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La rinascita: il lungo percorso di guarigione

Quando si decide di farsi aiutare, si è già avanti nel percorso di guarigione, infatti comprendere di avere un problema, e non un problema qualsiasi, ma una vera e propria malattia che dà sofferenza alla mente e all’organismo, è già un ottimo traguardo.

Decidere di guarire significa rischiare e non tutti sono disposti a farlo. Chi sceglie di mettersi in gioco, però, deve essere consapevole anche del lungo percorso che lo aspetta. Guarire da un disturbo alimentare non è per niente facile, anzi è il contrario. Ci vogliono: forza, coraggio e determinazione. Solo con queste carte e con l’aiuto degli specialisti si riuscirà ad uscire da quel maledetto tunnel.

Oggi, in compagnia della dott.ssa Giorgia Lucherini, biologa nutrizionista, parleremo del percorso di guarigione dai Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). Un percorso lungo e tortuoso, pieno di ostacoli, ma che, grazie all’aiuto di professionisti competenti, può risultare meno difficile.

Dottoressa, a chi bisogna rivolgersi quando si decide di voler uscire dai disturbi alimentari?

A chiunque possa dare il via ad un percorso di guarigione. Può essere il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta; ma anche lo psicologo, un biologo nutrizionista o un’associazione oppure un’amica, la famiglia, la scuola, chiunque si interessi ad aiutare la persona a cercare delle figure di riferimento per intraprendere un percorso di cura.

Una volta individuato il problema, il passo successivo è indirizzare il paziente verso un centro specialistico o un’associazione specifica che possa fare una corretta diagnosi differenziale e tutte le valutazioni specialistiche necessarie (psicologiche, psichiatriche, internistiche e nutrizionali) in modo da ricevere indicazioni sul trattamento da seguire.

Da quali figure bisogna essere affiancati per intraprendere un percorso di guarigione? 

Come sopra evidenziato, il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta o lo psichiatra sono figure essenziali per tutto ciò che riguarda la parte clinica-diagnostica e farmacologica del paziente e, successivamente, per la valutazione e supervisione, nel tempo, del suo stato di salute.

Lo psicologo-psicoterapeuta è la figura di riferimento per fare un percorso che possa analizzare nel profondo le problematiche che hanno portato alla malattia attraverso una psicoterapia individuale, ma anche familiare, dove appare essenziale un approccio psico-educazionale e interventi di sostegno per i genitori. In tal modo tutti i componenti della famiglia sono coinvolti  nel perseguire un solo e unico obiettivo: la cura della persona.

Il biologo nutrizionista/dietista, può aiutare chi soffre di disturbo alimentare ad apprezzare il cibo e la cucina attraverso un percorso di educazione alimentare personalizzato. Il biologo nutrizionista, insieme allo psicologo, ha il compito non solo di fare una valutazione nutrizionale completa e dettagliata, ma anche una riabilitazione e un monitoraggio dell’andamento dello stato nutrizionale del paziente e il trattamento delle possibili complicanze derivanti dalla malattia in collaborazione con il medico competente. 

La figura del nutrizionista è importante in questo percorso. Come si affronta il problema? Ogni disturbo alimentare ha un percorso specifico?

Non solo ogni disturbo alimentare ha un percorso specifico, ma ogni persona ha un percorso personalizzato nel rispetto del proprio stile di vita. Non esiste un vero e proprio protocollo ma ogni persona, avendo una storia differente, merita di essere considerata nello specifico per affrontare il problema nel migliore dei modi. Ecco che la collaborazione tra le figure professionali coinvolte è essenziale per curare ogni passo questo lungo cammino di guarigione. 

Scrivere un diario alimentare è importante? E perché?

È uno strumento molto importare. Il mio primo approccio non è mai stilare una “dieta ipercalorica”, ma capire la persona che ho davanti, di cosa ha bisogno e come posso entrare nella sua vita in modo da farle cambiare la sua alimentazione quotidiana “per sempre”. Quindi, il diario alimentare soprattutto nei primi incontri, è essenziale per mettere nero su bianco non solo “quanto” la persona mangia ma anche “come” mangia, capire le sue difficoltà e aiutarla a distruggere tutti i miti legati all’alimentazione e tutti i fantasmi che la bloccano.

Nella relazione con il paziente ci deve essere molta fiducia. Perché è fondamentale instaurare un rapporto di fiducia?

Nella relazione con il paziente ci deve essere fiducia reciproca che, di per sé, è una cosa molto particolare in quanto si deve instaurare, in poco tempo, un rapporto tra due persone che non si conoscono. Un rapporto in cui il paziente si deve innanzitutto sentire capito. Tale rapporto influisce direttamente sul livello di motivazione del paziente a star meglio, contribuisce a far sì che lo stesso aderisca al trattamento proposto, e a fornire, senza impedimenti, maggiori informazioni circa il suo stato di salute e la sua storia che, in caso di disturbi alimentari, può essere più o meno delicata. 

Un buon rapporto di fiducia pone il paziente a vivere il percorso di cura con una maggiore serenità e questo, di conseguenza, aumenta le possibilità di guarigione. 

Fiducia è sinonimo di affidamento, aspettativa, speranza. Se non c’è fiducia non c’è niente di tutto questo, la cura del paziente diventa molto difficile. 

Dai disturbi alimentari, quindi, si può guarire?

Non è semplice e, spesso, mai lineare… Ma è possibile.

Oltre ad occuparci della malnutrizione, che è sicuramente il sintomo più visibile, dovremmo però soffermarci sul benessere della mente. Sì, perché i disturbi alimentari sono delle malattie psichiatriche, come ho già scritto nel primo articolo, e come tali vanno trattate con i professionisti adeguati. La dott.ssa Lucherini ha spiegato bene quali sono le figure professionali con cui bisogna lavorare quando si decide di affrontare un percorso di cura e adesso le vedremo in maniera più approfondita.

La guarigione è un percorso multidisciplinare in cui si affrontano contemporaneamente l’aspetto fisico e mentale. In alcuni casi più gravi, però, ci si occupa prima del fisico perché la mente non ce la farebbe a sostenere dei colloqui psicologici, ma in ogni caso una volta raggiunto il peso stabilito, si potrà procedere con la psicoterapia.

Per intraprendere il percorso di guarigione è indispensabile la figura dello psicoterapeuta perché solo con un lavoro di squadra (terapeuta, nutrizionista ed eventuale psichiatra) si riuscirà ad avere sia un benessere fisico che mentale. Le cause che possono portare a questi disturbi sono molteplici e dipendono da paziente a paziente, la cosa che fa la differenza in questi disturbi non sono i sintomi, ma è l’unicità dell’individuo. Ognuno di noi ha il suo vissuto e anche chi è affetto da queste patologie ha la sua storia, i suoi traumi e le sue ferite che vanno curate nel giusto modo. Una buona psicoterapia può aiutare davvero. Le restrizioni e le abbuffate sono solo dei sintomi per riconoscere la presenza di un determinato disturbo, ma le vere ferite che causano la malattia ce le portiamo dentro. 

Tra le terapie più utilizzate per il trattamento dei DCA c’è la terapia cognitivo comportamentale, ma non sono da escludere altri approcci che potrebbero risultare altrettanto efficaci. Non esiste una psicoterapia “giusta”, l’importante è trovare la terapia giusta per se stessi.

Anche la figura dello psichiatra, in alcuni casi, è indispensabile. Direi che nel 2021 possiamo smetterla con il luogo comune che dagli psichiatri e dagli psicologi ci vanno solo i matti. Chiunque abbia bisogno di aiuto deve essere libero di poterci andare senza sentire su di sé il giudizio della gente. Un aiuto farmacologico, in certi casi, è fondamentale e grazie ai farmaci ci potrebbe essere un grande miglioramento della salute del paziente e del suo equilibrio con la vita. Prendere un farmaco non significa essere pazzo, ma avere voglia di guarire. 

I dolori più grandi di queste malattie sono lo stigma sociale,  il non riuscire a farsi capire da chi si ha intorno e spesso anche il non riuscire ad esprimere le proprie emozioni nel giusto modo e quindi trasformarle nei sintomi dei disturbi alimentari che conosciamo bene. Per questo motivo, chiedere aiuto è il primo passo verso un benessere mentale e un successivo benessere fisico, perché solo se la mente starà bene, starà bene anche il corpo.

Non bisogna mai avere paura di chiedere aiuto, di essere giudicati o di risultare deboli, perché chiedere aiuto ad uno specialista non è sinonimo di debolezza, ma significa avere una forza immensa e avere voglia di migliorare sempre di più.

Francesca Motta

Coronavirus: zero virgola zero zero zero

Coronavirus. Ogni giorno articoli allarmisti si alternano ad appelli che invitano a mantenere la calma. Non mi occupo di malattie infettive, e non mi infilo in un ambito che non mi appartiene. Da qualche settimana però ho notato grande confusione su alcuni degli indici utilizzati in epidemiologia.

I dati che leggo citati sistematicamente ogni giorno son tre:
– numero di morti;
– numero di infetti;
– mortalità.

Si parla del fatto che il virus abbia una mortalità di circa il 2%. Una mortalità vicino al 2% è una mortalità altissima. Per capirci, si calcola che la pandemia del 1918 nota come Spagnola, una delle più terribili di cui siamo a conoscenza, abbia avuto una mortalità globale compresa tra il 3 e il 6%.

Ma che cosa è esattamente la mortalità?

La mortalità è definita come il rapporto tra il numero di morti per una data causa in un dato periodo di tempo in una popolazione/comunità, e la dimensione media della suddetta popolazione/comunità nell’intervallo di tempo preso in considerazione.

Quest’ultima parte della definizione sottolinea il primo aspetto da chiarire: la mortalità senza riferimento temporale non è interpretabile. Una mortalità annua del 2% vuol dire che ogni anno il 2% della popolazione muore per una data malattia. Un 2% mensile vuol dire che ogni mese il 2% della popolazione muore di quella data malattia. Questo dato, rispetto a quello annuale, è dodici volte più alto.

Tornando al coronavirus, questo 2% di cui sentiamo parlare, cosa indica? La mortalità mensile? No. Fortunatamente, nessuna malattia raggiunge numeri tanto alti da portarci ad esprimere la sua mortalità mensile.
Allora è forse quella annuale? Vediamo un pochino.

Quale sarebbe lo scenario di una malattia con una mortalità del 2%?

In Italia, con una popolazione di 60 milioni di abitanti circa, una mortalità annua del 2% vorrebbe dire un milione e duecentomila di decessi ogni anno.
In Cina, dove la popolazione è di circa un miliardo e 400 milioni, una mortalità annua del 2% significherebbe 28 milioni di vittime all’anno.

Una catastrofe di dimensioni spaventose.
Che non è lo scenario attualmente davanti ai nostri occhi.

Il coronavirus circola da troppo poco per darci una stima annuale attendibile. Sì, potrebbe esser il risultato di proiezioni. Ma queste sarebbero solo molto parzialmente attendibili considerando che ancora si sa poco sulle caratteristiche del virus, sulla sua propagazione, su quante persone saranno colpite e su tutte quelle variabili necessarie per la preparazione di modelli attendibili.

Forse, come nel caso della Spagnola, si fa riferimento alla mortalità nel periodo di durata della pandemia? No.

La buona notizia è che il coronavirus non ha realmente una mortalità tanto alta. Dubito fortemente che qualcuno abbia calcolato la mortalità del coronavirus. Anche perché risulterebbe molto poco interessante.

Il dato che sta girando, il famoso 2%, non è la mortalità, bensì un altro indice noto come letalità.

La letalità è il rapporto tra decessi legati ad una malattia e i casi identificati della stessa malattia. Una letalità del 2% significa che su 100 persone che contraggono la malattia, 2 vanno incontro a decesso. I dati di qualche giorno fa parlavano di 43114 casi identificati in 29 Paesi, con 1018 decessi in totale.

Numero di morti = 1018
Numero di malati = 43114

Letalità = numero di morti / numero di malati
Letalità = 1018 / 43114 = 0.02361182

La letalità del coronavirus è del 2.4%.

È molto? Facciamo qualche paragone. Non risulta troppo alta se la confrontiamo con l’ebola, che ha una letalità del 50%. La SARS ha avuto una letalità del 9.6%, oltre quattro volte superiore, ma ha causato “appena” 774 morti visti i numeri limitati a 8096 casi registrati.

L’influenza ha una letalità inferiore allo 0.1%. Ma uccide molto più rispetto alle precedenti per via della sua enorme diffusione. Mortalità e letalità sono due indicatori dell’impatto di una malattia nella popolazione, che offrono informazioni differenti. Una malattia con elevata letalità come la SARS finisce col causare molti meno morti rispetto ad una malattia con una bassa letalità che però è molto più diffusa nella popolazione, come l’influenza stagionale.

Ma allora qual è allora la mortalità del coronavirus?
Allo stato attuale delle cose, il coronavirus ha in questi giorni superato quota 1000 vittime.
Ora, facendo finta per un istante che la totalità dei decessi e dei casi riguardino la popolazione cinese, e ipotizzando la Cina come sistema chiuso, senza spostamenti, turisti e tutto il resto, calcoliamo approssimativamente la tanto discussa mortalità del coronavirus.

Numero di morti: 1018
Popolazione: 1386 milioni circa

Mortalità = numero di morti / popolazione
Mortalità = 1018 / 1386000000 = 0.000073448773 %

La mortalità del coronavirus allo stato attuale è dello zero virgola zero zero zero zero sette percento.

Fabio Porru


BIBLIOGRAFIA
– Dati da https://www.worldometers.info/coronavirus/#countries
– Mortalità dall’Istituto Superiore di Sanità
(https://www.iss.it/?p=4952)

Perché il DNA  è una doppia elica

Il DNA è la macromolecola biologica depositaria dell’informazione necessaria allo svolgimento delle funzioni vitali della cellula. Questa è strutturata da due filamenti polinucleotidici che si avvolgono a formare una struttura elicoidale con un diametro di circa 20 Å (10-10 m). I mattoni costituenti dei filamenti sono definiti nucleotidi, a loro volta formati da uno zucchero- il deossiribosio nel DNA- al quale sono legati un gruppo fosfato ed una delle quattro basi azotate, che sono: guanina (G), citosina (C), adenina (A) e timina (T). Il ruolo dei gruppi fosforici di ciascun nucleotide è quello di formare un “ponte” fra il nucleotide a monte e quello a valle unendo le posizioni al 3’ e al 5’ di unità zuccherine adiacenti. Infine i legami idrogeno che si instaurano tra basi appartenenti a filamenti differenti promuovono l’appaiamento degli stessi. Nell’immagine sottostante è possibile osservare un singolo filamento del DNA nel quale sono presenti le quattro basi azotate. Continua a leggere