L’educazione nell’era post Covid: immersione in un mondo digitale e più inclusivo

Un evento da ripetere: Eduhacktion, tra innovazione ed educazione 

Questo weekend si è realizzato “Eduhacktion”, un evento organizzato da diverse realtà del mondo del digitale e dell’educazione: Culturit Network, Associazioni imprenditori millennials e Youth Hub Catania.  Durante due giornate, alcuni giovani tra i 18 e i 30 anni si sono potuti confrontare su diverse tematiche ed unirsi in team per creare una proposta innovativa su alcune tematiche. I principali argomenti trattati sono stati la didattica a distanza, il mismatching e la gamification. Ho avuto la possibilità di partecipare in prima persona a questa iniziativa e ne sono uscita molto soddisfatta. Certo, non è stato semplice uscire dalla propria zona comfort, ma ne è valsa la pena. All’interno della mia squadra ho potuto conoscere ragazzi della mia età, con le mie stesse aspirazioni e preoccupazioni, ed insieme abbiamo unito le nostre forze per creare una proposta di scuola più innovativa e inclusiva possibile. Il punto di forza di questa iniziativa? L’opportunità di essere seguiti da mentor, esperti nel settore dell’educazione, della comunicazione e del digitale. I loro consigli sono stati illuminanti e le loro storie di forte ispirazione. 

Uno sguardo oltre confine nel campo dell’insegnamento 

Giuseppe Inserra, vicepresidente di Youth Hub, afferma che la realtà scolastica deve essere multidisciplinare e continuativa. Si stanno sviluppando nuove professioni che richiedono un pensiero creativo e da questo nasce l’esigenza del cambiamento all’interno della formazione giovanile. L’Italia presenta ancora un metodo scolastico fortemente improntato sulla teoria. Marco Scannavino, co-founder di uLead, una community che fornisce orientamento universitario e lavorativo ai giovani, afferma che in altri paesi, come la Francia, viene dato maggior rilievo alle attività di lavoro e stage durante l’università. In Finlandia ,invece, gli alunni ricevono solo valutazioni positive. Questo ultimo aspetto potrebbe avere un riscontro negativo quando gli studenti si ritroveranno ad affrontare il mondo lavorativo, in cui ricevere porte in faccia è all’ordine del giorno. Tuttavia, guardando all’Italia, sarebbe utile diminuire l’importanza del voto e concentrarsi sullo sviluppo di competenze più pratiche ed esperienziali. È ciò che accade in America, dove se chiedi ad un universitario se preferisce ottenere l’eccellenza in tutte le materie o essere il capo della squadra di football, risponderebbe con la seconda opzione. I giovani italiani, durante il loro intero percorso di studi, acquisiscono un enorme bagaglio culturale, tanto da essere merce preziosa per le aziende estere, ma hanno difficoltà a inserirsi nei contesti lavorativi emergenti. Ecco dunque che si viene a delineare il cosiddetto fenomeno del mismatching, ovvero una situazione in cui la domanda di alcune posizioni lavorative eccede l’offerta. 

Mai più come prima: Il digitale arriva in aula 

Una grande lacuna è presente proprio nel mondo del digitale. Tra i pochi lati positivi della pandemia troviamo la necessità di adattarsi ai nuovi strumenti tecnologici. Dinanzi a tale scenario è stata proprio la scuola a doversi reinventare per prima, la cattedra è stata sostituita dal grande schermo e le interazioni dal vivo sono diminuite. Che si stia andando verso una nuova era nel campo dell’insegnamento? Non c’è dubbio che non torneremo indietro. Ciò non significa che bisogna incentivare lo sviluppo di un sistema di insegnamento unicamente a distanza, quanto integrare la lezione dal vivo con la possibilità di seguire dal grande schermo. Un’indagine Censis tra i docenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado ha rivelato che il 92% dei corsisti ritiene che “le nuove tecnologie digitali siano capaci di rendere più efficaci e coinvolgenti le lezioni frontali”. Non solo, sarebbe necessario fare un passo in più: portare il digitale nelle aule. Non basta però garantire un proiettore e tablet per tutti, ma è necessario puntare su una formazione di competenze digitali, sia tra i docenti che tra gli alunni. A ciò sarebbe utile ricorrere all’introduzione di una tecnica che viene già utilizzata da alcune aziende: la gamification. Un esempio è l’app di Duolingo, attraverso la quale si possono imparare le lingue con quiz e giochi. 

Il potere del gioco 

La Gamification si può definire “come un insieme di regole mutuate dal mondo dei videogiochi, che hanno l’obiettivo di applicare meccaniche ludiche ad attività che non hanno direttamente a che fare con il gioco; in questo modo è possibile influenzare e modificare il comportamento delle persone, favorendo la nascita ed il consolidamento di interesse attivo da parte degli utenti coinvolti verso il messaggio che si è scelto di comunicare”. Perché non allargare questa tecnica anche all’interno delle scuole? Forse se i protagonisti dei “Promessi Sposi” potessero prendere vita e ogni studente potesse farli agire, tutti riuscirebbero ad amare la loro storia senza troppi sbuffi.  All’imparare “sbagliando” si aggiunge così l’imparare “giocando”. 

La scuola che vorrei 

Il sogno nel cassetto? Creare un ambiente scolastico inclusivo e accogliente, dove attraverso il gioco e il digitale si possano coinvolgere tutti. Le valutazioni devono essere unite ad autovalutazioni e feedback reciproci tra studenti e docenti. Il voto inteso come semplice numero matematico deve perdere la sua importanza. E’ necessario, invece, porre più attenzione alle competenze pratiche che si sviluppano nell’intero percorso, guardando alla crescita personale del ragazzo e tenendo in conto le diversità di ognuno. In ultimo, si potrebbe pensare ad aiutare l’alunno a trovare la propria strada fin da subito, impartendo lezioni di laboratori pratici, con simulazioni di mestieri concreti. Questo potrebbe costituire parte della soluzione all’abbandono scolastico e al cambio di facoltà durante il periodo universitario. Arrivati fin qui, molti si staranno chiedendo se la creazione della scuola dei sogni richieda un certo tipo di investimento. La risposta è “sì”, ma l’istruzione ripaga ed è fondamentale puntare sul capitale umano di quelli che saranno gli adulti di domani, un domani che vogliamo sicuramente migliore del nostro. 

Irene Pulcianese

La comunicazione tra intestino e cervello

L’asse intestino-cervello è uno degli argomenti più studiati negli ultimi anni nel campo scientifico. Cervello e intestino sono due organi ben distinti, che apparentemente non sembrano essere collegati tra loro, ma in realtà sono strettamente connessi e il loro rapporto ha un impatto importante sulla salute dell’organismo.

L’intestino è un organo deputato alla digestione degli alimenti che ingeriamo che ha un sistema nervoso autonomo e grazie a questa caratteristica di autoregolazione nella gestione degli stimoli è definito “il secondo cervello” del corpo umano.

Ultimamente le ricerche si stanno concentrando sul microbiota intestinale, cioè l’insieme dei microrganismi regolatori dell’asse intestino-cervello. Questi microrganismi, i cui principali sono sono Bifidobacterium, Lactobacillus ed Eubacterium, sono pari quasi a tre volte il totale delle cellule dell’intero corpo umano.

Nel libro “L’intestino felice”, la gastroenterologa tedesca Giulia Enders cita l’esperimento del nuoto forzato, che è uno degli studi più significativi su questo tema: un topo viene messo in un contenitore pieno d’acqua e, poiché non tocca il fondo, agita le zampette per cercare di tornare sulla terra ferma. Per quanto tempo il roditore riuscirà a nuotare per cercare di arrivare al suo obiettivo? I ricercatori hanno somministrato alla metà dei topi un batterio fondamentale per l’intestino il Lactobacillus rhamnosus JB-1 e hanno scoperto che i topi con l’intestino in buona salute nuotavano più a lungo e i loro test di memoria e apprendimento erano migliori rispetto a quelli degli altri topi. Se però gli scienziati recidevano loro il nervo vago, non si riscontrava più nessuna differenza tra i topi.

Cosa c’entra il nervo vago e perché è fondamentale? Il nervo vago è il collegamento tra intestino e cervello, è il decimo paio di nervi cranici presenti nell’essere umano. Esso mette in comunicazione il cervello e  l’intestino tramite  neurotrasmettitori comuni, come la serotonina che regola l’umore e viene prodotta per il 90% dalle cellule enterocromaffini, cellule epiteliali situate principalmente nello stomaco e nell’intestino. Molti studi recenti, infatti, hanno individuato una concausa di ansia e depressione nei disturbi gastrointestinali.

Intestino e cervello, quindi, si influenzano reciprocamente e in condizioni di forte stress emotivo attivano i circuiti dell’ansia e della paura, che provocando il rilascio di citochine, irritano la mucosa intestinale e questa infiammazione può generare delle patologie come la sindrome del colon irritabile. Infatti, le persone che soffrono di colon irritabile, mostrano un rapporto cervello-intestino non ottimale. 

Nel libro, la Enders cita un altro interessante esperimento: un gruppo di ricercatori ha gonfiato un piccolo palloncino all’interno dell’intestino di alcuni volontari e hanno osservato contemporaneamente le immagini ecografiche dell’attività cerebrale. L’immagine del cervello era nella norma nelle persone che non soffrivano di disturbi intestinali, mentre nei pazienti affetti da colon irritabile, l’elemento di disturbo generava reazione nella zona del cervello dove si elaborano emozioni negative. Quindi, anche in questo caso si conferma l’interdipendenza tra cervello e intestino. Oggi, ancora non esiste una terapia efficace per il colon irritabile, però è stata presa in considerazione l’ipnoterapia. L’ipnosi ha dato ottimi risultati, e spesso ha permesso la diminuzione dei farmaci, soprattutto nei bambini affetti da questa patologia.

Come possiamo prenderci cura dell’intestino e del cervello?

Prima di tutto, il nostro microbiota intestinale è influenzato da alcuni fattori come la dieta, l’esercizio fisico e i farmaci che a loro volta hanno un impatto sullo stress, la paura e i comportamenti alimentari. Alcune patologie già citate come il colon irritabile o i vari problemi intestinali rendono più faticosa la connessione tra intestino e cervello. Ci sono altri disturbi come l’anoressia e l’obesità che sono associati a un microbiota intestinale alterato a causa dell’alimentazione non corretta che caratterizza queste patologie. Per questo motivo, prima di tutto, dovremmo prenderci cura della nostra alimentazione, dato che secondo alcuni studi, le alterazioni della composizione del microbiota possono influenzare le funzioni cognitive. L’alimentazione ha un ruolo fondamentale, bisogna prestare la giusta attenzione a ciò che ingeriamo ed evitare o controllare l’assunzione di  cibi e bevande che tendono a sovraccaricare il nostro apparato gastrointestinale alterando anche il microbiota intestinale, come ad esempio i cibi fritti. 

Oltre ad una buona alimentazione, è molto utile anche l’attività fisica, poiché migliorando il tono muscolare, miglioriamo anche il nostro umore riducendo così lo stress e i suoi effetti sull’intestino, Anche un sonno adeguato può aiutarci a tenere sotto controllo le tensioni e lo stress. 

Prestando attenzione, quindi, ad alcuni aspetti del nostro comportamento quotidiano, potremo apportare vantaggi all’efficienza  del nostro intestino e quindi anche del nostro cervello.

Francesca Motta

Bibliografia e fonti:

Thomas Tüchel: storia o disfatta?

Thomas Tüchel è nato il 29 agosto del 1973 a Krumbach, Germania. All’età di 47 anni il tecnico tedesco (della cui carriera da giocatore si hanno poche tracce) è a un passo dalla coppa delle “grandi orecchie”.

Thomas ha vissuto tanti momenti altalenanti prima di godersi questo periodo d’oro con il Chelsea; per cui facciamo un passo indietro e analizziamo il percorso e le scelte del tecnico tedesco.

Tüchel, dopo l’esperimento mal riuscito da giocatore, dedica le proprie attenzioni interamente al ruolo di allenatore. Il tedesco fa gavetta cominciando tra le fila della primavera dell’Augsburg per poi diventare successivamente tecnico ufficiale per sei stagioni al Mainz. I risultati sono positivi, con molteplici salvezze ottenute senza troppi patemi e un clamoroso piazzamento europeo centrato grazie al quinto posto nella stagione 2010/11.

Nella stagione 2014/15 il Mainz di Tüchel totalizza i più che necessari 40 punti e  conquista un buon undicesimo posto, completando un’altra stagione all’insegna della tranquillità totale. Nel mentre, il Borussia Dortmund si piazza solo al settimo posto con 46 punti all’attivo, centrando la qualificazione ai preliminari di Europa League. Jürgen Klopp, allenatore leggendario del BVB, è esonerato al termine della stessa annata. Tra lo scalpore, la gioia e/o la tristezza di qualche anima giallonera, arriva Tüchel. Il c.t. di Krumbach approda così nella Ruhr con l’obiettivo di riportare i gialloneri sul tetto di Germania.

I risultati si intravedono sin dai primi mesi: Tüchel e il suo Borussia debuttano con un roboante successo interno per 4-0 nei confronti del Mönchengladbach. La striscia di vittorie arriva a sette, prima dello stop contro l’Hoffenheim all’ottava giornata, che vale il sorpasso per il Bayern. Al netto di brillanti prestazioni e tre competizioni da sostenere, il Dortmund termina in seconda posizione con 78 punti, a dieci lunghezze dal Bayern Monaco campione con 88. In Europa League anche i risultati sono notevoli: la banda di Tüchel avanza sino ai quarti di finale dove riceve il Liverpool del vecchio amico Klopp.

Un Liverpool in fase “lavori in corso” contro un Borussia in grande spolvero nelle ultime settimane. All’andata termina 1-1 al Signal Iduna Park. Ad Anfield il Liverpool parte con un gran vantaggio del goal marcato in trasferta ma ciononostante incassa prontamente, dopo nemmeno otto minuti, due reti. Se al 65’ il parziale dice 1-3 in favore dei tedeschi, le reti di Coutinho (66’), Sakho (78’) e Lovren (92’) firmano una clamorosa rimonta e consentono ai Reds il passaggio del turno. Dopo la cocente delusione in ambito europeo, il Dortmund perde anche la finale di Deutscher Pokal contro gli arci-rivali del Bayern ai rigori.

Il Dortmund visto nella stagione 2015/16 è un’altra storia rispetto a quello della precedente annata, ma i trofei tardano ad arrivare malgrado gli ottimi risultati e i tanti miglioramenti conseguiti.

Nella stagione 2016/17 arriva la svolta. Tüchel alza il primo trofeo in carriera e il Dortmund dopo anni di buio totale ritorna a sollevare la Deutscher Pokal, sconfiggendo in finale l’Eintracht Francoforte per 1-2. Ma il trofeo che conta, la Bundesliga, rimane un miraggio contro un Bayern troppo più forte ed incisivo nei momenti cruciali.

Per questa ragione, Tüchel viene esonerato e il Dortmund tra Peter Bosz e Lucien Favre non vincerà neppure un trofeo in quattro anni, eccetto una Supercoppa proprio contro il Bayern Monaco (2-0) e una Deutscher Pokal vinta recentemente con Edin Terzic allenatore.

Tüchel da fresco esonerato (tra mille polemiche e molta sorpresa) acquisisce una pessima reputazione in Germania e non solo. Forse per questa motivazione riposa per un anno, per poi riprendere alla guida del Psg agli albori del 2018/19.

Un arrivo inatteso perché non si sarebbe mai pensato che il Psg prelevasse proprio Tüchel, vedendo Ancelotti, Mourinho e Zidane sul mercato. Ma anche a Parigi le cose non si concluderanno nel migliore dei modi. Egli terminerà la propria esperienza in Francia nel dicembre 2020, quando si dimetterà nel corso della stagione. In due stagioni e mezzo, il tecnico alemanno porterà a Parigi due campionati (dominati), un “quadruple” nel 2019/20 (campionato, Coupe de Ligue, Coupe de France e Trophée des Champions) e una finale di Champions League, persa in Agosto ancora una volta contro il Bayern.

I motivi delle dimissioni dell’ex manager del BVB sono sconosciuti: alcuni ipotizzano ci sia stata una lite con i giocatori e la dirigenza (Leonardo, Neymar e Mbappé su tutti), altri che sia stata una scelta personale, altri ancora che alcune dichiarazioni rilasciate ad un’emittente transalpina non siano piaciute al patron sceicco Al-Khelaifi.

Ma la panchina non tarda ad arrivare, e Thomas riprende la guida del timone, cambiando ancora Paese, trasferendosi in Inghilterra. Il Chelsea sostituisce Lampard a stagione in corso e si ritrova in decima posizione, lontanissimo dalla Champions e già fuori dalla Carabao Cup. Anche in quest’occasione l’arrivo di Tüchel non è assolutamente ben visto: tutti già recriminano la scelta di Abramovich di aver cacciato Lampard, tra cui perfino personaggi illustri come Guardiola e Klopp.

Ma con Tüchel, senza minime aspettative, la storia cambia: trascinato da un Werner ritrovato, un Mount più forte e finalmente il miglior Kanté, i Blues conquistano un’inattesa finale di Champions (eliminando con un secco 2-0 il Real di Zidane) e una finale di Fa Cup, persa sabato 1-0 contro il Leicester. Tüchel detiene un record negativo nelle finali ma ora si gioca la seconda, e chissà, forse ultima chance di vincere la Champions. Giocherà contro un avversario incontrato già due volte tra Fa Cup e Premier e battuto in ambedue le occasioni: il Manchester City di Guardiola, proprio colui che si “rifiutava” di accettare che Lampard fosse esonerato.

Può essere lo spartiacque di una carriera per un allenatore sfortunato ma straordinario al contempo. Ma il bello dello sport sta proprio in questo, ossia nel non sapere come va a finire.

Walter Izzo

“Allora si chiamava Avana…”: torna il cinema a Garbatella

A partire dalla riqualificazione di uno spazio abbandonato da dieci anni, le ragazze e i ragazzi di AVANA, intendono riaccendere il cuore dello storico quartiere romano di Garbatella con un cine club e una palestra di arrampicata. 

Sara e Martina ci raccontano come il progetto intenda riscoprire la micro dimensione urbana mediante il recupero di spazi abbandonati e la partecipazione attiva del quartiere. 

Questo sabato, 15 maggio 2021, aprono le porte di AVANA, com’è nato il progetto e quali sono i vostri obiettivi?

Sara: Questo sabato presenteremo il progetto, l’inaugurazione vera e propria vorremo farla in grande appena sarà possibile.
L’idea di Avana è nata prima della pandemia da Luciano Ummarino e Francesca Zanza che avevano vinto in locazione il locale, in via Giovanni Maria Percoto 6, tramite assegnazione dell’ATER.
Il progetto iniziale era di realizzare un cinema di quartiere ma, come ben sappiamo, quello dello spettacolo è stato un settore spietatamente colpito dalla crisi sanitaria, quindi abbiamo deciso sin da subito di reinterrogarci sul da farsi, partendo dal motivo originale per cui volevamo creare AVANA, cioè per fornire alla Garbatella un servizio che mancasse. 
Unendo tutte le nostre competenze, dall’architettura alla psicologia, abbiamo immaginato di trasformare lo spazio in un centro polifunzionale, con sala co-working, palestra, sala riunioni, teatro, ecc.
Da un’idea di Arianna Cabras, psicomotrice e parte dell’associazione, sfrutteremo a pieno le alte pareti dell’area cinema creando una palestra di arrampicata con l’obiettivo di rendere questo, uno spazio capace di abbattere non solo le barriere culturali ma anche quelle sensoriali, cognitive e fisiche.

L’ampia scelta di attività fa immaginare che il progetto intenda rivolgersi a un pubblico molto eterogeneo. Chi entrerà principalmente negli spazi di AVANA?

Sara: Principalmente le bambine e i bambini per la palestra ma anche studentesse e studenti che hanno bisogno di uno spazio con WiFi gratuito in cui poter studiare. Lo spazio di coworking è stato pensato proprio perché non è scontato che tutt* abbiano un luogo tranquillo dentro casa o anche semplicemente un computer. AVANA sarà anche un punto d’incontro per le famiglie, grazie al cine club, e un appoggio per le associazioni che hanno bisogno di uno spazio fisico in cui riunirsi.

Martina: Il nostro obiettivo è che il quartiere possa sentirsi partecipe a 360 gradi del progetto. Le idee delle persone, non solo quelle del gruppo esecutivo, devono essere il motore di AVANA.

I lavori, che finalmente stanno iniziando dopo il periodo della pandemia, richiedono una spesa cospicua, di cosa si tratta principalmente?

Sara: Si tratta degli interventi all’impianto idrico ed elettrico, ma soprattutto della messa in sicurezza e dell’abbattimento delle barriere per rendere il locale accessibile a tutt*, per questo pensavamo a sopraelevare il pavimento e ad introdurre delle rampe. Inoltre, ci sono i lavori di climatizzazione e insonorizzazione necessari per la sala cinema. 

Martina: Giusto due lavoretti (ride, ndr) però ce la faremo.

Il progetto di AVANA è già attivo sul territorio?

Martina: Assolutamente si. AVANA è attualmente utilizzato come magazzino per la raccolta alimentare. Inoltre, ospita dal lunedì al venerdì uno sportello di ascolto psicologico gratuito gestito da due volontarie specializzate.

Sara: È anche attivo per le riunioni degli studenti come ad esempio è già successo ultimamente per i ragazzi della Rete degli Studenti di Roma Sud.

Roma è ricca di spazi abbandonati, credete che la possibilità di riqualificarli possa contribuire alla realizzazione della “città dei 15 minuti” dalla quale prendete ispirazione?

Martina: Il concetto di città dei 15 minuti, elaborato dall’urbanista Carlos Moreno e attualmente applicato dalla sindaca di Parigi Anne Hidalgo, immagina una città in cui tutti gli spazi utili (lavoro, università, assistenza, cultura, …) dovrebbero essere raggiungibili in 15 minuti a piedi o in bici.

Sara: Il sogno di ogni romano ahah. Sarebbe bello se ogni quartiere non fosse abbandonato a sé stesso ma, anzi, fosse proprio indipendente nei propri servizi. In questo modo immaginiamo la nostra zona che non si limita a Garbatella ma prende anche Montagnola, San Paolo, Ostiense, … sentiamo il bisogno di rispettare questi valori prima di tutto da un punto di vista sociale.

Martina: Sarebbe fico veder nascere una “piccola Avana” in ogni quartiere. Come dici tu Roma è piena di serrande abbassate da decenni, proprio per questo siamo cariche per sabato, sarà la nostra occasione per coinvolgere finalmente dal vivo le persone nella realizzazione di questo progetto. 

Zoe Votta

Per aiutare la raccolta, visita la pagina del crowdfunding cliccando qui.

Ulteriori informazioni:
Pagina Facebook di AVANA.
Profilo Instagram di AVANA.

La citazione contenuta nel titolo è tratta da una poesia di Victor Cavallo.

Chi ha paura del politicamente corretto?

“Elencheremo tutte le parole che non si possono più dire in tv, quelle bandite: ‘n***o′, ‘f****o′, tutte. Perchè la cattiveria non è mai nella lingua, ma nelle intenzioni.” Queste sono le parole di Pio e Amedeo in un’intervista rilasciata a Libero riguardo il loro show, Felicissima Sera. E l’hanno fatto davvero: perché affermare di voler utilizzare determinati termini in tv, in quanto non ritenuti offensivi da chi non li subisce, per poi farlo sapendo di non doversi preoccupare delle conseguenze, non è altro che una manifestazione del proprio potere. Potere di cui sono altre categorie a pagarne le conseguenze. Due comici italiani, bianchi, benestanti, cisgender ed eterosessuali che vogliono arrogarsi il diritto di decidere cosa è discriminatorio o no per le categorie più svantaggiate. E non è assolutamente la prima volta che assistiamo a scene del genere, perché qui in Italia sono sempre i privilegiati a rubare il microfono alle persone oppresse e persino una buona fetta di sinistra ha il terrore del famigerato politicamente corretto. È da pochi anni a questa parte che si sente parlare di politicamente corretto, solitamente in accezione negativa, ma di cosa si tratta davvero?

L’espressione “politicamente corretto” si riferisce a tutti quei comportamenti e atteggiamenti che designano estrema attenzione e rispetto alle richieste altrui, in particolare delle categorie marginalizzate e/o discriminate. Si tratta dunque di assecondare e ascoltare le minoranze ed evitare alcuni atteggiamenti, slur, sketch, comportamenti ritenuti offensivi e/o dannosi nei confronti di un determinato gruppo sociale. Da quest’ottica, il termine sembra avere un’accezione positiva. Ma non è così: il concetto di “politicamente corretto”, così come lo intendiamo oggi, ebbe origine dagli ambienti della destra americana intorno agli anni 80 in risposta a determinate linee di pensiero progressiste che richiedevano una maggiore attenzione all’inclusività in ambienti che, prima di allora, erano sempre stati a maggioranza bianca, benestante ed eterosessuale. Dunque, il mito del politicamente corretto è in realtà un’invenzione della destra, creata apposta per screditare le rivendicazioni dei gruppi meno privilegiati. Man mano, il “politicamente corretto” sta prendendo sempre più piede anche nel mondo europeo. Ma non allo stesso modo. Ebbene sì, perché nonostante la “dittatura del politically correct” sia un prodotto della destra reazionaria, in Italia anche molti personaggi di sinistra cadono nella trappola del “non si può più dire niente”. Proviamo a fare il punto della situazione.

In riferimento al contesto italiano, non si può non parlare di politicamente corretto senza partire dalla destra conservatrice che ama provocare reazioni di pancia agli italiani. La cosiddetta “dittatura del politicamente corretto”, che non esiste, è un cavallo di battaglia della destra sovranista. Non sono pochi i politici che hanno deciso di cavalcare l’onda dell’astio per il politicamente corretto per fomentare gli animi di una parte della popolazione. “Signore e signori, ecco a voi i nuovi talebani. Ecco a voi la civiltà del politicamente corretto”: l’opinione di Giorgia Meloni dopo che la statua di Indro Montanelli venne imbrattata dalle attiviste di Non Una Di Meno. E non è l’unica politica schierata contro questa imperante “dittatura” che impedisce ai privilegiati di discriminare i più oppressi. Anche Matteo Salvini si è dichiarato più volte contrario alle “follie del politicamente corretto” così come tanti altri leghisti. Insomma, qualsiasi richiesta da parte delle minoranze viene prontamente bollata come una follia, una censura o un attacco alla libertà di espressione. In particolare, in Italia la discussione mediatica sul tema si è accesa particolarmente dopo la morte di George Floyd per mano dell’agente Derek Chauvin nel 2020. Da lì in poi, l’opinione pubblica si è scatenata ferocemente contro qualsiasi tipo di richiesta che andasse oltre determinati limiti ritenuti accettabili da chi non subisce nessuna discriminazione. Uno dei casi più emblematici qui in Italia è stata la questione della blackface di Tale E Quale Show, su Rai Uno. La blackface è un tipo di trucco che veniva usato nel XIX durante gli spettacoli teatrali per imitare e ridicolizzare le persone nere tramite delle caricature stereotipate e la Rai, durante alcune puntate del porgramma, ha deciso che fosse una buona idea utilizzare un make-up simile su delle persone bianche per l’imitazione di artisti neri. La blackface ha un background culturale molto doloroso per le persone nere, retroscena che i bianchi e la Rai hanno dimostrato di non conoscere. La Rai non voleva offendere, discriminare o altro, ma in certi casi le intenzioni contano poco, perché il risultato è stato quello di continuare a perpetrare atteggiamenti discriminatori nei confronti di una categoria sistemicamente svantaggiata. Le polemiche non sono mancate, ma il punto più frustrante è stato sicuramente il vittimismo dei bianchi. La dinamica è sempre la stessa: una categoria oppressa chiede di non usare determinate parole discriminatorie, di non fare determinate battute o di evitare atteggiamenti che alimentano una disuguaglianza già esistente, e quelli a sentirsi discriminati, attaccati e offesi sono sempre gli individui più in alto nella gerarchia sociale. Si sente spesso dire che “non si può più dire niente” e che “il politicamente corretto è un attacco alla libertà di espressione”, ma è veramente così? La verità è che il politicamente corretto, inteso come “rispetto per le rivendicazioni altrui”, esiste principalmente sul web, sulle pagine “safe spaces” delle minoranze e quindi non ha lo stesso potere sociale delle posizioni maggioritarie, appoggiate da politici, media, giornali, programmi in prima serata. Infatti, basta accendere la tv e sintonizzarsi su uno dei soliti programmi targati Rai o Mediaset per assistere a sketch razzisti, l’uso di slur razzisti e omofobi, narrazioni sbagliate sulle questioni di genere, dichiarazioni sessiste che vengono mandate in onda senza che nessuno se ne dissoci. E programmi come Striscia La Notizia, Tale E Quale Show, Sanremo, Il Grande Fratello e così via hanno un potere mediatico decisamente maggiore di una pagina di attivismo transfemminista su Instagram. Questo significa che il potere sociale del politicamente corretto è pari a zero. Eppure, a qualcuno fa molto comodo gonfiare la questione per dare l’idea che ormai le minoranze abbiano ottenuto tutti i diritti di cui hanno bisogno o che ci sono “problemi più importanti”. E qui viene di nuovo da chiedersi: ma perché persone che non subiscono alcuni tipi di discriminazione si sentono in diritto di decidere per gli altri quali battaglie (non) combattere?

Gli ambiti in cui si sente più spesso parlare negativamente del politicamente corretto sono in particolare due: il linguaggio inclusivo e il mondo dell’arte. Ultimamente si sta prendendo in considerazione l’idea di utilizzare la schwa (ə) al posto del maschile per rendere la lingua italiana più inclusiva anche per le persone non binarie. Ovviamente, le persone che si oppongono a questa iniziativa sono cisgender e lottano continuamente contro il “pensiero unico del politicamente corretto” perché a loro dire esistono problemi peggiori di un linguaggio fortemente genderizzato che non rispetta le identità di genere che non si rispecchiano nel binarismo. Inutile dire che il pensiero unico (altro concetto tanto caro alla destra sovranista) non è quello delle minoranze, ma coincide sempre con le opinioni maggioritarie dei detrattori dei movimenti sociali.

Per quanto riguarda il mondo dell’arte la questione diventa ancora più spinosa (e strumentalizzabile) perché entra in gioco anche il concetto di libertà di espressione, altro cavallo di battaglia di chi combatte assiduamente contro il politically correct. Nel 2020, sempre dopo la morte di Floyd, la piattaforma streaming HBO decise di togliere momentaneamente dal catalogo dei film Via Col Vento per poi reinserirlo in seguito con un banner in cui si denunciavano delle rappresentazioni del film, tipiche dell’America razzista degli anni 30-40. Questa decisione ha infiammato gli animi di molti “odiatori” del politicamente corretto, la vicenda è stata poi manipolata da politici, attivisti dei diritti maschili, giornali, titoli acchiappa-like, telegiornali e media. Il caso di Via Col Vento non è stato l’unico nel suo genere, purtroppo non sono poche le persone che pensano che il rispetto per il prossimo sia una forma di censura artistica, così come non sono pochi i giornali e i media tradizionali che continuano a manipolare vicende simili per guadagnare tramite i titoli clickbait che scatenano tutta la ferocia degli haters stanchi di questa fantomatica ed inesistente oppressione.

Quest’avversione si nota particolarmente quando si dibatte su quanto sia legittima la comicità a danno delle categorie sociali discriminate, perché a quanto pare ridere delle minoranze è l’unico tipo di ironia che piace all’italiano medio. “Non si può più scherzare su niente” e “fatevi una risata” urlati come mantra dai leoni da tastiera e da qualsiasi personaggio pubblico che viene colto nel sacco a fare gaffe discriminatorie. I casi più recenti sono stati gli sketch razzisti nei confronti delle persone nere (n word compresa) ed asiatiche mandati in onda da Striscia La Notizia e il sopracitato monologo di Pio e Amedeo in cui si sono arrogati il diritto di decidere quanto sia giusto utilizzare slur discriminatori se le intenzioni non sono cattive.

Rimanendo nel mondo dell’arte, si sente spesso dire che “per colpa del politicamente corretto, ormai tutti i personaggi dei film appartengono alla comunità LGBT+”.  Ovviamente, è un’altra bufala messa in circolo da chi non vorrebbe vedere altro che personaggi cisgender ed eterosessuali sul piccolo e grande schermo. La verità è ben diversa: nella stagione tra il 2020 e il 2021 la percentuale di personaggi queer nei film è calata dal 10.2% al 9.1%. Dunque, solo una minuscola parte dei personaggi immaginari dello spettacolo si identificano come LGBT+ ma a qualcuno piace gonfiare i numeri per farci credere che avere una rappresentanza nei media sia qualcosa di inutile e che “esistono problemi maggiori”. Ma non è così, la comunità LGBT+ continua ad essere sottorappresentata, e non è con il benaltrismo che si combattono la queerfobia e la transfobia.

Abbiamo parlato brevemente del ruolo che gioca la destra sovranista nella strumentalizzazione del politicamente corretto, ma anche la sinistra italiana ha le sue colpe. Anche molti personaggi notoriamente di sinistra si infarciscono la bocca di critiche al politicamente corretto. Un esempio piuttosto recente è il monologo di Luciana Littizzetto che, dall’alto del suo privilegio che le concede un ruolo non poco importante nello studio di Fabio Fazio, ha pensato fosse giusto ribadire che “non si può più dire niente” e che “ci hanno insegnato ad offenderci per tutto”. Di nuovo: non sta a Littizzetto decidere cosa offende e discrimina le categorie più oppresse. E non è così funzionano le dinamiche di potere, non è solo l’offesa il problema: la discriminazione continua ad esistere anche se i diretti interessati non si sentono individualmente offesi. Perché quando vieni pagata meno del tuo collega uomo a parità di mansione o quando ricevi la cittadinanza dopo 18 anni nonostante tu sia cresciuto in Italia, puoi anche non offenderti, ma la disuguaglianza resta: parti comunque cento gradini indietro rispetto al tuo collega uomo e ai tuoi amici bianchi.

Viene quindi spontaneo chiedersi: perché la sinistra in Italia continua ad adottare gli stessi meccanismi retorici della destra? Teoricamente è un paradosso: la sinistra è quella fazione che ha sempre lottato per la giustizia sociale e per i più deboli, mentre ora, in certi casi, quando si parla di diritti civili, sembra quasi aver trovato un punto di incontro con la destra. Il motivo è molto più semplice di quel che si pensa: nessuno è esente dalle discriminazioni sistemiche, a prescindere dall’orientamento politico. Riconoscere di avere dei privilegi è frutto di un lavoro di decostruzione e autocoscienza continuo, e non tutti gli esponenti di sinistra sono disposti a spendere tempo ed energie in questo. C’è da dire, però, che nonostante questo, i cambiamenti sociali sono sempre partiti dalla sinistra. In conclusione, ci sarà sempre una parte della sinistra interessata a perseguire la giustizia sociale, mentre il resto della stessa fazione sarà troppo impegnata a crogiolarsi nel benaltrismo e nei propri privilegi. La sinistra italiana ad oggi è molto frammentata, e quella fetta che ha deciso di occuparsi della decostruzione di privilegi e stereotipi è veramente minima rispetto al resto. Questo vuol dire che si può benissimo parteggiare a sinistra pur avendo dei pregiudizi sessisti, razzisti e omofobi. Il politicamente scorretto, in Italia, non ha colore politico e questo è preoccupante, perché coloro che ascoltano le minoranze senza prendersi la briga di “consigliare” loro come combattere le battaglie sociali sono quasi invisibili.

Giorgia Brunetti

In copertina: foto di Deborah Perrotta, si ringraziano Emma Greco e Sabrina Amatore per aver prestato i loro volti.