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Internet: un posto libero?

Quando si parla di internet vi si pensa come un’arena senza limiti né confini all’interno della quale l’utente può fare praticamente tutto. In realtà però, e più spesso di quanto si pensi, non è così. Un fattore tanto conosciuto quanto sottovalutato è infatti la censura di internet.

Quando vi si riferisce si parla soprattutto del controllo che i governi esercitano su internet bloccando le comunicazioni e lo scambio di informazioni, oppure tenendo opportunamente sotto controllo gli organi di stampa e i social network. Questa censura può essere effettuata o dai governi stessi, o da società private sovvenzionate da chi controlla il potere nel Paese, o da apposite autorità di controllo statali.

Il primato va alla Cina, seguita da Siria e Iran. Paesi come gli Stati Uniti, l’India, la Corea del Nord o il Brasile, nei quali è presumibilmente ipotizzabile possa esserci un controllo di internet da parte del governo, non sono classificabili in quanto non vi sono dati né mezzi per monitorarli.

In Paesi come Siria, Bahrain e Iran il monopolio statale delle infrastrutture consente di bloccare l’accesso a internet a comando, o di rallentare la connessione in momenti delicati quali elezioni o proteste di piazza. Quest’opera di censura e sorveglianza di Internet non sarebbe però possibile senza gli strumenti sviluppati dalle aziende del settore privato che hanno sede nei paesi occidentali. L’Information Network Security Agency dell’Etiopia ha rintracciato i giornalisti dissidenti negli Stati Uniti grazie a spyware forniti da Hacking Team, un’azienda italiana. Anche l’NSA ha utilizzato i servizi di VUPEN, una società francese specializzata nell’individuare e sfruttare le falle nella sicurezza. Non sono però solo le aziende private a fornire materiale dei nemici della libertà di navigazione online: la Russia ha esportato il suo sistema di sorveglianza SORM in Bielorussia e Ucraina. La Cina, specializzata nel controllo delle informazioni da prima che fosse eretta la Grande Muraglia, supporta l’Iran nella creazione di un’Internet Halal, una rete nazionale autarchica e indipendente dal World Wide Web, e nell’identificazione dei reati informatici; sempre la Cina starebbe lavorando col Governo dello Zambia per installare una rete di sorveglianza Internet, a cominciare dal blocco dei siti indipendenti Zambia Watchdog e Zambia Reports; la stessa Cina che presente anche in Uzbekistan da ZTE , principale fornitore del paese di modem e router.

Nella foto sono evidenziati in verde i Paesi dove non vi è evidenza di filtri e con sfumature d’intensità crescente di viola i Paesi con una censura via via più pervasiva.

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Il 12 marzo si celebra la Giornata mondiale contro la cyber censura, con lo scopo di porre l’attenzione su un tema che viene spesso e volentieri, soprattutto in Occidente, snobbato in quanto ritenuto forse troppo distante, forse impossibile da vedere anche a queste latitudini del mondo.

Questa giornata, indetta dal 12 marzo del 2010, è promossa dall’organizzazione non governativa denominata Reporter senza frontiere, il cui obiettivo è evitare che venga eliminato il diritto di ognuno ad esprimere la propria opinione. Fondata nel 1985 dal giornalista francese Robert Ménard a Parigi, ma con ormai sedi dislocate in tutto il mondo, Reporter senza frontiere pubblica una sorta di classifica della libertà di stampa in cui vengono presentati il numero di giornalisti uccisi e il Paese in cui è accaduto. Nella classifica del 2019 l’Italia è rimasta stabile rispetto agli anni precedenti e questo  non è un bene: ci attestiamo infatti al quarantatreesimo posto. La posizione non lusinghiera dello scorso anno viene motivata citando la proposta dell’ex ministro dell’Interno di togliere la scorta a Roberto Saviano, dagli attacchi degli esponenti del movimento che insieme al partito del suddetto ex ministro componeva il governo di coalizione alla categoria dei giornalisti e dalle continue minacce nei confronti di alcuni professionisti, soprattutto nel Sud Italia: casi come quello di Paolo Borrometi, giornalista siciliano, collaboratore di Agi e fondatore de La Spia, che vive sotto scorta dal 2013.

Paolo Palladino

SITOGRAFIA:

Cina: La censura ai tempi dei Social Media

Si potrebbe pensare che lo sposalizio tra social media e regimi autoritari sia una di quelle relazioni destinate a finire male. Di fatto, i social media – soprattutto in occidente – sono sempre stati percepiti come un angolo di assoluta libertà: libertà di parola, di pensiero, una libertà che talvolta è stata definita eccessiva e problematica, soprattutto in questo periodo di polarizzazione politica.
Paesi come la Cina li stanno sempre più utilizzando come strumento per mantenere e capitalizzare il proprio potere attraverso un complessissimo sistema di censura.
In linea teorica, lo spazio libero che fornisce Internet dovrebbe essere visto come una avversità per i paesi autoritari, a meno che questi non riescano a raggiungere una economia di scala che permetta di controllarne i continui flussi di contenuti, deviando e censurando le sorgenti d’informazione per perseguire scopi nazionali. Proprio la Cina – una dei leader del settore hi-tech – è riuscita, grazie al proprio regime autoritario e alle prodezze tecnologiche, a creare un sistema di censura che sta venendo osservato, studiato e implementato dagli altri regimi autoritari del globo. Per capire meglio questo sistema, è giusto soffermarsi per spiegarne meglio il funzionamento e la sua incredibile complessità.

A differenza dell’occidente, nel quale i social media sono nelle mani di poche grandi multinazionali, in Cina questi sono divisi tra centinaia di provider. Ciascun provider conta al proprio interno 1000 censori, a livello provinciale vi sono in media tra i 20 mila e i 50 mila “poliziotti di Internet” mentre a livello nazionale il web è monitorato da un esercito composto tra 250 e 300 mila manipolatori dell’opinione pubblica e commentatori legati al partito, definiti anche come “esercito dei 50 centesimi”.
Questo enorme numero di agenti governativi viene implementato poi in tre strumenti con la quale vengono censurate le informazioni.
Il primo è il “Great Firewall of China”, una sorta di Grande Muraglia Cinese 2.0 la quale blocca l’accesso a determinati siti web, limitando ed eliminando l’accesso al mercato ad aziende “digitali” straniere, o informazioni in uscita ed entrata al paese.
Il secondo sistema di censura è il keyword-blocking. Banalmente, viene bandita l’utilizzo di una specifica parola o frase nei social network. Questo sistema si rileva inadeguato, dato che dà la possibilità agli utenti di utilizzare analogie e metafore che mirano ad evitare la censura dei contenuti.
Il terzo e ultimo elemento è il controllo diretto da parte dei censori, i quali leggono personalmente tutti i post decidendone la ammissibilità o meno. È indubbiamente la forma più rigida e meno evasiva di controllo.
Al momento, il caso della Cina è il più grande sistema di censura al mondo, che vede ogni giorno coinvolti un esercito di più di un milione di persone al fine di revisionare, eliminare e bloccare contenuti. Un sistema che però non sempre è perfetto.
A livello locale, i censori possiedono un certo grado di autonomia che talvolta si scontra con le necessità governative, le quali – al di là di queste piccole divergenze – prevaricano sempre. Divergenze che indubbiamente sono fisiologiche, considerando l’enorme quantità di individui e agenzie facenti parte di questo sistema. In ogni caso, le operazioni di censura in qualsiasi livello sono univoche e portano ad attivarsi migliaia di censori in qualsiasi livello della scala gerarchica, dall’agenzia di stampa locale fino alla Xinhua ed ai vertici di partito.

L’obiettivo della censura è peculiare: non vengono censurate le critiche nei confronti del governo ma bensì tutte quelle tematiche che hanno un “potenziale di azione collettiva”. Quest’ultima – utilizzando una definizione dell’Enciclopedia Britannica – si riferisce “ad una azione intrapresa da un gruppo di persone con il fine di migliorare il proprio status raggiungendo un obiettivo in comune”.
Per il sistema di censura cinese, la vera minaccia risiede non tanto nei confronti del criticismo verso il governo ma negli individui esterni all’apparato governativo che, perseguendo obiettivi in comune, possono ledere al delicato status quo imposto dal partito. I sopracitati obiettivi potrebbero essere di varia natura: da proteste o manifestazioni organizzate e proiettate al di fuori di Internet fino all’incitamento delle stesse. 

La conferma del funzionamento di questo sistema è dato da una ricerca di Harvard che sottolinea come vengano censurate sistematicamente delle “bolle di interazione” (un aumento repentino di post su una determinata tematica a seguito di un evento importante, es. l’arresto di un oppositore politico) su tematiche particolarmente cariche di “potenziale di azione collettiva”. Nello specifico, solitamente le news internazionali o nazionali non riscuotono eccessivamente l’interesse dei censori, che si concentrano maggiormente nella eliminazione di post riguardanti eventi organizzati dal basso (ovviamente extra-governativi), post con soggetto l’operato dei censori stessi e la pornografia. Quest’ultima viene perlopiù censurata in quanto considerata immorale e lesiva nei confronti della salute, dunque è una tematica al di fuori delle meccaniche di azione collettiva.
Curioso invece è come vengano censurati (circa l’80%) sia i post a favore che contro la Repubblica Popolare Cinese, in particolare nel contesto di eventi ad alto potenziale di azione collettiva. Possiamo dunque affermare come sia sbagliato il preconcetto che vengano eliminate solamente le critiche allo stato. Il criticismo non minaccia in alcun modo la tenuta al potere del Partito Comunista: queste possono essere mosse liberamente, al contrario vengono scoraggiate le azioni collettive che possono portare caos ed instabilità nel paese.
In breve, nei social media cinesi vi è un alto grado di libertà individuale ma al livello collettivo vi è un imponente sforzo di silenziamento di espressione.
La ricerca di King, Pan & Roberts operativizza quanto riportato fino ad ora.

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figura 1

Come l’immagine qui sopra indica (figura 1), i contenuti che possiedono un maggiore indice di potenzialità di azione collettiva sono sistematicamente censurati in quantità maggiore rispetto ai post sprovvisti di tale qualità. Inoltre, viene confermato il fatto che la censura non differenzia tra supporto o critica al governo, optando dunque per una totale sterilizzazione del tema da qualsivoglia opinione in contesti di azione collettiva. Al contrario, vi è poca attenzione per le critiche (o il supporto governativo) in tematiche con basso potenziale. Possiamo dunque affermare che i post non vengano eliminati in base al proprio contenuto ma al fattore di azione collettiva.

Riguardo a quest’ultimo argomento King, Pan & Roberts ci offrono una lista di tematiche – da loro prese in analisi nel 2011/2012 – ordinate dalla più fino alla meno sensibile per la censura cinese. La figura qui sotto le riporta ordinatamente.

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figura 2

L’immagine conferma sia la figura 1 che quanto affermato in questo articolo. In primis, i post che riguardano news e politiche governative – al di là delle opinioni espresse – non riscuotono l’attenzione dei censori che si concentrano maggiormente su pornografia, criticismo verso sé stessi e azioni collettive potenziali. Tutte e tre sono caratterizzate da alti livelli di revisione, lettura e eliminazione dei contenuti. Inoltre, ciò che contraddistingue la mole di censura all’interno della categoria “collective action” è la potenzialità della stessa: le proteste nella Mongolia interna sono ritenute più “cariche” di azione collettiva rispetto alla corsa per il sale dopo il terremoto di Fukushima del 2011.

Concludiamo infine con l’analisi di due eventi ad alta potenzialità di azione collettiva e la bolla di interazione correlata ad essi.

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figura 3

Il primo caso in analisi è quello di Chen Fei, un pittore ed esperto di cinema cinese. Tra le sue attività, nel paese è divenuto famoso per il proprio attivismo ecologista che ha portato – nel 2012 – alla creazione di una “lotteria ambientale” al fine di salvaguardare l’ecosistema di alcune località nello Zhejiang. La bolla di interazione scoppia tra marzo ed aprile 2011 quando un giornale locale della città di Wenzhou ha espresso il proprio supporto per l’artista, aumentando drasticamente le interazioni sul web riguardo questo evento. Seppur Chen Fei sia supportato dal governo, i post che riguardavano tale iniziativa sono stati in gran numero censurati: è noto alle autorità il grande potenziale di mobilità che il pittore può attivare nella società civile.
Nella prima metà degli anni 2000, Fei riuscì con successo a mobilitare la società civile affinché venisse promulgata una legge che riguardasse la regolazione dell’utilizzo dei sacchetti in plastica.Essendo la lotteria ambientale un evento ad alto potenziale di azione collettiva, le autorità hanno dunque preferito attivare la grande macchina della censura.
Come dimostra il grafico qui riportato, la maggior parte dei post riguardanti la vicenda sono stati eliminati mentre i pochi contenuti non censurati non riguardano direttamente l’evento ma condividono solamente delle parole chiave che le fanno apparire nella ricerca. Inoltre, lo sforzo dei censori si concentra specialmente durante i boom di interazione, nella quale la possibilità che nasca una azione collettiva è più alta. Una volta esplosa la bolla, grazie al sistema di censura, le interazioni calano vertiginosamente fino a ritornare alla posizione iniziale, antecedente al fatto.

Un caso analogo si ha nella immagine a fianco, durante le proteste dello Zhengcheng. Il 10 giungo 2011, Wang Lianmei e Tang Xuecai furono malmenati davanti all’ingresso di un supermercato da un agente governativo. La sfortunata vicenda della coppia, entrambe provenienti dal Sichuan ed emigrati per lavorare nello Zhengcheng, scosse immediatamente la comunità di lavoratori emigrati nella provincia, che si radunarono a migliaia nella città di Xintang protestando contro la corruzione e creando numerosi disagi in tutta la regione. La censura di post che riguardavano il Zengcheng è rimasto relativamente basso fino a giugno, mese nella quale le proteste sono nate, in cui la bolla di interazione è stata immediatamente domata dagli agenti governativi.
Come nel caso precedente, non la totalità dei contenuti è stata censurata dato che alcuni di questi non riguardavano direttamente l’evento ma apparivano nelle ricerche a causa di lettere chiave condivise con il fatto principale. Una volta domata l’opinione pubblica e scoppiata la bolla, i livelli di censura e interazione sono ritornati a quelli iniziali.

In conclusione, comprendere il sistema di censura ci aiuta a derivarne delle implicazioni pratiche sulle direttive del partito. I social – così come in occidente – funzionano come una sorta di cartina tornasole per il partito, fungono da strumento: esso può comprendere i malumori della popolazione, legittimarsi maggiormente attraverso le critiche (dato che l’assenza di queste comporta indirettamente una bassa legittimità di questi) e, infine, fin dove si estende il potere locale e quello del governo. Le critiche dunque sono viste in maniera positiva, dato che svolgono la funzione di rinforzare il partito. Nel complesso, possiamo inoltre concludere che il buon funzionamento di questo sistema indica una grande tenuta di potere del partito comunista ed il benestare di quest’ultimo, anche se ciò avviene ad un grande costo per la società civile.

Leonardo Sartori

Dell’Aria viziata: kaputt la prof per colpire gli alunni

Il 27 gennaio 2019 in occasione della Giornata della Memoria, gli alunni del secondo anno di una classe dell’Istituto Tecnico Industriale Vittorio Emanuele III a Palermo proiettano in aula magna una presentazione, da loro realizzata, nella quale mettono a confronto massicce violazioni dei diritti umani accadute nel passato con altre proprie del momento odierno e pensata come una più ampia occasione di riflessione sul presente nella Giornata della Memoria.

In primis pongono a confronto, la negazione dei diritti degli ebrei perpetrata dalle leggi razziali fasciste del 1938 e quella portata avanti dal Decreto Sicurezza del 2018 nei confronti di immigrati e richiedenti asilo. Si confrontano inoltre la ripartizione delle quote di profughi ebrei, costretti ad abbandonare l’Europa, tra i 32 stati partecipanti alla Conferenza di Evian del 6-15 Luglio 1938 e la divisione delle quote di accoglienza all’interno degli stati membri UE, operata nel Vertice di Innsbruck del 12-13 Luglio 2018. Si mettono a confronto poi il rastrellamento del ghetto di Roma e la deportazione degli ebrei nell’Ottobre del 1943 con lo sgombero del C.A.R.A. di Castelnuovo di Porto (RM) ed il trasferimento in altra sede degli immigrati ivi ospitati, del Gennaio 2019.

L’episodio datato Maggio 1939 del Transatlantico tedesco St. Louis, costretto a rientrare in Europa a seguito del rifiuto di diversi stati di far sbarcare ed accogliere i 963 esuli ebrei tedeschi a bordo, è confrontato con quello della Seawatch 3, nave della omonima ONG tedesca, che il 19 Gennaio scorso ha salvato dal naufragio 47 persone, di cui 13 minorenni non accompagnati, nelle acque internazionali difronte le coste libiche ed  era bloccata alla fonda fuori dal porto di Siracusa senza l’autorizzazione ad attraccare (concessa il 31 Gennaio successivo, dopo dodici giorni dal salvataggio).

Il censimento degli ebrei nel 1938 viene messo a confronto con il censimento dei Rom adombrato nella primavera del 2018 dal neoministro dell’Interno ed ancora la condizione dei detenuti nel campo di concentramento nazista di Aushwitz paragonata a quella dei migranti rinchiusi nei campi profughi libici.

Gli studenti si chiedono infine che cosa significhi quindi celebrare un Giorno della Memoria e danno la seguente risposta: “Significa impegnarsi per protestare contro quello che accade oggi, e non lasciarsi manipolare da una politica nazionalista e xenofoba che rischia di ripetere gli errori di allora!”. La presentazione costituisce insomma il risultato finale di un lavoro collettivo durato qualche mese, nella quale gli studenti hanno sottolineato le similitudini da loro rilevate negli episodi messi a confronto. La verità rivelata? Decisamente no! Una loro opinione? Certamente. Magari con alcuni confronti un po’ forzati? Probabilmente sì. Un pensiero, mal ragionato e poco approfondito? No! Semplicemente formulato con gli occhi di un quattordicenne.

L’indomani, con un tweet indirizzato al Ministro della Pubblica Istruzione Bussetti, la notizia, viene mistificata e diffusa in rete, da un attivista di estrema destra, il quale sostiene che gli studenti, obbligati da una professoressa, avrebbero paragonato Salvini ad Hitler. Il giorno ancora seguente la sottosegretaria leghista ai Beni Culturali Borgonzoni rilancia minacciosamente su Facebook: “Già avvisato chi di dovere”. L’accaduto quindi, non passa inosservato al MIUR e l’ispezione dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Palermo non si fa attendere. L’istruttoria del Provveditore Anello, seguita alla visita degli ispettori nel plesso scolastico, si conclude, sentite tutte le parti, qualche settimana fa. La sanzione disciplinare della sospensione dall’insegnamento per 15 giorni (a decorrere dallo scorso 11 maggio) ed il dimezzamento dello stipendio, viene comminata a Rosa Maria Dell’Aria, professoressa di Italiano e Storia nella classe che ha realizzato il video, rea secondo il Provveditorato di “non aver vigilato” sul contenuto del lavoro dei suoi studenti, giudicato “offensivo”. Lei, che si dice molto amareggiata e particolarmente ferita dall’accaduto, si difende: “In questo video io ritengo che non ci fosse nulla di offensivo e soprattutto è stato prodotto senza alcuna intenzione di fare politica, come mai ho fatto in tutta la mia carriera scolastica!” e aggiunge: “Ho sempre lasciato che i ragazzi sviluppassero le loro libere opinioni, il loro libero pensiero, che è la finalità propria dell’insegnante e dunque la mia, invitandoli a leggere e a documentarsi sui giornali!”.  

La notizia del provvedimento disciplinare nei confronti della professoressa Dell’Aria viene rilanciata da molti quotidiani nazionali e nella mattinata del 16 Maggio scorso gli agenti della DIGOS di Palermo si presentano al Vittorio Emanuele III per raccogliere ulteriori informazioni, dalla preside e dagli altri docenti, in merito a quanto effettivamente accaduto. Non aver vigilato sul contenuto di una presentazione dei propri studenti, giudicata a posteriori offensiva da parte del Provveditorato, equivale a dire che la professoressa per tenere un comportamento disciplinarmente corretto, avrebbe dovuto censurare preventivamente o quantomeno stravolgere diffusamente il contenuto del video stesso. Ricordo che la Costituzione Italiana all’art.21 comma1 stabilisce che: “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, quindi vien difficile comprendere per quale motivo una professoressa dovrebbe limitare o comprimere un diritto riconosciuto ai suoi alunni, in nome di ciò che viene considerato offensivo o meno da un ufficio amministrativo, esso stesso non legittimato ad esercitare tale potere, semmai riservato alla legge. A maggior ragione considerato il fatto che la stessa Costituzione all’art. 33 comma 1 recita: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.”, cui è difficile far risalire la legittimità del provvedimento preso dallo stesso ufficio, volto a sindacare il metodo e il contenuto dell’insegnamento della docente.

Faccio mio infine il pensiero delle Senatrici a vita Liliana Segre ed Elena Cattaneo, espresso in una nota congiunta riguardante la vicenda: “Sono, inoltre, del tutto incomprensibili le ragioni che vedono gli organi di polizia entrare nella scuola per <ricostruire l’accaduto>”. Cui aggiungono un finale meno amaro dell’attuale: “Alla ferita democratica inferta da una articolazione dello stato deputata all’ordine pubblico che entra in una scuola per interessarsi di un lavoro didattico frutto della libera elaborazione di alcuni studenti nell’ambito delle attività per il Giorno della Memoria vorremmo rispondere con l’invito che rivolgiamo alla Prof.ssa e ai suoi alunni presso il Senato per accoglierli nel cuore dell’istituzione repubblicana che sulla Costituzione e i suoi valori trova il suo fondamento”. Buona resistenza a tutti!

Luca Fiorentino


Sitografia:

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2019/05/16/news/palermo_a_scuola_un_video_accosta_salvini_al_duce_sospesa_una_docente-226386257/

https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2019/01/25/sea-watch-3-siracusa-italia

https://www.repubblica.it/politica/2019/05/17/news/prof_sospesa_zingaretti_grasso-226496162/?refresh_ce

https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2019/05/17/segre-cattaneo-invitano-prof-sospesa-senato_CAQwROGsdVEx7UIQ4mNLYJ.html

https://www.facebook.com/PietroGrasso/videos/369592720332327/?v=369592720332327

Un articolo sine ira et studio su Sine ira et studio

Se non vi è capitato di vedere nella vostra home di Facebook il video o almeno uno spezzone del video tratto dal TG di La7 in cui Enrico Mentana si rivolge a Matteo Salvini può esserci solo un motivo: non siete entrati su Facebook negli ultimi giorni. Nel caso in cui invece lo abbiate visto, è doveroso fare una breve premessa, per ricostruire lo scenario che ha portato a questo spezzone epocale della televisione italiana.

Tutto parte ovviamente dal ministro degli interni Matteo Salvini, che nel corso di un comizio a Legnago del 12 maggio scorso, si è scagliato contro i telegiornali, già più volte protagonisti dei quotidiani j’accuse del leader leghista:

“Vi sfido: fate un esperimento, andate a guardare stasera i telegiornali, Tg1, Tg5 o La7. Non affronteranno nessuno degli argomenti dei quali stiamo parlando qui in piazza, ma parleranno solo di fesserie di cui non importa nulla a nessuno”.

Non si è fatta attendere la replica da parte di esponenti dell’opposizione, tra cui il candidato alle europee nelle liste del PD Massimiliano Smeriglio:

“Salvini il censore se la prende oggi con Tg1, Tg5 e La7, siamo all’editto di Legnago. Il vicepremier e ministro dell’Interno, che ha costruito la sua fortuna politica negli studi dei talk ed oggi è presenza fissa nei telegiornali, compresi quelli che attacca, dimostra di non avere il benché minimo senso della realtà. Ha un’idea dell’informazione molto simile a quella del suo amico Putin.”

Quello che però non ci si sarebbe mai aspettati è la risposta da parte di uno dei diretti interessati. O meglio, non ce lo si sarebbe mai aspettato se non si conoscesse la persona in questione, negli ultimi anni sempre più al centro dell’attenzione sui social network per la sua tempestività e acrimonia nel rispondere alle critiche e ancor di più ad attacchi personali spesso e volentieri ingiustificati.

La risposta arriva la sera seguente, in apertura dell’edizione serale del telegiornale:

“Come vi accennavo nell’anteprima del giornale, questa sera Salvini tanto per cambiare ha scelto un nuovo obiettivo. Non più conduttori televisivi o scrittori o quant’altro che non gli piacciono ma direttamente i telegiornali. È segno che evidentemente in questo momento lui o chi gli indica gli obiettivi comunicativi ritiene che faccia gioco prendersela con i telegiornali. A noi francamente, con tutto il rispetto per il ministro dell’interno fa un baffo una critica come questa che, a proposito, vi spiego. Ha detto testualmente Salvini in un comizio a Legnago: “Vi sfido: fate un esperimento, andate a guardare stasera i telegiornali, Tg1, Tg5 o La7. Non affronteranno nessuno degli argomenti dei quali stiamo parlando qui in piazza, ma parleranno solo di fesserie di cui non importa nulla a nessuno”. Forse dovremmo parlare del concorso “Vinci Salvini” che ieri è stato lanciato sui social dello stesso ministro dell’interno, forse più seriamente delle famose centinaia di migliaia di rimpatri che un anno fa erano stati promessi in campagna elettorale e che non ci sono stati affatto, ma sicuramente ne avrà parlato nel suo comizio, il ministro dell’interno. Col sorriso sulle labbra ricordiamo a Salvini che abbiamo avuto modo di attaccare e criticare per queste scelte inconsulte di offesa all’informazione chi ha governato prima di lui e con più titolo e per più lungo tempo. Certo, queste cose non fanno paura e francamente non modificano neanche il nostro modo di lavorare che sarà comunque sempre sine ira et studio – anche Salvini ha fatto il classico con noi – nei suoi confronti.”

Bizzarro è il fatto che l’attenzione di molti si sia concentrata sul fulmen in clausola – tanto per restare in tema – in latino e non sul fatto che un ministro degli interni abbia attaccato senza un particolare motivo tre telegiornali e che sia risultata necessaria una presa di posizione forte da parte del direttore di uno di essi, ma d’altronde è più che comprensibile che nel Paese in cui il film “Avengers: Endgame” ha provocato un boom di ricerche su Google del significato del termine “ineluttabile” un’espressione come “sine ira et studio” possa provocare scompiglio.

A renderne particolarmente ostica la comprensione è la differenza tra il significato che oggi viene dato al termine “studio” e quello originale. Traduzione alla lettera è infatti “senza animosità e simpatia” o “senza ira e pregiudizi”.  L’espressione latina è tratta dagli Annales di Tacito, storico romano vissuto a cavallo tra il primo e il secondo secolo dopo Cristo e considerato il massimo esponente della storiografia latina, il quale con queste parole dichiara il suo obiettivo di narrare i fatti storici con assoluta imparzialità, obbiettività e oggettività.

Diversi commenti sono stati inerenti all’errore di utilizzare una citazione colta ed erudita, sottolineando il rischio che questo possa essere visto dai più oltranzisti tra gli elettori salviniani come l’ennesimo tentativo da parte del prossimo di elevarsi a professore. Insomma, c’è chi sostiene che rispondere al becero con il latino sia controproducente. Tuttavia, ed è mia modestissima opinione, non è così: il fuoco non si spegne con il fuoco, ma con l’acqua. Se c’è chi si impegna a dipingere il mondo con tinte fosche per evidenziare quanto c’è di brutto, ci deve essere chi difenda il bello; se c’è chi semina ignoranza, ci deve essere chi accanto a quei semi pianti cultura, sapendo che germoglierà più tardi, ma che sarà più forte; se c’è chi vuole censurare, ci deve essere chi scriva libri, se c’è chi sparge odio, ci dev’essere chi diffonda amore.

Particolarmente importante è poi il riferimento a Tacito da parte del direttore di un telegiornale, perché a quello dello storiografo latino identico è, con le dovute proporzioni, l’obiettivo di Enrico Mentana. Chiaro è il suo intento di portare agli occhi del telespettatore – o nel caso dei suoi post su Facebook, agli occhi dei fan della sua pagina – più modi di vedere il medesimo fatto, tentando di non privilegiare nessuna delle varie ipotesi. Obiettivo che però, più volte, lo ha fatto peccare di cerchiobottismo, portandolo a non schierarsi in occasioni nelle quali sarebbe stata necessaria una presa di posizione più decisa.

Non è questo comunque certamente il caso, e anzi, la fermezza della sua risposta ha già fatto il giro nel mondo, anche nei modi più insospettabili… Quattro giorni fa, infatti, il video del messaggio di Mentana è stato caricato niente meno che su PornHub, giusto per restare in tema d’amore. Non vi lascio il link, ma potete facilmente trovarlo cercando: “Italian Journalist cumshots on Vice-President of the Council of Ministers”. La situazione ci sta sfuggendo di mano.

Paolo Palladino

 

SITOGRAFIA: