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Dentro Chernobyl. La storia di Vladimir Tokarenko

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A maggio 2019 è uscita la prima puntata della serie tv, prodotta dalla HBO, Chernobyl, che propone una ricostruzione del disastro nucleare avvenuto nella centrale la notte del 26 aprile 1986. Personalmente non sono un’amante delle serie tv, eppure Chernobyl è riuscita, grazie anche l’interesse precedente sull’argomento, a stimolarmi nel fare ulteriori ricerche. Una di queste mi ha portato in un gruppo facebook creato 12 anni fa, dove tra i vari post sono rimasta colpita da quelli di Nastya, una donna ucraina che a differenza degli altri non parlava della serie tv, dei documentari o reportage, bensì di suo padre.
Vladimir Tokarenko, uno dei maggiori esperti nell’URSS dell’epoca, non solo ha lavorato dal 1973 come supervisore dei lavori di montaggio della centrale, ma la notte del 26 aprile 1986 si trovava proprio nei pressi della centrale e aveva capito subito cosa fosse successo. Vladimir è scomparso dopo una lunga malattia qualche mese fa, la figlia Nastya ha acconsentito a rilasciarci un’intervista.

 

Hai trascorso i primi anni della tua infanzia a Pryp’jat’. Che ricordi ti sono rimasti di questa città?

Sono nata a Pryp’jat’ nel 1980. La città fu creata per coloro che costruirono e lavorarono nella centrale nucleare di Chernobyl. I suoi primi abitanti furono i costruttori, la crearono seguendo le tecnologie più avanzate dell’epoca.

Avevo 5 anni quando mi trovai lì per l’ultima volta. Mi ricordo bene le ampie strade e l’alternarsi di case diverse – alte con lo stemma sui tetti, basse, da 5 piani, con enormi appartamenti dalle mura luminose.

Di sera si accendevano delle belle insegne luminose. Su alcune di esse c’erano dei quadri colorati da mosaici. Mi ricordo molto bene il palazzo della cultura (Palazzo della Cultura o Casa della Cultura era il nome delle maggiori club-house dell’Unione Sovietica e del resto del blocco orientale) “Energhetik” (io lo chiamavo “Vinerghetik”, come l’insalata; in russo, traslitterato, “vinegret”, dal francese vinaigre), ci andavamo a guardare gli spettacoli teatrali di mia sorella.

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Tutto intorno a me era nuovo, la gente che passeggiava sulle strade era giovane (l’età media degli abitanti era di 26 anni), tutti si conoscevano. A Pryp’jat’ vivevano anche una mia zia e due zii, tutti con figli. Spesso eravamo ospiti l’uno a casa dell’altro. Mi ricordo anche il bosco dietro la città, ci facevamo dei pic-nic in famiglia.

Pensavo che tutte le città fossero così, ma quando un anno prima dall’avaria ci trasferirono con mio padre a Kiev, restai colpita negativamente dal fatto che le case fossero o vecchie e buie o molto alte, vicine l’una all’altra.

All’epoca ero una bambina e avevo bisogno di tirare su la testa per vedere il cielo. Mi mancavano gli appartamenti e i mosaici sulle mura. Le persone per strada non si salutavano, non si fermavano e non sorridevano. C’erano anche molti anziani. A Kiev conoscevamo poche persone, raramente eravamo ospiti di qualcuno, mi mancavano i miei cugini e cugine.

Ma potevamo andarli a trovare a Pryp’jat’, visto che mio padre continuava a lavorare alla centrale nucleare di Chernobyl.

Poi la città di Pryp’jat’ smise di esistere. Durò in totale 17 anni.

E ora guardo queste fotografie scattate lì. È tutto arrugginito e crescono alberi ovunque: la natura ha la sua bellezza, ma la gente… sciacalli e vandali hanno fracassato le finestre, demolito le vetrate del palazzo della cultura “Energhetik”, saccheggiato case e distrutto tutto ciò che hanno trovato.

Fa male vedere com’è oggi. Penso che bisognerebbe trasformare la città in un memoriale: è un luogo di ricordi e non un divertimento o uno sfondo per i videogiochi.

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Tuo padre era un liquidatore, puoi dirci qualcosa in più su di lui e sul suo lavoro?

Mio padre, Vladimir Tokarenko, nacque a Murmansk, al polo nord. Quando iniziò la Seconda Guerra Mondiale, la madre con i suoi tre figli piccoli si trasferì da alcuni parenti in Ucraina.

Ma il treno sul quale viaggiavano fu bombardato: una delle sue sorelle venne ferita e rimase invalida per tutta la vita.

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A 17 anni (nel 1954) partì volontario per la Siberia orientale per costruire una stazione elettrica. Iniziò a lavorare come fabbro, poi come macchinista, fino a diventare ingegnere capo. Studiò molto e finì l’istituto nel 1964.

Dal 1968 venne trasferito allo YUTEM (sistema di alimentazione / ingegneria termica meridionale), dove lavorò sempre come ingegnere capo alla GRES (stazione elettrica statale provinciale) nella città di Kryvyj Rih. Lavorò anche nel GRES delle città di Ladyžyn e Zaporižžja.

Nel 1973 diventò capo della direzione di montaggio di Chernobyl, dove installò tutti i macchinari termici e nucleari. Nel 1986 lavorò sui blocchi quinto e sesto. Dormiva spesso a Pryp’jat’. Così fece anche la notte del 26 aprile 1986.

Con mio padre raramente parlavamo di quei tempi, ecco perché riporto notizie da ciò che ho letto sui libri e dai racconti del suo collega, di mia madre e mia sorella (che all’epoca aveva 15 anni).

 

Dal libro “Dopo Chernobyl” di Kaibisheva

V.P. Tokarenko arrivò a Pryp’jat’ da Kiev proprio il giorno prima, in qualità di sostituto del direttore dello YUTEM e di responsabile di tutti i macchinari termici e nucleari alla centrale di Chernobyl.

Bisognava discutere su come usare al meglio la gru a torre (“Demag”) dello YUТЕМ di Mosca, nella quinta centrale elettrica che stavano costruendo in quel periodo. Trascorse la notte lì in modo da potersi recare al cantiere edile il sabato seguente. Ma verso le 5 del mattino lo chiamarono al telefono per avvertirlo dell’avaria. Provò a chiamare Kiev, ma la linea sembrava bloccata.

Allora salì sulla sua macchina e guidò fino alla centrale, e con lui si diressero lì anche altri assemblatori. La sorveglianza li conosceva bene di viso e li lasciò passare.

La base dello YUTEM si trovava a 150 metri dal quarto blocco. Tokarenko ancora non sapeva cosa stesse succedendo concretamente nella centrale, ma una cosa gli era assolutamente chiara: bisognava subito portare via coloro che erano rimasti lì.

Dopo aver saputo che si era depressurizzato il reattore, ordinò di andare a casa e di restarci. Si spostò da un impianto all’altro, sia a piedi che in macchina: come dopo avremmo scoperto, passò davanti ai pezzi di grafite. Fu colpito da una dose di 100 rem (unità dosimetrica per radiazioni ionizzanti), orientativamente, dato che dosimetristi e medici hanno iniziato a esaminare gli installatori solo il 29 aprile.

Gli esperti arrivati lì capirono subito che il reattore era distrutto, cosa che invece la leadership della centrale nucleare di Chernobyl non aveva colto.


Mamma e il collega di mio padre, F. M. Khlistov

Papà chiamò la sede centrale dello YUTEM a Kiev, ma per comunicare quest’informazione in modo completo fu necessario arrivare nella capitale ucraina passando dal Volga “radioattivo”. Durante il viaggio si bagnò nel fiume. La sera si svolse l’incontro con il direttore dello YUTEM. Poi tornò a casa e preparò un completo più elegante perché aveva un incontro con la commissione governativa guidata da Boris Shcherbina.

La mattina del 27 aprile tornò a Pryp’jat’ insieme ai colleghi, sempre attraversando il Volga “radioattivo”. L’incontro con Shcherbina e la commissione governativa si svolse nell’eliporto.

Altri assemblatori di Pryp’jat’, venuti a lavorare lì volontariamente, dissero che la gente dei villaggi vicini si era unita. Il loro compito era quello di organizzare la fornitura di sabbia e piombo da caricare negli elicotteri e lanciare sulla centrale. Inoltre, dovevano anche mostrare ai piloti dove lanciare la sabbia.

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Grigory Medvedev. Quaderno di Chernobyl – “Nuovo mondo” 1989

E Shcherbina si affrettò sotto il rombo degli elicotteri, guidò tutti come capre di Sidorov – ministri, vice ministri, accademici, marescialli, generali: “Sanno far saltare in aria un reattore ma non c’è nessuno che carichi le borse con la sabbia!”, esclamò.

Alla fine caricarono il primo lotto di sei sacchi di sabbia sul MI-6. Con gli elicotteri si alternarono in volo Antonshchuk, Deygraf e Tokarenko. Il radiometro segnava 500 raggi x all’ora. La bio-difesa era talmente rovente da avere il colore del disco solare. Aprirono la porta. Il calore veniva dal basso. Un potente flusso di gas radioattivo ionizzato da neutroni e raggi gamma esalava verso l’alto.

Erano tutti sprovvisti di respiratori. L’elicottero non era protetto dal basso dal piombo. Ci avevano pensato troppo tardi, quando centinaia di tonnellate di merci erano già state scaricate. In quel momento infilarono la testa attraverso la porta aperta e, guardando nella bocchetta nucleare, mirando con gli occhi, lasciarono cadere il sacco pieno di sabbia. E così molte altre volte ancora. Non c’era altro modo. I primi ventisette membri dell’equipaggio e i loro aiutanti Antonshchuk, Deigraf, Tokarenko presto furono congedati e inviati a Kiev per essere curati.

2 maggio. Mio padre si recò da solo a Kiev. Mia sorella Oksana (che all’epoca aveva 15 anni) lo vide alla porta di prima mattina, era in tuta militare. Voleva abbracciarlo, ma mio padre si staccò, non le permise di toccarlo. Lavò e buttò via i vestiti indossati nei giorni precedenti. Quando seppe che i parenti che erano stati evacuati da Pryp’jat’ sarebbero venuti a vivere con noi, ha chiamato i dosimetristi. Nessuno allora sapeva come comportarsi con le radiazioni.

Ricordo quando a casa nostra arrivarono due specialisti, come brontolavano, come sezionavano letto e divano. Ma non era spaventoso, erano gentili, scherzavano e mostravano come le radiazioni lasciassero le nostre sagome sui materassi. Il nostro appartamento si rivelò inabitabile, fummo trasferiti in un albergo e l’appartamento fu “ripulito”. Da allora, 2 dosimetri sono sempre stati a portata di mano, con ogni arrivo di mio padre, controllavamo e lavavamo tutto. Non era spaventoso o strano. Era una routine.

Mio padre andò all’ospedale, ma all’inizio non lo accettarono lì, perché altri provenivano direttamente da Chernobyl su veicoli speciali, mentre lui veniva da solo, dalla strada. Dovettero intervenire i colleghi. Non so nulla del trattamento, ma papà mi disse che gli fecero delle continue trasfusioni di sangue.

I polmoni furono molto colpiti dalla polvere radioattiva, non poteva respirare. A questo si aggiungevano un’ustione radioattiva, nausea, perdita di coscienza, mal di testa. Spesso venne ricoverato all’ospedale. Diverse volte quell’anno i medici non seppero dirci se sarebbe sopravvissuto: aveva ricevuto una quantità di radiazioni di circa 100 roentgen (unità di misura dell’esposizione ad una radiazione ionizzante), ma con una tale dose non era permesso lavorare.

Pertanto, nel certificato scrisse di aver subito una dose di 22 roentgen.

Sotto il decreto del Vice Ministro dell’Energia, mio padre venne ufficialmente nominato capo dei lavori di liquidazione in conseguenza all’incidente di Chernobyl.

Tornava sempre a Pryp’jat’, questa catastrofe fu per lui un dolore personale. Stava lì 2 settimane, poi si riposava o veniva curato per le 2 settimane successive; e così via fino a ottobre.

Per questo gli assegnarono l’Ordine di Lenin, il più alto riconoscimento nell’URSS (Decreto del Presidio del Soviet Supremo dell’URSS, 24 dicembre 1986). Ma il decreto non venne pubblicato, era impossibile ricompensare apertamente il personale della stazione, erano tutti considerati “sotto inchiesta” o perfino “colpevoli”.

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Panico e paura cominciarono a diffondersi ovunque. Nel 1986, la gente comune aveva paura dei migranti di Pryp’jat’, per paura che fossero “infetti”. Non posso biasimarli.

Io e mia sorella avevamo paura di sederci al banco a scuola, i nostri compagni non erano felici della nostra presenza. Quando il lavoro alla centrale di Chernobyl fu terminato e mio padre finalmente tornò, dopo un po’ di tempo, una notte, qualcuno venne nel nostro appartamento.

Prima gettarono la vernice sulla nostra porta, poi le dettero fuoco con un accendino e della benzina. Dormivamo tutti, ma dopo un po’ ci svegliammo con l’odore del fumo e riuscimmo a spegnere il fuoco. Non sono sicura che sia stato proprio a causa di Chernobyl, la polizia non ha trovato nessuno in quel momento, ma non ci sono altre spiegazioni.

Il periodo successivo alla fine della liquidazione per mio padre fu difficile. Era molto malato, ma non voleva andare all’ospedale. Per giorni se ne stette sdraiato sul divano senza muoversi, il dottore stesso venne da noi. Era spaventoso. Ma pian piano papà guarì e tornò al lavoro.

Nel 1988 fu inviato alla costruzione della centrale nucleare di Temelin nella Repubblica Ceca. Abitavamo nella città di České Budějovice.

Nel 2001 tornammo in Ucraina. Io restai a Kiev, i miei genitori andarono a vivere nel villaggio di Pasichna. Lì mio padre costruì una casa, c’era un bel giardino e un orto. Papà era insolitamente carismatico, sembrava molto giovane, come se avesse 20 anni in meno della sua età reale. Molti erano attratti da lui, aiutava volentieri tutti come meglio poteva, e lo faceva gratuitamente. Ha lavorato costantemente, collaborando in particolare con il sacerdote locale. Insieme ripararono chiese e progettarono nuovi edifici.

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All’inizio assegnarono a mio al padre una pensione “Chernobyl” di 54 grivne, 40 dollari circa. Lui era sconvolto, ma non fece niente. Non eravamo poveri. Poi, dopo un paio di anni, quando era diventato completamente dipendente dalla sua pensione, una commissione ha cercato di togliergliela. Una volta dovette anche fare causa.

Mio padre non diceva mai a nessuno di essere un liquidatore. Ci sono molti liquidatori in Ucraina. Le persone erano infastidite dal fatto che le loro pensioni fossero più alte, avevano dei benefici. Molti liquidatori sono stati accusati di beneficiare di quelle pensioni semplicemente perché avevano comprato informazioni, senza avere alcuna relazione con Chernobyl. A causa di ciò, il rispetto per i liquidatori si attenuò gradualmente, e di conseguenza i benefici cominciarono ad essere aboliti.

Poi nel 2016  è arrivato l’ictus. Mio padre era spesso malato e mi sconvolge che non abbia ricevuto cure mediche adeguate in Ucraina. Mi spaventa il ricordo dell’ospedale nel villaggio. L’atteggiamento nei confronti di papà era probabilmente migliore rispetto agli altri, il dottore faceva il suo lavoro, ma … Tutto il lavoro per il personale medico doveva essere eseguito da membri della famiglia tutto il giorno, comprando siringhe, medicine e contagocce. Letti in ferro, un bagno su tutto il piano, un pavimento che perde. La medicina nelle piccole città dell’Ucraina è rimasta al livello del Medioevo.

Papà è rimasto paralizzato per tre anni. All’inizio, in parte, poteva ancora essere rimesso in piedi con l’aiuto della riabilitazione. Ma negli ospedali pubblici questa non veniva praticata, così l’abbiamo portato in una clinica privata. Tuttavia lì la terapia non era abbastanza professionale e faceva più male di quanto non aiutasse. Mio marito e io non ci siamo arresi per molto tempo, cercavamo soluzioni diverse finché i nostri genitori non ci hanno chiesto di fermarci.

Papà stava di nuovo disteso sul divano senza muoversi, vederlo così era dura. A poco a poco, gli ospiti hanno smesso di venire da noi. Ma nonostante tutto questo, papà sembrava molto più giovane dei suoi anni, nessuno avrebbe creduto che avesse 82 anni.

Morì di polmonite il 13 febbraio del 2019. Noi stessi abbiamo dovuto lavare e vestire il suo corpo, metterlo in una bara. Sono venute poche persone al funerale, per lo più liquidatori, gente dell’amministrazione e della chiesa.

La commemorazione è durata 40 minuti. I liquidatori hanno parlato di quella stessa macchina del Volga e del fatto che ci sono pompieri, soldati e dottori nel Museo di Chernobyl, ma non hanno menzionano installatori e costruttori (dopotutto, ce n’erano centinaia a Chernobyl). E poi fu tutto finito. Rimasero solo la sporgenza del terreno e la croce di legno temporanea. Non riuscivo ad accettarlo.

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In uno dei tuoi post nel gruppo ci hai detto che non sapevi quanto fosse importante l’amicizia tra tuo padre e Shcherbina.

I nomi di Dyatlov, Akimov, Bryukhanov mi erano familiari, ma cosa c’è di sbagliato in questo? Dopotutto, erano colleghi di mio padre a Chernobyl. E con Shcherbina si erano incontrati sempre in quell’ambito. E poi i loro personaggi sono apparsi nella serie e sono diventati famosi.

Conosco Shcherbina dai disegni del collega di mio padre, il liquidatore Vladimir Makarychev, pubblicati nel libro “Heroes-Chernobyl”, Moscow, 2006. 100 copie.

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g-XooXOw.jpegDialogo con il presidente della commissione governativa

 

Anche Dyatlov (vice-capo della centrale nucleare di Chernobyl) nel suo libro ricorda mio padre.

A.S. Dyatlov. Chernobyl. Com’era.

Penso che V.T. Kizima e gli installatori N.K. Antoshchuk, A.I. Zajats, V.P. Tokarenko non abbiano preso sul serio tutti questi attacchi. In generale, credo, gli installatori non sono soggetti all’AIDS. Hanno già l’immunità contro qualsiasi schifezza esterna — sia essa di origine biologica o psicologica. Altrimenti, in quelle condizioni di lavoro è impossibile reggere a lungo.

Qui è del tutto appropriato dirlo: l’installazione presso la centrale di Chernobyl secondo i criteri sovietici è ben fatta. Nonostante il gran numero di giunti saldati nelle tubazioni primarie, ricordo solo una saldatura incrinata in una conduttura importante. E ciò si deve attribuire alla rigidità della struttura e quindi alla compensazione insoddisfacente durante le espansioni termiche. Per quanto riguarda l’incidente del 26 aprile, l’installazione e gli installatori non hanno alcuna relazione.

Nella serie, nella prima parte c’è una scena in cui un collaboratore della centrale si nasconde, chiedendo se si tratti di una guerra. Ho già sentito questa storia da mio padre, ma in modo un po’ diverso.


L. Kaibyshev. – Dopo Chernobyl

 

La base dello YUTEM era a soli 150 metri dal quarto blocco. Tokarenko non sapeva ancora cosa fosse successo esattamente alla centrale, ma per lui era assolutamente chiara la necessità di allontanare immediatamente le persone che vi erano rimaste. Contò i presenti per non dimenticare nessuno.

Nei pressi del generatore d’ossigeno videro due ragazze tremanti – i militari di turno, Omenenko e Sterkhov. Queste due avevano deciso che gli americani avevano sganciato una bomba sulla centrale. Sebbene visibilmente scosse, non avevano comunque abbandonato  il generatore.

Forse molti hanno pensato alla guerra in quel momento, e questa è solo una coincidenza. Per quanto riguarda quelle due donne, sono sopravvissute fino ad oggi. Ma oltre questo, non so niente su di loro.

 

La miniserie della HBO su Chernobyl ti ha aiutato a capire meglio il passato di tuo padre?

Sì. Dopo la morte così ingiusta e silenziosa di mio padre ero molto arrabbiata. Solo 20-40 persone si ricordano di lui. Questo non è corretto. Per me era come se il sole si fosse spento e nessuno se ne fosse accorto.

Nella cassaforte di mio padre ho trovato cartelle con documenti sulla costruzione di Chernobyl e sulla liquidazione dell’incidente. Le nostre foto di Pryp’jat’, piani di intelligence radiofonica. Ho portato tutto questo al Museo di Chernobyl a Kiev. Lì erano felici di ricevere questi documenti, ora li stanno studiando. Hanno promesso di aggiornare l’esposizione e aggiungere builder e installer. Vedremo.

E poi all’improvviso è uscita la serie HBO di Chernobyl. Quest’evento ha scosso le persone di tutto il mondo. Mi ha fatto pensare, ma lui non lo vedrà.

Non sono riuscita a guardare la serie per molto tempo. Anche dal primo trailer (è uscito poco dopo la morte di mio padre) è diventato fisicamente doloroso per me. Poi, quando l’avevano già vista tutti e su Internet non era più possibile nascondermi da questo, mi costrinsi.

La cosa peggiore è stata vedere Pryp’jat’ così simile ai miei ricordi d’infanzia.

La serie mi ha fatto pensare a mio padre ogni minuto: quando portano fuori la gente dalla stazione e parlano della guerra, quando Shcherbina è andato a occuparsi della sabbia, quando gli elicotteri volano sopra il reattore, poi il tunnel per i minatori. C’era mio padre dappertutto. Mi è sembrato che, guardando da vicino, potessi vederlo sullo sfondo.

Sono contenta che adesso la gente conservi il ricordo dei liquidatori, la maggior parte di loro sono ancora vivi e li considero degli eroi.

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Anastasia Tokarenko (Artemyak),
In memoria di Vladimir Tokarenko

Intervista di Jovana Kuzman
Traduzione dal russo di Eleonora Valente

 

Tutte le foto ci sono state gentilmente concesse da Anastasia Tokarenko.

Fridays for future, Ende Gelände e Greenpeace manifestano contro l’estrazione del carbone

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Nella miniera a cielo aperto più grande d’Europa, la “Rheinisches Revier”, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, vicino a Erkelenz, le organizzazioni contro il cambiamento climatico hanno annunciato che protesteranno nel fine settimana dal 19 al 24 giugno. “Ende Gelände”, Fridays for future e Greenpeace si aspettano che migliaia di persone partecipino per manifestare contro l’estrazione di carbone a cielo aperto e il trasferimento di interi villaggi. L’uso continuato del carbone come combustibile fossile fino al 2038 è insostenibile per molti attivisti e uno dei temi principali di discussione quest’anno.

All’inizio, la polizia era preoccupata per le escalation, specialmente in relazione agli studenti che manifestavano con i Fridays for future. Avevano anche paura di attività illegali e violente.

Si prevede di bloccare i binari ferroviari che portano alla miniera e fermare la produzione e la spedizione. Il programma dei manifestanti con i Fridays for future è di marciare attraverso la vicina Aquisgrana e poi unirsi a una grande manifestazione chiamata “Alle Dörfer bleiben” (“Tutti i villaggi restano”) prima di unirsi a “Ende Gelände” alla periferia della zona. Greenpeace ha anche annunciato che si uniranno a questa manifestazione.

Ci sono diversi punti di vista sulla fine dell’uso del carbone: “Ende Gelände” vuole l’arresto immediato dell’estrazione mineraria, mentre i Fridays for future pensano che il 2030 sia un obiettivo realistico – ma dal momento che tutti stanno combattendo per la stessa cosa, sono solidamente uniti.

Lea Hüntemann


Sitografia:

Il car sharing: un nuovo modo di vedere l’auto

Gli ultimi anni hanno visto sorgere svariati esempi di economie collaborative, in cui il concetto di proprietà è passato in secondo piano in favore dell’accesso a un determinato bene o servizio. Insomma, nella prima metà del 21° secolo sempre più persone considerano più importante avere la possibilità di usufruire di qualcosa piuttosto che possederla. Ed ecco che svariati oggetti finiscono per essere condivisi con sconosciuti tramite la gigantesca diffusione di internet. Dai giocattoli alle case, dalle biciclette ad attrezzi da muratore, dai terreni agli abiti, è oggi possibile affittare per un periodo limitato una gamma di oggetti sempre più ampia, in nome del risparmio, della condivisione e dell’efficienza. Un fenomeno in vasto aumento è senza dubbio quello del car sharing. Sono centinaia le compagnie di car sharing, con centiaia di migliaia di iscritti, che con una piccola quota di iscrizione ricevono un tesserino intelligente che dà accesso ai veicoli delle varie autorimesse che la compagnia possiede, previa prenotazione con un semplice smartphone. Un dato interessante è che una consistente percetuale degli iscritti a una società di car sharing ha venduto la sua auto in seguito alla sua iscrizione alla società. Comprare e mantenere un auto è costoso, e come ogni altro oggetto, viene utilizzato per un tempo molto limitato. Il fenomeno del car sharing migliora l’efficienza dell’automobile, in quanto viene utilizzata più spesso e da molte più persone, con il risultato di ridurre il costo di manutenzione per ogni utente. Inoltre, ciò riduce il numero di veicoli nelle strade, e anche le emissioni di CO2 nell’atmosfera, dimostrando che il vantaggio è non solo economico ma anche ambientale. I dati mostrano che nel 2009 ogni veicolo di car sharing ha provocato l’eliminazione di 15 automobili private, e nel 2013 questi cambiamenti nel mondo dell’auto hanno ridotto le emissioni di CO2 di quasi 500.000 tonnellate.

Il fenomeno presenta dei margini di espansione e possibilità che vanno, forse, oltre le aspettative dei pionieri del car sharing. Gli sviluppi tecnologici in materia di auto elettriche e a guida autonoma nascondono una potenzialità che ben si accorda con il principio alla base del car sharing. Possiamo facilmente immaginare che nei prossimi anni, auto a guida autonoma porteranno un cliente nel luogo da lui scelto, per poi lasciarlo e andare a prendere il cliente successivo, e così via, il tutto in autonomia e sempre tramite una banale prenotazione via smartphone. Questo non solo ridurrebbe il traffico, le emissioni di CO2 e le spese in termini economici, ma anche incidenti mortali che ogni giorno si verificano sulle strade di tutto il mondo. Checchè ne dicano i più restii all’uso di auto intelligenti, il 90% degli incidenti stradali avviene per errore umano: colpi di sonno, distrazioni, mancanza di riflessi, tutti problemi che ad una vettura a guida autonoma non possono mai capitare. La nuova generazione, quella cresciuta con internet, è poi molto più favorevole all’adottare veicoli a guida autonoma rispetto alle vecchie, con buona pace dei cultori dell’auto e della guida manuale. Guida manuale che naturalmente non scomparirà, ma verrà semplicemente ridimensionata, almeno nel breve-medio periodo.

Facendo un piccolo riassunto, sembra che non ci sia nulla per cui essere contrari: i costi sono considerevolmente ridotti, il traffico nelle grandi città è ridotto e l’ambiente ringrazia. Inoltre la possibilità del car sharing a guida autonoma amplifica tutti i precedenti vantaggi, e ne aggiunge altri, su cui spicca la riduzione degli incidenti mortali. Nonostante ciò, come per ogni innovazione, c’è chi vince e c’è chi perde.

Il primo ostacolo è la mentalità di ognuno di noi. L’automobile è un simbolo di libertà, di autosufficienza, possedere una macchina è stato uno status symbol per molto tempo e la si può considerare come la rappresentazione ideale della proprietà privata del XX secolo, una rivoluzione iniziata negli stabilimenti Ford. Perdere il possesso di un simbolo così importante può frenare molte persone, anche se molte cose stanno cambiando e la terza rivoluzione industriale sta travolgendo ogni certezza della nostra vita quotidiana, inclusa quella stessa di “proprietà privata” convenzionale, che il car sharing, così come altri servizi, stanno contribuendo a minare, ma non è questo il luogo per approfondire il concetto di proprietà privata e la sua trasformazione nel terzo millennio.

Abbiamo detto in precedenza che ogni veicolo di car sharing elimina dalla circolazione 15 veicoli privati. Questo dato ci porta logicamente a capire chi è il prossimo perdente: le grandi aziende automobilistiche, che vedranno diminuire il numero di immatricolazioni mano a mano che il fenomeno di car sharing si espanderà. Tuttavia anche le grandi aziende non sono rimaste a guardare e si sono attivate per produrre sia veicoli a guida autonoma, nel tentativo di essere i pionieri della nuova rivoluzione dei trasporti su strada, sia accordi commerciali con le aziende di car sharing per non vedere sfumare i loro profitti. Ma a conti fatti, il – relativo – piccolo compenso che ricevono per il car sharing non potrà mai uguagliare la mole di guadagni per la vendita di milioni di auto ogni anno. Per il momento il car sharing è nel complesso un fenomeno di nicchia anche se in rapidissima espansione, e non è in grado di impensierire i profitti dei grandi colossi del settore auto, ma l’attenzione riservata da questi ultimi alla novità è indice se non di paura, almeno di una lieve preoccupazione. Il trend sembra essere preciso e senza molti margini di discussione e cambiamento, il car sharing è una realtà che vuole trovare il suo posto in questa economia e, forse, anche di cambiarla.

Andrea Maggiulli


Bibliografia

  • Homo deus. Breve storia del futuro, di Yuval Noah Harari
  • La società a costo marginale zero, di Jeremy Rifkin
  • La terza rivoluzione industriale, di Jeremy Rifkin

Chiudi il rubinetto quando ti lavi i denti per salvare l’ambiente? Sei un irresponsabile

Con l’allarmante avvicinarsi del punto di non-ritorno per il cambiamento climatico, il tema della salvaguardia dell’ambiente è stato oggetto negli ultimi anni di crescente attenzione da parte dei media e degli organi nazionali e sovranazionali di tutto il mondo, seppur in netto ritardo rispetto all’instancabile lavoro di sensibilizzazione portato avanti da scienziate/i, NGO, attivisti/e ed esponenti della società civile. Il risultato di questa rinnovata attenzione si traduce spesso in una serie di programmi ed iniziative volti a informare e sensibilizzare le cittadine e i cittadini del mondo riguardo lo spreco di risorse, il consumo consapevole e la produzione di rifiuti. Spegni la luce quando lasci una stanza, chiudi la doccia mentre ti insaponi, usa lampadine a basso consumo, muoviti con la bici o coi mezzi pubblici, installa pannelli solari, usa prodotti riutilizzabili o in materiale riciclabile e così via. Bene, ottimo anzi! Giustissimo! O no?

No, non è giusto. Non lo è per niente: il 90% dell’acqua consumata dal genere umano in tutto il mondo è utilizzata per l’agricoltura e l’industria, il resto è diviso fra consumo individuale e utilizzo pubblico. Negli ultimi 15 anni il consumo energetico individuale non è mai stato più di un quarto del totale, il resto è usato da industria, agricoltura, commercio, governi e multinazionali. Dati simili riguardano le emissioni di CO2 e la produzione di rifiuti. Tralasciando i fenomeni da baraccone che negano il cambiamento climatico ed i media che si ostinano a metterne in discussione gli effetti quando non la realtà stessa, il mondo intero è messo sotto pressione affinché ciascuna/o riduca il proprio impatto ambientale individuale e privato. In sostanza è un po’ come chiedere alle persone, durante un’epidemia, di usare meno farmaci perché altrimenti potrebbero finire le scorte, mentre la produzione di farmaci è ferma e nulla viene fatto per contenere la diffusione dell’epidemia o addirittura la si favorisce. Piuttosto assurdo come ragionamento.

Il motivo per cui continuando di questo passo non vinceremo mai la guerra contro il cambiamento climatico è che stiamo utilizzando le armi sbagliate contro il nemico sbagliato. L’azione isolata ed individuale di ciascuna/o di noi, anche quella di tutti/e noi sommata, è sicuramente importante ma non è sufficiente a cambiare alcunché. Siamo oggetto di una costante e martellante campagna di colpevolizzazione che trasferisce la responsabilità di fermare il cambiamento climatico su ciascuno/a di noi, la quale ci isola e ci intimidisce, ci convince che noi come individui siamo causa di tutto ciò e che quindi solo noi come somma di individui possiamo essere la soluzione. Eppure i dati elencati sopra mostrano una realtà diversa, una realtà i cui protagonisti e colpevoli sono appunto le multinazionali e le grandi compagnie dell’industria, dell’agricoltura, dell’estrazione e del trasporto ed i governi nazionali e sovranazionali. E purtroppo in questo caso non si può parlare di becero complottismo perché questi sono dati diffusi e confermati da qualsiasi studio ed indagine condotti con metodo scientifico.

Pensare di salvare il pianeta limitandosi alle azioni citate sopra, o anche dando una svolta radicale al proprio modo di vivere impegnandosi a condurre un’esistenza a “impatto zero” è da irresponsabili. Ciò di cui abbiamo bisogno è uno sforzo collettivo: dobbiamo essere più della somma degli individui, dobbiamo andare oltre il nostro agire quotidiano, indirizzare la nostra attenzione e la nostra forza verso i veri colpevoli del disastro ambientale ed umanitario verso cui stiamo precipitando. Responsabilizzarsi significa quindi prendere coscienza di tutto questo e decidere di impegnarsi in un qualcosa di più grande – certamente più difficile – e più incisivo. I modi per farlo sono infiniti e vanno da manifestazioni come i “Fridays for future” a quello che viene sprezzantemente definito eco-terrorismo con tutte le sfumature intermedie, ma dobbiamo fare qualcosa e dobbiamo farlo ora: non serve a nulla investire nel costruirsi il proprio futuro in un mondo che un futuro rischia non averlo più.

Quando le conseguenze sono collettive, la responsabilità non può essere individuale.

Mattia Comoglio

La questione ambientale è una priorità

È un ritornello che viene cantato spesso, sempre più spesso e da sempre più gente, tranne da quella a cui il ritornello è rivolto. Ancora una volta ci saranno manifestazioni in piazza per chiedere ai rappresentanti politici di tutto il mondo di dare una risposta concreta ai problemi ambientali del pianeta.

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