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Seid, lo specchio di una società?

Seid Visin aveva poco più di vent’anni, viveva a Benevento e giocava a calcio.  

Una persona normalissima o almeno così pare. Un essere umano come tutti noi, né troppo simile, né troppo differente. Semplicemente un prodotto della società duemila. Seid nasce in Etiopia nel 2001, si trasferisce in Italia (precisamente Nocera, Salerno) da giovanissimo e sfoga la sua passione più grande: il calcio.

Abbandona così tutto quel poco che aveva: genitori, amici, parenti, scuola per giocare a calcio. Un amore incontrastato e che i genitori fortunatamente comprendono. Egli ama il calcio, lo sport più seguito in Italia e in Europa, lo sport più bello al mondo che unisce culture, continenti e mondi diversi. Il ragazzo non è malaccio e se la cavicchia discretamente, facendo provini per squadre dal calibro di Inter e Milan. Due potenze assolute del nostro calcio pronte ad accoglierlo.

All’Inter l’avventura non è particolarmente lunga, al Milan è diverso. Seid ha amicizie, nuovi compagni, un nuovo mister e soprattutto una nuova maglietta. Sarà rivelata una cosa: Seid è stato a lungo compagno di stanza di un certo Gigio Donnarumma, oggi portiere dello stesso Milan e della Nazionale. Ma qualcosa cambia. C’è qualcosa che cambia nell’aria e Seid lo percepisce. Diventato stretto amico di Mino Raiola che ad oggi è reputato come il procuratore calcistico più ricco al mondo, Seid vuole smettere di giocare a calcio e cade in un periodo buio pesto, oscuro e tempestoso. Sarà lo stesso Mino a confortarlo, rincuorarlo e ricaricarlo trasmettendo al giovane talento la grinta e la determinazione giusta per ricominciare.

Il baby Van Basten (era stato il secondo giovane più forte a passare così rapidamente i test abilità a Milanello) si lascia così trascinare dal procuratore-amico, che lo esorta ad avvicinarsi nuovamente alla famiglia. Alla tenera età di sedici anni, Visin è nuovamente nella sua regione d’adozione, questa volta però a Benevento e non nel salernitano. Più vicino alla famiglia, Seid prova a ripartire vestendo la maglia giallorossa della Strega e rilanciarsi nel calcio che conta. Ma nulla da fare anche in quest’occasione.

Dopo nemmeno sei mesi la decisione di smettere con il calcio professionistico e di concentrarsi solo ed esclusivamente al liceo. Un ambiente tossico o quasi, un ambiente che era considerato indigesto e semplicemente non adatto al sedicenne italo-etiope. Un contesto grande e complesso in cui Seid si sentiva troppo piccolo per farne parte. Sarà l’Atletico Vitalica a convincerlo nel ritornare alla pratica, almeno a livelli amatoriali. In maniera sciolta, senza pressioni né ambizioni, ma con talento, Seid era tornato a fare ciò che veramente gli piaceva. Finora una storia normalissima che però è macchiata da una lettera.

Una lettera datata febbraio 2019 e pubblicata dal “Corriere della Sera”, in cui il giovincello di Nocera esprimeva la propria amarezza, il proprio rancore e la propria tristezza nel vedere un ambiente che lo disprezzava perché non di pelle bianca, perché etiope o qualsiasi altra baggianata. «Ricordo che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, tutti si rivolgevano a me con gioia, rispetto e curiosità. Adesso sembra che si sia capovolto tutto». «Ero riuscito a trovare un lavoro», scriveva, «che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro».

Una lettera di due anni fa che fornisce tutte le indicazioni possibili per trovare la causa del suicidio avvenuto qualche giorno fa. Non secondo i familiari, convinti che il ventenne si sia suicidato per cause differenti dalle accuse razziste. Questo mai lo sapremo, ma di quello che siamo certi è che questa lettera sia stata composta per rabbia, sfogo e disperazione non contro un individuo, ma contro una società. Roberto Saviano scrive l’ennesimo messaggio contro Salvini e Meloni invitandoli a riflettere sulla questione razzismo e immigrazione. La pensa come Saviano qualche esponente di sinistra, diversamente qualcuno di destra, una via di mezzo altri ancora. Nemmeno in questa circostanza si riesce a trovare un punto in comune. Neppure di fronte alla morte di un ventenne che due anni fa denuncia di non essere incluso, di non essere accettato solo perché di un’altra carnagione.

Walter Izzo

Calcio e tecnologia: intervista a Gianluca Comandini

In un mio precedente articolo trattavo della possibilità che l’avvento di nuove ed avanzate tecnologie potesse in qualche modo tracciare una linea di netta demarcazione nella nostra concezione della Storia, arrivando ad ipotizzare una nuova storia, legata all’ascesa si una società in cui il progresso tecnologico ha già influenzato nettamente gli aspetti che hanno sempre accomunato uomini e donne di tutte le epoche.

Per capire  quanto effettivamente la tecnologia possa aver già pervaso la nostra esistenza ho pensato di partire, come caso di studio, da un mondo che più umano ed a tratti romantico non si può, da un qualcosa che lega indissolubilmente generazioni diverse, capace di riunire, col fiato sospeso, anche le persone più diverse. Insomma quello che per noi Italiani è una vera e propria malattia: il Calcio.

Mi sono rivolto così a chi già immagina e mette in atto progetti calcistici che marciano di pari passo con l’innovazione. Gian Luca Comandini, 31 anni, giovanissimo divulgatore tecnologico, professore universitario ed esperto di blockchain, nonché fondatore del VESTA Calcio, squadra che oggi milita in Seconda Categoria e punta in pochi anni alle leghe professionistiche. Una società calcistica fuori dagli schemi, che vede tecnologie come la blockchain e le Intelligenze Artificiali quali aspetti fondamentali del progetto.

VAR e goal line technology: due esempi più noti a tutti dell’applicazione della tecnologia al calcio. Ma oggi, con gli avanzamenti tecnologici in atto, è possibile che queste due siano le uniche implementazioni possibili? 

Assolutamente no, ed è anche assurdo aver aspettato tutti questi anni per riuscire a vedere un accenno di utilizzo di queste tecnologie che possiamo considerare appartenenti ad un’epoca passata. Il calcio ha bisogno di futuro e non possiamo aspettare decenni per applicare ogni tecnologia.

Quali nuove tecnologie possono essere applicate al mondo del calcio, sia in match, che in allenamento? Le intelligenze artificiali possono giocare un ruolo nelle fasi di preparazione al match?

Potremmo utilizzare Internet of Things e Intelligenza Artificiale per prevedere e prevenire infortuni, analizzare tecnicamente movimenti e prestazioni durante i match per poi allenarsi in maniera più accurata durante la settimana, ma anche sfruttare tante altre tecnologie come la blockchain o la realtà aumentata per migliorare performances.

A livello societario, perché la blockchain rappresenta un vantaggio ed una frontiera da perseguire per una società di calcio?

Perché ad oggi la parte più “sporca” e incisiva in questo sport rimane la gestione dei flussi finanziari. Nel 2021 non possiamo ancora essere sotto scacco per plusvalenze mascherate, sponsor fittizi e riciclaggio di denaro. Con la blockchain si può rendere il calcio trasparente e onesto.

Dalle tecnologie catapultate nel mondo del pallone, al calcio catapultato nel mondo digitale. Gli e-sports quale diffusione e riconoscimento avranno in futuro?

Lo stiamo vedendo in Asia e Usa, gli esports fanno più interazioni e più fatturato degli sport tradizionali. Tra pochi anni la situazione sarà molto simile anche nel nostro paese, addirittura sono sempre di più gli atleti professionisti che usano simulazioni e videogames per allenarsi nei rispettivi sport fisici. Non possiamo ignorare questo trend che presto raggiungerà una visibilità ben superiore al calcio.

Il mondo del calcio è ancora, spesso in modo romantico, troppo conservatore per accogliere implementazioni ad alto potenziale tecnologico?

Attualmente sì, ma le nuove generazioni stanno crescendo con punti di vista differenti, è solo questione di anni e presto avremo menti più aperte e persone pronte ad accogliere il futuro ed utilizzare le tencologie, senza alcuna paura.

Lorenzo Giardinetti

Thomas Tüchel: storia o disfatta?

Thomas Tüchel è nato il 29 agosto del 1973 a Krumbach, Germania. All’età di 47 anni il tecnico tedesco (della cui carriera da giocatore si hanno poche tracce) è a un passo dalla coppa delle “grandi orecchie”.

Thomas ha vissuto tanti momenti altalenanti prima di godersi questo periodo d’oro con il Chelsea; per cui facciamo un passo indietro e analizziamo il percorso e le scelte del tecnico tedesco.

Tüchel, dopo l’esperimento mal riuscito da giocatore, dedica le proprie attenzioni interamente al ruolo di allenatore. Il tedesco fa gavetta cominciando tra le fila della primavera dell’Augsburg per poi diventare successivamente tecnico ufficiale per sei stagioni al Mainz. I risultati sono positivi, con molteplici salvezze ottenute senza troppi patemi e un clamoroso piazzamento europeo centrato grazie al quinto posto nella stagione 2010/11.

Nella stagione 2014/15 il Mainz di Tüchel totalizza i più che necessari 40 punti e  conquista un buon undicesimo posto, completando un’altra stagione all’insegna della tranquillità totale. Nel mentre, il Borussia Dortmund si piazza solo al settimo posto con 46 punti all’attivo, centrando la qualificazione ai preliminari di Europa League. Jürgen Klopp, allenatore leggendario del BVB, è esonerato al termine della stessa annata. Tra lo scalpore, la gioia e/o la tristezza di qualche anima giallonera, arriva Tüchel. Il c.t. di Krumbach approda così nella Ruhr con l’obiettivo di riportare i gialloneri sul tetto di Germania.

I risultati si intravedono sin dai primi mesi: Tüchel e il suo Borussia debuttano con un roboante successo interno per 4-0 nei confronti del Mönchengladbach. La striscia di vittorie arriva a sette, prima dello stop contro l’Hoffenheim all’ottava giornata, che vale il sorpasso per il Bayern. Al netto di brillanti prestazioni e tre competizioni da sostenere, il Dortmund termina in seconda posizione con 78 punti, a dieci lunghezze dal Bayern Monaco campione con 88. In Europa League anche i risultati sono notevoli: la banda di Tüchel avanza sino ai quarti di finale dove riceve il Liverpool del vecchio amico Klopp.

Un Liverpool in fase “lavori in corso” contro un Borussia in grande spolvero nelle ultime settimane. All’andata termina 1-1 al Signal Iduna Park. Ad Anfield il Liverpool parte con un gran vantaggio del goal marcato in trasferta ma ciononostante incassa prontamente, dopo nemmeno otto minuti, due reti. Se al 65’ il parziale dice 1-3 in favore dei tedeschi, le reti di Coutinho (66’), Sakho (78’) e Lovren (92’) firmano una clamorosa rimonta e consentono ai Reds il passaggio del turno. Dopo la cocente delusione in ambito europeo, il Dortmund perde anche la finale di Deutscher Pokal contro gli arci-rivali del Bayern ai rigori.

Il Dortmund visto nella stagione 2015/16 è un’altra storia rispetto a quello della precedente annata, ma i trofei tardano ad arrivare malgrado gli ottimi risultati e i tanti miglioramenti conseguiti.

Nella stagione 2016/17 arriva la svolta. Tüchel alza il primo trofeo in carriera e il Dortmund dopo anni di buio totale ritorna a sollevare la Deutscher Pokal, sconfiggendo in finale l’Eintracht Francoforte per 1-2. Ma il trofeo che conta, la Bundesliga, rimane un miraggio contro un Bayern troppo più forte ed incisivo nei momenti cruciali.

Per questa ragione, Tüchel viene esonerato e il Dortmund tra Peter Bosz e Lucien Favre non vincerà neppure un trofeo in quattro anni, eccetto una Supercoppa proprio contro il Bayern Monaco (2-0) e una Deutscher Pokal vinta recentemente con Edin Terzic allenatore.

Tüchel da fresco esonerato (tra mille polemiche e molta sorpresa) acquisisce una pessima reputazione in Germania e non solo. Forse per questa motivazione riposa per un anno, per poi riprendere alla guida del Psg agli albori del 2018/19.

Un arrivo inatteso perché non si sarebbe mai pensato che il Psg prelevasse proprio Tüchel, vedendo Ancelotti, Mourinho e Zidane sul mercato. Ma anche a Parigi le cose non si concluderanno nel migliore dei modi. Egli terminerà la propria esperienza in Francia nel dicembre 2020, quando si dimetterà nel corso della stagione. In due stagioni e mezzo, il tecnico alemanno porterà a Parigi due campionati (dominati), un “quadruple” nel 2019/20 (campionato, Coupe de Ligue, Coupe de France e Trophée des Champions) e una finale di Champions League, persa in Agosto ancora una volta contro il Bayern.

I motivi delle dimissioni dell’ex manager del BVB sono sconosciuti: alcuni ipotizzano ci sia stata una lite con i giocatori e la dirigenza (Leonardo, Neymar e Mbappé su tutti), altri che sia stata una scelta personale, altri ancora che alcune dichiarazioni rilasciate ad un’emittente transalpina non siano piaciute al patron sceicco Al-Khelaifi.

Ma la panchina non tarda ad arrivare, e Thomas riprende la guida del timone, cambiando ancora Paese, trasferendosi in Inghilterra. Il Chelsea sostituisce Lampard a stagione in corso e si ritrova in decima posizione, lontanissimo dalla Champions e già fuori dalla Carabao Cup. Anche in quest’occasione l’arrivo di Tüchel non è assolutamente ben visto: tutti già recriminano la scelta di Abramovich di aver cacciato Lampard, tra cui perfino personaggi illustri come Guardiola e Klopp.

Ma con Tüchel, senza minime aspettative, la storia cambia: trascinato da un Werner ritrovato, un Mount più forte e finalmente il miglior Kanté, i Blues conquistano un’inattesa finale di Champions (eliminando con un secco 2-0 il Real di Zidane) e una finale di Fa Cup, persa sabato 1-0 contro il Leicester. Tüchel detiene un record negativo nelle finali ma ora si gioca la seconda, e chissà, forse ultima chance di vincere la Champions. Giocherà contro un avversario incontrato già due volte tra Fa Cup e Premier e battuto in ambedue le occasioni: il Manchester City di Guardiola, proprio colui che si “rifiutava” di accettare che Lampard fosse esonerato.

Può essere lo spartiacque di una carriera per un allenatore sfortunato ma straordinario al contempo. Ma il bello dello sport sta proprio in questo, ossia nel non sapere come va a finire.

Walter Izzo

Ladies Football Club: il calcio come emancipazione femminile

“Il giorno 6 di aprile dell’anno 1917
la radio dal fronte annunciava nuovi morti.

Il giorno 6 di aprile dell’anno 1917
gli Stati Uniti entravano in guerra.

Il giorno 6 di aprile dell’anno 1917
Lenin preparava la Rivoluzione Russa.

Ma soprattutto
il giorno 6 di aprile dell’anno 1917
durante la pausa pranzo
undici operaie della Doyle & Walker Munizioni
cominciarono a correre dietro un pallone.”

Con questo confronto tra la Storia e la storia di undici operaie comincia la narrazione di Ladies Football Club di Stefano Massini, edito da Mondadori. All’interno della cornice storica della Prima Guerra Mondiale Massini romanza la nascita del calcio femminile in Inghilterra: gli uomini, padri, mariti, figli, sono tutti al fronte; il pallone e i campi da gioco restano inutilizzati e le donne, prima con timore reverenziale, poi con spregiudicatezza, se ne impadroniscono.

La storia raccontata da Massini è prima sociale che sportiva e storica: è la storia dell’emancipazione di undici donne dallo status di operaie, madri, mogli, figlie, la storia di undici donne che scrivono la Storia, calciando per prime un pallone. Undici donne, ognuna con la sua storia, ognuna con il suo vissuto, che si ritrovano, quasi per caso, unite sotto la stessa maglia, quella del Ladies Football Club.

“Gli sembrò di ricordarsi, d’un tratto,
che esistevano sul serio,
per se stesse.

Che fino a ora un ruolo ce l’avevano, certo,
ma era il ruolo in fabbrica, nella catena di montaggio,
oppure il ruolo in casa: figlia, moglie o mamma.
Finalmente: aria nuova.

Guarda tu che sorprese può farti una palla.”

Il calcio diventa allora uno strumento di emancipazione sociale: il campo, il pallone, i gol, il fuorigioco diventano espedienti per poter dimostrare che le donne, relegate ai ruoli a loro riservati, possono ricoprire i ruoli tipicamente maschili. Questo messaggio, che spero sarà per il lettore una banalità, purtroppo ancora non lo è, più di un secolo dopo, per larghe fette della popolazione mondiale. La storia d’emancipazione raccontata da Massini è dunque vivida, attualissima e, se pur contestualizzata nella cornice storica del buio inizio di Novecento, offre molti spunti di riflessione anche per la condizione della donna nella società odierna.

“Ma quel che accadde
non accadde solo in campo.
Anche là, nel pubblico
– saranno stati sì e non un centinaio – 
si mosse qualcosa di grande. Di più: di politico.
Le donne che all’inizio avevano riso
di quelle undici come loro
con la fissa per il calcio,
cominciarono a sentire che il pallone era un pretesto.
Ma sì: in campo c’erano tutte loro, accidenti,
c’erano davvero tutte
c’erano tutte
tutte.”

Ladies Football Club è un libro che narrativamente funziona: il si è subito immersi nella storia e nelle storie di queste donne e il filo della narrazione si dipana senza problemi. L’impaginazione versificata – che personalmente non prediligo – è ben bilanciata con lo stile narrativo: semplice, pulito, con periodi basici, basato sulla reiterazione di motivi edespressioni che rendono riconoscibili le situazioni e le undici protagoniste. Massini confeziona un libro semplice ma ben congegnato, riuscendo a raccontare con leggerezza, attraverso il filtro storico, una storia significativa e profondamente attuale.

Danilo Iannelli

 

 

 

La rivincita di Vincenzo Montella

La Fiorentina grazie alla vittoria di domenica sera per 1-3, rimediata ai danni del Milan, si è messa alle spalle le sconfitte di inizio stagione ed anzi è riuscita ad inanellare una serie di risultati positivi nelle ultime quattro gare, giocate contro avversari tosti come Juventus,Atalanta, Sampdoria e, ovviamente, Milan.

L’estate fiorentina del 2019 è stata una delle più strane e movimentate vissute nel ultimi anni dalla tifoseria viola. Il passaggio di proprietà, dalla famiglia Della Valle a Rocco Commisso, italoamericano in stile James Pallotta, ha riacceso l’entusiasmo dei tifosi che ritenevano la vecchia dirigenza responsabile degli scarsi risultati della squadra.

La rivoluzione societaria ha portato ad un’inevitabile ricambio di dirigenti, giocatori e membri dello staff ma, con gran sorpresa di tutti, non dell’allenatore che ha visto Vincenzo Montella restare saldamente al timone di una barca dalla quale sembra dovesse essere allontanato a momenti.

Fra i molti nomi che hanno lasciato il capoluogo toscano spiccano quelli di Veretout, Simeone, Biraghi e Lafont ma in tutto sono quasi una decina i giocatori ad aver cambiato casacca in pochissimo tempo. Una situazione sicuramente non facile per l’allenatore che si è ritrovato a dover inserire nel gruppo i tantissimi giocatori che erano arrivati per sopperire alla sopracitate partenze. Boateng, Badelj e Ribery sono i giocatori d’esperienza ad essere arrivati, già pronti per giocare e al servizio dei tantissimi giovani come Pulgar e Lirola, già visti in azione in Serie A con le maglie di Sassuolo e Bologna.

Sottil e Castrovilli sono invece stati trattenuti in prima squadra dopo i prestiti della stagione precedente rispettivamente al Pescara e alla Cremonese. Anche se l’acquisto migliore è stato sicuramente l’aver trattenuto Federico Chiesa a Firenze per almeno un altro anno.

La prima partita stagionale, in Coppa Italia contro il Monza,  aveva allarmato più di un tifoso, considerando che i gigliati erano andati in svantaggio e avevano dovuto aspettare gli ultimi dieci minuti per assistere alla rimonta guidata dall’ex primavera Vlahovic che con una doppietta regalava il passaggio del turno ai toscani. Il modulo utilizzato era il 4-3-3 che venne riproposto anche per la prima partita di Campionato contro il Napoli.

Il pirotecnico 3-4 contro la squadra di Ancelotti aveva messo in mostra l’incredibile potenziale offensivo dei ragazzi di Montella ma aveva anche messo in risalto molti limiti difensivi, legati soprattutto ad una precaria condizione fisica, ma l’alto livello degli avversari non aveva fatto pensare che la squadra potesse avere dei problemi che riguardassero il modulo. La sconfitta di Marassi contro il Genoa è stata la scintilla della rivoluzione che Montella avrebbe attuato in poche settimane.

Al ritorno dalla sosta della nazionali, la difesa a 4 e il tridente offensivo erano spariti a favore di un 3-5-2 che vedeva Chiesa e Ribery come punte centrali. L’inserimento di un giocatore come Caceres in difesa, a discapito di un attaccante, ha dato più equilibrio, specialmente alla difesa, e ha permesso di esaltare le doti offensive dei terzini Lirola e Dalbert.

La prima squadra a dover affrontare il nuovo assetto tattico della Fiorentina è stata la Juventus che, forse colta di sorpresa dai molti cambi effettuati in poco tempo dagli avversari, non è riuscita mai a mettere in difficoltà i Viola ma , anzi, ha dovuto in più di un occasione affidarsi alle parate di Szczesny per inchiodare il risultato sullo 0 a 0.

Da li in poi so è vista beffare beffare a Bergamo dove, dopo essere andata in vantaggio per 0-2 si è fatta rimontare i due gol negli ultimi 10 minuti della partita, ed è riuscita a trovare la prima vittoria solo alla quinta giornata.

La netta sconfitta rifilata ai rossoneri di Giampaolo è la conferma di quanto fatto di buono dall’inizio della stagione, ed è stata l’occasione perfetta per festeggiare il primo gol in Serie a di Gaetano Castrovilli e il secondo di Ribery, i quali, seppure in momenti a dir poco differenti della loro carriera, sono diventati sorprendentemente  membri insostituibili nello scacchiere di Vincenzo Montella.

Enrico Izzo

 

(Foto: Luca Pagliaricci / Insidefoto)