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I folletti dell’indie rock

Con un nome così innocente, quasi buffo, ma già programmatico nella nota di maliziosa irriverenza (da folletti appunto), i Pixies senza ombra di dubbio aprirono una nuova stagione musicale allo sgocciolare degli anni ’80. 

“Nell’88 i Pixies non assomigliavano a nessun’altra band, dal 91 in poi tutte le band assomigliavano ai Pixies”,

recita un’antica massima tra i fini intenditori musicali. 

Non c’è sintesi migliore per spiegare come un piccolo gruppo del Massachusetts sia diventato il substratum di tutte le canzoni che sono nate dopo e che continuano a nascere in seno all’alternative rock, portando il genere sulle classifiche più popolari e dunque le più improbabili per uno stile così contaminato.

E noi sappiamo che la consacrazione da parte del panorama musicale stesso è arrivata da sé, così come ce lo testimonia l’icona pop degli anni ’90 Kurt Cobain:

«Stavo provando a scrivere la perfetta canzone pop. Fondamentalmente stavo provando a plagiare i Pixies. Devo ammetterlo. Quando ho sentito i Pixies per la prima volta mi sono sentito così unito a loro che avrei potuto fare parte di quel gruppo o perlomeno di una cover band. Abbiamo usato il loro senso dinamico, essere prima sommessi e tranquilli e poi fragorosi ed energici.»

Vengono accolte come modello da moltissime band come i Nirvana e  i Radiohead, proprio perché  si affermano quando l’immaginario musicale stava dissipando lo spirito degli anni ’60 senza riuscire a declinarsi più in maniera attuale. Anche David Bowie con grande lungimiranza artistica apprezzava e riconosceva l’originalità di quella dinamica di versi piani e tranquilli seguiti da ritornelli e riff crudi, quasi cacofonici, che resero la sua efficacia una prassi. Ma i Pixies non si risolvono nella struttura ritmica della canzone, ciò che colpisce, inoltre, è l’humour che si cela dietro i testi del frontman Black Francis spesso grotteschi e distorti nelle situazioni, capaci di dar vita senza sforzo al surrealismo in un tutt’uno grazie con il timbro particolare della voce, unito all’acerbo basso di Kim Deal e ai suoi vocalizzi angelici. Si ritaglia uno spazio unico, invece, il chitarrista Joey Santiago per i colori conferiti ad ogni brano, sfinendo lo strumento fino all’elettricità spasmodica sul palco che rende i Pixies, i cattivi compagni di scuola dei R.E.M, altra importantissima band di quegli anni.

Surfer Rosa è sicuramente l’album che più rende evidenti le parole spese su di loro, viene definito un manifesto del nuovo “art punk”, proprio perché si costruisce sulle basi importanti del garage rock e si insidia con ritornelli contagiosi ( il cosiddetto power-pop) nella psichedelia che padroneggiano ancora bene, cresciuti a pane e Velvet Underground. Impossibile non conoscere il singolo “Where is my mind?” che colorò di tinte ancora più vividamente fosche l’ultima scena del film ormai cult “Fight Club”, nel momento in cui un’intera città viene demolita con gli “Ooo-oooh” onirici della bassista di sottofondo.

Dopo una rovinosa rottura nel 1993, quando sembrava che tutto fosse finito, sono tornati dopo dieci anni con una maturità tutta loro e con un nuovo album pronto ad uscire. Il loro sito si aggiorna, a fine 2019 un podcast condotto da un giornalista del New York times, c’ha mostrato l’ultima loro gestazione, dimostrandoci quanto non smettano di essere produttivi. 

Proprio con l’inizio di settembre il progetto dovrebbe venire alla luce, in attesa di festeggiare l’archetipo dell’indie-rock continua a creare musica, lasciamo che la playlist di Surfer Rosa scorra indisturbata, indifferente allo scorrere del tempo. 

Iris Furnari

PLAYLIST “MUST LISTEN” DEI PIXIES

  • Where is my mind? (Surfer Rosa; dalle avventure d’immersione in un Puerto Rico)
  • Hey (Doolittle; denuncia satirica dell’edonismo e dell’amore ridotto a sesso)
  • Monkey Gone To Heaven (Doolittle; grande denuncia ambientale )
  • Gigantic (Come on Pilgrim; dalla storia d’amore tra una donna bianca di cinquant’anni e un giovane ragazzo di colore)
  • Cactus (Surfer Rosa; dalla storia di un carcerato, cover realizzata da David Bowie nel 2002)

Wir Kinder vom Bahnhof Zoo

Tra i banchi di scuola ricorre spesso il titolo “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino.” di Christiane F. 

È una lettura quasi d’obbligo e rientra nell’antologia scolastica, strano a dirsi, ma tra i classici che gli insegnanti propinano agli studenti vi è proprio l’autobiografia di un’eroinomane di tredici anni. Fa effetto accostare alla figura di una giovanissima ragazza qualcosa come l’eroina: è un immaginario crudo, diretto, esplicito e scandalizzante. Ebbene, sono proprio questi i primi aggettivi che fuoriescono spontanei dalla bocca dopo aver terminato il romanzo, un documento-verità con tanto di date, luoghi e personaggi di cui solo il nome è di fantasia. 

È singolare anche solo la sua origine: il libro nasce a seguito di un’intervista da parte di un famoso settimanale tedesco alla futura autrice, perché implicata in un processo per droga e prostituzione minorile; partendo da semplici domande mirate solo a far notizia, nel 1979 viene invece pubblicato il resoconto devastante di Christiane Vera Felscherinow, che ha riportato ai giornalisti di “Stern” in ben due mesi “di intervista”. 

La storia si apre con un cambiamento, l’eccitazione di una bambina che sta per traslocare dalla piacevole Amburgo a Berlino per motivi strettamente economici, nella speranza dei suoi genitori di aprire un’agenzia matrimoniale nella capitale. La disillusione, il grigiore del quartiere di Gropiussadt, il deterioramento del matrimonio dei suoi genitori ed un padre nello specifico, assai violento, sono fattori con cui Christiane e la sua sorellina minore sono costrette a convivere; solo dopo qualche anno la madre di Christiane si separerà dal padre, sempre ubriaco e insoddisfatto, aggiungendo un altro elemento per definire un’infanzia tutt’altro che serena. Vivendo con la madre la ragazza, ormai dodicenne, frequenta un istituto professionale ed ha il permesso di recarsi il pomeriggio all’Haus der Mitte, un oratorio di chiesa evangelica che si rivela essere la dimensione dove si dimenticano i problemi grazie alle droghe leggere e ai vinili trafugati da qualche negozio di dischi. È un momento fondamentale della storia poiché qui la protagonista viene a contatto per la prima volta con il mondo della droga, grazie a questo libro abbiamo una vera testimonianza di come, per l’autrice, un volgarmente chiamato “spinello” possa essere “la fionda” capace di catapultare l’individuo sulla via del non ritorno. La giovane con il passare dei mesi si ritrova sempre più insoddisfatta, sempre più smaniosa di crescere e di evadere dalla realtà ed il circolo del pomeriggio non le basta più. 

Il “Sound” è la nuova meta, una discoteca famosissima che pullula di spacciatori, persone già corrotte da ogni tipo di pasticca. Christian percepisce questi individui come “star” da emulare e seguire. Qui incontra i ragazzi che definirà la sua vera famiglia, tra cui Detlef il suo primo amore, avvelenato dalla onnipresente Eroina.  Tra le righe vi sono alcuni sprazzi di innocenza e di sentimento genuino, tipico dell’adolescenza, in questa giovane coppia che vive la storia d’amore in un mondo fatto di dosi, astinenze, dolori e degrado. 

“David Bowie viene a Berlino.” 

Altro avvenimento importante è il concerto dell’icona di quei tempi, l’idolo dei giovani, nonché il Duca Bianco che tutti conosciamo ancora oggi, lì la nostra protagonista, dopo il concerto di David Bowie, si inietta per la prima volta l’eroina. 

“Non fu certo così che io, povera ragazza, venni presa di mira consaplevomente da un pericoloso bucomane o da uno spacciatore, come si legge sempre sui giornali. Non conosco praticamente nessuno che sia stato spinto a bucarsi contro il suo desiderio. La maggior parte dei giovani alll’eroina ci arrivano da soli, quando sono maturi per farlo come lo ero io.” così nel testo si è spettatori di una scelta che appare quasi inevitabile e al contempo, la stessa autrice ne sottolinea la convinzione e la consapevolezza con cui questa è stata presa.

La squallida stazione del Bahnhof Zoo diventa la sua quotidianità, il “fare marchette” è necessario per le dosi perché l’eroina costa e Christiane più volte, anche con l’aiuto della madre cerca di smettere, ma la compagnia che frequenta non fa altro che invogliarla a  tornare. È palpabile la sua fobia della solitudine, la sua completa mancanza di forza di volontà che continua a costruirsi per sentirsi ancora “la ragazza più temuta della scuola” inutilmente. Subisce un duro colpo con la morte di una delle sue migliori amiche Babette Döge (14 anni, morta il 19 luglio 1977), detta Babsi, la vittima più giovane dell’eroina. 

Il libro si conclude con un luce fioca in fondo ad un tunnel degli orrori ed una overdose scampata, perché finalmente la madre riesce a prendere una decisione e allontana Christiane da Berlino. 

Sia lo scritto, sia il film ispirato hanno riscosso un incredibile successo, tanto da rendere la ragazza famosa anche nel mondo occidentale.

Per quanta riguarda lo sceneggiato, il cast – esclusa la protagonista – era interamente formato da ragazzi normali scelti tra le scuole superiori di Berlino, una scelta mirata per rendere ancora più realistico il racconto che, tuttavia, non si attiene totalmente al libro. La presenza di David Bowie ha contribuito a rendere la pellicola famosissima, la colonna sonora è sicuramente suggestiva tanto da  rendere completa la visione e la comprensione di una realtà che ci sembra tanto lontana, ma che lontana non è, considerando i temi attuali e gli avvenimenti segnalati dal telegiornale ogni sera. 

“Le cose stavano così che l’uno vedeva nell’altro la merda che lui stesso era. Uno vedeva il proprio squallore e rimproverava all’altro lo stesso squallore per dimostrare a se stesso di non essere tanto squallido come l’altro. (p. 153).” 

Iris Furnari

PLAYLIST DELLA SETTIMANA 

(Colonna Sonora del film “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino.”) 

David Bowie

STAY (1976

HEROES/HELDEN (1977)

SENSE OF DOUBT (1977)

STATION TO STATION (1978)

LOOK BACK IN ANGER (1979)

The XX – “I See You”

Gli xx, ovvero la band britannica composta dai giovani Jamie, Romy e Oliver lasciano passare varie news sul loro possibile ritorno in pista, quasi dopo tre anni da “I See You”, l’ultimo “piece of art” dei nostri tempi liquidi e spotify-atici. Ma nel mentre? Direi che è arrivato il momento di riscoprirli con un tocco nostalgico, lo stesso che questi tre musicisti infondono nei loro pezzi, che calzano in un’atmosfera lounge oppure nei modesti e pratici fili delle nostre cuffiette. 

I primi aggettivi che salgono alle labbra di chi conosce gli xx sono “intimi”, perché con le loro canzoni è facile ritrovarsi una stanza dalla luce soffusa, magari c’è pure una candela e un gruppo che suona nella penombra per non disturbare. I loro primi concerti erano un po’ così: al massimo quaranta persone di fronte a questi ragazzi che nemmeno sognavano la fama, che avevano lo sguardo basso e l’ansia da palcoscenico. E’ davvero particolare il modo in cui la loro musica rivela il loro carattere in maniera così evidente; riescono ad accompagnare la loro introspezione con note semplici, come se ci fosse una sorta di chiacchierata notturna tra il testo e la melodia. Eppure, “I See You” è diverso, si è rivelato una crescita sia personale che musicale per il trio: lo dichiarano nelle interviste – visto che ormai da un po’ le concedono – e lo hanno confermato dieci canzoni che sono tiepide, rilassate, quasi gioiose. Gli xx hanno forse aperto la finestra della loro cameretta? E ora cosa ci aspetta in questo strano 2020? 

Mi piace ricordare “On Hold”e “I Dare You”che potremmo addirittura definirle canzoni “radio-friendly”, anche se non stonano, certo, per nulla nell’atmosfera dell’album, che non porta a focalizzarsi su una sola canzone, ma ad apprezzare quella “visione completa” per cui ancora pochissimi artisti del ventunesimo secolo hanno la sensibilità. Come dicevano la scorsa settimana i Muse.

“Abbiamo concepito l’album proprio perché fosse qualcosa di unito, non una raccolta di brani. Doveva scorrere bene”, ha raccontato, a suo tempo, Oliver durante l’intervista per Rolling Stone Italia. Oggi, solo qualche comunicazione veloce su un progetto che bolle in pentola, anche’esso costretto ad una gestazione più lunga a causa dei tempi” (pandemici?, n.d.a.).

Sicuramente la “pop music”, mai ritenuta “personale” dalla maggioranza, in I See you è  diventata  raffinata e calma  – “smooth” come direbbero gli inglesi-, capace di smussare i dolorosi spigoli delle situazioni di chi ascolta. Sempre attuale, a distanza di tre anni dalla pubblicazione. 

“Per me le nostre canzoni devono funzionare come un grande schermo sul quale le persone devono essere libere di proiettare qualcosa che appartiene a loro. Nei nostri testi non diciamo mai “lui” o “lei”, non citiamo mai un posto o un periodo preciso. È una nostra scelta. Quello che raccontiamo deve diventare la base di altre storie” aggiunge Romy, la voce femminile del gruppo, ormai donna felicemente sposata con la compagna, anch’essa musicista. 

Nel panorama dell’indie-pop e rock quindi gli XX rimangono una margherita di campo in mezzo a tanti fiori di plastica, o anche un campo minato, come quel maledetto gioco del computer di noi altri, metafore che mi consentono di confermare la riuscita dell’album, e in generale del progetto artistico degli XX, del loro concept musicale, una delle pietre miliari della nostra generazione sicuramente indie-pendente. 

Iris Furnari 

MUSE: ci adattiamo e gli album impegnati non li facciamo?

C’è un posto particolare per tutti i ricordi: c’è il secondo cassetto del comodino, c’è il baule in soffitta, c’è il libro che hai letto centinaia di volte e si è guadagnato l’onore di preservare lettere e bigliettini che rappresentano drammi e sciocchezze della vita adolescenziale e oggi, ieri, dopodomani sarà sempre così. Tuttavia, nel mondo che ci accoglie oggi non c’è tempo per il sentimentalismo, per i piccoli segreti, per quei momenti dove sei solo tu e i tuoi pensieri travestiti da simpatici amici invisibili. Vuoi mettere!? Dovrei staccare la wifi? E poi come posso controllare tutto ciò che devo assolutamente controllare? 

Rispondere su whatsapp, scorrere il feed di Instagram o la home di Facebook, no, queste strane pratiche obsolete che ti portano ad essere un tantino più introspettivo e calato nel mondo non fanno proprio per me. 

Pensate che solo un anziano signore possa criticare i giovani d’oggi? O solo nostra madre ossessionata dall’idea che gli smartphone siano la prima causa del cancro? Ebbene, vi sbagliate. 

Il batterista di una delle band più apprezzate di questo secolo, Dominic Howard dei Muse, ha regalato alla stampa dichiarazioni piuttosto forti su quanto il modo di ascoltare musica sia totalmente cambiato, soprattutto per i giovani. 

Effettivamente io ho Spotify, più duecento canzoni scaricate illegalmente sul cellulare e a volte acquisto un brano su ITunes solo per sentirmi una brava persona. Perché ti lamenti tanto Dominc? E tu, Matthew Bellamy? E non iniziare papà a mostrarmi ogni tuo vinile come fosse un cimelio di famiglia. Davvero ti ricordi il momento in cui lo comprasti? No papà, non ho un negozio di dischi preferito. Non esiste più. 

“Il modo di ascoltare musica è drasticamente cambiato da 10 anni a questa parte, è folle! E lo vedo in prima persona! Persino io non ascolto più album come facevo un tempo. Così abbiamo pensato che, visto che stavamo pubblicando un nuovo album, sarebbe stato giusto che avesse un senso dall’inizio alla fine. E’ molto più giusto fare qualcosa di questo tipo, che ascoltarne solo due/tre tracce!”

I servizi “On the demand” che usufruiamo tutti senza nemmeno battere ciglio ci danno ampia scelta: tutti i generi, tutte le playlist, tutte le epoche.  Proprio in questi casi, però, si perde di vista una delle nobilissime prerogative della musica: raccontare. Sì, perché se gli Aedi si accompagnavano con la lira ci sarà stato un motivo, o i trovatori in Provenza, o De André con le sue ballate.

Ammettiamolo non c’è quasi più la concezione materiale del CD, figuriamoci quella “concettuale”, e continuando così galleggeremo tra canzoni autonome, singoli e hit dell’estate. Non è già successo? 

Non fatevi ingannare solo perché Spotify ve le mette nella raccolta accattivante “Top 50 global” con una bellissima e coloratissima foto di Dua Lipa sopra, quello non è un album, è un distillato, un’edizione dell’Odissea ridotta e semplificata. Perché? La semplificazione da quando può arricchirci? Almeno la musica lasciamola complessa, come noi… Anche perché, non sarà forse per questo che non possiamo farne a meno? 

Per quanto ogni Album (con A maiuscola non casuale) dei Muse racconti una storia, solitamente distopica e agghiacciante, ho pensato di menzionarvi non solo l’ultima fluorescente opera,  che si è animata davanti ai miei occhi esattamente un anno fa allo stadio olimpico (20 luglio 2019), ma Drones, il loro settimo album che ha un che di capolavoro.

In “Drones” si raccontano addirittura due storie: in un’intervista il frontman Matthew Bellamy ha spiegato la precisa divisione per cui  da “Dead inside” a “Aftermath”, è la storia di un individuo privo di speranza, a tal punto da trasformarsi in uno psicopatico,  ma che sul finale ritrova la forza di reagire e scopre l’amore. E in tutto ciò si respira tutta l’inquietudine che si prova durante la visione di un film di fantascienza, oppure leggendo 1984 di Orwell. Poi c’è “The Globalist” che è la storia inversa di un individuo che non riesce a trovare quella forza e finisce per distruggere il mondo. Una sorta di scelta, la distruzione porta all’oblio e il coraggio di reagire alla rivoluzione.

Perché sia nella musica, che nei romanzi, che nella vita, è sempre una questione di scelta, scelta della via: la via dell’amore e dell’umiltà o della rabbia e della paura? All’uomo l’atavica scelta. 

“In futuro, visto come è cambiato il nostro pianeta, e quanto al giorno d’oggi la gente sia troppo distratta, sarà difficile che faremo nuovamente qualcosa come “Drones”. Il modo di consumare musica è cambiato, ed anche noi potremmo cambiare il nostro modo di produrre musica. Pensavamo di rilasciare piccoli gruppi di tracce, o solo singoli, tra questa parte e qualche anno”. 

La scelta giusta e controcorrente del “Concept Album” è apparsa come uno degli ultimi spasmi del grande estro artistico che questa band c’ha mostrato negli anni. Per i prossimi progetti si opta per l’adattamento all’ultima frontiera del mercato musicale, anche se l’ultimo album penso abbia tenuto la sua struttura densa e riflessiva, ma adottando tinte più estetiche e punk, alla blade runner 2049. (Simulation Theory, 2019) E ai concerti funziona a meraviglia! Non scorderò mai un alieno gigante sbucar fuori dal palco, mentre Bellamy impazza con un assolo di chitarra sulla punta più estrema del palco, con sotto le mani e le urla dei suoi amici adoranti. Sì, ormai i Muse si sentono a casa a Roma. Si prendono il gelato all’angolo del gelato e ridono parlando in italiano con una pronuncia impeccabile. Non sapete quanto vi mancheranno dopo essere stati ad un loro concerto! 

Come cerimonia d’addio alla musica concettualizzata e agli album pink floydiani,  direi di sdraiarci tutti sul pavimento della stanza e lasciar scorrere i dodici brani nella speranza che un po’ di superficialità si lavi via.  È un cocktail di Drones e di Simulation Theory. Maneggiare con cura. 

Playlist della settimana:

Iris Furnari

Who the Fuck Are Arctic Monkeys? – Roma, 26 maggio

Il 26 maggio del lontano 2018 l’Auditorium Parco della Musica ha ospitato gli Arctic Monkeys, una delle band inglesi più conosciute anche in Italia dal 2013, quando l’album AM e l’iconica ondina bianca su sfondo nero approdarono sulle classifiche. La fama però, non nasce solo per come il gruppo abbia sempre declinato il genere indie in maniera così accattivante, attingendo dal carisma dei “veterani” e dal gusto del  secondo millennio, ma anche per la cara e vecchia gavetta consumatasi nei locali di Sheffield e nelle sale di registrazioni indipendenti. Proprio in questi giorni gli Arctic Monkeys stanno festeggiando l’anniversario con ben diciassette candeline, dopo questa pausa forzata da una tappa e l’altra di grandi tour in programmazione. Ormai il non più nuovo album Tranquility Base Hotel & Casino si è consolidato nella loro discografia. Chissà se quest’ennesimo esperimento rimarrà nell’immaginario comune come i precedenti? Solo qualche candeline fa, in fondo, entravano nel Guinness dei primati per aver venduto più di un milione di copie con l’album di esordio in soli 8 giorni, superando i famosissimi Oasis.

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Nonostante una lunga pausa di quasi tre anni (2015-2017), non si sono smentiti e i fan in fibrillazione intasarono il sito di Ticketone dal primo giorno di disponibilità dei biglietti dell’ultimo concertone sofisticato, qui nella capitale, tanto da strappare loro una seconda data.

Ebbi la fortuna di potermi sedere in tribuna laterale e godermi il concerto, così come i giornalisti  che non fanno la fila dal giorno prima e non sgomitano al parterre: è stata soprattutto la splendida acustica dell’Auditorium ad aver valorizzato al massimo i suoni frenetici delle chitarre e la voce riconoscibilissima di Alex Turner, sempre in tiro, ma questa volta con i capelli lunghi e un accenno di barba.  Prima di qualsiasi altro fattore, anche, purtroppo, del sex appeal del frontman, è importante assicurarsi che l’acustica del luogo sia impeccabile, o che almeno valga il denaro speso. 

Il led luminoso componeva la scritta “Monkeys”,  ricreando l’atmosfera un tantino vintage e sci-fi dell’ultimo album, minimale e dalle tinte lounge, alle spalle dei musicisti che, invece, hanno aperto le danze con le canzoni più rock e caotiche del repertorio, nonché le più amate e “saltate” di tutta la loro discografia: non c’era una persona che stesse ferma, tutti improvvisamente giovani e squattrinati nel garage di un amico! 

Brianstorm con il suo ritmo furioso e la storia di questo fantomatico “Brian” sciupafemmine, Crying Lighting sempre accattivante come la ragazza descritta, una Lolita con le guance dalle saette di mascara colato e  di seguito ancora, la buffa e politicamente scorretta Don’t sit down Cause I’ve moved your chair, hanno scaldato un pubblico partecipe che riusciva a star dietro ai testi densi, da cantastorie, ma allo stesso tempo frenetiche ed urgenti, nel nome del rock. È davvero questo aspetto ad aver reso le “scimmie artiche” tanto care a noi giovani, tanto rare in una giungla musicale come quella attuale? E la vera domanda è: ” Ma le scimmie possono sopravvivere nel Circolo Polare Artico?

La serata fu un crescendo, mentre Alex osava con le sue movenze melliflue senza mai prendersi troppo sul serio e Matt “picchiava forte” sulla pelle delle casse, anche durante i pezzi più orecchiabili, quelli che hanno riportato tutti alle proprie storielle d’amore, tra i pensieri sottointesi, interessi non propriamente dichiarati e notti giovani con Why’d You Only Call Me When You’re High? e 505

I brani del nuovo album (Tranquility Base Hotel + Casino e She Looks Like Fun) sono stati acutamente dosati tra un ricordo del passato e una hit indimenticabile, proprio per far assaporare un po’ del nuovo sound, non da tutti apprezzato, in piccole e piacevoli dosi; come dei camaleonti che chiedono il permesso per poter cambiare colore. L’atmosfera non poteva che essere congeniale alla melodia, con tanto di brezza di prima estate. 

Ecco una storia buffa, in un vecchio EP fu registrata all’ultimo una canzone a metà fra un’ironica descrizione ed un inno della band, orgogliosa del genere indie e della fama acquisita agli albori solo esclusivamente attraverso la rete e nessun’altra sponsorizzazione, così tra i versi il frontman Alex Turner cantava:

“Oh, in five years time will it be Who the fuck’s Arctic Monkeys?”

Ebbene, ne sono passati quasi vent’anni e nessuno si è scordato di loro. Vi lascio con la playlist della settimana con l’augurio di ritrovarci tutti presto in un bel concertone indie.

Playlist:

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Iris Furnari