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Ci hanno seppellito, ma eravamo semi

Nido di Vespe. Così era come i tedeschi chiamavano il Quadraro, quartiere a sud-est di una Roma città aperta. Contro la brutale presenza nazista, la capitale era stata divisa in otto zone dal Comitato di Liberazione Nazionale e quella del Quadraro era la più concentrata e temuta dall’esercito straniero. L’VIII zona.

“Qui s’era antifascisti pe’ natura, pe’ fame, pe’ solidarietà coi poveracci. S’era antifascisti pe’ politica, pe’ religione, s’era antifascisti pe’ coraggio, pe’ dileggio, pe’ senso de Giustizia. Qui Roma resisteva.” (dallo spettacolo teatrale Nido di Vespe di Simona Orlando e Daniele Miglio).

Nella borgata erano attive le formazioni partigiane del Partito Comunista Clandestino, del Partito d’Azione, del Partito Socialista, di Bandiera Rossa e del Fronte Militare Clandestino della Resistenza che controllavano le operazioni di sabotaggio delle truppe naziste sul fronte di Anzio e Cassino, azioni che diventeranno fondamentali per la liberazione di Roma.

Partigiani e residenti avevano gli stessi ideali, erano ribelli contro un nemico comune in un tutt’uno talmente forte che a Roma era diventato comune dire che “pe scappa dai nazisti ce stanno solamente du posti: er Vaticano e er Quadraro”. Il paragone con il Vaticano fa percepire quanto fosse forte la resistenza in quella zona, quasi ad associarla ad un territorio autonomo dal resto della città. Nascondeva i partigiani in fuga, i disertori e partecipava attivamente alla lotta. 

Il 23 marzo 1944 i gappisti posizionano un ordigno al numero 20 di via Rasella in attesa del passaggio dei nazisti che, quel giovedì, festeggiavano il venticinquesimo anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento. Il reggimento Bozen perde 33 militari e il maresciallo Kesselring ordina di fucilare 10 italiani per ogni soldato ucciso, esecuzione immediata.

La compilazione della lista degli italiani da eliminare, i Todeskandidaten, è piuttosto caotica. Il capo della Gestapo a Roma, Herbert Kappler, disponeva di 290 prigionieri detenuti nelle prigioni di via Tasso e Regina Coeli, ma non tutti potevano essere coinvolti nella rappresaglia, in parte perché già condannati in altro modo, in parte perché donne, che furono volontariamente escluse. 75 furono gli ebrei già inseriti nella lista di coloro in attesa di deportazione che vennero aggiunti su esortazione del generale Wilhelm Harster, comandante in capo della Polizia tedesca in Italia, al novero di quelli da giustiziare per la rappresaglia. Per arrivare al numero necessario per la strage, vennero poi aggiunti 37 militari italiani, e poi sacerdoti, professori, partigiani.

Nel primo pomeriggio di venerdì 24 marzo 1944 i condannati vengono portati in via Ardeatina, dentro le cave tra le catacombe di san Callisto e di Domitilla. Pochi minuti dopo le quindici e trenta iniziano gli spari. Sono le otto di sera quando 335 corpi di uomini assassinati, 5 in più dei 330 previsti, giacciono in mucchi in fondo alle gallerie.

I tedeschi tentarono di occultare la strage minando gli ingressi alle gallerie e facendoli esplodere, ma la loro attività fu notata da religiosi salesiani, che nel corso della notte riuscirono a entrare nelle fosse e testimoniare poi l’orribile scenario.

Oggi, a 77 anni dall’eccidio, siamo in piazza per ricordare.

Zoe Votta
Paolo Palladino

Una svastica sul muro: origini, cause sociali e conseguenze di un gesto ignobile

Passeggiando per una qualunque via di una qualsiasi città d’Italia capita spesso di osservare, tratteggiati sui muri da mano rapida, simboli come svastiche o croci celtiche. Sono così tante da far parte ormai del paesaggio, e chi non ha un occhio allenato abbinato a un animo particolarmente combattivo ormai neanche ci fa caso. Si limitano a saltare all’attenzione anche di chi non ha mai partecipato a manifestazioni antifasciste nel momento in cui appaiono sotto le nostre case, o sul muro del palazzo di fronte, all’improvviso, la mattina andando a lavorare: rompono la routine delle nostre esistenze calde e sicure, irrompono nelle nostre giornate a ricordarci che il virus del totalitarismo non è ancora stato sconfitto, e noi sembriamo non avere gli anticorpi, perché abbiamo dimenticato non solo come si combatte, ma anche come ci si indigna.

Basta poi farle cancellare, e al modico costo di un’imbiancata si scorda di nuovo tutto, il problema appare nuovamente lontano da noi. Penso tuttavia che sia necessario provare a capire cosa spinga dei pubescenti ragazzi poco inclini allo studio della storia a dipingere simboli come quelli.

Siamo di fronte a un reflusso di cultura neofascista? Anche, certamente. Seppur per parlare di reflusso sarebbe necessario che almeno per un po’ se ne sia andata. La trattazione sarebbe lunga e complessa, cercherò dunque di semplificarla analizzando tre step: 1) Cosa sono e cosa rappresentano questi simboli; 2) Le cause del loro utilizzo (che ho tentato di schematizzare in Aggressività, Convinzione, Ribellione, Imitazione e Semplicità, e che poi tratteremo nel dettaglio); 3) Conseguenze di questo gesto.

Svastica e Croce celtica: cosa sono?

La svastica (o swastika), rappresentata graficamente come una croce uncinata, è un simbolo largamente presente in tutte le religioni dell’Eurasia e in molte del Sud America, dal Buddhismo, dove il simbolo significa “10.000” o “tutte le cose” manifeste nella coscienza di un Buddha, all’Induismo, dove la svastica con i rebbi a destra è simbolo di Visnu e quella con i rebbi a sinistra è simbolo di Kali, dal Giainismo dove è uno dei ventiquattro segni propizi fino anche al Cristianesimo, dove rappresenta la croce al centro del cielo contornata dai quattro arcangeli maggiori che corrispondono a loro volta ai quattro evangelisti. L’adozione della svastica da parte del Partito nazionalsocialista tedesco e del Terzo Reich di conseguenza deriva dall’uso che ne fece l’occultista neopagano austriaco Adolf Lanz, che ne fece il simbolo della società antisemita e ariosofista dell’Ordo Novi Templi. Guido von List la adottò poi come simbolo della Thule-Gesellschaft, rendendola de facto il simbolo del neopaganesimo tedesco, e da lì arriverà ad Adolf Hitler.

La croce celtica, rappresentata da una croce latina iscritta in un cerchio, ha tradizionalmente significati legati alla sfera solare, identificando poi spesso l’unione tra la vita terrena – identificata nella linea orizzontale – e quella spirituale – la linea verticale. Come questa sia diventata un simbolo dell’estrema destra è un po’ più complesso. Ciò che concretamente è accaduto, è che la croce celtica è stata utilizzata come simbolo negli anni trenta da Jacques Doriot, leader del Partito Popolare Francese, che tra i partiti della Francia collaborazionista di Vichy fu il più vicino al nazismo, e fu poi ripresa in diversi ambienti affini. Il simbolo arrivò in Italia a cavallo degli anni sessanta e settanta, con l’adozione da parte del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile legata al MSI (Movimento Sociale Italiano). Seguiranno poi appropriazioni da parte di altre organizzazioni giovanili e qualche smentita di partito, ma tra giornali, concerti e graffiti il simbolo è giunto fino a noi.

Perché continuano a essere usati?

Cosa porta tuttavia un numero cospicuo di giovani, giunti a quasi un secolo dalle prime appropriazioni da parte dell’estrema destra di questi simboli, a utilizzarli ancora?

Non sono reperibili studi precisi in materia, e questa assenza di trattazione mi ha portato a convocare un “piccolo pool” di ex colleghi del Dipartimento di Scienze politiche e del Dipartimento di Sociologia, per cercare di analizzare ex novo la questione. Alla fine abbiamo stilato una lista di cinque elementi condizionanti, ovvero i sopramenzionati Aggressività, Convinzione, Ribellione, Imitazione e Semplicità.

L’aggressività è una componente fondamentale di ogni animale, risultando essere “un’arma biologica quanto lo sono zanne ed artigli, veleno, corna ed altri orpelli usati dagli animali per difendersi. Difendere sé stessi, il proprio spazio vitale, il proprio cibo, il proprio investimento genetico (consorte e prole), il proprio branco nel caso degli animali sociali. Dai nemici, dai predatori, dai concorrenti”. Questa istintiva aggressività spiega dunque il nazismo? No, perché come sottolineato da Konrad Lorenz, gli animali più aggressivi hanno sviluppato una serie di meccanismi atti a frenare questo impulso. Cos’è dunque che toglie i freni a questa forza distruttrice?

Certamente, tra questi fattori c’è la convinzione: quella convinzione di essere dalla parte del giusto, dal lato più luminoso della storia, sul gradino più alto della scala evolutiva. Questa convinzione porta a una disattivazione dell’empatia: una volta diviso gli esseri umani in gruppi diversi, ed effettuata l’operazione di ordinamento tra migliori e peggiori, ecco che si perde la percezione di essere tutti umani (e dunque di appartenere allo stesso branco, e di avere il dovere di proteggerlo e difenderlo), ma si entra nell’ottica di due branchi diversi, tra i quali uno deve prevalere sull’altro. Così il diverso deve essere schiacciato. In un’epoca dove, fortunatamente, l’Europa sembra essere quanto meno un po’ più distante del solito da guerre interne, questa voglia di supremazia si esprime mediante piccoli raid: episodi di bullismo, pestaggi, messaggi d’odio sui social e via dicendo con altri orrori quotidiani. Quando poi il nemico non è direttamente fronteggiabile, ci si limita a segnare il proprio territorio, come gli orsi possono graffiare le cortecce degli alberi. Svastiche e croci celtiche sui muri sono un tentativo di monito, come a dire “Qui ci siamo noi”.

Non è da sottovalutare poi il fattore della ribellione. Autori di scritte sui muri di stampo nazista e fascista sono prevalentemente – per non dire unicamente – adolescenti. L’adolescenza è un’età nella quale ci si sente diversi, ci si sente incompresi, e questo può portare a due strade: l’introspezione o la suddetta ribellione. Chi decide di ribellarsi lotta a modo suo, spesso sbagliando per la propria scarsa esperienza e per un’analisi del mondo ancora infantile ed embrionale, contro il potere imposto. Come risposta a una società come la nostra, la quale – dove più dove meno, dove meglio e dove peggio – si identifica nei valori della democrazia, della libertà, dell’uguaglianza, del progresso e del rifiuto della violenza e dei totalitarismi, cosa c’è di meglio per ribellarsi di abbracciare un’ideale dittatoriale, illiberale, settario, conservatore e violento?

Ma possibile che questo ragionamento abbia luogo nelle menti di tutti questi ragazzi? No, certo che no. Alcuni lo pensano, altri, semplicemente, imitano. L’imitazione nel processo di apprendimento dell’animale – compreso quello umano – è la prima fonte a cui attingere. Scrive René Girard nel suo saggio del 1961 Menzogna romantica e verità romanzesca: “L’imitazione è la principale spiegazione della straordinaria capacità di adattamento del singolo animale alle diverse situazioni ambientali; più precisamente, la definisco come la modalità con la quale un animale stabilizza atti motori trovati accidentalmente e rivelatisi favorevoli”. Entrate nelle compagnie di chi scrive “Boia chi molla” sui muri e troverete amici più grandi che lo hanno scritto prima di loro, entrate nelle loro case e vi troverete padri ormai grandi con la foto di Mussolini come sfondo del cellulare.

Resta poi il fattore della semplicità. In che senso però? Diciamo che non sono pochi i movimenti che nel corso della storia si sono fatti portatori di ideali d’odio e di violenza. Dal regime di Ian Smith in Rhodesia (attuale Zimbabwe) tra il 1965 e il 1979 a quello di Francisco Solano Lopez in Paraguay negli anni sessanta dell’ottocento, dal presidente a vita della Guinea Equatoriale Francisco Nguema al capo di Stato del Ruanda dopo il tragico genocidio Theodore Sindikubwabo, senza contare le decine di sanguinarie dittature di matrice comunista… Ma pensare alla svastica è più semplice, un po’ per la corrispondenza geografica, un po’ perché – nonostante molti geni riescano a disegnarla al contrario – è sicuramente più facile da tracciare di un Пролетарии всех стран, соединяйтесь! (“Proletari di tutti i Paesi unitevi!”).

Disegnare una svastica è un reato?

In Italia esiste il reato di apologia del fascismo. Esso è previsto dalla Legge Scelba (n. 645/1952) che vieta ex articolo 1 la “riorganizzazione del disciolto partito fascista”. “La legge Scelba detta poi la disciplina dei reati di apologia e manifestazioni fasciste: costituisce apologia del fascismo (art. 4) la propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità proprie del partito fascista (reclusione da 6 mesi a 2 anni e multa da 206 a 516 euro). La stessa pena è inflitta a chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche (comma 1). Aggravanti sono previste se l’apologia riguarda idee o metodi razzisti (reclusione da 1 a 3 anni e multa da 516 a 1.032 euro) e se alcuno dei fatti che costituiscono apologia sono commessi con il mezzo della stampa (reclusione da 2 a 5 anni e multa da 516 a 2.065 euro). Analogamente, la legge n. 645 punisce le manifestazioni fasciste (art. 5) cioè il reato di chi, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste (reclusione fino a 3 anni e multa da 206 a 516 euro).”

Disegnare una svastica può essere dunque un’integrazione di quanto suddetto, ma non si configura esplicitamente come reato di apologia del fascismo. Dunque si può fare tranquillamente? Ma no, certo che no. Si incorre infatti nel reato di danneggiamento, regolamentato dall’articolo 635 del codice penale, per il quale “chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui con violenza alla persona o con minaccia ovvero interrompendo un servizio pubblico o di pubblica necessità, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”. Tra le “cose mobili o immobili altrui” rientrano edifici pubblici o destinati a uso pubblico o all’esercizio di un culto, o su cose di interesse storico o artistico ovunque siano ubicate; immobili compresi nel perimetro dei centri storici o immobili i cui lavori di costruzione, di ristrutturazione, di recupero o di risanamento sono in corso o risultano ultimati; cose esposte per necessità o per consuetudine o per destinazione alla pubblica fede (tipo le autovetture parcheggiate per strada), o destinate a pubblico servizio o a pubblica utilità, difesa o reverenza; cose mobili o immobili altrui in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico.”

Insomma, non è un gesto certamente privo di conseguenze.

Paolo Palladino

Fonti:

Valerio, il racconto di un amico 41 anni dopo

Stamattina fissando la foto del murales disegnato da Jorit mi si è sciolta la memoria.

La prima volta che ho visto Valerio è stata all’Archimede; lui era più piccolo di me di un anno, io del ’60, lui del ’61. In quel periodo se facevi politica era normale conoscersi tutti. Eravamo divisi in gruppi: io facevo parte dell’Area di Lotta Continua, che era praticamente l’eredità di Lotta Continua, sciolta nel ’76, Valerio invece faceva parte di Autonomia Operaia, anche se in realtà è sempre stato abbastanza indipendente, tant’è che poi creò un suo gruppo a parte.

Io militavo nella sezione di Lotta Continua al Tufello a via Scarpanto e lì ospitammo lui che insieme a altri sette/otto compagni creò appunto un gruppo che si chiamava Nucleo comunista per l’Autonomia del Proletariato. Quindi io stavo a contatto con loro tutti i giorni prima a scuola, poi in sezione.

La nostra militanza nasceva dallo spirito del tempo, d’altronde eravamo i fratelli minori del Sessantotto. Quello è stato lo spartiacque: in Europa e negli Stati Uniti, nascono i movimenti che contestano la società autoritaria, che contestano i padri con nuovi stili di vita, poi via via si politicizza col Vietnam, col Cile, …

Se pensi che a fine degli anni Settanta in Europa c’erano tre dittature, adesso una cosa del genere sembrerebbe impossibile. Nel ’73 il colpo di Stato in Cile. C’era un contesto internazionale allarmante. Qui da noi, poi nel ’69 c’è stata la strage di piazza Fontana, quindi inizia la strategia della tensione. Era un periodo indescrivibile con gli occhi di oggi. Respiravi politica dalla mattina alla sera.

Era quindi lo spirito del tempo a rendere quasi impossibile restare indifferenti, ovviamente poi c’era anche chi, come tanti dei miei coetanei, era totalmente disinteressato. Poi andando all’Archimede “gioco forza”, sono stato subito risucchiato dalla passione politica.

Certo, l’antifascismo militante era una pratica quotidiana. Ci chiamavano all’Orazio, al Giulio Cesare ecc per difendere l’ingresso o l’uscita di compagni che stavano in zone come Talenti, Trieste-Salario. Era un vero e proprio servizio d’ordine in assetto costante.

Ci chiamavano…tu dici come ci chiamavano non c’erano i telefonini? Venivano con le moto, oppure con i mezzi che avevamo a disposizione, era la normalità.

Valerio, come tutti noi, inizia a fare controinformazione, in più lui aveva anche una passione poco diffusa ai tempi, la passione per la fotografia. Stava sempre con questa macchina fotografica, col teleobiettivo, tutte cose che a quei tempi nessuno aveva a disposizione. Stiamo veramente parlando dell’era glaciale rispetto ad oggi. E nel suo mirino sono finiti anche i fascisti.

Non è un segreto era riuscito a costruire un organigramma molto dettagliato e meticoloso delle varie organizzazioni di estrema destra. Aveva un metodo estremamente preciso, portava avanti questo lavoro di raccolta costante. Quello che ha fatto la differenza, che lui faceva le fotografie; molti si limitavano a mettere nome e cognome, indirizzo, scuola e finiva li.

Perché c’era l’antifascismo militante? perché erano successe delle cose molto pesanti. Nel ’77 i fascisti entrano alla Sapienza sparano e colpiscono alla testa uno studente di legge Guido Bellachioma. Da lì poi prende il via il Movimento del ’77. I fascisti continuano a sparare e uccidono Walter Rossi. Nel ’78 uccidono Roberto Scialabba,Fausto e Iaio, Ivo Zini. Nel ’79 venne ucciso a Torpignattara Ciro Principessa.

Sai cos’è Acca Larentia? Sempre nel 1978 al Tuscolano un commando, di uno dei tanti gruppetti che praticano la lotta armata, spara davanti alla sezione del Movimento Sociale e uccide due militanti, immediatamente dopo partono degli scontri con la polizia che uccide un altro missino. In quel momento, possiamo dire nascono i NAR.  La miccia è la vendetta. La tensione sale alle stelle.

Ad esempio quando arrestarono Valerio fecero una perquisizione in casa e, oltre al famoso dossier, trovarono una beretta 7 e 65. Oggi sembrerà brutto dirlo, ma era abbastanza comune averne una, era una vita complicata in cui ogni sera quando tornavi a casa ti facevi il segno della croce.

Valerio è stato arrestato il 20 aprile del ’79. Aveva 18 anni e due mesi, gli altri che erano con lui erano minorenni. Stavano armeggiando in un casolare quando vennero sorpresi da una macchina della polizia. Solo Valerio, unico maggiorenne,  fu portato a Regina Coeli… Gli diedero 7 mesi. Se li fece tutti a Regina Coeli, in cella con Paolo e Daddo (Paolo Tommasini e Leonardo Fortuna), che erano più grandi di lui e lui calcola che forse era veramente il detenuto più giovane. Uscì il 22 novembre 1979, esattamente tre mesi prima di morire.

Quando tornò da noi a via Scarpanto, al Tufello, era molto provato, molto scosso, lui di solito era uno che scherzava sempre, rideva. Quando tornò era rabbuiato, molto diverso. Si…ovviamente avevamo parlato ma non c’eravamo detti cose particolari, non è che si facevano domande per non mettere in imbarazzo nessuno. Io l’ho trovato molto cambiato, poi aveva perso l’anno a scuola quindi ha ripreso a studiare e poi ha ricominciato a fare le cose che faceva prima.

A scuola come andava? Col vespino bianco.

Qualche settimana prima della morte di Valerio, ci fu uno scontro a piazza Annibaliano con un gruppo di fascisti di Terza Posizione. Valerio per difendere un suo compagno tirò fuori il coltello e colpì Nanni De Angelis, Valerio da parte sua aveva ricevuto una martellata contro il petto. Dopo la colluttazione fu ritrovata una borsa di tolfa per terra con dentro un goniometro, si dice che ci fosse anche il documento di Valerio, ma non è mai stato dimostrato.

La mia opinione sulla sua morte? Io ho sempre pensato che quell’azione fosse finita male. Quel commando di tre fascisti non era un commando di “professionisti”, erano tre che forse volevano accreditarsi per entrare nei NAR o magari ce n’era solo uno dei tre un po’ più esperto degli altri. Questa è la mia impressione.  La dinamica si è sviluppata in maniera troppo anomala, cioè se avessero voluto ammazzare Valerio l’avrebbero aspettato sotto casa, invece il fatto di entrare in casa, legare e imbavagliare Carla e Sardo, i genitori, aspettarlo per quasi un’ora, non è la dinamica di chi vuole uccidere una persona… poi lui arriva c’è la colluttazione, lui faceva sia karate che judo insomma non era uno che si metteva paura, c’è stato uno scontro e poi a uno dei tre è partito un  colpo o ha sparato intenzionalmente, non lo so, …  un solo colpo alla schiena.

Una dinamica del genere non si era mai verificata in nessun’altra azione fatta dai fascisti.

Pensa quel venerdi, era l’una e mezza io stavo all’Archimede insieme a altri quattro cinque compagni e c’era anche Valerio. Quella mattina avevano tirato da un balcone dell’Archimede dei volantini delle Brigate Rosse e quindi restammo poi li sotto scuola a parlarne. Ci salutammo, lui  partì col suo vespino e andò a casa. Nel frattempo si erano fatte quasi le due, i tre fascisti erano andati li un’oretta prima, la madre ingenuamente gli aveva aperto la porta pensando si trattasse di amici. Ed è finita come sappiamo.

Dopo la morte, iniziarono le indagini ed uscì fuori questo testimone, l’unico, un condomino. Lui pochi giorni prima vide Valerio parlare con tre ragazzi e disse che si trattava degli stessi ragazzi del 22 febbraio. Poi lui per paura ritrattò tutto e si trasferì.

Sì erano coetanei, erano dei ragazzi.

Tu devi calcolare che avevamo tutti più o meno 18/20 anni, sia noi che loro, i fascisti, quindi eravamo dei pischelli, quindi anche per questo era naturale conoscersi: ad esempio io che sono nato a Talenti da ragazzino a 13 anni giocavo a pallone con quelli che poi dopo sono diventati dei fascisti, la stessa cosa valeva per Montesacro, la stessa cosa valeva per Trieste-Salario, perché eravamo stati dei ragazzini.

L’omicidio è stato rivendicato sia da destra che da sinistra?

Si vabbè quelli sono stati depistaggi, nel senso che i NAR, quasi mai rivendicavano le loro azioni.  Anzi, le attribuivano a Prima Linea, o a organizzazioni comuniste minori, Nuclei Armati proletari per dire. Era un po’ un classico infatti quando uscì la prima rivendicazione che era questa fantomatica Organizzazione Armata Comunista non ci credette nessuno perché era una buffonata. Poi ci fu la loro rivendicazione con alcuni particolari che appunto loro scrissero in quel comunicato, come ad esempio che avevano “lasciato” la pistola con cui avevano sparato a Valerio, in più c’era il calibro 38 della pallottola. Quella è stata una delle poche volte che loro hanno rivendicato un’azione, mentre Br e Prima Linea prendevano la paternità di quello che facevano.

Ai funerali, il 25 febbraio al Verano la Questura non autorizzò il corteo ma solo un presidio. Eravamo almeno in diecimila. Comunque provammo ad arrivare almeno a San Lorenzo e invece lì la polizia iniziò a sparare. Quel giorno ho provato per la prima volta un dolore immenso.

Quello che ho vissuto io è quello che hanno vissuto i ragazzi di vent’anni come me in quegli anni, nel bene o nel male. Facendo parte di un’organizzazione ci si spostava nei vari quartieri per partecipare a varie riunioni e inevitabilmente si era creata una comunità tra quelli di Garbatella, del Trullo, di Primavalle, ecc… quindi era molto forte il senso di appartenenza che, secondo me, manca molto alla vostra generazione.

Mi fai una domanda molto difficile, io ho un figlio di 19 anni e al Liceo era molto attivo in politica. Per esempio relativamente all’impegno per la crisi climatica mi diceva sempre che si in piazza la gente scendeva, poi però ai collettivi del liceo erano sempre i soliti dieci-venti Da lui ho colto una forte disillusione nella possibilità di un impegno costante.

Che poi lo spirito del tempo, il contesto internazionale fanno la differenza. Adesso la vostra generazione ha una nuova opportunità: cioè che ciascuno di voi possa fare almeno la sua piccola rivoluzione interiore. Ad oggi non puoi immaginare nessun tipo di rivoluzione nella società civile perché credo che non ne abbiate la forza, non ce l’ha nessuno la forza, però potete partire da voi, prendere coscienza delle storture del mondo di oggi.  È importante che comunque non siate indifferenti, abbiate gli occhi per vedere, non siate addormentati, ipnotizzati, come dici te, assopiti.

Ringrazio X per avermi e averci raccontato Valerio con i suoi occhi.

A 41 anni dalla morte, il caso Verbano diventa sempre più intricato ma le indagini restano aperte. Dopo una prima inchiesta, chiusa nel 1989 per mancanza di indizi, la Procura di Roma ha riaperto le indagini nel 2011. Ad oggi la speranza di arrivare alla verità è sempre più difficile; attualmente l’esito di questo mistero è affidato a due perizie, noi comunque, oggi, scendiamo in piazza.

Mi piace concludere con le parole lasciate da Carla, madre di Valerio, riguardo le indagini:

Vorrei dire un’ultima cosa. Nel rapporto su mio figlio, che per anni è andato in Vespa con la sua macchina fotografica a tracolla, c’è scritto che le fotografie sono tutte sfocate e indistinte per un errato uso della macchina fotografica. Strano, erano anni che andava in giro a fare fotografie. Quelle del dossier si vedevano tutte. Stavolta invece no, tutte buie. Dev’essere che Valerio, quel giorno, è riuscito a fotografare il futuro. Non il suo, quello di tutti. 

(Sia folgorante la fine, 2010, pag.194)

Zoe Votta

In copertina: murales di Jorit dedicato a Valerio.

La casa in collina: una guerra tutta interiore

Scritto negli immediatamente successivi alla guerra – tra il settembre del 1947 e il febbraio del 1948 – La casa in collina di Cesare Pavese offre una prospettiva diversa, solipsistica e tutta intima, degli eventi dell’ultima fase della Seconda Guerra Mondiale, della Resistenza e di quella guerra civile che insanguinò il Paese dopo l’8 settembre 1943. Continua a leggere