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3 agosto | Educazione sentimentale e di genere – Podcast

“Educazione sentimentale e di genere” fa parte di un ciclo di cinque incontri su tematiche diverse. Il nostro obiettivo è quello di fornire uno sguardo critico sui fenomeni che caratterizzano la realtà quotidiana, senza dimenticare l’importanza delle testimonianze dirette. Quest’anno si sono celebrati i 50 anni dei “moti di Stonewall”. “It’s a revolution” urlato da Sylvia Rivera, il simbolo dello scoppio dei “moti”, è lo slogan non solo di Stonewall, ma diventa l’ossigeno dei movimenti di rivendicazione dei diritti successivi. Oggi i diritti della comunità LGBTQIA+ sono sempre più dibattuti e in alcuni paesi stanno iniziando finalmente a essere riconosciuti. In questo incontro abbiamo cercato di capire quali sono le problematiche legate a un pieno riconoscimento di questi diritti, soprattutto in Italia, e quanto sia lunga ancora la strada da percorrere.
Ne abbiamo parlato insieme ai nostri ospiti: Andrea Maccarrone, Maria Grazia Bonaldi (AGEDO), Roberto Tufo (UDS) e Gianfranco Goretti (Famiglie arcobaleno).

  • 0 – 4:20 Introduzione e video
  • 4:20 Andrea Maccarrone
  • 17:20 Maria Grazia Bonaldi
  • 29:08 Roberto Tufo
  • 33:09 Gianfranco Goretti
  • 46:36 Domande dal pubblico

La disillusione | Educazione sentimentale e di genere

Sabato 3 agosto si è svolto il quinto e ultimo appuntamento con La disillusione – le realtà in un mondo che cambia, ancora una volta nella location di Parco Schuster. Questa volta l’incontro verteva sull’educazione sentimentale e di genere. Gli ospiti sul palco (presentati dalla nostra Jovana Kuzman) sono stati: Andrea Maccarrone, attivista LGBTQI+; Maria Grazia Bonaldi, per l’associazione AGEDO ROMA – NO all’omotransfobia; Roberto Tufo, attivista per Unione degli Studenti; Gianfranco Goretti, presidente dell’Associazione Famiglie Arcobaleno.

Dopo una breve introduzione, con la visione del video del Pride 2019 (di Niccolò D’Alonzo) e il ricordo dei 50 anni dei moti di Stonewall, l’incontro è cominciato con l’intervento di Andrea Maccarrone.
Un intervento che si è focalizzato soprattutto sull’educazione di genere a scuola, partendo da una critica del sistema scolastico: sistema che dovrebbe formare in maniera più consapevole la società, partendo anche da una maggiore attenzione riguardo l’educazione sessuale. La questione più importante nell’intervento di Andrea Maccarrone si basa su un rapporto sano con la propria identità: evitare di nascondersi, sapendosi accettare per poter convivere meglio, oltre che con se stessi, anche con gli altri. In Italia la sessualità, e soprattutto l’omosessualità, vengono marchiate come tabù: negative, sospette. Lo scopo dell’educazione sessuale è proprio quello di conoscersi e conoscere gli altri, uscendo da determinati schemi e stereotipi. Da qui la menzione prima al genere intersessuale (genere che non si associa univocamente né a quello maschile né a quello femminile), poi un occhio di riguardo per l’emancipazione femminile: è necessario liberarsi dagli schemi che vedono la donna penalizzata nella realtà domestica e lavoratrice (violenza che ha una matrice psicologica prima ancora che fisica). Per Maccarrone, quindi, la soluzione sarebbe educare alle differenze, emancipando l’individualità da schemi precostituiti: la conoscenza è il vero antidoto all’odio.

Successivamente è stato il turno di Maria Grazia Bonaldi, rappresentante dell’associazione AGEDO. Associazione che, attiva sul territorio nazionale da ben 25 anni e con sedi in circa 25 città, si occupa di sostegno, informazione e confronto per i genitori dei ragazzi omosessuali. La nascita di questa associazione si deve proprio al bisogno dei genitori: per non sentirsi soli, per capire che non hanno sbagliato nulla, contrastando la dilagante ignoranza e disinformazione sull’argomento.

Roberto Tufo, invece, si focalizza nuovamente sull’ambiente scolastico e sul paradosso più grande: il fatto che la scuola non debba avere tabù su argomenti che riguardano tutti. Infatti, non si trova mai il tempo per confrontarsi su tematiche sociali: non c’è mai il tempo per parlare di sessualità e relazione all’affettività. Una critica velata anche al corpo docente: il più delle volte schivo e assente su determinate tematiche (molte volte anche in casi di violenza). Breve accenno, poi, all’opuscolo “che cos’è l’amor” sul sito dell’Unione Studenti: riguardante vari temi fra cui l’autoerotismo (soprattutto femminile), violenze di genere, coming out. L’obiettivo ultimo di questa iniziativa, conclude Tufo, è liberare le menti dei ragazzi da determinati stereotipi e tabù.

La parola passa, infine, a Gianfranco Goretti, che spiega come è nata e come agisce l’Associazione Famiglie Arcobaleno. Nasce nel 2005 per la volontà di una decina di coppie omogenitoriali di Milano con bambini di 1 o 2 anni, per confrontarsi e aiutarsi tra loro in un paese che, all’epoca, oltre a non avere diritti, non conosceva ancora nessun dibattito per le coppie omogenitoriali. Merito dell’Associazione, secondo Goretti, è stato proprio quello di creare dibattito e risvegliare quel desiderio sopito di genitorialità per tante coppie omosessuali (segno anche di una crescita di possibilità per l’individuo che, ai tempi di Goretti, quando aveva 14 anni, si limitavano alla clandestinità). Conquiste che, ribadisce Goretti, sono esclusivamente merito del movimento LGBTQI+,  in un paese che, oltre alla legge 40/2004 sulla fecondazione assistita e la Cirinnà del 2016 sulle unioni civili (aspramente criticata, peraltro, dallo stesso Goretti, poiché tra le altre cose non viene riconosciuta la stepchild adoption), non ha trattato alcuna legge riguardo i diritti degli omosessuali. Intervento finito, poi, con una stoccata al Ministro della Famiglia Fontana (“negando le famiglie arcobaleno ammette che, in realtà, esistono”) e con una considerazione riguardo il momento: che non avvenga una battuta d’arresto nella lotta per il riconoscimento dei diritti e che la scuola sappia fare un buon lavoro di inclusione e progettazione sulla realtà presente (basandosi sulla sua esperienza personale con insegnanti che includevano i bambini provenienti da queste realtà; a differenza degli ultimi tempi, dove si prova una certa diffidenza).

Emiliano Pagliuca

La disillusione | Diritti e garanzie nel sistema penale

“Diritti e garanzie nel sistema penale”, tenutosi il 30 luglio 2019, è stato il penultimo di un ciclo di cinque incontri, nel quale si è continuato a discutere delle molte tematiche di ambito sociale e territoriale già protagoniste degli incontri precedenti. Per introdurre il dibattito riguardante le problematiche del sistema carcerario è stato scelto un estratto dal saggio “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, che per primo ha rivoluzionato il sistema penale:

“Il fine delle pene non è di tormentare un essere sensibile. Il fine non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali”

Ospiti della discussione sono stati Carolina Antonucci, ricercatrice presso l’associazione Antigone, Vittorio Martone, produttore del film “La prima volta” e Marco Cinque, scrittore, poeta e attivista contro la pena di morte. La prima a intervenire è stata Carolina Antonucci chiarendo il ruolo che svolge all’interno dell’associazione Antigone.

L’associazione esiste da più di trent’anni e svolge un lavoro di ricerca teorica ed empirica nel campo del sistema penitenziario e penale. Dal 1998 nasce un osservatorio sul sistema penitenziario, per maggiorenni e minori, che svolge visite ogni anno in circa 80 dei 190 istituti di pena in Italia. Tutto grazie ad un sistema di volontariato, che valuta aspetti differenti tali da non considerare la pena inumana, secondo quanto stabilito dalla convenzione europea sui diritti dell’uomo. L’osservatorio ha inoltre il ruolo di verificare che la pena possa avere un fine rieducativo, come stabilito dall’articolo 27 della Costituzione, sottolineando l’importanza dello svolgimento di attività che garantiscano un reinserimento nella società del detenuto.
Vengono valutate anche la disponibilità e la qualità degli spazi adibiti alle attività svolte dai detenuti. Molti edifici sono purtroppo vecchi e non in grado di ospitare molte persone, altri sono stati costruiti in un periodo che non prevedeva lo svolgimento delle attività educative come la scuola, ricreative o di formazione professionale grazie ad un sistema di volontariato.
Oltre alla valutazione degli spazi vengono prodotte delle schede con lo scopo di valutare l’operato degli addetti al lavoro negli istituti penitenziari. Dalle analisi dei dati si evidenzia la mancanza di un numero adeguato di figure che trattino l’area educativa o tratta mentale, fra cui il mediatore culturale. Una figura fondamentale dal momento che gli stranieri costituiscono circa il 30% dei detenuti presenti in carcere, che comporta dei problemi di interazione con la lingua, gli usi e la cultura, ma soprattutto di socializzazione con gli altri. Anche lo svolgimento delle attività religiose non cattoliche, che costituisce parte del trattamento, risulta problematico per la mancanza di spazi.

“È come se il carcere continuasse a rimanere unicamente una questione di ordine e sicurezza, per quanto l’ordinamento preveda qualcosa di diverso” aggiunge Carolina Antonucci.

L’incontro prosegue con la proiezione di un estratto del film “La prima volta” al quale segue l’intervento di Vittorio Martone, produttore e autore del film girato insieme al regista Roberto Cannavò. Vittorio Martone spiega le motivazioni che hanno spinto la produzione del documentario sul carcere minorile del Pratello di Bologna in un convento del ‘400, situato in un centro cittadino vivacizzato dai locali della vita notturna e dai festeggiamenti.

Uno degli scopi del film, spiega il produttore, è quello di spiegare l’operato di UISP – Unione Italiana Sport Per tutti – un’ associazione che attraverso l’organizzazione di sport a basso costo promuove progetti nel sociale aiutando gli immigrati, i ragazzi nelle periferie e più in particolare per raccontare l’attività svolta in 15 anni nell’istituto penale per i minorenni, in un percorso che ha preso forma insieme ad altre associazioni. Infatti, come spiega Vittorio, l’attività sportiva non è la sola volta al recupero e al reinserimento dei ragazzi, ma fa parte di un quadro più ampio. A questo proposito sono state raccolte le testimonianze di varie personalità, fra cui quella del ragazzo che ha fornito il titolo del documentario – è la prima volta quella che ti frega – ma anche quella di una professoressa dell’istituto:

“Ti rendi conto che se un ragazzo è seguito e amato difficilmente sbaglia, o se sbaglia poi recupera”

Fortunatamente Bologna è una città molto ricca dal punto di vista associazionistico. Esistono realtà che si organizzano per fare arte terapia, ma anche quelle per lo sport come UISP, queste ultime aiutate da un investimento recente del ministero che ha portato alla ristrutturazione e all’ampliamento delle strutture sportive nel carcere. C’è chi fa l’orto. Una fondazione locale emiliano-romagnola ha investito per la costruzione della cucina con il conseguente avviamento dei percorsi di formazione per cuochi e camerieri. Inoltre da pochi giorni è stata ufficializzata l’apertura dell’osteria del Pratello, aggiunge Vittorio. Ovviamente, la necessità di gestire una gran quantità di tempo libero tra le varie attività ed eventi ancor più delicati, come i colloqui con i familiari, rendono il percorso sicuramente più arduo. La realtà del carcere del Pratello è stata descritta sfruttando il vantaggio di far parte di un’associazione che già da quindici anni lavorava lì e nella quale era riposta fiducia, come riporta Vittorio Martone, con tutte le problematiche ralative al movimento di una troupe provvista delle attrezzature per girare.

Infine, Marco Cinque racconta della corrispondenza epistolare iniziata nel 1992 con due nativi americani rinchiusi nel braccio della morte di San Quentin che sarebbero diventati poi suoi fratelli adottivi. Il 1992 è una data simbolica. Questa rappresenta i cinquecento anni dalla scoperta dell’America, ma anche il più grande genocidio della storia umana. Come molti, Marco prende parte alle iniziative solidaristiche e di vicinanza al popolo dei nativi americani, fra cui quella di scrivere delle lettere ai prigionieri indiani in America, stringendo una profonda amicizia con i due nativi. “Running bear” o “Orso che corre” è il dedicatario di una poesia – Per mio fratello ucciso, a Ray “Running bear” Allen – che l’ospite legge al pubblico accompagnandosi con degli strumenti caratteristici.
Il tutto mentre vengono proiettate le immagini dei dipinti realizzati in carcere dal pittore autodidatta Fernando Eros Caro, l’altro fratello adottivo. Per ricordare quest’ultimo, Marco legge degli estratti di un epistolario pubblicato nel 1994 intitolato “prigionieri dell’uomo bianco”, che raccoglie le lettere dei fratelli adottivi. La lettura è accompagnata dalle note di un flauto donato proprio da Fernando. Il dibattito prosegue parlando delle prigioni americane, soprattutto quelle illegali e dunque al di fuori della giurisdizione americana. Una di queste è Guantanamo, per la quale Marco scrive un brano che recita dal vivo intitolato “Guantanamo Guantanamera”. L’incontro procede tra racconti e note ed un altro dei testi che prende forma mediante il linguaggio musicale è “Non sono quello” scritto con la volontà di descrivere cosa vive un condannato a morte.

Il genocidio dei nativi americani continua ad avvenirne ancora oggi a livello culturale, come spiega Marco. Le tradizioni, i retaggi, ma anche i nomi dei nativi vengono rubati. Il termine Apache è stato associato ad un elicottero da guerra, sperimentato per la prima volta nei Balcani, al quale lo scrittore ha dedicato un testo in forma di ballata intitolato “Apache”. L’intervento si conclude con una riflessione sulle carceri italiane. In Italia la pena di morte non è più in vigore, ma i detenuti muoiono lo stesso per suicidio, per malasanità e “cause oscure” come detto dall’ospite. Tutte considerazioni che lo portano alla stesura di “Chi eri” testo accompagnato dalle foto scattate nel carcere di Pesaro e dedicato alle morti in carcere.

L’incontro relativo ai Diritti e le garanzie nel sistema penale termina con il saluto fra gli ospiti ed il pubblico insegnatoci da Marco Cinque e dai suoi fratelli adottivi. Marco recita una parola “piccola però con un significato grande” di suo fratello “Running bear”, che tradotta letteralmente significa “grazie dal centro del cuore”, mentre l’altro saluto è un insegnamento di Fernando e del popolo Yaqui.

Due pugni sul cuore, due dita unite a toccare la spalla e la stessa mano a disegnare l’orizzonte, che sta ad esprimere un significato meraviglioso:

“fratelli, insieme, nel mondo”.

Daniele D’Errico

30 luglio| Diritti e garanzie nel sistema penale – podcast

“Diritti e garanzie nel sistema penale” fa parte di un ciclo di cinque incontri su tematiche diverse. Il nostro obiettivo è quello di fornire uno sguardo critico sui fenomeni che caratterizzano la realtà quotidiana, senza dimenticare l’importanza delle testimonianze dirette. Siamo abituati a immaginare il carcere come un luogo lontano e buio in cui vengono trattenute persone pericolose, ma è davvero così? E soprattutto, secondo la nostra Costituzione “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Quali sono le possibilità della rieducazione? E in che modo andrebbe ripensato il sistema penale? Ne abbiamo parlato insieme ai nostri ospiti:
Carolina Antonucci, Marco Cinque, e Vittorio Martone.

  • 0 – 1:50 Introduzione
  • 1:50 Carolina Antonucci
  • 14:50 Vittorio Martone
  • 29: 53 Marco Cinque
  • 1:11:43 Domande dal pubblico

La Disillusione | Emergenza abitativa

Sera del 29 luglio, si torna a respirare dopo una giornata afosa e torna La disillusione a Parco Schuster. Si parla di emergenza abitativa nella città in cui il fenomeno assume dimensioni allarmanti, e gli ospiti sono decisamente accreditati per spiegarlo al meglio. In una serata ricca di interventi hanno partecipato: Lorena Di Bari, architetto coinvolto nel progetto abitativo Spin Time Labs, centro culturale divenuto casa per centinaia di persone bisognose, Carmelo Borgia del centro accoglienza per senza tetto “Madre Teresa di Calcutta”, Michela Cicculli della casa delle donne “Lucha y Siesta”, Marco Bonadonna, giornalista, scrittore e altro ancora e Marco Lombardi del Forum #Indivisibili e Solidali.  Continua a leggere