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L’avventura di un fotografo

Da qualche mese ho deciso di intraprendere una nuova avventura e di cimentarmi in una nuova attività: quella della fotografia. Come un po’ tutti coloro che posseggono uno smartphone, avevo già provato a ottenere qualche scatto soddisfacente attraverso le modeste fotocamere  del mio telefono, talvolta anche con risultati decenti; sentivo però di volere altro, di voler passare a un altro livello fotografico, più consapevole.

Allora, senza sapere ancora precisamente il motivo, ho chiesto una reflex come regalo di laurea, ho iniziato a vedere video di fotografi su YouTube, ho comprato libri di fotografia, ho cominciato a girare, macchinetta a tracolla, per la mia città e a scattare foto a destra e manca, cercando di catturare delle immagini per me piacevoli da guardare o che, ad ogni modo, significassero qualcosa per il mio modo di vedere il mondo. Ben presto però mi sono dovuto porre un interrogativo: perché mi piace fotografare? Mi sono interrogato poi sulle funzioni e sul significato della fotografia in generale e in generale su che cosa significasse scattare una fotografia.

Il destino ha voluto che, proprio mentre sorgesse in me questo dubbio, cominciassi a leggere Gli amori difficili di Italo Calvino: è stato, mi scuserete il gioco di parole, un amore a prima vista, non tanto con Calvino, che già apprezzavo da tempo, quanto con questi particolari testi da lui prodotti: c’è al loro interno un magnifico senso di disillusione, di desiderio perenne e perennemente inappagato, di erotismo nascosto, di tenerezza amara. Li ho divorati, uno dopo l’altro senza sosta, finché i miei occhi si sono fermati, incuriositi, sul titolo di uno di questi: L’avventura di un fotografo. Ho cominciato a leggere e, sin dalle prime righe, sorridendo, ho compreso immediatamente che ancora una volta la letteratura mi proponeva una risposta a un mio personalissimo e intimo quesito.

“Con la primavera, a centinaia di migliaia, i cittadini escono la domenica con l’astuccio a tracolla. E si fotografano. Tornano contenti come cacciatori dal carniere ricolmo, passano i giorni aspettando con dolce ansia di vedere le foto sviluppate (ansia a cui alcuni aggiungono il sottile piacere delle manipolazioni alchimistiche nella stanza oscura, vietata alle intrusioni dei familiari e acre d’acidi all’olfatto), e solo quando hanno le foto sotto gli occhi sembrano prendere tangibile possesso della giornata trascorsa, solo allora quel torrente alpino, quella mossa del bambino col secchiello, quel riflesso di sole sulle gambe della moglie acquistano l’irrevocabilità di ciò che è stato e non può esser più messo in dubbio. Il resto anneghi pure nell’ombra insicura del ricordo”

Il protagonista è Antonino Paraggi, non fotografo, che vive in un mondo di fotografi amatoriali: con lo sbocciare della primavera li vede ovunque, in città, al mare, in montagna, con la loro macchinetta a tracolla a immortalare momenti di quotidianità. Antonino è un impiegato, ma con inclinazioni filosofiche: ben presto comincia ad arrovellarsi sul perché i suoi amici e così tante persone abbiano questa passione, seppur amatoriale, per la fotografia; inizialmente Antonino attribuisce, almeno per quanto riguarda il suo gruppo di amici, questa passione al sopraggiungere della paternità:

“[…] spesso la passione dell’obiettivo nasce in modo naturale e quasi fisiologico come effetto secondario della paternità. Uno dei primi istinti dei genitori, dopo aver messo al mondo un figlio, è quello di fotografarlo; e data la rapidità della crescita si rende necessario fotografarlo spesso, perché nulla è più labile e irricordabile d’un infante di sei mesi, presto cancellato e sostituito da quello di otto mesi e poi d’un anno.”

Ben presto però Antonino capisce che il rapporto del fotografo, oltre ad essere con il tempo – scattare una fotografia, essenzialmente, significa congelare un istante, un fotogramma, del flusso infinito e inarrestabile del tempo – è anche e soprattutto con lo spazio, con la realtà del mondo che ci circonda.

“Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. […] Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia.”

Prima di tutto, notiamo la sconcertante attualità della frase “o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita” che risulta perfettamente aderente alla realtà dei social dei nostri giorni; il quesito, che ci riguarda dunque un po’ tutti, perché tutti ormai abbiamo modo e voglia di scattare foto, chi con macchinette, chi con smartphone è proprio questo: quando è il momento di scattare una foto? Ma soprattutto: che cosa vale la pena immortalare con una fotografia? Nell’epoca della fotografia digitale tale quesito appare decisamente anacronistico e quasi privo di senso: nel racconto di Calvino la fotografia è ancora letteralmente un’impressione di luce su pellicola. Al di là delle implicazioni tecniche però, il quesito non può essere sfuggito in alcun modo a un aspirante fotografo.
Antonino, l’impiegato filosofo, risponde così:

“Per chi vuole recuperare tutto ciò che passa sotto i suoi occhi, – spiegava Antonino anche se nessuno lo stava più a sentire, – l’unico modo d’agire con coerenza è di scattare almeno una foto al minuto, da quando apre gli occhi al mattino a quando va a dormire. Solo così i rotoli di pellicola impressionata costituiranno un fedele diario delle nostre giornate, senza che nulla resti escluso. Se mi mettessi a fotografare io, andrei fino in fondo su questa strada, a costo di perderci la ragione. Voi invece pretendete ancora di esercitare una scelta. Ma quale? Una scelta in senso idillico, apologetico, di consolazione, di pace con la natura la nazione i parenti. Non è soltanto una scelta fotografica, la vostra; è una scelta di vita, che vi porta a escludere i contrasti drammatici, i nodi delle contraddizioni, le grandi tensioni della volontà, della passione, dell’avversione. Così credete di salvarvi dalla follia, ma cadete nella mediocrità, nell’ebetudine.”

Il fotografo, quando impugna la sua macchinetta o smartphone che sia, inquadra un soggetto e scatta, opera sempre una scelta; egli sta ritagliando una parte della realtà e del tempo per congelarla in un’istantanea, uguale a sé stessa per sempre.
Ecco, in realtà anche questa affermazione, nei tempi di Photoshop e del fotoritocco, può apparire desueta, ma restiamo sul piano puramente ideale e teorico.
Il fotografo insomma opera una scelta rispetto al mondo che lo circonda e al tempo nel quale è immerso; egli ricrea, attraverso la fotografia, una sua realtà, non meno veritiera e vivida di quella reale ma che, inevitabilmente, è frutto di una selezione e di un’idealizzazione: il fotografo mette in ordine la realtà, seleziona che cosa vuole e cosa non vuole nella sua foto, sceglie il suo soggetto, lo sfondo in cui posizionarlo, il punto di vista da cui guardarlo, il modo in cui esso viene illuminato dalle fonti luminose.

Il fotografo dunque plasma una sua realtà, una realtà ideale ed eterna, contrapposta a quella caotica e cangiante del mondo. Per questo motivo, a mio avviso, esiste sempre un rapporto erotico, di desiderio, tra il fotografo e la realtà che egli cerca di immortalare: il fotografo vuole possedere la realtà, farla sua, plasmarla rispetto alla sua idea e alla sua visione del mondo. Questa pulsione erotica, infatti, ben presto sorge anche nell’aspirante e idealista fotografo Antonino: egli comincia a scattare fotografie con le macchine dei suoi amici, acquista poi una vecchia macchina a cassetta, con lo scatto a pera, e trova la sua modella, una certa Bice. In linea con le sue convinzioni di novello fotografo, egli vuole riavvicinarsi alle fotografie di fine Ottocento, eliminando ogni spontaneità e ritornando alle foto in posa: il fotografo, dunque, deve avere il totale controllo della realtà. Però, il risultato non è quello desiderato:

“Era vestita di lino bianco, con ricami colorati sui bordi delle maniche e delle tasche. Aveva i capelli divisi da una scriminatura e raccolti sulle tempie. Rideva un po’ di sottecchi, inclinando il capo da una parte. Antonino facendola passare studiava, in quei suoi modi un po’ vezzosi un po’ ironici, quali erano i tratti che definivano il suo carattere vero. La fece sedere in una grande poltrona, e infilò la testa sotto il drappo nero che guarniva l’apparecchio. […] Ad Antonino parve di vedere Bice per la prima volta. Aveva un’arrendevolezza, nel calare un po’ pesante delle palpebre, nel protendere avanti il collo, che prometteva qualcosa di nascosto, così come il suo sorriso pareva nascondersi dietro lo stesso atto del sorridere. – Ecco, così, no, la testa più in là, alza gli occhi, no abbassa, – Antonino stava rincorrendo dentro quella scatola qualcosa di Bice che improvvisamente gli pareva preziosissimo, assoluto. – Ora ti fai ombra, vieni più in luce, no, era meglio prima. C’erano molte fotografie di Bice possibili e molte Bice impossibili a fotografare, ma quello che lui cercava era la fotografia unica che contenesse le une e le altre.”

Per ogni fotografia che scattiamo ce n’è un’altra a cui rinunciamo; è la condanna alla linearità e all’irreversibilità del tempo, alla finitezza e alla determinazione dell’uomo; non esiste la fotografia assoluta, che comprenda e rappresenti pienamente la realtà: il fotografo è sempre condannato a fare una scelta. Antonino il fotografo lo capisce e comincia a far cambiare, abiti, pose, maschere alla sua modella Bice; finché:

“Guardò. Bice era nuda. Aveva fatto scivolare il vestito fino ai piedi; sotto non aveva niente; aveva fatto un passo avanti; no, un passo indietro che era come un avanzare tutta intera nel quadro; stava dritta, alta davanti alla macchina, tranquilla, guardando davanti a sé, come se fosse sola. Antonino sentì la vista di lei entrargli negli occhi e occupare tutto il campo visivo, sottrarlo al flusso delle immagini casuali e frammentarie, concentrare tempo e spazio in una forma finita. E come se questa sorpresa della vista e l’impressionarsi della lastra fossero due riflessi collegati tra loro, subito premette lo scatto, ricaricò la macchina, scattò, mise un’altra lastra, scattò, continuò a cambiare lastra e scattare, farfugliando, soffocato dal drappo: – Ecco, ora sì, così va bene, ecco, ancora, così ti prendo bene, ancora. Non aveva più lastre. Uscì dal drappo. Era contento. Bice era davanti a lui, nuda, come aspettando. – Adesso puoi coprirti, – disse lui, euforico, ma già con fretta, – usciamo. Lei lo guardò smarrita. – Ormai ti ho presa, – disse lui. Bice scoppiò a piangere. Antonino scoprì d’essere innamorato di lei il giorno stesso. Si misero a vivere insieme, e lui comprò apparecchi dei più moderni, teleobiettivi, attrezzature perfezionate, installò un laboratorio. Aveva anche dei dispositivi per poterla fotografare la notte mentre dormiva. Bice si svegliava sotto il flash, contrariata; Antonino continuava a scattare istantanee di lei che si districava dal sonno, di lei che si adirava con lui, di lei che cercava inutilmente di ritrovare il sonno affondando il viso nel cuscino, di lei che si riconciliava, di lei che riconosceva come atti d’amore queste violenze fotografiche.”

Il sugo della storia è tutto nella frase “Ormai ti ho presa” che Antonino rivolge a Bice.
Non proseguo oltre con il dipanarsi della storia, per non togliere del tutto il piacere della lettura a chi non avesse ancora letto questo magnifico racconto di Calvino: esso incarna a pieno il tema degli amori difficili: è un amore difficile quello di Bice nei confronti di Antonino e, viceversa, quello di Antonino nei confronti della sua realtà ideale, totale, che ricerca nei continui scatti all’ormai sua Bice e che è sempre più irraggiungibile.

Più in generale però, Calvino centra a pieno il rapporto tra il fotografo e la realtà: esso è un amore difficile, a tutti gli effetti. Il fotografo cerca continuamente, attraverso i suoi scatti, di possedere e far sua la realtà, ma non ci riesce mai: egli può solo possederne una piccola porzione alla volta e, mentre possiede quella piccola parte, tutta la restante gli sfugge. Per questo, secondo Antonino, la fotografia conduce o alla stupidità o alla pazzia: il fotografo sarà sempre insoddisfatto, non raggiungerà mai l’appagamento del suo desiderio di possedere e far sua tutta la realtà.

È per questo, allora, che si comincia a far fotografie e non si può più smettere: secondo un titanismo tipico dell’uomo contemporaneo, la fotografia è uno dei mezzi con i quali l’uomo cerca di lottare contro la sua finitezza, contro lo scorrere incessante del tempo, contro il caos della realtà; la fotografia è un piccolo dispetto che facciamo all’Universo, alla sua infinità e alla sua indeterminatezza. Scattiamo una foto, la guardiamo soddisfatti, convinti di aver preso possesso della realtà; ma resteremo sempre inappagati, continuamente alla ricerca di nuove porzioni di mondo e tempo da poter dominare, pur consapevoli del fatto che è una guerra persa sin dall’inizio e che dovremo accontentarci di vincere infinitesimali e irrilevanti battaglie della durata d’un istante.

Danilo Iannelli

 

A volte uno si crede incompleto ed è soltanto laureato (e pure italiano)

Dopo circa due settimane dalla discussione della tesi magistrale, dopo aver superato tutti i postumi delle sbornie dei brindisi dei festeggiamenti e l’onirico ottundimento dei sensi derivante dalla sensazione di “incredibile, ce l’ho fatta!”, arriva, inevitabile ed esatta, come una bolletta a fine mese, la gravosa e irresolubile domanda: “e adesso?”.

Già, perché aver conseguito una laurea, aver finalmente raggiunto l’obiettivo di lunghi anni di studio, per cui si è sofferto di ansie più o meno giustificate, per cui si sono perse diverse diottrie sui libri e si è visto spuntare non pochi capelli bianchi, non è come lo si crede. Sì, la felicità è tanta, soprattutto nei primi giorni: ci si sente leggeri, sgravati, come su una nuvola, mentre tutti brindano con te e ti chiamano “dottore, dottore” (e talvolta, ti viene il dubbio che magari ti prendano anche un po’ per il culo) e si assiste, trasognati, a questo trionfo.

Poi però, superata questa fase, arriva dunque la consapevolezza e, con questa, la suddetta inevitabile domanda: “e adesso?”. Sì, perché usciti dal tunnel dell’università, dove ad ogni modo, nel bene o nel male, si possedeva un percorso già stabilito, guidato, verso un obiettivo, ci si ritrova nel mare magnum del mondo, senza regole scritte da seguire, senza un vero e proprio percorso predefinito al quale potersi affidare. E allora si rischia di perdere la rotta, di smarrirsi in questo oceano di possibilità e impossibilità, e ci si rende conto che ad ogni modo l’università ci ha protetti ed è stata un ritardatore di questo momento di scelta.

Ed è forse questo uno dei principali motivi per cui moltissimi studenti, dopo il diploma, si avvicinano, pur senza una reale passione o attitudine per un campo di studi, al mondo accademico: per ritardare questo momento di scelta, per mantenere ancora un po’ quello stato larvale e puberale che caratterizza in un certo modo lo studente: finché ci si sta formando, appunto, è impossibile sapere quale sarà la forma finale; e allora studio e rimando, ancora per un po’, questa terribile scelta.

Ma poi c’è chi la propria facoltà la sceglie per passione e allora, in questo caso, la questione diventa forse ancora più complicata. Difatti, nel nostro Paese, uno studente che intraprende una facoltà umanistica – nella fattispecie quella di Lettere – per quale motivo potrebbe farlo se non, appunto, la coltura di una passione? Non cito nemmeno gli impietosi dati di occupazione per questo tipo di studi: basta digitare su Google per farsene un’idea e deprimersi notevolmente. E inoltre chi, come il sottoscritto, si ritrova a scegliere una facoltà umanistica in Italia deve anche combattere contro quella percezione – sicuramente realistica, dati alla mano, ma certamente poco stimolante – unicamente utilitaristica della carriera accademica, che vede dunque in questo tipo di studi unicamente una perdita di tempo, una mancanza di voglia-de-lavora’ e che porta spesso a semplificazioni e banalizzazioni poco lusinghiere per lo studente.

Perché questa depressione post-lauream non è dettata unicamente dalla scarsità di offerte lavorative offerte dal nostro Paese, ma anche e soprattutto dal contesto sociale nel quale il neo-laureato è immerso: un contesto nel quale egli spesso può condividere le sue gioie e le sue ansie unicamente con i propri colleghi – e, se si è fortunati, con la propria famiglia; dove la cultura viene continuamente vilipesa e sminuita e, anzi, diventa giorno dopo giorno sempre più un malus più che un bonus; un contesto nel quale spesso e volentieri vanno avanti i figli-di o gli amici-di e nel quale bisogna scendere a compromessi per di inseguire i propri sogni; un contesto nel quale sembra essere bandita ogni mediocrità – nel senso più positivo, classico del termine – e si è sottoposti a una continua ansia da prestazione per il raggiungimento dell’eccellenza – “ci hai messo tutto questo tempo e nemmeno 110 e lode hai preso? E allora non sei nessuno!” – e nel quale la formazione e l’acquisizione delle conoscenze non sembra mai essere sufficiente e avere fine – “L’inglese? Eh, beh, lo devi conoscere. E un’altra lingua? Eh, almeno un’altra lingua la devi conoscere. E il computer, lo sai usare? Excel? È importante eh. E i social? E Linkedin? E il Master? Non lo fai il Master? E all’estero? Non ci sei stato a studiare all’estero? Eh va be’, allora, che vuoi, famme capi’?!

Un neo-laureato, in Italia, è molto spesso bloccato in questo limbo di mediocrità, sospeso tra eccellenza e grossolanità, nel quale se non si rappresenta un’eccellenza nel proprio campo si diventa, agli occhi dei più, un signor nessuno e allora tanto valeva non averla fatta proprio ‘sta benedetta università.

E allora, consapevole di non essere un genio, citando il titolo di una poco nota canzone di Caparezza, mi chiedo: “chi cazzo me lo fa fare?
E viene anche alla mente il celebre Smetto quando voglio e su tutte la scena, interpretata da Pietro Sermonti, nella quale un laureato in Antropologia, per tentare di convincere un datore di lavoro ad assumerlo, cerca di convincerlo appunto di non aver mai intrapreso la carriera accademica e, tantomeno, di aver completato gli studi superiori.

Concludendo, riprendiamo Calvino e, umilmente chiedendo permesso, modifichiamo leggermente una sua celebre frase, tratta da Il visconte dimezzato: a volte uno si crede incompleto ed è soltanto laureato (e pure italiano). E ciò mi riporta alla mente dei versi, provenienti dalla mia adolescenza, di Sabbie mobili di Marracash, eloquenti per quanto riguarda il tema qui affrontato, ma anche molto pertinenti alla descrizione dello stato in cui versa chiunque abbia intenzione di esprimere la propria creatività in questo Paese:

Penso spesso che, potrei farlo (sì)/
Andare via di punto in bianco, cosi, altra città, altro stato (ah)/
Potrei se avessi il coraggio/
Ho un orizzonte limitato, è follia stare qua/
È miraggio (follia), che basti essere capaci/
Quanti ne ho visti scavalcarmi (ah), rampolli (ah), rapaci (ah), raccomandati/
Quanti ne ho visti fare viaggi, e dopo non tornare (ah)/
E restare (ah), spaccare (ah) e affermarsi/
Qui non c’è il mito di chi si è fatto da solo/
Perché chi si è fatto da solo di solito è corrotto/
Se sei un ragazzo ambizioso in un sistema corrotto/
Non puoi fare il botto e non uscirne più sporco (ah)/
Nessuno lascia le poltrone, niente si muove (zero)/
Nessuno osa e nessuno da un’occasione (sì)/
Impantanati in queste sabbie mobili, si muore comodi/
Lo stato spreca i migliori uomini/”

Danilo Iannelli


Cito infine l’articolo La facoltà di Lettere spiegata ad un pluripregiudicato del mio collega e amico Emiliano Pagliuca, di grande ispirazione per l’atmosfera tipicamente disillusa di questo mio articolo.

L’esigenza della scrittura

“Scrivo perché non ero dotato per il commercio, non ero dotato per lo sport, non ero dotato per tante altre, ero un poco…, per usare una frase famosa [di Sartre], l’idiota della famiglia… In genere chi scrive è uno che, tra le tante cose che tenta di fare, vede che stare a tavolino e buttar fuori della roba che esce dalla sua testa e dalla sua penna è un modo per realizzarsi e per comunicare.”

Così risponde Italo Calvino ad una delle tante domande a tema sul “perché scrivi?”, che personalmente da amici, ammiratori e giornalisti gli sono state poste nel tempo della sua vita.

Eppure, in questa dichiarazione in cui traspare un’idea di scrittura come ultimo salvagente per gli incapaci, si innalza, nella descrizione del mestiere dello scrittore, a toni bassi e quasi comici, un moto d’orgoglio accompagnato da un istinto indomabile e implacabile. Continua a leggere

“Ebbrezza della debolezza”: un elogio alla pesantezza

Fino a qualche anno fa non avrei mai pensato di poter scrivere nero su bianco riguardo la leggerezza e la pesantezza e sicuramente non avrei mai pensato di poter diventare una partigiana del lato oscuro. Ebbene sì, in un mondo in cui la tecnologia cerca materiali sempre più leggeri per le sue creazioni e la massima aspirazione dell’uomo è quella di poter volare, prima verso mete galattiche e poi con ali proprie al di sopra delle nuvole, c’è ancora chi elogia la pesantezza, con i piedi ancorati ben a terra e la testa un po’ più su. Continua a leggere