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I sette anni in fuga di Julian Assange

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Questa è stata una bizzarra svolta in una storia già difficile da sbrogliare: giovedì mattina, gli agenti della Polizia metropolitana del Regno Unito sono arrivati a Londra, all’ambasciata latinoamericana della Repubblica dell’Ecuador per arrestare un uomo che per alcuni è un eroe della verità e della trasparenza, per altri un mero fuggitivo dalla giustizia. Julian Assange, che era rifugiato nell’ambasciata dal 2012, avendo avuto asilo garantito dall’Ecuador, non accennava ad uscire volontariamente. Allora è stato trascinato fuori. Quando è stato portato via dai poliziotti in un van lì fermo, non sembrava più quella figura feroce, dall’aspetto intelligente che era stato meno di una decade fa – sembrava avere vent’anni di più, con una lunga barba bianca e ha borbottato suppliche alle autorità del Regno Unito mentre veniva portato via. Cosa è successo?

 

L’eroe

Tornando nel 2010, Assange aveva un trionfo da celebrare. L’hacker australiano di nascita e appassionato di computer aveva fondato un’organizzazione chiamata WikiLeaks nel 2006, concepita come una piattaforma per informatori per esporre in sicurezza i segreti delle potenze mondiali. Portando i segreti all’aria aperta, WikiLeaks sperava di trasformare dibattiti pubblici e di portare cambiamenti positivi. Inoltre, c’è un insito valore nel sapere la verità, se le rivelazioni portano al cambiamento o meno. Nel 2010, WikiLeaks poteva vantare un successo enorme: da una fonte all’interno dell’esercito degli Stati Uniti, aveva ricevuto centinaia di migliaia di documenti governativi segreti. I fascicoli includevano rapporti dalle forze amate statunitensi in Iraq e Afghanistan, bollettini quotidiani che rivelavano una realtà della “guerra al terrorismo” molto più macabra di quanto i politici americani erano stati disposti ad ammettere. Un video girato da un elicottero da combattimento Apache in Iraq rappresentava soldati statunitensi sparare, e uccidere, civli iracheni – e vantarsene, come se si trattasse di un videogioco. WikiLeaks inoltre ha ottenuto 250,000 telegrammi diplomatici dal Dipartimento di Stato, molti dei quali valutazioni franche in modo imbarazzante dei leader stranieri da parte dello staff dell’ambasciata degli Stati Uniti. Tutto ciò ha fatto scoppiare una bomba: un piccolo gruppo di cyber-attivisti appassionati aveva umiliato il governo degli Stati Uniti di fronte al mondo intero.

La caccia

Ma questo genere di lavori porta con sé anche un rischio: il governo degli Stati Uniti non è un avversario da sottovalutare, e la fuga di notizie riguardava temi sensibili per la sicurezza nazionale. Sotto il presidente Obama, il Dipartimento di giustizia ha assunto un approccio molto duro nei confronti degli informatori. Nel maggio del 2010, la fonte di WikiLeaks è stata identificata in Chelsea Manning, un’analista dell’esercito che stazionava in Iraq. Manning è stata arrestata, processata e ha ricevuto una sentenza di trentacinque anni di carcere dalla corte militare nel 2013. Durante parti della sua detenzione, è stata mandata in isolamento, tenuta nuda e guardata quasi continuamente, presumibilmente perché era a rischio di commettere un suicidio. Alla fine della sua presidenza, Obama ha commutato la sua sentenza, ed è stata rilasciata lo scorso maggio (sebbene sia stata incarcerata di nuovo quest’anno perché si rifiutava di testimoniare al Gran Jury riguardo l’indagine su WikiLeaks).

Ma nel 2010, anche Assange sentiva il nodo stringersi intorno a lui. Era andato in Svezia, un posto che pensava sarebbe potuto essere un fedele difensore della stampa e della libertà d’informazione. E, invece, in Svezia non è finito nei guai per la gestione di WikiLeaks. Ma per qualcos’altro. Due donne con cui aveva fatto sesso sono andate a parlare alla polizia, chiedendo che fosse esaminato per la trasmissione di malattie sessuali, ma la descrizione del suo comportamento ha messo in allerta gli agenti. La polizia svedese stava investigando su di lui per le accuse di violenza sessuale. Così ha lasciato il paese, dopo aver saputo che le autorità svedesi gli avevano dato il permesso. Nel dicembre del 2010 è arrivato a Londra. Nel frattempo, le autorità svedesi avevano deciso di voler insistere con il loro caso, e avevano emesso un mandato d’arresto per Assange. Lui ha contestato la decisione da Londra, sostenendo che fosse solo uno stratagemma degli americani per rovinare la sua reputazione, e che se fosse tornato in Svezia sarebbe stato a rischio di estradizione negli Stati Uniti, dove sarebbe stato perseguito e severamente punito per la fuga di notizie. Per molti di coloro che continuano a supportarlo, queste paure erano fondate e giustificate. Gli altri la vedevano come una cinica mossa per confondere i suoi guai personali con la legge con l’attuale campagna contro WikiLeaks, riformulando in questo modo le accuse contro di lui non come un’ordinaria indagine penale, ma come una chiusura geopolitica. Per altri, questo sarà ciò che renderà più difficile supportarlo ora, nel momento in cui è in guai più profondi come mai prima d’ora.

In ogni caso, Assange non aveva intenzione di lasciar decidere tutto alla magistratura. Quando, nell’estate del 2012, la Corte Suprema del Regno Unito ha bloccato il suo ultimo appello contro l’estradizione in Svezia, Assange si è travestito ed è entrato nell’ambasciata dell’Ecuador. Si è identificato e ha richiesto asilo. Assange si era sentito sotto sorveglianza per un momento, ma ora nessuno poteva dubitarlo più. La polizia metropolitana aveva circondato l’edificio della piccola ambasciata. La stampa mondiale era piombata su di lui. Sembrava un assedio. Nell’ambasciata era salvo – poiché le autorità locali non hanno giurisdizione sulle ambasciate straniere, la polizia britannica non poteva semplicemente entrare e arrestarlo (sebbene il Regno Unito inizialmente avesse minacciato di togliere all’ambasciata il suo status diplomatico). Sotto il presidente di sinistra in Ecuador Rafael Correa, Assange aveva l’asilo assicurato, e più tardi sarebbe anche diventato cittadino del piccolo paese dell’America Latina. Era, per ora, salvo – dalla Svezia, dall’estradizione, dalla prigione americana ad alta sicurezza. Ma non era libero – l’ambasciata è diventata la sua prigione. Non poteva lasciarla perché fuori sarebbe stato sul suolo britannico e vulnerabile all’arresto in qualsiasi momento.

Gli ecuadoriani presto hanno trovato un ospite difficile. Assange non andava oltre l’esprimere gratitudine ai suoi ospitanti. Anzi, li criticava in modo sempre crescente, accusandoli di spiarlo (un’accusa non del tutto infondata) e presentando perfino una querela. Anche l’Ecuador è diventato meno ospitale, tagliando il suo accesso a internet, esercitando controlli su coloro che lo venivano a trovare. E poi sono arrivate le elezioni del 2016.

Il collegamento russo

Durante la campagna elettorale statunitense del 2016, il Partito Democratico e la sua candidata Hillary Clinton sono stati colpiti da una serie di rivelazioni compromettenti. Insieme ad altri siti, WikiLeaks ha pubblicato delle email ottenute da un hack ai server del Democratic National Committee (DNC) e ad altri membri del personale della Clinton, tra cui John Podesta, il responsabile della sua campagna elettorale. Le email provavano, tra le altre cose, l’esistenza di pregiudizi contro il primo contendente alla leadership democratica della Clinton, Bernie Sanders, all’interno della DNC. I leak hanno provocato delle dimissioni e accresciuto le tensioni nel Partito Democratico. Ma un uomo non poteva farne a meno: Donald Trump, l’avversario repubblicano della Clinton, che aveva affermato di “apprezzare molto” WikiLeaks, parlandone svariate volte in campagna elettorale (ieri ha detto di non esserne interessato). Mentre WikiLeaks pubblicava documenti interni al Partito Democratico, non c’erano allo stesso tempo leak simili per i repubblicani o Trump. E alla luce delle indagini sull’ingerenza russa nelle elezioni condotte dal Consiglio speciale presieduto da Robert Mueller, è stato rivelato che alcune figure che gravitavano nell’orbita di Trump – incluso il consulente una tantum Roger Stone – hanno cercato di stabilire linee di comunicazione dirette con WikiLeaks.

Dopo le elezioni, i servizi segreti americani hanno concluso che i server della DNC sono stati hackerati da hacker che lavoravano per il governo russo, come parte di una presunta campagna atta a destabilizzare le elezioni, il loro sistema politico e sfruttare l’aggravarsi delle divisioni nella società americana. WikiLeaks e Assange hanno negato di aver ricevuto le e-mail dagli agenti russi, e in effetti sembra che i servizi di intelligence russi abbiano utilizzato intermediari per passarli a Wikileaks. Se un uomo dell’intelletto e dell’istinto di Assange potesse veramente ignorare le probabili origini dei documenti è una domanda aperta – specialmente perché lui stesso ha insistito sul fatto che la sua fonte non gli importa, si preoccupa solo della verità che viene fuori. È questo approccio, tra le tante cose, che ha portato alcuni dei suoi primi sostenitori a disilluderlo. C’è chi si lamenta della sua personalità, chi della sua leadership. Ci sono quelli indignati per aver usato WikiLeaks come scudo per evitare di affrontare le accuse contro di lui emerse in Svezia. E ci sono quelli sgomenti del fatto che quando ha rilasciato i documenti del governo degli Stati Uniti nel 2010, non pensava che fosse eccessivamente importante redigere i nomi delle persone che lavorano per il governo americano in tutto il mondo – nonostante il fatto che il loro nome fosse sui giornali, avrebbero potuto mettere a repentaglio la loro sicurezza personale. Forse anche questo fu un motivo per cui Edward Snowden, l’impiegato della National Security Agency (NSA) che lasciò gli Stati Uniti nel 2013 con un mucchio di documenti segreti che documentavano un massiccio programma di sorveglianza mondiale, non considerò WikiLeaks come il suo alleato naturale nella pubblicazione dei documenti. Invece, ha lavorato con una regista, Laura Poitras, e altre agenzie di stampa per selezionare, modificare e pubblicare accuratamente i documenti.

Anche l’Ecuador non ha avuto una pazienza illimitata. Con WikiLeaks che continuava a minare i governi di tutto il mondo, l’Ecuador è stato sottoposto a crescenti pressioni per smettere di proteggerlo. Il suo carattere e le sue abitudini irritavano il personale dell’ambasciata. Infine, la permanenza nell’ambasciata non avrebbe funzionato per sempre: se Assange si fosse ammalato gravemente, non sarebbe potuto andare in ospedale senza dover affrontare un probabile arresto. L’Ecuador ha poi avuto un’elezione e un governo meno favorevole ad Assange si è insediato. Quindi gli eventi di ieri erano, forse, destinati a verificarsi a un certo punto. Non li ha resi meno sorprendenti.

Fine del gioco

Ieri pomeriggio, gruppi di giornalisti di tutto il mondo stavano aspettando fuori dal tribunale dei magistrati di Westminster, nel centro di Londra, dove sarebbe apparso Assange. Cameraman e giornalisti hanno condiviso il marciapiede con una manciata di manifestanti accusando la Svezia, gli Stati Uniti e il Regno Unito di tentare di mettere a tacere Assange per le rivelazioni di Wikileaks circa i crimini di guerra degli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan. Subito dopo l’arresto, le autorità statunitensi hanno fatto una richiesta di estradizione e hanno svelato un’accusa che era stata archiviata in segreto l’anno scorso. In Svezia, una delle due donne che aveva accusato Assange di cattiva condotta ha chiesto al pubblico ministero di riaprire il caso, che nel frattempo era stato chiuso. Alla Corte 1, che ha dovuto smettere di far entrare gli spettatori perché la galleria era piena di giornalisti, Assange è apparso in una “scatola di vetro”. I suoi avvocati hanno sostenuto che un giudice che aveva precedentemente presieduto il procedimento era stato condizionato perché suo marito era stato preso di mira da WikiLeaks. Ma il giudice Michael Snow ha rimproverato la difesa per aver fatto tali accuse di fronte alla stampa senza che il giudice potesse difendersi. Ha etichettato Assange come un narcisista e ha descritto come “risibile” l’idea di non aver ricevuto un processo equo. Snow ha giudicato Assange colpevole del reato di cui è stato accusato ai sensi della legge del Regno Unito, saltando la cauzione.

Dovrà affrontare fino a dodici mesi di prigione nel Regno Unito e la sentenza verrà emessa da un tribunale più tardi durante l’anno. Snow ha messo Assange in stato di fermo e programmato un’altra udienza, sulla richiesta di estradizione negli Stati Uniti, per maggio. Assange è accusato di assistere Manning nell’hacking di un database segreto del governo degli Stati Uniti, un’accusa che comporta fino a cinque anni di reclusione. Per ora, non è stato accusato di pubblicare il materiale trapelato – in parte perché, come hanno concluso gli avvocati del Dipartimento di Giustizia nell’era di Obama, non potevano addebitare ad Assange la pubblicazione senza ricorrere a media come il New York Times che aveva anche pubblicato sui giornali – e questo sarebbe stato un duro colpo per la libertà di stampa. Per i suoi avvocati e sostenitori, ovviamente, l’estradizione di Assange è ancora una minaccia per la libertà di informazione. E poi c’è ancora il suo caso svedese, che potrebbe essere riaperto. Durante la sua vita da crociato e provocatore sfidando i potenti del mondo, ha fatto affidamento sulla sua immagine pubblica e sui suoi fan determinati per tenerlo a galla. Ma Assange è un personaggio complesso, e le sue azioni negli ultimi anni gli sono costate supporto. Alle 16:00 di ieri, un furgone bianco ha condotto Assange fuori dalla corte dei magistrati di Westminster – in prigione nel Regno Unito, per ora, e in un futuro incerto.

David Zuther
Traduzione di Martina Moscogiuri e Claudio Antonio De Angelis

Julian Assange’s seven years on the run

It was a bizarre twist in a story that had already been difficult to untangle: on Thursday morning, officers of the UK’s Metropolitan Police arrived at the London embassy of the Latin American republic of Ecuador to arrest a man who to some is a hero of truth-telling and transparency, and to others a mere fugitive from justice. Julian Assange, who had been holed up in the embassy since 2012, having been granted asylum by Ecuador, was not going to leave voluntarily. So he was dragged out. As he was carried by the policemen to a waiting van, he no longer looked like the fierce, intelligent-looking figure he had been less than a decade ago – he seemed to have aged twenty years, with a long white beard; and he mumbled out pleas to the UK authorities as he was led away. What had happened?

 

The hero

Back in 2010, Assange had a triumph to celebrate. The Australian-born hacker and computer nerd had founded an organization called WikiLeaks in 2006, envisioned as a platform for whistleblowers to safely expose the secrets of the world’s powerful. By getting secrets out in the open, WikiLeaks hoped to transform public debates and bring about positive change. Besides, there is an inherent value in knowing the truth, whether the revelations lead to change or not. In 2010, WikiLeaks could boast of a massive success: from a source inside the U.S. military, it had received hundreds of thousands of secret government documents. The files included reports from the US military on Iraq and Afghanistan, daily dispatches that revealed a reality of the ‘war on terror’ much more grim than American politicians had been willing to admit. A video shot from an Apache combat helicopter in Iraq featured US soldiers firing at, and killing, Iraqi civilians – and boasting about it, as if it were a video game. WikiLeaks also obtained 250,000 diplomatic cables from the State Department, many of them embarrassingly frank assessments of foreign leaders by US embassy staff. It was a bombshell: a small group of passionate cyber-activists had humiliated the US government in front of the entire world.

 

The hunt

But this sort of work also came with a risk: the US government is not an adversary that should be underestimated and the leaks related to sensitive national security topics. Under President Obama, the Department of Justice took a hardline approach to whistleblowers. In May 2010, WikiLeaks’ source was identified as Chelsea Manning, an army analyst stationed in Iraq. Manning was arrested, tried and sentenced to thirty-five years in prison by a military court in 2013. During parts of her detention, she was held in solitary confinement, kept naked and watched almost continuously, allegedly because she was at risk of committing suicide. At the end of his presidency, Obama commuted her sentence, and she was released last May (although she has been jailed again this year for refusing to testify to a grand jury investigating WikiLeaks).  

But in 2010, Assange, too, felt the noose tightening around him. He went to Sweden, a place he thought would be a staunch defender of the press and freedom of information. And, indeed, in Sweden, he did not get into trouble for running WikiLeaks. But he did get in trouble for something else. Two women he had had sex with had spoken to the police, seeking to have him tested for sexually transmitted diseases, but their description of his behavior alerted the officers. The Swedish police were investigating him on allegations of sexual assault. He left the country, after being told he was allowed to by the Swedish authorities. In December 2010, he turned up in London. By now, the Swedish authorities had decided they wanted to press ahead with their case and issued an arrest warrant for Assange. He contested the decision from London, alleging that it was really just a ploy by the Americans to ruin his reputation and that if he returned to Sweden, he was at risk of extradition to the US, where he could be prosecuted and harshly punished for the leaks. To many of those who continue to support him, those fears are well-founded and justified. Others saw it as a cynical move to conflate his personal legal trouble with the ongoing campaign against WikiLeaks, in this way recasting the allegations against him not as an ordinary criminal investigation but a geopolitical showdown. To some, this will be what makes it more difficult to support him now, at the time when he is in deeper trouble than ever before.

In any case, Assange was not going to leave everything up to the judiciary. When, in the summer of 2012, the UK’s Supreme Court blocked his final appeal against extradition to Sweden, Assange put on a disguise and entered the embassy of Ecuador. He identified himself and asked for asylum. Assange had felt like he was under surveillance for a while, but now no-one could doubt it any longer. The Metropolitan police surrounded the small embassy building. The world’s press descended on him. It felt like a siege. In the embassy, he was safe – because the local authorities lack jurisdiction over foreign embassies, the British police could not simply raid it and arrest him (though the UK did initially threaten to strip the embassy of its diplomatic status). Under Ecuador’s left-wing president Rafael Correa, Assange was granted asylum, and later even made a citizen of the small Latin American country. He was, for now, safe – from Sweden, from extradition, from American high-security prison. But he was not free – the embassy became his prison. He could not leave it because outside, he would be on British soil and vulnerable to being arrested at any moment.

The Ecuadorians soon found him to be a difficult guest. Assange did not go above and beyond to express his gratitude to his hosts. Instead, he increasingly criticized them, accusing them on spying on him (not an entirely unfounded allegation) and even filing a lawsuit. Ecuador, too, became less hospitable, cutting off his internet access at times, exercising control over who was allowed to visit them. And then came the 2016 election.

 

The Russian link

During the 2016 US election campaign, the Democratic party and its candidate, Hillary Clinton, were hit by a series of damaging leaks. Along with other websites, WikiLeaks published e-mails that had been obtained from a hack into the Democratic National Committee’s (DNC) servers, and Clinton staffers including her campaign chairman, John Podesta. The e-mails proved, among other things, the existence of bias against Hillary’s primary contender for the Democratic nomination, Bernie Sanders, within the DNC. The leaks prompted resignations and heightened the tensions in the Democratic party. One man couldn’t get enough of it: Donald Trump, Clinton’s Republican opponent, who asserted that he ‘loved’ WikiLeaks and spoke about it numerous times on the campaign trail (yesterday, he said he was not interested in it). While WikiLeaks published internal documents from the Democratic party, there were no similar leaks about the Republicans or Trump. And in the context of special counsel Robert Mueller’s investigation into alleged Russian meddling in the election, it was revealed that some in Trump’s orbit – including one-time advisor Roger Stone – sought to establish direct lines of communication with WikiLeaks.

In the aftermath of the election, the US intelligence agencies concluded that the DNC servers had been broken into by hackers working for the Russian government, as part of an alleged campaign to destabilize the US elections and its political system and exploit the deepening divisions in American society. WikiLeaks and Assange have denied that they received the e-mails from Russian agents, and indeed it seems that the Russian intelligence services used intermediaries to pass them on to WikiLeaks. Whether a man of Assange’s intellect and instincts could have been truly ignorant of the documents’ likely origins is an open question – especially as he himself has insisted that what his source is does not matter to him, he merely cares about the truth coming out. It is this approach, among many things, that have led to some of his early supporters to be disillusioned with him. There are those who complain about his personality, his leadership style. There are those outraged that he used WikiLeaks as a shield to avoid facing the allegations against him in Sweden. And there are those dismayed at the fact that when he released the US government papers in 2010, he did not think it was overly important to redact the names of people working for the American government around the world – despite the fact that their being named in the papers could have jeopardized their personal safety. Perhaps this, too, was a reason that Edward Snowden, the employee of the US National Security Agency (NSA) who left the US in 2013 with heaps of secret papers documenting a massive, worldwide surveillance program, did not see WikiLeaks as his natural ally in publishing the documents. Instead, he worked with a filmmaker, Laura Poitras, and other news outlets to carefully select, edit and publish the documents.

Ecuador, too, did not have unlimited patience. With WikiLeaks continuing to undermine governments around the world, Ecuador came under increasing pressure to stop sheltering him. His character and habits irritated embassy staff. Finally, the embassy stay was not going to work forever: if Assange ever fell seriously ill, he could not go to a hospital without facing likely arrest. And then, Ecuador, too, had an election, and a government less sympathetic to Assange came in. So yesterday’s events were, perhaps, bound to occur at some point. It did not make them any less surprising.

Endgame

Yesterday afternoon, news crews from around the world were waiting outside Westminster Magistrates Court in central London, where Assange would appear. Cameramen and reporters shared the sidewalk with a handful of protesters accusing Sweden, the US and the UK of attempting to silence Assange for WikiLeaks’ exposure of US war crimes in Iraq and Afghanistan. Immediately after the arrest, the US authorities made an extradition request and revealed an indictment that had been filed in secret last year. In Sweden, one of the two women who had accused Assange of misconduct asked the prosecutor to reopen the case, which had been closed in the meantime. In Court 1, which had to stop admitting spectators because the gallery was full of journalists, Assange appeared in a glass box. His lawyers argued that a judge previously presiding over the proceedings had been biased because her husband had been targeted by WikiLeaks. But the judge, Justice Michael Snow, chastised the defense for making such allegations in front of the press without the judge being able to defend herself. He branded Assange a narcissist and described as ‘laughable’ the idea that he had not received a fair trial. Snow found Assange guilty of the one crime he was charged with under UK law, skipping bail. He faces up to twelve months in prison in the UK, and the sentence will be handed down by a crown court later this year. Justice Snow ordered Assange into custody and scheduled another hearing, on the US extradition request, for May. Assange is accused of assisting Manning in hacking into a secret US government database, a charge which carries up to five years’ imprisonment. For now, he has not been charged with actually publishing the leaked material – in part because, as Justice Department lawyers concluded in the Obama era, they could not charge Assange for publication without also charging media outlets like the New York Times which had also published the papers – and this would have been a massive blow to press freedom. To his lawyers and supporters, of course, Assange’s extradition is still a threat to freedom of information. And then there is still his Swedish case, which could be reopened. Throughout his life as the crusader and provocateur challenging the world’s powerful, he relied on his public image and his determined fans to keep him afloat. But Assange is a complex character, and his actions over the past few years have cost him support. At 4pm yesterday, a white prison van drove Assange out of Westminster magistrates court – into prison in the UK, for now, and into an uncertain future.

David Zuther

Cover picture: Jack Taylor/Getty Images