Thomas Tüchel: storia o disfatta?

Thomas Tüchel è nato il 29 agosto del 1973 a Krumbach, Germania. All’età di 47 anni il tecnico tedesco (della cui carriera da giocatore si hanno poche tracce) è a un passo dalla coppa delle “grandi orecchie”.

Thomas ha vissuto tanti momenti altalenanti prima di godersi questo periodo d’oro con il Chelsea; per cui facciamo un passo indietro e analizziamo il percorso e le scelte del tecnico tedesco.

Tüchel, dopo l’esperimento mal riuscito da giocatore, dedica le proprie attenzioni interamente al ruolo di allenatore. Il tedesco fa gavetta cominciando tra le fila della primavera dell’Augsburg per poi diventare successivamente tecnico ufficiale per sei stagioni al Mainz. I risultati sono positivi, con molteplici salvezze ottenute senza troppi patemi e un clamoroso piazzamento europeo centrato grazie al quinto posto nella stagione 2010/11.

Nella stagione 2014/15 il Mainz di Tüchel totalizza i più che necessari 40 punti e  conquista un buon undicesimo posto, completando un’altra stagione all’insegna della tranquillità totale. Nel mentre, il Borussia Dortmund si piazza solo al settimo posto con 46 punti all’attivo, centrando la qualificazione ai preliminari di Europa League. Jürgen Klopp, allenatore leggendario del BVB, è esonerato al termine della stessa annata. Tra lo scalpore, la gioia e/o la tristezza di qualche anima giallonera, arriva Tüchel. Il c.t. di Krumbach approda così nella Ruhr con l’obiettivo di riportare i gialloneri sul tetto di Germania.

I risultati si intravedono sin dai primi mesi: Tüchel e il suo Borussia debuttano con un roboante successo interno per 4-0 nei confronti del Mönchengladbach. La striscia di vittorie arriva a sette, prima dello stop contro l’Hoffenheim all’ottava giornata, che vale il sorpasso per il Bayern. Al netto di brillanti prestazioni e tre competizioni da sostenere, il Dortmund termina in seconda posizione con 78 punti, a dieci lunghezze dal Bayern Monaco campione con 88. In Europa League anche i risultati sono notevoli: la banda di Tüchel avanza sino ai quarti di finale dove riceve il Liverpool del vecchio amico Klopp.

Un Liverpool in fase “lavori in corso” contro un Borussia in grande spolvero nelle ultime settimane. All’andata termina 1-1 al Signal Iduna Park. Ad Anfield il Liverpool parte con un gran vantaggio del goal marcato in trasferta ma ciononostante incassa prontamente, dopo nemmeno otto minuti, due reti. Se al 65’ il parziale dice 1-3 in favore dei tedeschi, le reti di Coutinho (66’), Sakho (78’) e Lovren (92’) firmano una clamorosa rimonta e consentono ai Reds il passaggio del turno. Dopo la cocente delusione in ambito europeo, il Dortmund perde anche la finale di Deutscher Pokal contro gli arci-rivali del Bayern ai rigori.

Il Dortmund visto nella stagione 2015/16 è un’altra storia rispetto a quello della precedente annata, ma i trofei tardano ad arrivare malgrado gli ottimi risultati e i tanti miglioramenti conseguiti.

Nella stagione 2016/17 arriva la svolta. Tüchel alza il primo trofeo in carriera e il Dortmund dopo anni di buio totale ritorna a sollevare la Deutscher Pokal, sconfiggendo in finale l’Eintracht Francoforte per 1-2. Ma il trofeo che conta, la Bundesliga, rimane un miraggio contro un Bayern troppo più forte ed incisivo nei momenti cruciali.

Per questa ragione, Tüchel viene esonerato e il Dortmund tra Peter Bosz e Lucien Favre non vincerà neppure un trofeo in quattro anni, eccetto una Supercoppa proprio contro il Bayern Monaco (2-0) e una Deutscher Pokal vinta recentemente con Edin Terzic allenatore.

Tüchel da fresco esonerato (tra mille polemiche e molta sorpresa) acquisisce una pessima reputazione in Germania e non solo. Forse per questa motivazione riposa per un anno, per poi riprendere alla guida del Psg agli albori del 2018/19.

Un arrivo inatteso perché non si sarebbe mai pensato che il Psg prelevasse proprio Tüchel, vedendo Ancelotti, Mourinho e Zidane sul mercato. Ma anche a Parigi le cose non si concluderanno nel migliore dei modi. Egli terminerà la propria esperienza in Francia nel dicembre 2020, quando si dimetterà nel corso della stagione. In due stagioni e mezzo, il tecnico alemanno porterà a Parigi due campionati (dominati), un “quadruple” nel 2019/20 (campionato, Coupe de Ligue, Coupe de France e Trophée des Champions) e una finale di Champions League, persa in Agosto ancora una volta contro il Bayern.

I motivi delle dimissioni dell’ex manager del BVB sono sconosciuti: alcuni ipotizzano ci sia stata una lite con i giocatori e la dirigenza (Leonardo, Neymar e Mbappé su tutti), altri che sia stata una scelta personale, altri ancora che alcune dichiarazioni rilasciate ad un’emittente transalpina non siano piaciute al patron sceicco Al-Khelaifi.

Ma la panchina non tarda ad arrivare, e Thomas riprende la guida del timone, cambiando ancora Paese, trasferendosi in Inghilterra. Il Chelsea sostituisce Lampard a stagione in corso e si ritrova in decima posizione, lontanissimo dalla Champions e già fuori dalla Carabao Cup. Anche in quest’occasione l’arrivo di Tüchel non è assolutamente ben visto: tutti già recriminano la scelta di Abramovich di aver cacciato Lampard, tra cui perfino personaggi illustri come Guardiola e Klopp.

Ma con Tüchel, senza minime aspettative, la storia cambia: trascinato da un Werner ritrovato, un Mount più forte e finalmente il miglior Kanté, i Blues conquistano un’inattesa finale di Champions (eliminando con un secco 2-0 il Real di Zidane) e una finale di Fa Cup, persa sabato 1-0 contro il Leicester. Tüchel detiene un record negativo nelle finali ma ora si gioca la seconda, e chissà, forse ultima chance di vincere la Champions. Giocherà contro un avversario incontrato già due volte tra Fa Cup e Premier e battuto in ambedue le occasioni: il Manchester City di Guardiola, proprio colui che si “rifiutava” di accettare che Lampard fosse esonerato.

Può essere lo spartiacque di una carriera per un allenatore sfortunato ma straordinario al contempo. Ma il bello dello sport sta proprio in questo, ossia nel non sapere come va a finire.

Walter Izzo

“Allora si chiamava Avana…”: torna il cinema a Garbatella

A partire dalla riqualificazione di uno spazio abbandonato da dieci anni, le ragazze e i ragazzi di AVANA, intendono riaccendere il cuore dello storico quartiere romano di Garbatella con un cine club e una palestra di arrampicata. 

Sara e Martina ci raccontano come il progetto intenda riscoprire la micro dimensione urbana mediante il recupero di spazi abbandonati e la partecipazione attiva del quartiere. 

Questo sabato, 15 maggio 2021, aprono le porte di AVANA, com’è nato il progetto e quali sono i vostri obiettivi?

Sara: Questo sabato presenteremo il progetto, l’inaugurazione vera e propria vorremo farla in grande appena sarà possibile.
L’idea di Avana è nata prima della pandemia da Luciano Ummarino e Francesca Zanza che avevano vinto in locazione il locale, in via Giovanni Maria Percoto 6, tramite assegnazione dell’ATER.
Il progetto iniziale era di realizzare un cinema di quartiere ma, come ben sappiamo, quello dello spettacolo è stato un settore spietatamente colpito dalla crisi sanitaria, quindi abbiamo deciso sin da subito di reinterrogarci sul da farsi, partendo dal motivo originale per cui volevamo creare AVANA, cioè per fornire alla Garbatella un servizio che mancasse. 
Unendo tutte le nostre competenze, dall’architettura alla psicologia, abbiamo immaginato di trasformare lo spazio in un centro polifunzionale, con sala co-working, palestra, sala riunioni, teatro, ecc.
Da un’idea di Arianna Cabras, psicomotrice e parte dell’associazione, sfrutteremo a pieno le alte pareti dell’area cinema creando una palestra di arrampicata con l’obiettivo di rendere questo, uno spazio capace di abbattere non solo le barriere culturali ma anche quelle sensoriali, cognitive e fisiche.

L’ampia scelta di attività fa immaginare che il progetto intenda rivolgersi a un pubblico molto eterogeneo. Chi entrerà principalmente negli spazi di AVANA?

Sara: Principalmente le bambine e i bambini per la palestra ma anche studentesse e studenti che hanno bisogno di uno spazio con WiFi gratuito in cui poter studiare. Lo spazio di coworking è stato pensato proprio perché non è scontato che tutt* abbiano un luogo tranquillo dentro casa o anche semplicemente un computer. AVANA sarà anche un punto d’incontro per le famiglie, grazie al cine club, e un appoggio per le associazioni che hanno bisogno di uno spazio fisico in cui riunirsi.

Martina: Il nostro obiettivo è che il quartiere possa sentirsi partecipe a 360 gradi del progetto. Le idee delle persone, non solo quelle del gruppo esecutivo, devono essere il motore di AVANA.

I lavori, che finalmente stanno iniziando dopo il periodo della pandemia, richiedono una spesa cospicua, di cosa si tratta principalmente?

Sara: Si tratta degli interventi all’impianto idrico ed elettrico, ma soprattutto della messa in sicurezza e dell’abbattimento delle barriere per rendere il locale accessibile a tutt*, per questo pensavamo a sopraelevare il pavimento e ad introdurre delle rampe. Inoltre, ci sono i lavori di climatizzazione e insonorizzazione necessari per la sala cinema. 

Martina: Giusto due lavoretti (ride, ndr) però ce la faremo.

Il progetto di AVANA è già attivo sul territorio?

Martina: Assolutamente si. AVANA è attualmente utilizzato come magazzino per la raccolta alimentare. Inoltre, ospita dal lunedì al venerdì uno sportello di ascolto psicologico gratuito gestito da due volontarie specializzate.

Sara: È anche attivo per le riunioni degli studenti come ad esempio è già successo ultimamente per i ragazzi della Rete degli Studenti di Roma Sud.

Roma è ricca di spazi abbandonati, credete che la possibilità di riqualificarli possa contribuire alla realizzazione della “città dei 15 minuti” dalla quale prendete ispirazione?

Martina: Il concetto di città dei 15 minuti, elaborato dall’urbanista Carlos Moreno e attualmente applicato dalla sindaca di Parigi Anne Hidalgo, immagina una città in cui tutti gli spazi utili (lavoro, università, assistenza, cultura, …) dovrebbero essere raggiungibili in 15 minuti a piedi o in bici.

Sara: Il sogno di ogni romano ahah. Sarebbe bello se ogni quartiere non fosse abbandonato a sé stesso ma, anzi, fosse proprio indipendente nei propri servizi. In questo modo immaginiamo la nostra zona che non si limita a Garbatella ma prende anche Montagnola, San Paolo, Ostiense, … sentiamo il bisogno di rispettare questi valori prima di tutto da un punto di vista sociale.

Martina: Sarebbe fico veder nascere una “piccola Avana” in ogni quartiere. Come dici tu Roma è piena di serrande abbassate da decenni, proprio per questo siamo cariche per sabato, sarà la nostra occasione per coinvolgere finalmente dal vivo le persone nella realizzazione di questo progetto. 

Zoe Votta

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Ulteriori informazioni:
Pagina Facebook di AVANA.
Profilo Instagram di AVANA.

La citazione contenuta nel titolo è tratta da una poesia di Victor Cavallo.

Chi ha paura del politicamente corretto?

“Elencheremo tutte le parole che non si possono più dire in tv, quelle bandite: ‘n***o′, ‘f****o′, tutte. Perchè la cattiveria non è mai nella lingua, ma nelle intenzioni.” Queste sono le parole di Pio e Amedeo in un’intervista rilasciata a Libero riguardo il loro show, Felicissima Sera. E l’hanno fatto davvero: perché affermare di voler utilizzare determinati termini in tv, in quanto non ritenuti offensivi da chi non li subisce, per poi farlo sapendo di non doversi preoccupare delle conseguenze, non è altro che una manifestazione del proprio potere. Potere di cui sono altre categorie a pagarne le conseguenze. Due comici italiani, bianchi, benestanti, cisgender ed eterosessuali che vogliono arrogarsi il diritto di decidere cosa è discriminatorio o no per le categorie più svantaggiate. E non è assolutamente la prima volta che assistiamo a scene del genere, perché qui in Italia sono sempre i privilegiati a rubare il microfono alle persone oppresse e persino una buona fetta di sinistra ha il terrore del famigerato politicamente corretto. È da pochi anni a questa parte che si sente parlare di politicamente corretto, solitamente in accezione negativa, ma di cosa si tratta davvero?

L’espressione “politicamente corretto” si riferisce a tutti quei comportamenti e atteggiamenti che designano estrema attenzione e rispetto alle richieste altrui, in particolare delle categorie marginalizzate e/o discriminate. Si tratta dunque di assecondare e ascoltare le minoranze ed evitare alcuni atteggiamenti, slur, sketch, comportamenti ritenuti offensivi e/o dannosi nei confronti di un determinato gruppo sociale. Da quest’ottica, il termine sembra avere un’accezione positiva. Ma non è così: il concetto di “politicamente corretto”, così come lo intendiamo oggi, ebbe origine dagli ambienti della destra americana intorno agli anni 80 in risposta a determinate linee di pensiero progressiste che richiedevano una maggiore attenzione all’inclusività in ambienti che, prima di allora, erano sempre stati a maggioranza bianca, benestante ed eterosessuale. Dunque, il mito del politicamente corretto è in realtà un’invenzione della destra, creata apposta per screditare le rivendicazioni dei gruppi meno privilegiati. Man mano, il “politicamente corretto” sta prendendo sempre più piede anche nel mondo europeo. Ma non allo stesso modo. Ebbene sì, perché nonostante la “dittatura del politically correct” sia un prodotto della destra reazionaria, in Italia anche molti personaggi di sinistra cadono nella trappola del “non si può più dire niente”. Proviamo a fare il punto della situazione.

In riferimento al contesto italiano, non si può non parlare di politicamente corretto senza partire dalla destra conservatrice che ama provocare reazioni di pancia agli italiani. La cosiddetta “dittatura del politicamente corretto”, che non esiste, è un cavallo di battaglia della destra sovranista. Non sono pochi i politici che hanno deciso di cavalcare l’onda dell’astio per il politicamente corretto per fomentare gli animi di una parte della popolazione. “Signore e signori, ecco a voi i nuovi talebani. Ecco a voi la civiltà del politicamente corretto”: l’opinione di Giorgia Meloni dopo che la statua di Indro Montanelli venne imbrattata dalle attiviste di Non Una Di Meno. E non è l’unica politica schierata contro questa imperante “dittatura” che impedisce ai privilegiati di discriminare i più oppressi. Anche Matteo Salvini si è dichiarato più volte contrario alle “follie del politicamente corretto” così come tanti altri leghisti. Insomma, qualsiasi richiesta da parte delle minoranze viene prontamente bollata come una follia, una censura o un attacco alla libertà di espressione. In particolare, in Italia la discussione mediatica sul tema si è accesa particolarmente dopo la morte di George Floyd per mano dell’agente Derek Chauvin nel 2020. Da lì in poi, l’opinione pubblica si è scatenata ferocemente contro qualsiasi tipo di richiesta che andasse oltre determinati limiti ritenuti accettabili da chi non subisce nessuna discriminazione. Uno dei casi più emblematici qui in Italia è stata la questione della blackface di Tale E Quale Show, su Rai Uno. La blackface è un tipo di trucco che veniva usato nel XIX durante gli spettacoli teatrali per imitare e ridicolizzare le persone nere tramite delle caricature stereotipate e la Rai, durante alcune puntate del porgramma, ha deciso che fosse una buona idea utilizzare un make-up simile su delle persone bianche per l’imitazione di artisti neri. La blackface ha un background culturale molto doloroso per le persone nere, retroscena che i bianchi e la Rai hanno dimostrato di non conoscere. La Rai non voleva offendere, discriminare o altro, ma in certi casi le intenzioni contano poco, perché il risultato è stato quello di continuare a perpetrare atteggiamenti discriminatori nei confronti di una categoria sistemicamente svantaggiata. Le polemiche non sono mancate, ma il punto più frustrante è stato sicuramente il vittimismo dei bianchi. La dinamica è sempre la stessa: una categoria oppressa chiede di non usare determinate parole discriminatorie, di non fare determinate battute o di evitare atteggiamenti che alimentano una disuguaglianza già esistente, e quelli a sentirsi discriminati, attaccati e offesi sono sempre gli individui più in alto nella gerarchia sociale. Si sente spesso dire che “non si può più dire niente” e che “il politicamente corretto è un attacco alla libertà di espressione”, ma è veramente così? La verità è che il politicamente corretto, inteso come “rispetto per le rivendicazioni altrui”, esiste principalmente sul web, sulle pagine “safe spaces” delle minoranze e quindi non ha lo stesso potere sociale delle posizioni maggioritarie, appoggiate da politici, media, giornali, programmi in prima serata. Infatti, basta accendere la tv e sintonizzarsi su uno dei soliti programmi targati Rai o Mediaset per assistere a sketch razzisti, l’uso di slur razzisti e omofobi, narrazioni sbagliate sulle questioni di genere, dichiarazioni sessiste che vengono mandate in onda senza che nessuno se ne dissoci. E programmi come Striscia La Notizia, Tale E Quale Show, Sanremo, Il Grande Fratello e così via hanno un potere mediatico decisamente maggiore di una pagina di attivismo transfemminista su Instagram. Questo significa che il potere sociale del politicamente corretto è pari a zero. Eppure, a qualcuno fa molto comodo gonfiare la questione per dare l’idea che ormai le minoranze abbiano ottenuto tutti i diritti di cui hanno bisogno o che ci sono “problemi più importanti”. E qui viene di nuovo da chiedersi: ma perché persone che non subiscono alcuni tipi di discriminazione si sentono in diritto di decidere per gli altri quali battaglie (non) combattere?

Gli ambiti in cui si sente più spesso parlare negativamente del politicamente corretto sono in particolare due: il linguaggio inclusivo e il mondo dell’arte. Ultimamente si sta prendendo in considerazione l’idea di utilizzare la schwa (ə) al posto del maschile per rendere la lingua italiana più inclusiva anche per le persone non binarie. Ovviamente, le persone che si oppongono a questa iniziativa sono cisgender e lottano continuamente contro il “pensiero unico del politicamente corretto” perché a loro dire esistono problemi peggiori di un linguaggio fortemente genderizzato che non rispetta le identità di genere che non si rispecchiano nel binarismo. Inutile dire che il pensiero unico (altro concetto tanto caro alla destra sovranista) non è quello delle minoranze, ma coincide sempre con le opinioni maggioritarie dei detrattori dei movimenti sociali.

Per quanto riguarda il mondo dell’arte la questione diventa ancora più spinosa (e strumentalizzabile) perché entra in gioco anche il concetto di libertà di espressione, altro cavallo di battaglia di chi combatte assiduamente contro il politically correct. Nel 2020, sempre dopo la morte di Floyd, la piattaforma streaming HBO decise di togliere momentaneamente dal catalogo dei film Via Col Vento per poi reinserirlo in seguito con un banner in cui si denunciavano delle rappresentazioni del film, tipiche dell’America razzista degli anni 30-40. Questa decisione ha infiammato gli animi di molti “odiatori” del politicamente corretto, la vicenda è stata poi manipolata da politici, attivisti dei diritti maschili, giornali, titoli acchiappa-like, telegiornali e media. Il caso di Via Col Vento non è stato l’unico nel suo genere, purtroppo non sono poche le persone che pensano che il rispetto per il prossimo sia una forma di censura artistica, così come non sono pochi i giornali e i media tradizionali che continuano a manipolare vicende simili per guadagnare tramite i titoli clickbait che scatenano tutta la ferocia degli haters stanchi di questa fantomatica ed inesistente oppressione.

Quest’avversione si nota particolarmente quando si dibatte su quanto sia legittima la comicità a danno delle categorie sociali discriminate, perché a quanto pare ridere delle minoranze è l’unico tipo di ironia che piace all’italiano medio. “Non si può più scherzare su niente” e “fatevi una risata” urlati come mantra dai leoni da tastiera e da qualsiasi personaggio pubblico che viene colto nel sacco a fare gaffe discriminatorie. I casi più recenti sono stati gli sketch razzisti nei confronti delle persone nere (n word compresa) ed asiatiche mandati in onda da Striscia La Notizia e il sopracitato monologo di Pio e Amedeo in cui si sono arrogati il diritto di decidere quanto sia giusto utilizzare slur discriminatori se le intenzioni non sono cattive.

Rimanendo nel mondo dell’arte, si sente spesso dire che “per colpa del politicamente corretto, ormai tutti i personaggi dei film appartengono alla comunità LGBT+”.  Ovviamente, è un’altra bufala messa in circolo da chi non vorrebbe vedere altro che personaggi cisgender ed eterosessuali sul piccolo e grande schermo. La verità è ben diversa: nella stagione tra il 2020 e il 2021 la percentuale di personaggi queer nei film è calata dal 10.2% al 9.1%. Dunque, solo una minuscola parte dei personaggi immaginari dello spettacolo si identificano come LGBT+ ma a qualcuno piace gonfiare i numeri per farci credere che avere una rappresentanza nei media sia qualcosa di inutile e che “esistono problemi maggiori”. Ma non è così, la comunità LGBT+ continua ad essere sottorappresentata, e non è con il benaltrismo che si combattono la queerfobia e la transfobia.

Abbiamo parlato brevemente del ruolo che gioca la destra sovranista nella strumentalizzazione del politicamente corretto, ma anche la sinistra italiana ha le sue colpe. Anche molti personaggi notoriamente di sinistra si infarciscono la bocca di critiche al politicamente corretto. Un esempio piuttosto recente è il monologo di Luciana Littizzetto che, dall’alto del suo privilegio che le concede un ruolo non poco importante nello studio di Fabio Fazio, ha pensato fosse giusto ribadire che “non si può più dire niente” e che “ci hanno insegnato ad offenderci per tutto”. Di nuovo: non sta a Littizzetto decidere cosa offende e discrimina le categorie più oppresse. E non è così funzionano le dinamiche di potere, non è solo l’offesa il problema: la discriminazione continua ad esistere anche se i diretti interessati non si sentono individualmente offesi. Perché quando vieni pagata meno del tuo collega uomo a parità di mansione o quando ricevi la cittadinanza dopo 18 anni nonostante tu sia cresciuto in Italia, puoi anche non offenderti, ma la disuguaglianza resta: parti comunque cento gradini indietro rispetto al tuo collega uomo e ai tuoi amici bianchi.

Viene quindi spontaneo chiedersi: perché la sinistra in Italia continua ad adottare gli stessi meccanismi retorici della destra? Teoricamente è un paradosso: la sinistra è quella fazione che ha sempre lottato per la giustizia sociale e per i più deboli, mentre ora, in certi casi, quando si parla di diritti civili, sembra quasi aver trovato un punto di incontro con la destra. Il motivo è molto più semplice di quel che si pensa: nessuno è esente dalle discriminazioni sistemiche, a prescindere dall’orientamento politico. Riconoscere di avere dei privilegi è frutto di un lavoro di decostruzione e autocoscienza continuo, e non tutti gli esponenti di sinistra sono disposti a spendere tempo ed energie in questo. C’è da dire, però, che nonostante questo, i cambiamenti sociali sono sempre partiti dalla sinistra. In conclusione, ci sarà sempre una parte della sinistra interessata a perseguire la giustizia sociale, mentre il resto della stessa fazione sarà troppo impegnata a crogiolarsi nel benaltrismo e nei propri privilegi. La sinistra italiana ad oggi è molto frammentata, e quella fetta che ha deciso di occuparsi della decostruzione di privilegi e stereotipi è veramente minima rispetto al resto. Questo vuol dire che si può benissimo parteggiare a sinistra pur avendo dei pregiudizi sessisti, razzisti e omofobi. Il politicamente scorretto, in Italia, non ha colore politico e questo è preoccupante, perché coloro che ascoltano le minoranze senza prendersi la briga di “consigliare” loro come combattere le battaglie sociali sono quasi invisibili.

Giorgia Brunetti

In copertina: foto di Deborah Perrotta, si ringraziano Emma Greco e Sabrina Amatore per aver prestato i loro volti.

Gli Déi annoiati

Quando la Storia muore a constatarne il decesso è un uomo affacciato alla finestra.

A celebrare le esequie della grande maestra di vita è un uomo a cavallo,non un uomo qualsiasi, ma l’esecutore di una sentenza, paradossalmente storica, quella della fine della Storia stessa.

“Ho visto l’imperatore, quest’anima del mondo […]” racconta il filosofo tedesco Friedrich Hegel, talmente coinvolto dalla visione di Napoleone Bonaparte, trionfante a Jena, da considerare tale momento uno spartiacque fondamentale.

All’apice della gloria napoleonica, l’umanità ha raggiunto la propria liberazione tramite una rivoluzione politica e, per Hegel, ciò che ne consegue non potrà che essere solamente una razionalizzazione ed una diffusione globale del nuovo ordine definitivo.

Passa quasi un secolo, quando un giovane professore russo, in fuga dalla rivoluzione bolscevica, approda a Parigi.

Anima poliedrica, nipote del celebre pittore Vasilij Kandinsky, Alexandre Kojève a poco più di trent’anni affabula ed ipnotizza la futura intellighenzia francese.

Chiamato a tenere dei seminari sulla “Fenomenologia dello Spirito” hegeliana, di cui dichiara di aver compreso poco o nulla, Kojève trae dall’opera del filosofo tedesco una trattazione fascinosa, capace di ammaliare il pubblico di studenti: La Fine della Storia.

Queneau, Bataille, Aron, Caillois, Leiris, Corbin, Merleau-Ponty, Lacan, Breton e Hannah Arendt.

L’avanguardia della filosofia novecentesca presenzia alle lezioni di quel bizzarro corso di filosofia delle religioni, trasformato da Kojève in una trattazione monografica della Fenomenologia dello Spirito, considerata un’opera impossibile da trattare solamente secondo una prospettiva religiosa separata.

La Fine della Storia coincide con la fine del desiderio di riconoscimento, con l’annullamento della dialettica, in favore di un ordine globale, uniformato sotto un progetto statale capace di garantire legalità e libertà.

Tale interpretazione porterà  Kojève però a traslare il pensiero hegeliano nella propria contemporaneità.

É il 4 dicembre del 1937 quando, al Collège de socioligie, il professore svela ai suoi studenti il nuovo depositario dello spirito del mondo.

Roger Caillois, fra gli avventori abituali dei corsi del professore russo, racconta lo stupore della platea di studenti quando “Kojeve ci svelò quel giorno che Hegel, pur avendo avuto una giusta intuizione, si era sbagliata di un secolo: l’uomo della fine della storia non era Napoleone, ma Stalin”.

Vestire i panni del becchino della Storia, per quanto possa sembrare un ruolo infausto, ha continuato a garantire la notorietà di chiunque vi si prestasse.

Nel 1992 è il turno di un giovane dottore in scienze politiche, Francis Fukuyama, autore del saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”.

Nella sua trattazione il politologo americano  riconosce nel sistema liberale a trazione statunitense l’evidenza della conclusione dei processi storici.

Il ragionamento che guida la tesi è pesantemente influenzato da Hegel: la guerra fredda ha rappresentato il culmine della dialettica politica fra due sistemi contrapposti.

Con la caduta del Muro di Berlino, secondo Fukuyama, il Comunismo sovietico palesa la propria insostenibilità lasciando al sistema democratico-liberale occidentale la possibilità di procedere alla sua espansione globale.

La lettura di Fukuyama ha necessitato di diverse revisioni dello stesso autore, messo pesantemente in discussione dallo scoppio della rivoluzione informatica e dalle numerose crisi e conflitti che hanno continuato a susseguirsi anche dopo la Caduta del Muro.

La marcia trionfate verso la democrazia globale, teorizzata dallo studioso in relazione ad una concezione della storia come moto universale verso il progresso, è stata palesemente disattesa: non solo nelle nuove prospettive, lontane dai dettami liberal-democratici, adottate da paesi come la Cina, ma anche nei due paesi al centro della legittimazione della tesi di Fukuyama stesso.

La Russia, dopo una prima apertura, traumatica, verso il mondo occidentale è ritornata suoi suoi passi e gli USA hanno dimostrato una sofferenza diffusa nella popolazione verso il ruolo di evangelizzatore mondiale, infrangendosi nell’esplosione delle proprie contraddizioni, sempre taciute a fronte del mandato imperiale e della potenza che ne derivava, ad oggi insostenibile.

Ma se la condizione a cui legare la fine della Storia sia da ricercare molto più profondamente, nella stessa condizione esistenziale dell’umanità?

Se la storia nascesse e morisse attorno ad un semplice, quanto fondamentale, atavico interrogativo ontologico: la Morte?

“La storia è iniziata quando gli umani hanno inventato le divinità e finirà quando gli umani diventeranno divinità” è una citazione dello storico israeliano Yuval Noah Harari.

Esperto di storia medievale e storia militare, il professor Harari è oggi particolarmente celebre per le proprie opere di storia del mondo ed il suo lavoro incentrato sui processi macro-storici.

Nel suo libro “Sapiens: Da animali a dèi” l’autore individua nella Rivoluzione scientifica l’ultima delle tre grandi rivoluzioni che hanno sostanzialmente  segnato l’evoluzione umana: quella cognitiva, quella agricola ed infine quella scientifica.

Quest’ultima, che nasce dal riconoscimento dell’uomo della sua ignoranza, vede  un unico grande fine: la sconfitta della morte.

Harari nelle sue pagine lancia quest’idea lapidariamente, riconoscendo come l’uomo si ostini a negare questo desiderio ed invitando però a non nascondersi dietro un dito.

D’altronde, evidenzia lo storico israeliano, tutte le filosofie moderne ed i paradigmi sociali che ne discendono hanno già manifestato un disinteresse palese per la tematica della morte: “Cosa accade ad un comunista dopo la morte? Cosa accade ad un cpitalista? O ad una femminista?  Non ha senso cercare la risposta nelle opere di Marx, Adam Smith o Simon de Beauvoir”.

Oggi milioni di nano-robot possono essere immessi in un sistema cardio-vascolare umano ed aggredire alcune patologie, le tecnologie neurali permettono di esplorare possibilità mai immaginate e l’uomo, soprattutto, è completamente padrone del pianeta Terra, addirittura è diventato depositario di una potenza demiurgica che lo rende in grado incidere sull’ambiente stesso.

Nel momento in cui l’evoluzione ci porterà ad assumere sempre più prerogative che l’uomo ha sempre accostato solamente alle divinità, avrà ancora senso definirsi uomini, nell’accezione scientifica di homo sapiens?

Inevitabilmente, nel caso la prospettiva di Harari si concretizzasse, dovremmo porre una definitiva pietra tombale sulla Storia, intesa come narrazione e memoria collettiva di una collettività che sarebbe troppo differente da noi.

Se volessimo trovare infatti un motore fondamentale della Storia, questo potrebbe essere proprio la volontà di sfidare la morte.

La volontà di riunirci in gruppi sociali, di costruire villaggi, città e metropoli, il desiderio di costruire monumenti, di combattere e conquistare per la gloria, di lasciare un’impronta sulla memoria del mondo, cosa sono se non tentativi di superare ciò con cui l’uomo convive e si scontra fin dalla sua nascita: la fine della propria vita.

Cosa succederebbe, quando l’umanità, oramai invincibile anche sulla morte si troverà a doversi confrontare con se stessa?

La fine della Storia potrebbe non essere la fine delle atrocità, anzi.

La constatazione di Harari è incredibilmente inquietante e lascia presagire che alla fine della Storia possa annidarsi l’inizio di nuovi processi, imprevedibili: “ Siamo più potenti di quanto siamo mai stati, ma non sappiamo che cosa fare con tutto questo potere. Peggio di tutto gli umani sembrano più irresponsabili che mai”

Scavando nella mitologia, nelle epopee delle tradizioni religiose, vediamo come le divinità, nei momenti noia e negligenza, si dilettino nel creare e nel distruggere, nello sconvolgere e nel rivoluzionare.

Dalla solitudine divina può nascere nuova vita, come può dissolversi un mondo.

In quest’ottica l’interrogativo posto da Harari è particolarmente calzante: Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?”

Lorenzo Giardinetti

Cosa sta succedendo in Colombia?

Contesto:   

In Colombia dall’inizio del governo del presidente Iván Duque, candidato dell’ex presidente Uribe1, sono avvenuti più di 100 massacri tra il 2020 e 2021 che il governo fa di tutto per occultare, cambiandogli nome, disconoscendoli. Si è voluto porre fine agli accordi di pace firmati con l’estinta guerriglia delle FARC– Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – che ha contribuito ad una maggiore tensione interna; durante la dichiarazione di emergenza sanitaria data dalla pandemia da Covid-19, il governo ha investito in camionette blindate, carri armati e pubblicità per mantenere alta e pulita l’immagine del governo e un programma televisivo che va in onda quotidianamente su un canale colombiano dove il presidente–presentatore informa i cittadini sui passi avanti del suo governo contro la pandemia. Il tutto, ovviamente, sconnesso da ciò che è la realtà.   

Attualità:   

Durante gli ultimi giorni di marzo il governo annuncia l’imminente realizzazione di una riforma fiscale a cui viene dato il nome di “legge di solidarietà sostenibile”; il 7 aprile il Ministro delle Finanze annuncia che la Colombia ha per andare avanti solo altre 7 settimane; il 15 aprile il governo annuncia che il testo della nuova riforma tributaria intende applicare un’IVA del 19% a beni di prima necessità come sale, cioccolato, zucchero, caffè, e ancora servizi funebri. Ovviamente da molti colombiani questo viene visto come un affronto nonché schiaffo morale alla classe medio-bassa.   

A causa del golpe alla tasca dei colombiani, i sindacati hanno iniziato a muoversi organizzando manifestazioni e blocchi per la giornata del 28 aprile. Il governo guarda incredulo e continua con la sua proposta di riforma; nel corso di queste giornate migliaia di giovani si sono uniti alla causa utilizzando come richiamo anche i social e in pochissimi giorni l’esistenza di questa nuova riforma è diventata virale, sollevando l’indignazione del popolo contro il governo, sostenendo – anche chi solo virtualmente – i cortei, tant’è che il 27 aprile, il giorno precedente alla prima manifestazione, il governo ordina ai comuni tramite un tribunale di sospendere ogni tipo di corteo, vietandolo.  

Se inizialmente la popolazione è intimorita da questi gesti, fa anche da combustibile morale per tutti coloro i quali si sentono oppressi dal governo. Così il 28 aprile scendono in strada milioni di colombiani di tutti gli angoli del paese, una quantità impressionante di gente che, a testa alta, cantando e ballando, alza la propria voce contro un governo che non ha mai veramente conosciuto i propri cittadini.  

Se durante la mattinata la manifestazione è stata pacifica, durante il pomeriggio sono iniziati gli scontri tra il popolo e la polizia: alcuni scontri, causati dai civili, sono stati calmati direttamente all’interno della manifestazione dai civili stessi e altri, invece,sono stati causati dalla brutalità della polizia che apparentemente aveva il compito di placare la manifestazione.  

Da qui inizia il tutto, perché di fronte al rifiuto del governo di ritirare la riforma, iniziano ad essere convocate nuove manifestazioni in tutto il paese, fatte coincidere con la giornata mondiale del 1° maggio. Il governo avverte la popolazione di non uscire dalle proprie case, insiste sostenendo che le manifestazioni altro non erano che atti violenti che non devono ripetersi, ignorando totalmente il grido del popolo e annunciando che saranno messe in atto forti misure di “sicurezza”. Durante la manifestazione del 1° maggio inizia la vera brutalità della polizia in tutto il paese, principalmente nelle città di Cali, Medellín e Bogotá.   

Durante le prime ore del mattino, l’ex-presidente Uribe dal suo profilo Twitter incita le forze armate dello stato ad utilizzare le armi con il seguente tweet:  

“Apoyemos el derecho de soldados y policías de utilizar sus armas para defender su integridad y para defender a las personas y bienes de la acción criminal del terrorismo vandálico” 2   

Immediatamente, dall’interno delle manifestazioni protratte fino a notte inoltrata, iniziano a diffondersi video dell’orrore portato fieramente avanti dalla polizia: spari sui civili indifesi, persone aggredite, giovani assassinati in circostanze ambigue, persone trasportate con forza senza sapere dove. In mezzo a tutta questa atrocità riportata dalle reti (ripeto dalle reti perché i notiziari colombiani continuano a sostenere che non si tratti di abuso di potere e insistono nel riferirsi ai manifestanti con l’appellativo di vandali) alcune emittenti internazionali come il New York Times e la BBC hanno iniziato a denunciare l’evidente ferocia della polizia.  

Il giorno seguente, il 2 maggio, le persone continuano a manifestare, vengono convocati i cacerolazos notturni (persone che, nelle strade, fanno rumore colpendo pentole e quant’altro) per continuare a manifestare, rifiutando la riforma – e la violenza.  

Di tutta risposta, il governo, vedendo che la situazione inizia a sfuggire di mano, decide di inviare l’esercito in città come Cali. Ovviamente questa decisione non fa altro che peggiorare la situazione, i momenti che si vivono sono densi e, temporaneamente, il Ministro delle Finanze decide di bloccare la riforma per acquietare gli animi e addirittura si dimette.  

Ovviamente le proteste continuano, il malcontento è maggiore e le persone si rendono conto che il governo li sta schiacciando e giocando con loro. Con il seguire delle manifestazioni, continuano anche le violazioni dei diritti umani da parte della polizia e tutto resta evidenziato nei video condivisi dagli stessi cittadini. La situazione è tanto grave che, all’arrivo dell’ONU, le forze armate, polizia ed esercito, le impediscono l’ingresso nelle zone di maggior interesse.   

L’ONU fa un comunicato, considerato improprio da parte del governo, e in questo momento tutto diventa incerto all’interno del paese.  Il 5 maggio continuano le proteste e in alcune zone della città è stato bloccato il servizio internet dichiarando guasto tecnico per evitare che venissero diffuse le immagini del massacro che sta andando avanti. 

Martina Grujić B.

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1 Uribe attualmente ha 276 investigazioni e processi aperti, tra cui spunta pure che durante il suo governo 2002 – 2010 ci sono stati più di 6.000 casi di "falsos positivos": durante il suo governo Uribe premiava i militari che portassero morti in battaglia, si andava nelle città e nei pueblos a prelevare giovani ragazzi con la promessa di un lavoro, i ragazzi venivano poi assassinati, vestiti come guerrilleros affinché alla popolazione arrivasse il messaggio che il governo stava lottando, e vincendo, contro la guerrilla.   
2  "Appoggiamo il diritto di soldati e della polizia di utilizzare le armi per difendere la propria integrità e per difendere le persone e i loro beni dall'azione criminale del terrorismo vandalico"