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A tu per tu

Tutti dicono che sei forte e capace
ma io non capisco,
sciocchi speranzosi.
Io solo conosco il dolore
sotto quegli occhi ardenti di brace. 

Io non ti conosco
e non ti voglio vedere,
édere
davanti agli occhi mi farò crescere,
così quando mi chiederai di guardarti
ti dirò che non posso,
sono impossibilitata
giustificata.
Ma in realtà sono nel fosso,
codarda, nascosta.
E dal dolore riderai
nel renderti conto che non ti amo.
E siamo fermi
L’uno davanti all’altro,
pazientiamo. 

Lo sai che provo tenerezza per te,
per quello che ti è successo.
Ma quello che non ti ho detto
è che anche questo sentimento
porta con sé del giudizio.
Non ti mento,
ti vedo piccola e indifesa,
spesso in bilico su un possibile precipizio,
e invece di ringraziarti,
ti guardo con pena.
Non so dire altro che “Poverella!”.
Tu sulla tua altalena.
Io vado avanti con la mia cantilena.
Vivo ad un passo dal tuo corpo
e alle tue azioni lancio occhiate di disprezzo.
Sono a poco dall’accoglimento,
eppure, scelgo il ribrezzo.
Condanno i tuoi pensieri,
perché ne ho paura.
È questo il segreto che ti confesso.
Atto di abiura.
Che forse sei tu
che per me puoi provare compassione.
E perdonarmi.
Accorciamo questa scissione.

Giorgia Andenna

Chissà se mi leggerai

Ti avverto. Ti avverto dicendoti a malincuore che questa non sarà una lettera gioiosa, non sarà una lettera d’amore. Ti avverto, questa lettera sarà una lettera d’addio.

Cara,

i miei timori si sono avverati. Tornavo prudente verso il mio rifugio quando un gruppo di soldati sopra un camioncino mi ha fermato. Non era la prima volta che succedeva, confidavo nei miei documenti falsi che più di una volta mi avevano salvato. Questa volta però il graduato ha urlato un ordine, non potevo scappare altrimenti mi avrebbero sparato e mi ero promesso, all’inizio di questa guerra silenziosa, che non sarei morto per un colpo alla schiena. Mai. Mi fecero salire sul camion e mi portarono in una vecchia bettola. Prima di farmi scendere, uno di loro mi colpì al labbro distruggendolo completamente. Sapevo cosa sarebbe successo. Così prima di entrare decisi di smettere di amarti. Non fermare la tua lettura per colpa di queste parole. Non ti avrei di certo odiato. In un modo o nell’altro mi sarei annullato. L’annullamento di me come uomo fatto di affetti, ricordi, interessi, pensieri. Quello che avrebbero torturato senza alcuna pietà non sarebbe stato l’uomo che poco prima le tue dolci mani avevano accarezzato, ma solo un pezzo di carne. Quanta pena per una sola idea. Mi gettarono in una gattabuia dove il nero m’attorniava e tutt’ora m’attornia. Mi lasciarono lì per un paio di giorni, la mia gola tanto era secca che non riuscivo a parlare. Cercai di dimenticare il tuo nome. Cercai di dimenticare il mio. Alla fine del secondo giorno di detenzione, la porta si aprì e una fioca luce entrò in quel buco scuro.  La luce come fuoco divorò i mie occhi. Un uomo in divisa nera poggiò un bicchiere d’acqua all’entrata accompagnato da un pezzo di pane e brodaglia. L’indomani le torture efferate, di cui si era tanto parlato tra i miei compagni, iniziarono. Ogni due giorni 2 ore di tortura. Sapevano che avrei potuto fare il nome di molti ricercati o indicare loro uno dei tanti rifugi nascosti nella città. Non dissi nulla. Nulla. Non feci il nome di nessuno dei miei compagni perché non erano più nei miei ricordi. Loro non esistevano. Le torture si fecero giorno dopo giorno più violente e crudeli. Stamane nella topaia sono rientrato ma privo di sensi. E ora ti chiedo perdono. Perdonami per quello che sto per scrivere. Perdonami per l’uomo debole che oggi ho scoperto di essere. Privo di sensi nel confuso riemergere della mia coscienza, nel limbo di cruda sofferenza tra la vita e la morte ho sognato di poter esistere ancora. Sognato l’immortalità dentro i tuoi occhi, fra i tuoi seni, fra le tue gambe. La tua testa poggiata sopra il mio addome sprigionava un forte calore che si espandeva lungo i miei arti. Portai la mia mano con delicatezza sopra il tuo capo per accarezzarti i capelli, ma incontrai qualcosa di peloso. Alcuni topi erano montati sopra di me per mangiare il tozzo di pane poggiato proprio sul mio ombelico. Quelle bestie, che nel corso della mia permanenza si erano moltiplicate, mi avevano dato calore. Vomitai. Piansi. Per la prima volta le lacrime cosparsero il mio viso, perché capii che non potevo annullare quella sensazione di felicità, il ricordo del nostro amore. Questa è la fine della mia resistenza, il fallimento del mio annullamento. Non posso sopportare un’altra tortura. Non posso sopportarlo. Non posso farlo più, il dolore sarebbe troppo grande.

Il primo giorno di detenzione mi consegnarono un foglio di carta con una matita.  Se avessi scritto informazioni riguardanti la resistenza mi avrebbero lasciato libero. Non credevo sarebbe finita così. Dietro questa lettera ho inciso 4 nomi e 4 indirizzi. Mi spezza ciò che sono. Tra le righe, fra quei nomi, c’è anche il mio. 

Addio cara Agata.

Addio amata libertà.

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Oscar Raimondi

In copertina: illustrazione di Agnese Raimondi

Tenerezza

Tenerezza era la mia mano
che, per tutte le volte che perdevi il fiato
si posava sulla tua pancia e guidava
il tuo respiro.
Mi stendevo accanto a te e fissavamo la parete bianca,
non ti avrei mai lasciato lì.
Tenerezza era il mio aspettare che
le tue fitte allo stomaco passassero,
che la corda alla quale eri legato
non ti ritirasse sempre contro il muro.
Tenerezza era stare in mezzo ai discorsi di una vita, di un’infanzia
e non aver paura, sentirsi nel posto giusto al momento giusto
e vedere l’uomo che eri divenuto.
Tenerezza era un mio strapparti un sorriso.
Tenerezza era il mio desiderio di salvaguardarti
da quei momenti in cui volevi buttarti un po’ via.
Tenerezza era guardarti con gli occhi pieni di luce, sempre.
Era la mia vicinanza incondizionata.
Tenerezza era la tua mano sui miei occhi,
la tua testa sulle mie ginocchia,
tu che mi chiedevi di dormire insieme
e leggevi accanto a me.
Tenerezza eri tu che mi guardavi e sorridevi,
tu che scherzavi con me senza il dubbio velato negli occhi, senza riserve.
Eri tu che passeggiavi accanto a me.
Tenerezza era costruire un modellino insieme.
Tenerezza non mi fu mai sforzo.
Mai la legai alla meritocrazia,
mai combattei per donartela.
Tenerezza è un gesto d’amore disinteressato,
è affetto disincantato al di là delle proprie capacità,
al di là delle proprie buone riuscite. 

Giorgia Andenna

Chesil Beach: storia di un amore (andato a male)

Sempre in questo sito s’è parlato di The Children Act di Richard Eyre ispirato ad un romanzo di Ian McEwan con protagonista Emma Thompson. Chi ricorda però Espiazione di Joe Wright di sicuro non scorderà che il soggetto di partenza è sempre dello scrittore già citato e che una giovane attrice irlandese aveva avuto la sua prima nomina agli Oscar con quel film. Continua a leggere