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Ti ascolto

Cara Elena, 

credo sia questo il tuo nome, se esisti davvero. Ti scrivo questa lettera continuando a ripetermi che tu esisti senza sapere se ti ho incontrata nella vertigine dei miei sogni più profondi, che a stento ricordo, oppure nell’allucinazione del mio desiderio più segreto. Dal giorno in cui per la prima volta sentii la tua voce scandire il mio passo ho smesso di sognare. La notte è pervasa solo da una triste e stancante solitudine. Qui c’è l’infinito, un infinito profondo. Sento la tua voce, una voce che riecheggia forte lungo tutto il mio corpo, la mia anima, lungo tutta l’estensione del mio essere. Chi sei realmente? Tu che pronunci parole che hanno il profumo del mare. Il vento soffia alla finestra e ti sento nuovamente. Sussurri le parole che scrivo e dolcemente canti le parole che leggo. La mia mente sembra decisa a confondermi, intenta a trascinarmi affondo, nell’abisso, ma la tua voce… la tua voce, in cerca di conforto in un luogo sconosciuto, pervasa da una forza brutale, riecheggia nella mia testa e mi dona una forza a me sconosciuta. Ti ho cercato nella vivacità di un mercato qualunque, ti ho cercato nelle immagini, nei suoni e non nelle persone. Mi impongo di osservare ogni suono. I miei occhi sono fessure affacciate su l’infinito, la luce dove sprofondo, mi bagna. Immergendomi nell’immagine decompongo il contesto; non si tratta solo di invadere lo spazio circostante ma anche le persone, i loro territori, i loro confini, e la loro soggettività. Nella ricerca di un suono che ti renda reale scivolo dentro questo mondo a me nuovo e disperatamente fuggo sempre più da me stesso. Sono ancora qui, colmo, assorto in una duplice osservazione. La tua essenza è dentro e fuori di me. Presenza e assenza. Suono e silenzio. All’improvviso ecco nuovamente la tua voce accarezzare il mio volto. Urlo. Rompendomi il petto urlo nella speranza che la mia voce trovi conforto in un altro luogo. Elena… ti ascolto, ecco tutto. Ti ascolto e questo mi basta. Ti ascolto e scrivo inerte senza sapere se riceverò mai una tua risposta.

Con affetto. 
Antoine

Oscar Raimondi

Io non sono una farfalla

Ma chi vi ha raccontato questa storia assurda della farfalla? Io mi muovo come un elefante, di certo non sono una farfalla. Appena mi alzo da una sedia o peggio ancora dal divano sembra di aver tirato su duecento kg, quando mi siedo su qualcosa di morbido rimbalzo per la forza dell’impatto e per non pensare a quando sono in un negozio che appena mi giro do una manata di qua e una di là e, automaticamente crolla tutto. Sono felice di non essere una farfalla, anche perché odio le farfalle. Non sopporto questo paragone stupido, lo trovo veramente inutile, e poi per quale motivo dovrei somigliare ad una farfalla?                                                          

Una farfalla ogni giorno si alza e inizia a posarsi un po’ qua e un po’ là. Prima di diventare quella che è, era protetta da un uovo che pian pianino è diventato sempre più scuro fino al momento in cui ha spinto il suo corpo fuori. Diventa un bruco schifoso, non è di certo una farfalla. Successivamente si trasforma in crisalide che in alcune specie può essere protetta da un bozzolo e al termine di questo processo la farfalla è pronta per distendere le ali e andare. Queste farfalle, quindi, per quale motivo sono così gettonate? Simboleggiano l’eternità, la leggiadria e il cambiamento, da quanto mi è stato riferito da chi utilizza questo paragone. Eppure sono pochissime le farfalle che vivono a lungo, solitamente muoiono dopo quindici giorni! La leggiadria ci può anche stare, ma è meglio lasciare questo titolo alle campionesse di ginnastica ritmica che a loro calza di più. Senza alcun dubbio la loro metamorfosi è straordinaria e sicuramente quello si può chiamare cambiamento, ma che c’entra con l’anoressia? Le farfalle diventano meravigliose al termine del loro processo, un’anoressica diventa un mostro inquietante. Se penso alla mia metamorfosi mi spavento per quanto il mio aspetto sia cambiato nel corso degli anni e mi guardo allo specchio e non vedo assolutamente colori, ali e leggerezza. Mi metto paura da sola quando mi guardo.

La vita di una come me fa schifo e per smontare ciò che pensano gli altri, ripeto ancora una volta che non l’ho scelto io di essere quella che sono oggi. Con questa malattia non si deve combattere, perché sarebbe una battaglia persa dato che si sta lottando con una parte di séche è decisamente più forte e che vuole esserci a tutti i costi, altrimenti non avrebbe preso il sopravvento. Sarebbe una battaglia impari con tante sconfitte, per questo non si deve combattere, ma si deve imparare a conviverci cercando di mettere ostacoli al suo percorso per non darle modo di farla sentire sempre più potente: in qualche modo va semplicemente fottuta. 

Non ho deciso in una mattina di primavera di voler diventare anoressica o addirittura una cavolo di farfalla, è capitato. É arrivata e sicuramente io non sono stata in grado di sbatterla fuori a calci in culo e ho iniziato a fare amicizia con lei. Ad un tratto ho sentito bussare alla porta. Tre colpi e poi il silenzio. Altri tre colpi e ancora silenzio. Mia madre mi ha insegnato che non bisogna mai aprire agli sconosciuti, ma la curiosità era talmente travolgente che non ho saputo resistere a quella tentazione. Sentivo nella testa una vocina che non smetteva di ripetere “Apri, apri” e così le parole di mia madre hanno preso il volo e chissà in quale pianeta disabitato sono andate a finire. Ho provato a tenerle strette a me, ho alzato il volume dello stereo al massimo in modo tale che quelle note così forti potessero coprire quella vocina assordante. Ormai le parole avevano trovato la loro posizione ideale, e quale terreno è più fertile di una mente curiosa? 

E così ho aperto la porta. Era così affascinante, così disponibile, così speciale che l’ho fatta accomodare senza esitare. Era tutto in ordine come se fosse stato previsto l’arrivo di un ospite. Si guardava intorno mentre io le mostravo ogni parte della casa con entusiasmo, ma lei non era interessata alle mie parole e si è accomodata sul mio divano in pelle sommerso da cuscini di ogni genere e ha iniziato a fissarmi. Non era attenta a ciò che le dicevo, sembrava esser naufraga nel suo mare di pensieri. Poco dopo ha preso le sue cose ed è andata via. 

Veniva spesso a trovarmi, sempre agli stessi orari, era puntualissima non saltava mai un appuntamento. Anche se pensandoci bene, ma quale appuntamento? Si presentava senza chiedere o avvertire! Era davvero strana. A me questo suo modo di fare non dispiaceva, è sempre piacevole stare in compagnia. A volte passava per un saluto, altre volte invece occupava gran parte del mio tempo. Mi sentivo al sicuro quando c’era la sua presenza in giro per casa, anche se non lasciava né odori né parole. Io però sapevo che era con me. Me ne accorgevo guardandomi allo specchio, da quell’immagine riflessa riuscivo a percepire quanto sarebbe rimasta, com’era il suo stato d’animo e soprattutto se la sua compagnia mi stava rendendo felice oppure no. Mi accorgevo che c’era dal modo in cui era stato sistemato il lenzuolo del mio letto, da come erano stati piegati gli asciugamani in bagno, dai piatti posizionati con il fiore blu a sinistra della credenza rivolto verso l’esterno e me ne accorgevo dalla scia di perfezione che lasciava in giro. 

Con il passare del tempo questa situazione ha iniziato a pesarmi, poiché si sentiva superiore a me e i suoi consigli presto si sono trasformati in obblighi. Mi sentivo protetta, ma allo stesso tempo mi faceva mancare l’aria, mi soffocava con le sue ossessioni e le sue manie, con la sua perfezione nel mio disordine. Il mio caos era il posto in cui le piaceva trascorrere più tempo possibile, si divertiva a mettere a posto i miei dubbi e le mie incertezze, sistemava tutto a suo piacimento. Era soddisfatta quando tutto era in ordine secondo il suo schema, riusciva a convincermi ogni volta e la lasciavo fare. Ben presto tutto ciò che era mio era diventato suo, si ostinava a volermi togliere tutto. Giorno dopo giorno si impossessava sempre più di me. Mi sentivo impotente, non sapevo come fermarla e soprattutto non sapevo se fermarla oppure no, perché in fondo le volevo bene. Tenevo davvero tanto a lei, anche se in tutto questo tempo non si era degnata di dirmi neppure il suo nome.                                                                                                                                                                                                            Lei si sentiva invincibile, più forte di qualsiasi cosa. Mi teneva come ostaggio per sentirsi superiore a tutti. Mi aveva incatenato e mostrava agli altri il suo premio tanto sudato: me. Ero il suo trofeo da esibire al mondo intero e mi sventolava come una bandiera mentre tutti rimanevano a guardare. Era il suo modo per apparire, usando me. Lei era talmente vile che non ci metteva mai la faccia, mandava me avanti ed io ingenua continuavo ad ascoltarla. Mi aveva tolto tutto. Io non esistevo più ero solamente l’abitante del mio corpo. Ha aspettato che arrivassi al limite dell’esasperazione per presentarsi e mi ha detto:”Ciao, io sono la tua malattia!” e di certo, non mi ha promesso di farmi diventare una farfalla colorata che si posa su un fiore cullata dai raggi del sole. 

Insomma, non c’entro nulla con le farfalle, nemmeno quando si dice “sento le farfalle nello stomaco” perché, purtroppo, non riesco a provare delle emozioni così travolgenti da poter sentire questa sensazione e soprattutto, perché io nel mio stomaco sento solo una mandria di bisonti, altro che farfalle!

Francesca Motta

Le contraddizioni del compiacere

“Camminando tra le vie fatte di massi, cominciò a pensare come una persona che sente l’altro ma che non comprende ancora chi è veramente, agisce noncurante di sé. Come il sole settembrino, effettivamente opaco, nasconde la luce dietro delle nubi informi che ovattano la chiarezza dell’atmosfera e trasformano un pomeriggio in notte. Basa la sua quotidianità nel  voler esibire il proprio io spettacolare soddisfacendo l’incontrollato fervore di apparire la  protagonista del palcoscenico, di creare consensi nelle risate del pubblico. E se questa  audience un giorno non esistesse più? Che sarà della sua caricatura? Quando chiederà a se stessa: “Sei felice?” Chi risponderà? La verità è che esistono troppe realtà dentro ciascun  individuo da non volerle toccare, nemmeno sfiorare, perché la solitudine a fin di bene fa paura. Nel secolo in cui viviamo l’ansia di non essere accompagnati, di non potersi  pavoneggiare costantemente su ciò che si ha, terrorizza tutti in ugual modo, perché ora la  condivisione riempie tutto. I poeti solitari, quelli senza timore di camminare lontani dalla  propria ombra non esistono più. Julienne, invece è una di quella cerchia di persone che pensa  in alto, al di là dell’altro. 

In realtà, a essere sinceri, la colpa del suo essere pigra, affossata in una voglia di esplodere e  crescere che non avanza mai, non sta nella società, bensì nel sentirsi in dovere di partecipare  agli interessi di questa agglomerazione. Sentirsi appagati nel dare piacere al prossimo può essere soddisfacente quanto può tramutarsi in dipendenza; a dire il vero la definirei più una  voglia di esplorare. Imparare dai libri quanto dalle persone. La nostra protagonista sui volti  altrui dipinge mondi emergenti che colmano la sua sete di sapere. Infatti conosce le loro storie meglio della propria. Ama le folle, ama ascoltare piccoli e grandi esseri umani; orgogliosamente nasconde insicurezze e ansie come un’amante soffoca un amore non ancora  in fiore, che ha il terrore di far germogliare, facendosi divorare da un perpetuo peso nello  stomaco. Cos’è più ipocrita? Raccontare storie mai portate a termine o compiere imprese  senza termini? Inietta nell’aria ambizioni mai compiute, sentendosi piena di idee nuove e  profonde, ma che rimangono sempre idee .  

Uno dei segreti per poter essere in armonia con se stessi è conoscere prima di tutto la serenità  individuale, essenzialmente non sulla bocca di gente sconosciuta, ma su di sé, sulla propria  intelligenza e capacità. Difatti un qualcosa di scritto solamente per compiacere un eventuale  lettore , consiste in una sfumatura di pensiero: costruito, irreale e già morto di partenza. E se a causa di questo bisogno incontrollato costante di far sapere tutto a tutti istantaneamente  ogni singolo diventasse incapace di sentire ciò che prova? Se questo nascondersi dietro un finto sapere immediato, per cui nessuno conosce più nulla di concreto e in cui tutti parlano con il proprio palmare fosse il risultato di una forte insicurezza ,velata dall’egocentrismo? In sostanza, l’umanità dovrebbe ritrovare in qualche modo la materia prima che la definisce. Ma la nostra Julienne non ha bisogno di evadere, al contrario possiede tutto il necessario dinnanzi, come una presenza costante ma tuttora impalpabile alla sua vista, ferma lì, inesplorata. È tempo di accettare la condizione inerme del reale e farne un moto in salita , intagliando su carta grezza le parole della coscienza. Per capirsi, per capire, per farsi capire.”

Teresa Oliveira Lo Greco

Facce da pandemia

Qualche giorno fa ho imparato una nuova parola. Ho cercato su Google vedere facce negli oggetti ed il primo risultato è stato pareidolia. Viene definita come un’illusione che riconduce a forme note profili dalla forma casuale. Sì, dovrebbe chiamarsi così: le maniglie dell’armadio della stanza da letto mi guardano incredule, con gli occhi sbarrati e la bocca serrata, ma è proprio così. A quanto pare è un retaggio del nostro essere, fondamentalmente, degli animali primitivi: questa caratteristica serviva, a quanto pare, ai nostri antenati preistorici per riconoscere, con un solo colpo d’occhio, una minaccia, come ad esempio un predatore mimetizzato tra le fronde; un’illusione del nostro cervello che è in sostanza una tecnica di sopravvivenza. Un po’ come l’amore, suggerisce la macchia d’umido sul soffitto, affranta. Una venatura del legno dello stesso armadio dal quale mi guardano le maniglie incredule sembra ridere sardonica: sì, dopotutto lo siamo tuttora, animali primitivi.

Questa stranezza di vedere forme familiari negli oggetti, effettivamente, me la porto dietro da quando ero piccolo: ricordo, per esempio, che ero sempre il primo, e spesso anche il solo, a vedere nelle nuvole persone, animali o facce. Crescendo, questa attitudine sembrava essere scomparsa,o quanto meno attenuata: spesso, per esempio, mi sono ritrovato a guardare i fari e la griglia del radiatore delle macchine e a indovinarne l’espressione. Nulla di preoccupante, insomma: a quanto pare è un’inclinazione comune.
Le cose sono cominciate ad andar peggio da quando, come tutti, mi sono ritrovato recluso, costretto in solitudine in queste quattro mura del mio appartamento. All’improvviso, tra gli oggetti della cosa, tra i mobili, gli elettrodomestici, le superfici e i muri stessi, sono cominciate a spuntare facce ovunque. Le maniglie dell’armadio incredule, la venatura dello stesso sardonica e beffarda, le manopole del forno, terrorizzate, le ante del mobile della cucina e la cappa, accigliate e pensierose, le finestre del palazzo di fronte, curiose, il lavandino del bidet, sognatore…

Così, questa solitudine forzata, si è riempita di facce ed espressioni a tenermi compagnia. La situazione, insomma, sembra essere precipitata da quando ho smesso di avere rapporti sociali: certo, si incontra la cassiera al supermercato, il corriere o la postina che consegna un pacco, qualche condomino che rientra a casa: incontri frettolosi però, sparuti, sempre filtrati da quel sudario di socialità e comunicazione che portiamo legata alle orecchie. Ecco, mi son detto, la capacità di adattamento del cervello dell’uomo primitivo: vedere facce che non ci sono per sopperire al fatto di non poter vedere quelle che esistono. Animale primitivo, certo, ma inequivocabilmente sociale.

Ed ecco come ogni singola parte della cella di sicurezza nella quale vivo è diventata un volto: ognuna con un suo sentimento, un suo messaggio, una sua storia. E ogni giorno ne scopro di nuove, ogni giorno ne creo di nuove. Per esempio una decina di giorni fa, facendomi la barba, tre peli più lunghi degli altri hanno formato, cadendo sul bianco troppo opaco del mio lavandino, un sorriso, pacifico, rassicurante. Sono ancora lì, ovviamente, insieme a tutti gli altri insignificanti peli che ho tagliato: di questi tempi avreste il coraggio di lavar via un sorriso? Oppure quattro o cinque giorni fa – ormai le giornate si ripetono troppo uguali ed è facile perdere la cognizione del tempo – sul fondo della tazzina il caffè ha creato una faccia triste, con una smorfia di dolore nostalgico: anche la tazzina è ancora lì, sporca ma così viva, e ogni tanto la guardo e mi sento meno solo, perché credo che mi assomigli.

Ecco, credo, appunto. Perché stamattina, mio malgrado ho scoperto una parola nuova. Mi sono svegliato e, ancora insonnolito, con gli occhi più chiusi che aperti, sono andato in bagno. Mentre urinavo, mi sono sentito osservato. No, non era il lavandino del bidet, sognatore, nemmeno i peli della barba sorridenti nel lavandino. C’era qualcun altro. Mi sono girato di scatto e sono trasalito. Uno sconosciuto, con la barba incolta, le occhiaie e una faccia grigia e stanca mi fissava. Senza pensarci due volte l’ho colpito con un pugno. Che dolore! La sua immagine si è subito frantumata in mille parti; nonostante questo, in ognuna di queste piccole parti, quell’immagine manteneva la sua terribile unitarietà: terribile perché, più la guardavo, più mi rendevo conto che il viso che vedevo era quello di uno sconosciuto, al quale non solo non avrei saputo dare un nome, ma nemmeno riuscivo a dare una forma ben definita. Insomma, un nessuno. Oltre all’immagine, anche la mia mano era frantumata: il sangue usciva copioso e i frammenti di vetro infilzavano dolorosamente la pelle. Allora ho cominciato a capire: sono tornato di corsa in camera, ho aperto l’armadio e… Lo sconosciuto era ancora lì! L’ho colpito con l’altra mano: stesso risultato. Immagine frantumata, mano frantumata. Allora, in quel momento ho capito, anzi ho ricordato, non senza provare un’indicibile angoscia. Con le mani sanguinanti e dolenti mi sono diretto verso il comodino: qui, lo sconosciuto sorrideva dentro una cornice d’argento, abbracciato a quella che era stata l’immagine di mia madre.

È a questo punto che ho imparato una nuova parola. Ho cercato di nuovo su Google: stavolta ho digitato non riconoscere la propria immagine. Primo risultato: prosopagnosia. Non ho approfondito, ma mi son fatto quattro risate insieme alle maniglie dell’armadio, che sorridono sardoniche. Pareidolia e prosopagnosia: entrambe fanno quasi rima con pandemia.

Danilo Iannelli

Ritratto di un pensiero

Camminando a braccia incrociate lungo il terrazzo fatto di colonne dinnanzi alle onde roventi dell’oceano, mi chiesi come mai Victor amasse così tanto quel posto. Si tratta semplicemente di una spiaggia lunghissima. E quindi? Possiede qualche colonna che fa da filtro per i raggi del sole al tramonto, niente di più. Certo, è pieno di giardini paralleli alla costa. Grazioso. Ma per quanto mi riguarda quel posto rappresenta tutto quello che non vorrei ricordare. Nelle lunghe estati afose, ogni volta che mi sedevo su quelle rocce violentate dalle onde, dirimpetto riaffioravano nella mente le sue parole mistiche, il suo volto, che ora non c’è più. Tornare, significava sfogliare tutti i suoi insegnamenti e storie fantasmagoriche, che accoglievo entusiasta, come il sole viene risucchiato dall’acqua e colora tutt’attorno. 

Non riuscì mai a capire perché mi piacesse così tanto viaggiare. Diceva che non serve girare il pianeta per conoscere e vedere le cose, quando si possono toccare svariate realtà dipingendo; tracciando forme e colori su di una tela azzeri completamente il confine tra materia fisica e introspezione.

Quel pomeriggio, dopo una lunga passeggiata, si fermò ad osservarmi con quegli occhi di un colore ligneo intensissimo, sembrava scavare tra i miei pensieri come un minatore che guarda per la prima volta la luna. Affermò sorridendo: 

“Essere artista è un concetto che non si sente rispecchiato in un discorso fatto di parole. Deve essere un colloquio riservato solo a due interlocutori: l’artista e il suo soggetto. Ad esempio, essendo io un ritrattista e testimone di paesaggi, spesso non dipingo nemmeno quello che mi circonda, al contrario, concentro l’attenzione su memorie dimenticate ma onnipresenti che riaffiorano come la luce dopo l’alba e si collocano sottoforma di colori e sfumature. Per questa ragione quando contempli un quadro non domandarti mai il perché o il come ma piuttosto il quando”. 

“Voi giovani credete, che spostandovi ai confini del mondo, di arrivare a un qualche sapere. Quando per muoversi un po’ più in là basta così poco… è sufficiente scostare la tenda che copre il nostro essere umani, per capire che la finestra non punta a un solo tipo di paesaggio.” 

Aveva ragione. 

Pochi giorni dopo la sua morte andai a rovistare tra le infinite tele da lui dipinte, ne scorsi una in particolare, che non avevo mai visto. Mi aveva fatto un ritratto, nei due anni in cui non ci siamo visti. Scoprii da varie fonti che doveva essere il mio regalo di compleanno. 

Ora è appeso in camera mia, pieno di colori accesi e pennellate forti, sempre pronto a voler essere decifrato. Nasconde una verità sul mio essere che nessuno ha mai colto o raccoglierà. 

Nemmeno io.

Tutt’oggi è un mistero che deve rimanere irrisolto ed interamente da immaginare, come la morte o l’arte. Questo è il viaggiare lontano degli artisti. 

                                                                                                             Teresa Lo Greco

Questo breve racconto è basato su una storia vera e lo dedico a mio zio, Victor Teixiera Lopez. 

(Il quadro è stato tratto da una mia foto sui social, ed è datato gennaio 2020)