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God Save The Memes

Ultimamente gran parte dei tabloid e delle maggiori testate giornalistiche, inglesi ed europee, si sono focalizzate sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e i problemi che il Primo Ministro britannico Theresa May sta affrontando per far approvare al Parlamento inglese il suo deal sull’uscita della Gran Bretagna dall’Europa. Si parla addirittura di dimissione forzate. Tra voti storici contro il governo, scissioni e colpi a tradimento, la Brexit in queste ultime settimane (o forse mesi) sembra aver quasi monopolizzato il dibattito internazionale ed europeo. Ciò nonostante, si dà il caso che in una tale situazione senza precedenti potrebbe (ma non dovrebbe) passare del tutto inosservata un’altra importante notizia che riguarda una delle maggiori istituzioni europee, il Parlamento, il quale nella giornata del 26 marzo ha approvato una direttiva quanto mai d’interesse riguardo il diritto d’autore. Molto più importante di quanto non si pensi.

Talmente importante che è possibile dire che da ieri la Regina non è più l’unico nemico dell’Unione Europea.

Ora ci sono anche i Meme.

La direttiva approvata dal Parlamento europeo con una maggioranza di 348 voti favorevoli a fronte dei 274 contrari e 36 astenuti sancisce un importante cambiamento all’interno delle regole nell’ambiente digitale sul copyright. L’obiettivo ultimo è quello di proteggere tutti quegli artisti e inventori che al momento non risultano essere correttamente protetti nel loro lavoro creativo all’interno della maggior parte delle piattaforme digitali.

Nonostante il nobile intento, parecchi passaggi della direttiva restano vaghi e poco chiari, aumentando le già forti paure circa la libertà di pensiero sul web. Questo documento vede la sua approvazione dopo circa due anni di dibattito in cui ha attratto a sé un largo ammontare di critiche da parte di giganti tecnologici, quali Facebook e Google. Quest’ultimo, in particolare, ha sentenziato che la direttiva “cambierà il mondo del web come lo conosciamo” aggiungendo che “La direttiva sul copyright è migliorata ma porterà comunque ad incertezza giuridica e impatterà sulle economie creative e digitali dell’Europa. I dettagli contano e restiamo in attesa di lavorare con politici, editori, creatori e titolari dei diritti mentre gli Stati membri dell’Ue si muovono per implementare queste nuove regole”. La parlamentare europea tedesca Julia Reda del German Pirate Party ha affermato che questo è un giorno nero per la libertà di Internet.

Sull’altro fronte, i legislatori europei sottolineano la necessità di regolare quel “selvaggio west” che è diventato il mondo di Internet per assicurare a musicisti, pubblicatori e altri creatori di contenuti, una maggiore protezione sul proprio lavoro che al momento è del tutto assente. Il vicepresidente della Commissione Europea Andrus Ansip ha definito la legge come un “grande passo avanti” che porterebbe una maggiore unificazione del mercato digitale di Europa permettendo una corretta protezione della “creatività online”. Avendo la possibilità di essere applicata liberamente dai singoli Stati Membri, molti sostengono che questa direttiva permetterà un più equo bilanciamento tra i giganti tecnologici americani e i creatori di contenuti europei.

“Approvata la direttiva copyright. Difendiamo la creatività italiana ed europea e i posti di lavoro” (Antonio Tajani, RAI News 24)

(Tajani ancora sulla scia dell’onda per le Europee di fine maggio, n.d.r.)

Ed è proprio in questo momento del discorso che si alzerebbe la mano di un ragazzo dal fondo della sala, appena dopo essersi salvato sul telefono, sghignazzando, l’ennesimo meme su Theresa May e Toninelli, con una domanda più che corretta.

“Sì, va bene tutto, bell’articolo, la May, l’Europa, Google, i poteri forti. Ma io non ho capito bene, quindi che cosa succede in pratica a questi meme?”

Come dargli torto.

Il punto focale riguarda quelli che sono stati delineati come gli articoli 11 e 13 della proposta di direttiva originale che stabiliscono le basi per le due norme più criticate da parte della comunità di Internet.

L’articolo 11 sancisce le necessità da parte dei motori di ricerca e piattaforme aggregate di notizie di pagare per utilizzare i link dei siti di notizie. Una sorta di link tax sulla pubblicazione di simili documentazioni online che potrebbe portare ad una chiusura di Google News per l’alto numero di contenuti condivisi giornalmente.

L’articolo 13 ritiene le maggiori aziende tecnologiche responsabili per il materiale pubblicato senza la dovuta licenza. La maggior parte delle compagnie provvede a rimuovere già musica e video protetti da diritti d’autore ma sotto questa nuova direttiva si vedranno responsabili per una maggiore varietà di contenuti pubblicati. La differenza rispetto a prima riguarda l’imputazione della responsabilità: laddove prima essa era propria dell’utente stesso, ora ricade principalmente sulla piattaforma dove è condiviso il contenuto violante.

Ciò comporterebbe un’applicazione necessaria di filtri da parte delle piattaforme di condivisioni quali Facebook, Instagram, Google e simili. Per via della vaghezza e genericità di queste nuove norme sarà sicuramente inevitabile che le compagnie in questione, per evitare di incorrere in pesanti sanzioni di violazione del copyright, applicheranno molti più ampi filtri limitando notevolmente la condivisione di un largo numero di contenuti sul web.

“Sì, vabbè, hai letto gli articoli della BBC e di RAI News e sai le cose. Ma questi meme insomma?”

Ora ci arrivo, un attimo.

Il parlamento europeo ha approvato all’inizio dell’anno una modifica alla direttiva presente al momento nell’articolo 39 che cita “Gli utenti sono autorizzati a caricare e rendere disponibile il contenuto generato da altri utenti per specifici obiettivi di citazione, criticismo, recensioni, caricature, parodia, o satira”. Teoricamente parlando, questo importante passaggio dovrebbe consentire ai meme di essere esclusi da azioni oscurantiste e liberi di propagarsi nel mondo dell’Internet, come sarebbe da loro natura. Il Parlamento ha dichiarato che i meme sarebbero stati “specificatamente esclusi. Il problema adesso è capire in che modo che le piattaforme possano applicare questa indicazione senza delle direttive specifiche. In che modo un sistema automatizzato che copre un numero così alto di utenti come quelli di Facebook e Instagram può riconoscere un’espressione di satira, ironia, o più semplicemente un meme vero e proprio?

Nella pratica, applicare un filtro su ciò che viene pubblicato nella piattaforma richiederà verosimilmente un sistema altamente complicato che comporterà maggiori costi per i motori di ricerca e le compagnie tecnologiche europee. Probabilmente l’effetto sarà l’opposto di quello sperato, portando queste ultime in una condizione di maggiore difficoltà economica rispetto ai colossi americani. Ancora più probabile è lo scenario in cui questi filtri non siano ben strutturati o sufficienti per permettere una vera e propria libertà di espressione all’interno dei siti web di condivisione e informazione.

Se nel disastro della Brexit e del crescente populismo in Europa nei mesi prima delle elezioni i meme erano rimasti una solida roccaforte in cui proteggersi e trovare una personale salvezza quotidiana, adesso sembra che anche questo piccolo spazio di libertà universale stia per essere messo a grave rischio.

Essendo questo provvedimento una direttiva europea, bisognerà aspettare che ciascun Paese Membro dell’Unione la applichi prima che essa veda praticamente la luce, post-ponendo gli effetti ancora per parecchio tempo.

Ergo, questo articolo avrà ancora la possibilità di fregiarsi di splendidi meme di bassa qualità visiva e concettuale, simbolo di una rivoluzione culturale e sociale che è per noi in questo momento più che mai una delle poche speranze a cui aggrapparci con una risata amara che già ha un sapore di nostalgia.

Matteo Caruso


Sitografia

1000 giorni di Brexit

1000 giorni. Come le mamme che non si arrendono a tradurre in termini immediatamente comprensibili i 18 mesi del proprio figlio, torniamo a parlare di Brexit in questi termini che corrispondono all’esatta distanza che separa il 23 giugno 2016 al 20 marzo 2019, un po’ perché non sembra esser passato tutto questo tempo dal voto, un po’ perché i media non ce ne hanno fatto sentire la mancanza nemmeno per un minuto e i toni della vicenda si sono sempre tenuti ben al di sopra di quelli che ci saremmo aspettati dalla politica britannica. Continua a leggere

Jeremy è rosso, May è blu, io a Brexit non gioco più

Jeremy è troppo rosso, la May è sempre blu, sono Indipendente, a Brexit non gioco più

La sinistra è sull’orlo di una crisi. Il partito si sta lacerando internamente, tra scissioni e accuse reciproche, mentre la destra al potere, senza avere un qualche tipo di opposizione contro, porta avanti le sue politiche populiste e antieuropeiste che sembrano trascinare il Paese ancora di più sull’orlo di una crisi già dilagante con un futuro ancora più incerto per investitori, imprese, e cittadini in tutto il Paese.

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Twelve days of Brexit

Mentre i negozi e le strade si riempiono di addobbi e il clima natalizio comincia a ricoprire ogni tipo di attività, nel Regno Unito le luci colorate ad intermittenza sugli alberi di festa sembrano quasi rappresentare un countdown finale per la decisione sul piano di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, esacerbando il clima di tensione che si sta respirando all’interno della House of Commons. L’intero accordo dovrà essere votato l’11 Dicembre. Ora, dopo più di due anni di discussioni e dibattiti, sarebbe anche interessante capire in che modo si è arrivati ad un accordo e cosa si prevede accadrà nei prossimi anni tra il blocco europeo e il Regno di Sua Maestà.

Prima di tutto, si ragiona sui costi “ovvero i soldi che Londra dovrà versare nelle casse comunitarie nei prossimi anni, per far fronte agli impegni già presi a livello comunitario fino al 2020 e ad altri costi legati alla permanenza per quasi mezzo secolo nell’UE, come ad esempio le pensioni da pagare agli ex funzionari europei di nazionalità britannica. In tutto, le stime parlano di un conto che si aggira sui 45-50 miliardi di euro, da versare tra il 2019 e il 2064 (anche se la parte più consistente andrà pagata entro il 2025).” (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) Continua a leggere

May Day

Il 23 Giugno 2016 la popolazione del Regno Unito veniva chiamata alle urne da un referendum volto a decidere il futuro del Paese all’interno dell’Unione Europea. La scelta, al tempo, era apparsa relativamente semplice: Remain o Leave. Prendere o lasciare, dentro o fuori. Un giudizio limpido e definitivo sull’UE e un pensiero al futuro dell’isola di Sua Maestà.

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