aderisca al trattamento proposto, e a fornire, senza impedimenti, maggiori informazioni circa il suo stato di salute e la sua storia che, in caso di disturbi alimentari, può essere più o meno delicata. 

Un buon rapporto di fiducia pone il paziente a vivere il percorso di cura con una maggiore serenità e questo, di conseguenza, aumenta le possibilità di guarigione. 

Fiducia è sinonimo di affidamento, aspettativa, speranza. Se non c’è fiducia non c’è niente di tutto questo, la cura del paziente diventa molto difficile. 

Dai disturbi alimentari, quindi, si può guarire?

Non è semplice e, spesso, mai lineare… Ma è possibile.

Oltre ad occuparci della malnutrizione, che è sicuramente il sintomo più visibile, dovremmo però soffermarci sul benessere della mente. Sì, perché i disturbi alimentari sono delle malattie psichiatriche, come ho già scritto nel primo articolo, e come tali vanno trattate con i professionisti adeguati. La dott.ssa Lucherini ha spiegato bene quali sono le figure professionali con cui bisogna lavorare quando si decide di affrontare un percorso di cura e adesso le vedremo in maniera più approfondita.

La guarigione è un percorso multidisciplinare in cui si affrontano contemporaneamente l’aspetto fisico e mentale. In alcuni casi più gravi, però, ci si occupa prima del fisico perché la mente non ce la farebbe a sostenere dei colloqui psicologici, ma in ogni caso una volta raggiunto il peso stabilito, si potrà procedere con la psicoterapia.

Per intraprendere il percorso di guarigione è indispensabile la figura dello psicoterapeuta perché solo con un lavoro di squadra (terapeuta, nutrizionista ed eventuale psichiatra) si riuscirà ad avere sia un benessere fisico che mentale. Le cause che possono portare a questi disturbi sono molteplici e dipendono da paziente a paziente, la cosa che fa la differenza in questi disturbi non sono i sintomi, ma è l’unicità dell’individuo. Ognuno di noi ha il suo vissuto e anche chi è affetto da queste patologie ha la sua storia, i suoi traumi e le sue ferite che vanno curate nel giusto modo. Una buona psicoterapia può aiutare davvero. Le restrizioni e le abbuffate sono solo dei sintomi per riconoscere la presenza di un determinato disturbo, ma le vere ferite che causano la malattia ce le portiamo dentro. 

Tra le terapie più utilizzate per il trattamento dei DCA c’è la terapia cognitivo comportamentale, ma non sono da escludere altri approcci che potrebbero risultare altrettanto efficaci. Non esiste una psicoterapia “giusta”, l’importante è trovare la terapia giusta per se stessi.

Anche la figura dello psichiatra, in alcuni casi, è indispensabile. Direi che nel 2021 possiamo smetterla con il luogo comune che dagli psichiatri e dagli psicologi ci vanno solo i matti. Chiunque abbia bisogno di aiuto deve essere libero di poterci andare senza sentire su di sé il giudizio della gente. Un aiuto farmacologico, in certi casi, è fondamentale e grazie ai farmaci ci potrebbe essere un grande miglioramento della salute del paziente e del suo equilibrio con la vita. Prendere un farmaco non significa essere pazzo, ma avere voglia di guarire. 

I dolori più grandi di queste malattie sono lo stigma sociale,  il non riuscire a farsi capire da chi si ha intorno e spesso anche il non riuscire ad esprimere le proprie emozioni nel giusto modo e quindi trasformarle nei sintomi dei disturbi alimentari che conosciamo bene. Per questo motivo, chiedere aiuto è il primo passo verso un benessere mentale e un successivo benessere fisico, perché solo se la mente starà bene, starà bene anche il corpo.

Non bisogna mai avere paura di chiedere aiuto, di essere giudicati o di risultare deboli, perché chiedere aiuto ad uno specialista non è sinonimo di debolezza, ma significa avere una forza immensa e avere voglia di migliorare sempre di più.

Francesca Motta

Cosa vedi?

Abbiamo parlato con tre ragazzi che soffrono o hanno sofferto di Disturbi del Comportamento Alimentare e abbiamo provato ad immergerci anche noi nella malattia ponendo loro delle domande molto intime e precise. Tutti i ragazzi si sono messi a nudo davanti a noi, raccontandosi apertamente e senza paura e rispondendo alle nostre domande con molta profondità. Chiara, Sebastiano e Francesca lottano ogni giorno per migliorare la loro vita e oggi vogliono raccontarsi un po’.

Chiara, come ti senti quando ti guardi allo specchio? Come si fa a vivere in un corpo che non vuoi?

Partendo dalla considerazione che il corpo è la “bestia nera”, il fulcro, il punto nevralgico attorno al quale nasce e si sviluppa la malattia, io non direi che non voglio il mio corpo… Non lo voglio così com’è… Ma non adesso, in qualsiasi condizione mi trovassi, che fossero 5 o 10 chili in più o in meno degli attuali 27, io l’ho sempre detestato, violentandomi, massacrandomi quotidianamente con digiuni forzati o abbuffate, in una ricerca spasmodica affinché possa aderire all’immagine interna di una perfezione che di fatto non esiste. Ma il corpo è anche l’unica fonte di vera soddisfazione, perché quando mi guardo allo specchio, più mi vedo scavata, emaciata, magra e sofferente e più mi sento gratificata. Elemento fondamentale nella dispercezione corporea da cui siamo affette è anche il peso, quel numero sulla bilancia che tenta invano di restituirti una realtà che rifiutiamo. 

Io sono una bulimica con compenso da ormai venti anni e questa definizione mi corrisponde, la sento profondamente radicata nella mia essenza più di quanto non faccia il mio stesso nome. 

Mi capita quasi quotidianamente di venire fissata in modo insistente, a volte con disgusto, altre con commiserazione, in particolare da bambini che si rivolgono alle mamme: “Perché è così magra?” e di assistere al disagio delle genitrici che liquidano con poche fredde parole la curiosità dei loro pargoli: “è malata amore”… In un’occasione addirittura una bimba di circa tre anni mi si avvicinò e mi toccò la pancia e le cosce, non riuscendo a farsi capace di quell’immagine così inconcepibile per lei. Vorrei permettermi di suggerire a quelle mamme che si trovano in imbarazzo di fronte alla mia figura, che i vostri figli, in particolare quelli piccoli e sensibili, lo percepiscono e invece che “preservarli” da una realtà di sofferenza, li incuriosite ancora di più e paradossalmente potrebbero rimanere affascinati da un qualcosa che per loro rimane misterioso. Quindi spendete due parole per spiegare loro che la nostra è una malattia terribile, purtroppo sempre più diffusa, ma non siamo esseri alieni o mostruosi… Esattamente come fareste di fronte ad una ragazza in carrozzina perché diversamente abile… 

Noi siamo al contempo vittime e carnefici di noi stesse, ma non l’abbiamo scelto, non ci crogioliamo nella nostra disperazione senza porci quotidianamente domande e tentativi di limitare la forza di un disagio che ci rovina la vita. Per fortuna oggi esistono tanti validi terapeuti e anche qualche struttura funzionale in grado di aiutarci e tante/i guariscono, una speranza che mi accompagna e, nonostante tutte le ricadute e i fallimenti, mi sprona ad andare avanti giorno dopo giorno.

Sebastiano, cosa significa essere invisibile nella malattia? Quanto ti sei sentito solo?

La solitudine ti sbrana più della stessa malattia. Invisibile credo che significhi innanzitutto sentirsi soli, separati, distanti dal mondo che ti circonda. Invisibile è una sensazione che va oltre lo sguardo, la superficie delle cose, il piano della materia. Invisibile è una sensazione che ha a che fare con le connessioni, le intimità, la comprensione, il riconoscimento. Invisibile è stare tra gli altri e avvertire e manifestare un dolore e non riuscire a comunicarlo, o forse, anche di più, comunicarlo e non avvertire un riscontro. Avvertire. Una questione di sensazioni, spesso di fatti: sei tra i tuoi simili, ma ti senti altro. “Ho sperato che il cielo si lacerasse”, scrivevano (forse il mio incipit preferito). Ed è così: nella malattia l’ho sperato a lungo. Che il cielo si lacerasse, che le persone intuissero, che qualcuno o qualcosa potesse essermi abbastanza accanto da capire fino quasi a sovrapporsi. Ammetto. Ho sperato a lungo gli altri potessero infettarsi, lacerarsi, anche soltanto per un secondo. Boccheggiare nel mio dolore e poi tornare a galla, senza fiato, ma con più consapevolezza. Solitudine è quando ti osservano colare a picco e tutto e tutti intorno urlano di farcela e di tornare in superficie soltanto battendo i piedi e le mani. Come uno show. Ma intanto l’acqua ristagna nelle orecchie e tu non senti niente. Solo, invisibile. Eppure questa solitudine può essere spezzata, il mare tornare il cielo, la spiaggia la mano calda che rincorre la schiena – come una formica – fino a farti sorridere prima di dormire.

Francesca, come ti senti quando ti guardi dentro? Cosa provi per te stessa?

Non mi piace guardarmi dentro, soffro molto quando lo faccio. Eppure, a volte, arriva il momento in cui bisogna guardarsi dentro e fare i conti con se stessi. Quando arriva questo momento ho sempre molta paura perché neppure io so chi sono, ancora devo scoprire la mia identità. Scoprire se stessi è un percorso lungo e pieno di ostacoli: si inciampa, si cade e ci si rialza, ma non è affatto semplice. Quando mi guardo dentro provo molta tristezza per me stessa, una grande sensazione di vuoto mi accompagna sempre ed è quasi impossibile colmare questo vuoto. 

Mi guardo dentro e mi sento a pezzi. Sento che la mia identità è divisa in pezzetti minuscoli di me che non riescono a ricongiungersi tra loro. Alcuni pezzi di me sono sani, sono la parte sana di me, quella che vuole lottare e quella che mi urla che posso farcela ad andare avanti; altri pezzi, invece, sono la parte malata di me e mi sussurrano con una voce bassa e decisa, che non ce la farò mai, che sono una fallita, che non devo mangiare, che sono senza speranza, che merito di stare così male. Questa voce maledetta fa da colonna sonora alla mia vita, è un tormento, non mi dà pace, non mi lascia un attimo di tregua. 

Ricomporre tutti questi pezzi di me è molto difficile e spesso non riesco a ricomporre il mio puzzle, oppure perdo i pezzetti sani di me e in mano mi restano solo i pezzetti malati. Che si fa in questi casi? Do ragione alla malattia. Sì, le do ragione. E così, oltre ad una voce malata che mi rimbomba nelle orecchie, c’è anche il mio animo che impazzisce e si colora di nero, e così anche tutta la mia vita. Il nero diventa lo sfondo del quadro della mia vita. Questo colore mi intrappola, mi stringe forte a sé, non mi fa vedere la luce, che invece da qualche parte c’è. Avete presente quando è sera e piano piano si spengono tutte le luci, una alla volta? Ecco, dentro di me succede la stessa cosa. Lentamente tutto diventa nero e in questi momenti sono io che devo trovare la forza per riaccendere una luce o trovarla da qualche parte. Con il tempo ho imparato che posso illuminarmi solamente da sola, non c’è nessuno che possa farlo al posto mio. So che devo concretamente aumentare la luminosità della mia vita e si può fare davvero, serve molta forza di volontà. Quando è tutto nero, mi focalizzo su un ricordo bello che ho e alzo al massimo la luminosità del mio ricordo, fino a farlo brillare. E così, piano piano, la luce torna. In questi casi è inutile stare a rimuginare sui pensieri perché in questo modo aumentano solamente le paranoie e ci si perde nei nostri stessi pensieri.

Tornando alla domanda iniziale, quando mi guardo dentro provo tante emozioni differenti, forse anche troppe, così tante che non so nemmeno distinguerle. Ancora non so bene cosa provo di preciso, sto imparando a conoscermi piano piano e con il tempo imparerò a guardarmi dentro e a decifrare ogni pezzetto di me. Per adesso, mi accontento di guardarmi e basta, mi guardo a distanza, mi guardo da lontano, senza andare troppo a fondo perché ho ancora molta paura del dolore e di scoprire chi sono.

Francesca Motta

Valerio, il racconto di un amico 41 anni dopo

Stamattina fissando la foto del murales disegnato da Jorit mi si è sciolta la memoria.

La prima volta che ho visto Valerio è stata all’Archimede; lui era più piccolo di me di un anno, io del ’60, lui del ’61. In quel periodo se facevi politica era normale conoscersi tutti. Eravamo divisi in gruppi: io facevo parte dell’Area di Lotta Continua, che era praticamente l’eredità di Lotta Continua, sciolta nel ’76, Valerio invece faceva parte di Autonomia Operaia, anche se in realtà è sempre stato abbastanza indipendente, tant’è che poi creò un suo gruppo a parte.

Io militavo nella sezione di Lotta Continua al Tufello a via Scarpanto e lì ospitammo lui che insieme a altri sette/otto compagni creò appunto un gruppo che si chiamava Nucleo comunista per l’Autonomia del Proletariato. Quindi io stavo a contatto con loro tutti i giorni prima a scuola, poi in sezione.

La nostra militanza nasceva dallo spirito del tempo, d’altronde eravamo i fratelli minori del Sessantotto. Quello è stato lo spartiacque: in Europa e negli Stati Uniti, nascono i movimenti che contestano la società autoritaria, che contestano i padri con nuovi stili di vita, poi via via si politicizza col Vietnam, col Cile, …

Se pensi che a fine degli anni Settanta in Europa c’erano tre dittature, adesso una cosa del genere sembrerebbe impossibile. Nel ’73 il colpo di Stato in Cile. C’era un contesto internazionale allarmante. Qui da noi, poi nel ’69 c’è stata la strage di piazza Fontana, quindi inizia la strategia della tensione. Era un periodo indescrivibile con gli occhi di oggi. Respiravi politica dalla mattina alla sera.

Era quindi lo spirito del tempo a rendere quasi impossibile restare indifferenti, ovviamente poi c’era anche chi, come tanti dei miei coetanei, era totalmente disinteressato. Poi andando all’Archimede “gioco forza”, sono stato subito risucchiato dalla passione politica.

Certo, l’antifascismo militante era una pratica quotidiana. Ci chiamavano all’Orazio, al Giulio Cesare ecc per difendere l’ingresso o l’uscita di compagni che stavano in zone come Talenti, Trieste-Salario. Era un vero e proprio servizio d’ordine in assetto costante.

Ci chiamavano…tu dici come ci chiamavano non c’erano i telefonini? Venivano con le moto, oppure con i mezzi che avevamo a disposizione, era la normalità.

Valerio, come tutti noi, inizia a fare controinformazione, in più lui aveva anche una passione poco diffusa ai tempi, la passione per la fotografia. Stava sempre con questa macchina fotografica, col teleobiettivo, tutte cose che a quei tempi nessuno aveva a disposizione. Stiamo veramente parlando dell’era glaciale rispetto ad oggi. E nel suo mirino sono finiti anche i fascisti.

Non è un segreto era riuscito a costruire un organigramma molto dettagliato e meticoloso delle varie organizzazioni di estrema destra. Aveva un metodo estremamente preciso, portava avanti questo lavoro di raccolta costante. Quello che ha fatto la differenza, che lui faceva le fotografie; molti si limitavano a mettere nome e cognome, indirizzo, scuola e finiva li.

Perché c’era l’antifascismo militante? perché erano successe delle cose molto pesanti. Nel ’77 i fascisti entrano alla Sapienza sparano e colpiscono alla testa uno studente di legge Guido Bellachioma. Da lì poi prende il via il Movimento del ’77. I fascisti continuano a sparare e uccidono Walter Rossi. Nel ’78 uccidono Roberto Scialabba,Fausto e Iaio, Ivo Zini. Nel ’79 venne ucciso a Torpignattara Ciro Principessa.

Sai cos’è Acca Larentia? Sempre nel 1978 al Tuscolano un commando, di uno dei tanti gruppetti che praticano la lotta armata, spara davanti alla sezione del Movimento Sociale e uccide due militanti, immediatamente dopo partono degli scontri con la polizia che uccide un altro missino. In quel momento, possiamo dire nascono i NAR.  La miccia è la vendetta. La tensione sale alle stelle.

Ad esempio quando arrestarono Valerio fecero una perquisizione in casa e, oltre al famoso dossier, trovarono una beretta 7 e 65. Oggi sembrerà brutto dirlo, ma era abbastanza comune averne una, era una vita complicata in cui ogni sera quando tornavi a casa ti facevi il segno della croce.

Valerio è stato arrestato il 20 aprile del ’79. Aveva 18 anni e due mesi, gli altri che erano con lui erano minorenni. Stavano armeggiando in un casolare quando vennero sorpresi da una macchina della polizia. Solo Valerio, unico maggiorenne,  fu portato a Regina Coeli… Gli diedero 7 mesi. Se li fece tutti a Regina Coeli, in cella con Paolo e Daddo (Paolo Tommasini e Leonardo Fortuna), che erano più grandi di lui e lui calcola che forse era veramente il detenuto più giovane. Uscì il 22 novembre 1979, esattamente tre mesi prima di morire.

Quando tornò da noi a via Scarpanto, al Tufello, era molto provato, molto scosso, lui di solito era uno che scherzava sempre, rideva. Quando tornò era rabbuiato, molto diverso. Si…ovviamente avevamo parlato ma non c’eravamo detti cose particolari, non è che si facevano domande per non mettere in imbarazzo nessuno. Io l’ho trovato molto cambiato, poi aveva perso l’anno a scuola quindi ha ripreso a studiare e poi ha ricominciato a fare le cose che faceva prima.

A scuola come andava? Col vespino bianco.

Qualche settimana prima della morte di Valerio, ci fu uno scontro a piazza Annibaliano con un gruppo di fascisti di Terza Posizione. Valerio per difendere un suo compagno tirò fuori il coltello e colpì Nanni De Angelis, Valerio da parte sua aveva ricevuto una martellata contro il petto. Dopo la colluttazione fu ritrovata una borsa di tolfa per terra con dentro un goniometro, si dice che ci fosse anche il documento di Valerio, ma non è mai stato dimostrato.

La mia opinione sulla sua morte? Io ho sempre pensato che quell’azione fosse finita male. Quel commando di tre fascisti non era un commando di “professionisti”, erano tre che forse volevano accreditarsi per entrare nei NAR o magari ce n’era solo uno dei tre un po’ più esperto degli altri. Questa è la mia impressione.  La dinamica si è sviluppata in maniera troppo anomala, cioè se avessero voluto ammazzare Valerio l’avrebbero aspettato sotto casa, invece il fatto di entrare in casa, legare e imbavagliare Carla e Sardo, i genitori, aspettarlo per quasi un’ora, non è la dinamica di chi vuole uccidere una persona… poi lui arriva c’è la colluttazione, lui faceva sia karate che judo insomma non era uno che si metteva paura, c’è stato uno scontro e poi a uno dei tre è partito un  colpo o ha sparato intenzionalmente, non lo so, …  un solo colpo alla schiena.

Una dinamica del genere non si era mai verificata in nessun’altra azione fatta dai fascisti.

Pensa quel venerdi, era l’una e mezza io stavo all’Archimede insieme a altri quattro cinque compagni e c’era anche Valerio. Quella mattina avevano tirato da un balcone dell’Archimede dei volantini delle Brigate Rosse e quindi restammo poi li sotto scuola a parlarne. Ci salutammo, lui  partì col suo vespino e andò a casa. Nel frattempo si erano fatte quasi le due, i tre fascisti erano andati li un’oretta prima, la madre ingenuamente gli aveva aperto la porta pensando si trattasse di amici. Ed è finita come sappiamo.

Dopo la morte, iniziarono le indagini ed uscì fuori questo testimone, l’unico, un condomino. Lui pochi giorni prima vide Valerio parlare con tre ragazzi e disse che si trattava degli stessi ragazzi del 22 febbraio. Poi lui per paura ritrattò tutto e si trasferì.

Sì erano coetanei, erano dei ragazzi.

Tu devi calcolare che avevamo tutti più o meno 18/20 anni, sia noi che loro, i fascisti, quindi eravamo dei pischelli, quindi anche per questo era naturale conoscersi: ad esempio io che sono nato a Talenti da ragazzino a 13 anni giocavo a pallone con quelli che poi dopo sono diventati dei fascisti, la stessa cosa valeva per Montesacro, la stessa cosa valeva per Trieste-Salario, perché eravamo stati dei ragazzini.

L’omicidio è stato rivendicato sia da destra che da sinistra?

Si vabbè quelli sono stati depistaggi, nel senso che i NAR, quasi mai rivendicavano le loro azioni.  Anzi, le attribuivano a Prima Linea, o a organizzazioni comuniste minori, Nuclei Armati proletari per dire. Era un po’ un classico infatti quando uscì la prima rivendicazione che era questa fantomatica Organizzazione Armata Comunista non ci credette nessuno perché era una buffonata. Poi ci fu la loro rivendicazione con alcuni particolari che appunto loro scrissero in quel comunicato, come ad esempio che avevano “lasciato” la pistola con cui avevano sparato a Valerio, in più c’era il calibro 38 della pallottola. Quella è stata una delle poche volte che loro hanno rivendicato un’azione, mentre Br e Prima Linea prendevano la paternità di quello che facevano.

Ai funerali, il 25 febbraio al Verano la Questura non autorizzò il corteo ma solo un presidio. Eravamo almeno in diecimila. Comunque provammo ad arrivare almeno a San Lorenzo e invece lì la polizia iniziò a sparare. Quel giorno ho provato per la prima volta un dolore immenso.

Quello che ho vissuto io è quello che hanno vissuto i ragazzi di vent’anni come me in quegli anni, nel bene o nel male. Facendo parte di un’organizzazione ci si spostava nei vari quartieri per partecipare a varie riunioni e inevitabilmente si era creata una comunità tra quelli di Garbatella, del Trullo, di Primavalle, ecc… quindi era molto forte il senso di appartenenza che, secondo me, manca molto alla vostra generazione.

Mi fai una domanda molto difficile, io ho un figlio di 19 anni e al Liceo era molto attivo in politica. Per esempio relativamente all’impegno per la crisi climatica mi diceva sempre che si in piazza la gente scendeva, poi però ai collettivi del liceo erano sempre i soliti dieci-venti Da lui ho colto una forte disillusione nella possibilità di un impegno costante.

Che poi lo spirito del tempo, il contesto internazionale fanno la differenza. Adesso la vostra generazione ha una nuova opportunità: cioè che ciascuno di voi possa fare almeno la sua piccola rivoluzione interiore. Ad oggi non puoi immaginare nessun tipo di rivoluzione nella società civile perché credo che non ne abbiate la forza, non ce l’ha nessuno la forza, però potete partire da voi, prendere coscienza delle storture del mondo di oggi.  È importante che comunque non siate indifferenti, abbiate gli occhi per vedere, non siate addormentati, ipnotizzati, come dici te, assopiti.

Ringrazio X per avermi e averci raccontato Valerio con i suoi occhi.

A 41 anni dalla morte, il caso Verbano diventa sempre più intricato ma le indagini restano aperte. Dopo una prima inchiesta, chiusa nel 1989 per mancanza di indizi, la Procura di Roma ha riaperto le indagini nel 2011. Ad oggi la speranza di arrivare alla verità è sempre più difficile; attualmente l’esito di questo mistero è affidato a due perizie, noi comunque, oggi, scendiamo in piazza.

Mi piace concludere con le parole lasciate da Carla, madre di Valerio, riguardo le indagini:

Vorrei dire un’ultima cosa. Nel rapporto su mio figlio, che per anni è andato in Vespa con la sua macchina fotografica a tracolla, c’è scritto che le fotografie sono tutte sfocate e indistinte per un errato uso della macchina fotografica. Strano, erano anni che andava in giro a fare fotografie. Quelle del dossier si vedevano tutte. Stavolta invece no, tutte buie. Dev’essere che Valerio, quel giorno, è riuscito a fotografare il futuro. Non il suo, quello di tutti. 

(Sia folgorante la fine, 2010, pag.194)

Zoe Votta

In copertina: murales di Jorit dedicato a Valerio.

L’Explosion di Ascy

La scena musicale italiana, come d’altronde ogni altra scena musicale, la lingua, la cultura e praticamente ogni cosa possa venire in mente a chiunque, tende sempre più velocemente alla semplificazione. Tralasciando i massimi sistemi e concentrandosi solo sulla musica (in quello che è invontariamente anch’essa una semplificazione) i ritmi sono sempre più elementari, le parole sempre meno, i concetti più stereotipati. Ascy va in controtendenza rispetto a tutto ciò. La sua musica è ariosa, a tratti barocca, ogni istante porta a qualcosa di inaspettato rispetto a ciò che si ascoltava un istante prima: Explosion è un EP complesso e piacevole da ascoltare, in un costante gioco di suoni e parole che coinvolgono l’ascoltatore costantemente. L’intervista che è scaturita dall’incontro con lui non poteva che essere simile. Inizia piano, a tratti in maniera compassata, ma poi mentre il musicista si riscalda escono fuori tutti i lati che compongono la personalità sfaccettata di Ascy: la filosofia, lo studio, l’improvvisazione. Vi lascio alle sue parole.

Ciao Ascy! Iniziamo da te: da quanto fai musica?

Io ho iniziato a suonare la chitarra in terza elementare, poi dalla chitarra mi sono allargato ad altri strumenti che continuo a studiare e approfondire ancora adesso.

Come è nata questa tua passione?

A casa. Mio padre ascolta molta musica, è il tipo che ascolta sempre musica a tutto volume. Inizialmente ascoltavo hard metal, heavy rock, che è il suo genere, poi studiando mi sono appassionato anche ad altri generi.

Sei un musicista a tempo pieno?

No, però ovviamente l’aspirazione è quella. Continuo a studiare, sono al secondo anno di Filosofia a Roma Tre, nel frattempo faccio attivismo, e poi lavoro. Diciamo che sono abbastanza impegnato… Quindi ecco a tempo pieno no, ma rimane comunque una parte prioritaria.

Come coniughi la tua vita universitaria e quella artistica?

Diciamo che è complicato. Vedo la musica come uno studio, un po’ come l’università, ci vedo dei punti molto simili, quindi a volte coniugarle è un po’ difficile: quando stacco dallo studio per gli esami e passo allo studio della musica il cervello è saturo. La musica resta sempre però l’attività che faccio quando voglio stare un po’ tranquillo, mi offre l’occasione per staccare.

La pandemia ha colpito in maniera corposa sulla vita di tutti noi, sconvolgendo le abitudini, il modo di vivere e le prospettive della fascia più giovane della società. Che impatto ha avuto sulla tua produzione artistica?

Sicuramente mi ha rallentato. Fino a un anno fa avevo intenzione di trovare persone che suonassero con me per registrare la mia musica, e la pandemia ovviamente ha bloccato molte cose. Mi ha portato a dover fare tutto da solo, che da una parte è stato anche un bene, perché mi ha dato modo di fare pratica con la registrazione, con il mixing e anche con lo studio dei vari strumenti. Mi ha dato tanto tempo da dedicare alla musica, ma allo stesso tempo mi ha impedito di continuare con l’idea iniziale.

Il 14 Dicembre è uscito l’EP “Explosion”. È la tua prima opera organica?

Avevo provato le prime registrazioni, circa un anno e mezzo fa. Avevo pubblicato un altro EP su SoundCloud, ma ora non sta più neanche lì perché ogni volta che lo risento mi sento male, “Mamma mia la monnezza che ho fatto”, alla Boris. C’è comunque una certa nostalgia verso i primi tentativi, quella è stata una prima opera organica, ma mi è servita più che altro proprio per imparare le basi, letteralmente a premere “REC” sui vari programmi. Bell’esperienza eh, ma considererei comunque Explosion la mia prima opera seria.

Da dove nasce l’idea? E come è stata la sua gestazione?

I brani nascono di solito da idee che mi appunto, sia musicali che di testo: mi capita di fare un po’ entrambe le cose, sia di registrare melodie, basi, accordi e poi andarli a sviluppare, sia di scrivere qualcosa, e partire da quello. Mi segno ciò che mi colpisce, è come se ci fosse un germe che tu vai a raccogliere e poi ad allargare sempre di più, riempendolo di parole e di suoni. Nel caso specifico di questi quattro brani, erano quelli che avevano una maggiore coerenza tra di loro, quindi ho deciso di metterli insieme e appunto pubblicarli.

Perché hai scelto di fare musica in Inglese?

Non è una scelta deliberata: per me qualsiasi canzone in qualsiasi lingua andrà bene, se imparassi l’arabo scriverei pezzi in arabo. Per esempio, mia madre è nata e cresciuta in Francia, io lo parlo molto bene, e mi è capitato di scrivere in francese, anche se poi non ho ancora pubblicato nulla. Quando scrivo in italiano poi lo rileggo e mi do due schiaffi, mi chiedo “Ma che hai fatto?”. L’italiano mi dà spesso tante preoccupazioni, mi mette l’ansia di scrivere per forza qualcosa di molto serio. L’inglese è più facile, perché tutte le parole hanno l’accento sull’ultima vocale, è molto più musicale. Allo stesso modo quando Pino Daniele cantava in napoletano, era perché il napoletano ha un’accentazione simile all’inglese, e le sue canzoni erano geniali. L’italiano ha una maggiore complessità, e forse essendo io Italiano sento il peso della padronanza della lingua. Con l’inglese posso invece essere più diretto.

Come definiresti la tua musica?

Gli artisti sono sempre i peggiori a descrivere quello che fanno, di solito lo fanno molto meglio i critici. Diciamo per questi brani soprattutto l’ispirazione è l’alternative rock, però più malinconico, un po’ più arioso, leggero. C’è un’atmosfera un po’ alternative, ho cercato di fare canzoni un po’ più ricercate, non classiche: una cosa che non sopporto sono le canzone tutte dritte, precise, mi piace quando si va a rompere quello che si immagina prima, tutto ciò che esce dagli schemi è quello che mi attira di più.

Quali sono le tue principali influenze?

Come ti dicevo prima, ogni cosa che mi colpisce può diventare un’influenza, cercando però sempre di non copiare mai. Soprattutto adesso le mie vengono dal jazz contemporaneo, la musica più di avanguardia di questo periodo. Chi va a fare musica deve proporre una cosa che sappia fare solo lui, un po’ come quando si va a un ristorante stellato: tu vai lì non tanto per il piatto, ma perché sai che lo mangerai in un modo in cui sa farlo solo lo chef, solo lì, è un piatto che non sapresti rifare da solo a casa. In generale, mi piace chi porta al panorama musicale qualcosa di nuovo. Qualche gruppo che mi viene in mente: i Pixies, i Sonic Youth, venendo dalla chitarra ovviamente i Led Zeppelin… Un po’ di tutto.

Colpisce molto la copertina dell’album, un dipinto realizzato dall’artista Luca Di Gregorio. Come nasce la collaborazione con lui?

Praticamente è un fratello per me, ci conosciamo da un sacco di tempo. Tra l’altro da ottobre mi sono trasferito a vivere da solo, e gli affitto una stanza dove lui tiene lo studio… Il dipinto viene da là, era proprio dentro casa mia, che sta diventando una mezza factory artistica. Mi piace quello che fa, sono felice di avergli chiesto di fare qualcosa per me.

Come credi che le varie arti si influenzino tra di loro?

Secondo me, il concetto nel quale trovo il maggior punto di forza della musica, cioè nello studio, nella ricerca dell’espressione, è comune a tutti gli ambienti artistici. In questo senso sicuramente la commistione tra le varie arti c’è sempre stata, ed è uno degli elementi fondamentali del processo artistico, come diceva Plotino: “essere partecipi nell’arte”, partecipare in tutto il processo artistico, iniziato da quando l’uomo ha iniziato a fare i primi graffiti nelle caverne e che dura tutt’ora. È il bisogno di esprimersi, di lasciare tracce di sé, di condividere: questo è alla base del processo artistico, e di conseguenza, di ogni forma di arte.

Tornerai a fare live quando sarà possibile?

Mi sono sempre esibito live, anche in piccolo, suonando con gli amici. Proprio prima che scoppiasse la pandemia avevo suonato in un contest a Rinascita 2.0, qui a Roma, ma considera che era tipo il 3 marzo un paio di giorni dopo hanno chiuso tutto… Purtroppo è andata come è andata. Ma riprenderò sicuramente: per me la parte live è quasi più importante della musica che registri, perché è lì che vedi il musicista vero. Andare live e trasmettere qualcosa che sia reale e diretto a chi ti ascolta è fondamentale. Anche quando vado a vedere live altrui, quello che mi colpisce è quello stare sul pezzo in quel momento, quando tirano fuori dalla testa idee allucinanti, e tu sei consapevole che quello lo hanno inventato in quel momento e non lo rifaranno più, esiste solo in quell’istante. Il fattore dell’improvvisazione è fondamentale nel jazz, ed è anche il motivo per cui ti citavo invece prima i Sonic Youth: a loro non importa delle registrazioni, nei loro concerti i pezzi durano un quarto d’ora, perché il punto è proprio lo stare insieme, l’essere tutti sincronizzati nella musica e uscire fuori dagli stessi schemi che ti connettono. Il musicista che improvvisa ha la capacità di trascendere da tutto ciò che gli altri già sanno, rimanendone però allo stesso tempo all’interno. Questo per me è il fulcro della musica, e prende forma dal vivo, nel vedere e soprattutto sentire in quel preciso momento qualcosa.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Anche con Luca stiamo riorganizzando le idee per i prossimi mesi. Ho trovato un paio di cose che mi piacciono e che vorrei andare ad approfondire ed elaborare. Mentre per Explosion io ho preparato le canzoni per l’EP e poi Luca ha realizzato la copertina, ora vogliamo lavorare in sincrono, facendo un’opera condivisa. Spero di riuscire a far uscire un disco completo, ho una decina di brani su cui vorrei continuare a lavorare, speriamo bene.

Paolo Palladino

Sono Claudio Cirillo e sono un cantautore!

Claudio Cirillo è un curioso cantautore che non ha mai smesso di ricercare nuove sonorità, senza mai abbandonare l’immediatezza della semplicità. Ha cercato di raccontare il suo vissuto tramite la musica da un nuovo e originale punto di vista. Il suo nuovo album Puzzle, uscito ad ottobre 2020, è la massima espressione di questo. Ho avuto il piacere di porgli delle domande sul suo progetto e sul suo futuro.

Claudio Cirillo presentati! 

Ciao a tutti, sono Claudio Cirillo e sono un cantautore! Sembra facile detta così, visto che oggi il cantautore deve essere anche influencer, manager, fotografo, videomaker, produttore, arrangiatore, musicista, promoter, cuoco perché insomma devi pure magnà e infine deve scrivere testi… se rimane del tempo.

Come definiresti il tuo nuovo album Puzzle

Puzzle è il primo tassello che ho inserito nel quadro che ho in mente per i prossimi anni. Credo che il puzzle sia un’analogia della vita, dove tutti noi continuiamo a cambiare, a formarci e ogni giorno aggiungiamo le nostre esperienze al un quadro più grande. 

Cosa vuoi esprimere con i tuoi pezzi? 

I miei brani sono un riflesso della mia vita, quindi voglio raccontare la mia visione del mondo e delle mie esperienze.

Quale è il tuo pezzo preferito dell’album?

Molto difficile come domanda! Penso Bellezza d’oriente, perché è stata la prima canzone che ho scritto e ci sono affezionato. 

Hai fatto tutto da solo? 

Chi fa per se fa da tre! No, no, non è vero, chi fa tutto da solo non ha modo di crescere professionalmente perché non si confronta mai e rimane da solo come una cipolla, che è bona da sola, ma quando l’accompagni con un sugo e un po’ di spezie si riempie di profumi e sapori. Ho la fortuna di avere come amico il super produttore e musicista Jacopo Mariotti, che ha curato gli arrangiamenti e i mix. Aurora Molina poi ha gestito con grande professionalità la parte di promozione e ufficio stampa. 

Come hai registrato i pezzi? 

Tutto l’album è stato completamente registrato a casa, sfruttando il materiale che avevamo.

Sei partito da chitarrista ed hai sviluppato molte altre capacità musicali, come è avvenuto questo percorso? 

Come dicevo prima, non si può fare tutto da soli, l’unico problema è che appena chiedi aiuto spesso ti ritrovi a dover pagare… se fai il musicista come lavoro principale devi essere bravo a gestire economicamente il tuo progetto. Per questo motivo mi sono avvicinato ad altri mondi, ad altri interessi, che girano intorno alla musica. Molti mi hanno appassionato e li sto approfondendo, altri ho capito che non erano per me!

Quali sono i tuoi progetti per il futuro ? 

Sto già lavorando ad altre cose, e appena finirò di pubblicizzare Puzzle, vedrete cosa tirerò fuori dal cappello! Inoltre da quest’anno sto iniziando a promuovere e produrre i primi artisti. È una nuova e stupenda avventura che mi sta prendendo molto, a breve potrete ascoltarli!

Ilaria Serangeli