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L’app di tutte le app: WeChat

WeChat e la sua anzienda “madre” Tencent nascono a Shenzhen, città che venne indicata come “zona economica speciale” nel piano di crescita e sviluppo promosso da Deng Xiaoping. La piccola cittadina di pescatori nel sud-est del Paese diventa così prima uno dei più importanti centri manifatturieri cinesi, e poi negli anni novanta si trasforma in un polo tecnologico che fa da incubatrice alle neonate aziende digitali che dal tutto il Paese iniziano a stabilire la propria sede lì.

A Shenzhen, l’allora ventisettenne Ma Huateng fonda nel 1998 Tencent, azienda tecnologica che aveva come proprio fiore all’occhiello il servizio di messaggistica QQ, ispirato al softwere israeliano ICQ della startup di Tel-Aviv Mirabilis. L’iinnovazione che Pony Ma, come è principalmente noto adesso Ma Huateng per via della traduzione in Inglese del proprio nome (“Ma” in cinese vuol dire “cavallo”)1, porta rispetto al softwere israeliano la possibilità per ogni utente di accedere al proprio account QQ da qualsiasi computer collegato alla rete, rispetto alla necessità precedente di installare il softwere su una postazione fissa. Ma Huateng fu il primo a intuire che da lì a pochi anni sarebbe esplosa in Cina la vendita di PC, reti private e poi ancora smartphone.

Tre furono poi i passi che permisero a QQ di diventare un prodotto di spicco in tutto il Paese: l’iniziale accordo con la rete telefonica statale della regione in cui si trova Shenzhen, il Guangdong, accordo poi esteso nel 2001 a tutta la Cina, che permetteva le conversazioni tra PC e il sistema di messaggistica dei telefoni cellulari; l’immissione nel softwere di gadget, giochi e avatar acquistabili o sbloccabili che permisero di realizzare nuovi profitti; infine la creazione di una piattaforma QQ per blogger, con la possibilità per gli utenti di personalizzare a pagamento a proprio piacimento il proprio blog.2

Nel 2011 Pony Ma approfitta della nuova accelerazione digitale dovuta alla svolta del 2008 per aggiornare il proprio servizio di messaggistica lanciando WeChat.

Francesco Pieranni, nell’iniziare il proprio libro “Red Mirror. Il futuro si scrive in Cina”, racconta l’arco di un’intera giornata sia completamente costellato dalle interazioni conWeChat: ci si leggono le notizie del giorno mentre si fa colazione, ci si prenota il taxi, ci si mette in carica lo smartphone grazie al proprio Id negli appositi cubicoli all’ingresso dei locali, si paga la consumazione, si cerca il ristorante dove pranzare, ci si controlla il menu e ci si ordina, durante il pranzo ci si può inviare tramite il Qrcode del ristorante buoni sconto e riceverne altri dai propri amici, ci si scaricano i programmi di store virtuali per controllarne il catalogo e fare acquisti, ci si controlla sulle mappe l’ubicazione del prossimo incontro e il tragitto per raggiungerlo, ci si ricevono dagli amici inviti a eventi con tanto di biglietto elettronico e ricevuta di pagamento mediante un’apposita mini-app interna che aiuta a gestire la propria contabilità, ci si scarica la documentazione relativa, ci si prenota la cena e ci si divide in parti uguali il conto.3

Quella descritta da Pieranni è dunque un’intera giornata senza mai uscire da WeChat, che rigorosamente controlla, monitora e immagazzina tutti i dati, chiedendo esplicitamente di essere aggiornato: “A un certo punto tutti i nostri occhi finiscono sul cellulare: WeChat chiede l’update delle nostre informazioni. Ed eccoci, una tavolata intera impegnata a farsi selfie per consentire a WeChat di tenere sotto controllo i nostri dati biometrici.”4

La crescita dell’app ha avuto una svolta improvvisa nel 2014, in occasione del Capodanno cinese, evento che “prevede, oltre che lo svolgimento di spettacolari festeggiamenti, anche lo scambio di doni sotto forma di hongbao, le famose buste rosse contenenti piccole somme di denaro e che originariamente avevano un significato per lo più simbolico (infatti, esistono alcune precise regole riguardo la cifra da elargire, basate su antiche credenze e superstizioni) ma che oggi possono raggiungere importi notevoli.”5

Quell’anno, WeChat inaugurò un servizio che consentiva di spedire buste rosse virtuali, agganciando il proprio conto in banca al proprio profilo WeChat. Solo il primo anno, questo tipo di aggancio fu effettuato da cinque milioni di cinesi, e i numeri sono in costante crescita, fino ad arrivare ai 688 milioni del 2018, ultimo dato reperibile in rete.6

WeChat si identifica quindi come l’app in grado di soddisfare tutti i bisogni dell’utente. Si potrebbe definire come “un gigantesco contenitore che mette insieme Facebook, Instagram, Twitter, Uber, Deliveroo e tutte le app che usiamo.”7

E gli 1,1 miliardi di utenti che mensilmente la utilizzano sono la prova di quanto WeChat abbia saputo rispondere alla necessità cinese di avere tutto a portata di mano in un’unica app, con l’obiettivo di far diventare la schermata di accensione degli smartphone direttamente quella di WeChat anziché Android o iOS.

Il dinamismo creativo e la capacità imprenditoriale di sfruttare in maniera innovativa elementi della tradizione in chiave moderna, uniti all’immensa mole di dati che così si è in grado di processare, sono la vera arma decisiva dell’innovazione digitale, arma che nessuno saprà sfruttare meglio del Presidente Xi Jinping.

Paolo Palladino

1 Liu L., 10 things you didn’t know about Tencent CEO Pony Ma, in “Style”, 31 Agosto 2018. URL: https://www.scmp.com/magazines/style/people-events/article/2162245/10-things-you-didnt-know-about-tencent-ceo-pony-ma

2 Pieranni S., Red mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina, Bari-Roma, Editori Laterza, 2020, pp. 14-15-16-17

3 Ivi, pp. 3-4

4 Ivi, p. 5

5 Hongbao, la tradizione entra nel terzo millennio, in “Essere digitali”, 16 Marzo 2017. URL: https://blog.bhuman.it/hongbao-la-tradizione-entra-nel-terzo-millennio-ae0cd9ff4258

6 Brennan M., WeChat red packets data report of 2018 New Year eve, 18 Febbraio 2018. URL: https://chinachannel.co/2018-wechat-red-packets-data-report-new-year-eve/

7 Pieranni S., Red mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina, Bari-Roma, Editori Laterza, 2020, p. 10

GAFAM vs. BAT

Nel mondo occidentale, l’acronimo GAFAM è ormai piuttosto noto: si tratta di Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft, i cinque colossi dell’industria digitale, giganti capaci in alcuni casi di raggiungere lo stratosferico valore di mille miliardi di dollari.1

Non sono invece in molti a conoscere la risposta cinese ai colossi della Silicon Valley: sintetizzati nell’acronimo BAT, Baidu, Alibaba e Tencent sono i principali competitor rispettivamente di Google (Baidu è il principale motore di ricerca in Cina), di Amazon (Alibaba opera nel settore dell’e-commerce ed è il maggior avversario a livello globale del colosso di Jeff Bezos) e di Facebook (Tencent è l’azienda che ha sviluppato WeChat, di cui parleremo in maniera più approfondita più avanti).2

Il doppelgänger cinese di Apple può essere invece facilmente rintracciato in Huawei, che dopo un lungo tira e molla con l’azienda di Cupertino (dopo lo storico sorpasso di Huawei nelle vendite di smartphone alla fine del 2018 era avvenuto il controsorpasso di Apple al terzo quarto del 2019) sembra essersi stabilizzata la predominanza cinese, che non solo dall’inizio del 2020 è nuovamente sopra Apple, ma che grazie a una crescita costante negli ultimi due trimestri è riuscita per la prima volta a superare le vendite di Samsung, attestandosi come primo fornitore di smartphone al mondo grazie al controllo del 20,2% dell’intero mercato.3

La potenza di fuoco di queste aziende è tale da mettere a repentaglio la sovranità statale? Nel giugno 2019 Mark Zuckerberg lanciò ufficialmente il progetto Libra4, la criptovauta che nelle sue intenzioni avrebbe reso “facile spedire denaro a qualcuno quanto mandargli una foto”,5 come da lui stesso dichiarato il 30 Aprile dello stesso anno al F8, la conferenza annuale di Facebook.6 Scelta fortemente osteggiata dalle autorità finanziarie a causa dell’alto grado di interferenza con le banche centrali che avrebbe potuto avere un sistema finanziario globale che prevedesse costi di gestione assenti, finanche ad arrivare alla mancanza di necessità di possedere un contro corrente.7 La Libra Association ha così lanciato un White Paper, in cui si afferma di aver lavorato “per determinare il modo migliore di sposare la tecnologia blockchain con quadri normativi accettati. Il nostro obiettivo è che il sistema di pagamento di Libra si integri senza problemi con le politiche monetarie e macroprudenziali locali e integri le valute esistenti consentendo nuove funzionalità, riducendo drasticamente i costi promuovendo l’inclusione finanziaria.”8

Se negli Stati Uniti sembra essere stata arginata l’espansione della valuta di Zuckerberg, non è affatto certo che altrove sarà così. Scrivono Francesca e Luca Balestrieri:

“Dopo che Facebook avrà offerto ai suoi 2,2 miliardi di utenti una criptovaluta proprietaria, passerà davvero poco tempo prima che una simile mossa non sia imitata da altre piattaforme globali, in primo luogo da quelle maggiormente impegnate nell’e-commerce come Amazon. […] Negli Stati Uniti la Federal Reserve e il dipartimento del Tesoro sapranno certo disciplinare le nuove criptovalute regolandone l’uso senza indebolire il governo del dollaro; ma quali possibilità avrà la banca centrale del Mali o quella del Kenia di evitare che la moneta di Zuckerberg soppianti la valuta locale nelle transazioni quotidiane? E poiché Facebook l’ancorerà a un cambio stabile, nelle economie più fragili sarà vista come un’opportunità rispetto all’inflazione.”9

Zuckerberg ha però solo seguito il percorso tracciato dalla Cina anni prima. Fin dal 2004, quando fu lanciata da Ant Financial Services Group, filiale di Alibaba, Alipay si è affermata come uno dei servizi di digital payment più diffusi in Cina. Grazie ad Alipay è infatti “possibile effettuare pagamenti mobile ed O2O lasciando comodamente a casa il proprio portafoglio. L’utente può infatti collegare il suo conto bancario all’applicazione, ovvero ad un wallet digitale in cui è possibile gestire i propri fondi, traferire soldi ad altri utenti, fare investimenti, ottenere prestiti, pagare una serie di servizi e molto altro”10, proprio come con WeChat Pay, che per Simone Pieranni è stato artefice di una vera e propria rivoluzione:

“A un certo punto fu possibile collegare il proprio account a un conto bancario cinese […] e finalmente poter comprare qualsiasi cosa con lo smartphone. Da quel giorno anche il portafoglio diventò inutile. Non serviva a niente. Anche le carte di credito, per chi le possedeva, divennero inutili. WeChat lanciò la sfida ai cinesi su due concetti – il tempo e la velocità – trasformando una società clamorosamente dipendente da carta, timbri, passaggi burocratici in una società improvvisamente cashless e senza più la necessità di stampare e timbrare qualsiasi cosa.”11

Insomma la Cina si sta dimostrando sempre di più, anche per i pagamenti, dipendente dalle proprie grandi aziende tecnologiche. L’occidente delle grandi imprese guarda con ammirazione: lo scontro si combatte anche imitando il nemico.

Paolo Palladino

1 Deragni P., Come ha fatto Apple a diventare un colosso da mille miliardi, in “Wired.it”, 3 Agosto 2018. URL: https://www.wired.it/economia/finanza/2018/08/03/apple-mille-miliardi/

2 Signorelli A. D., Chi sono i Bat, i tre campioni high-tech della Cina, in “Wired.it”, 4 Febbraio 2019. URL: https://www.wired.it/economia/business/2019/02/04/baidu-alibaba-tencent-cina-bat/?refresh_ce=

3 Chau M., Reith R., Smartphone Market Shere. Vendor Data Overview, in “IDC”, 22 Giugno 2020. URL: https://www.idc.com/promo/smartphone-market-share/vendor

4 Bottazzini P., Come funziona e come è nata Libra, la criptovaluta targata Facebook, in “Forbes” ,18 Giugno 2019. URL: https://forbes.it/2019/06/18/come-funziona-e-come-e-nata-libra-la-criptovaluta-targata-facebook/

5 Jalan T., Whatsapp at Facebook F8: “Sending money should be as easy as sending photos – Mark Zuckerberg, in “Medianama”, 2 Maggio 2019. URL: https://www.medianama.com/2019/05/223-whatsapp-at-facebook-f8-sending-money-should-be-as-easy-as-sending-photos-mark-zuckerberg/

6 Day 1 of F8 2019: Building New Products and Features for a Privacy-Focused Social Platform, in “Facebook”, 30 Aprile 2019. URL: https://about.fb.com/news/2019/04/f8-2019-day-1/

7 Libra 2.0, la criptovaluta di Facebook cambia strategia, in “Forbes”, 18 Aprile 2020. URL: https://forbes.it/2020/04/18/libra-la-criptovaluta-di-facebook-cambia-strategia/

8 Welcome to the official libra White Paper, in “Libra”. URL: https://libra.org/en-US/white-paper/

9 Balestrieri F., Balestrieri L., Guerra digitale. Il 5G e lo scontro tra Stati Uniti e Cina per il dominio tecnologico, Roma, Luiss University Press, 2019, p. 13

10 Bonaccorso E., Cos’è Alipay: statistiche e funzioni, in “ValueChina”, 4 Ottobre 2019. URL: https://valuechina.net/2019/10/04/alipay-statistiche-e-funzioni-settembre-2019/

11 Pieranni S., Red mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina, Bari-Roma, Editori Laterza, 2020, p. 10

Internet: un posto libero?

Quando si parla di internet vi si pensa come un’arena senza limiti né confini all’interno della quale l’utente può fare praticamente tutto. In realtà però, e più spesso di quanto si pensi, non è così. Un fattore tanto conosciuto quanto sottovalutato è infatti la censura di internet.

Quando vi si riferisce si parla soprattutto del controllo che i governi esercitano su internet bloccando le comunicazioni e lo scambio di informazioni, oppure tenendo opportunamente sotto controllo gli organi di stampa e i social network. Questa censura può essere effettuata o dai governi stessi, o da società private sovvenzionate da chi controlla il potere nel Paese, o da apposite autorità di controllo statali.

Il primato va alla Cina, seguita da Siria e Iran. Paesi come gli Stati Uniti, l’India, la Corea del Nord o il Brasile, nei quali è presumibilmente ipotizzabile possa esserci un controllo di internet da parte del governo, non sono classificabili in quanto non vi sono dati né mezzi per monitorarli.

In Paesi come Siria, Bahrain e Iran il monopolio statale delle infrastrutture consente di bloccare l’accesso a internet a comando, o di rallentare la connessione in momenti delicati quali elezioni o proteste di piazza. Quest’opera di censura e sorveglianza di Internet non sarebbe però possibile senza gli strumenti sviluppati dalle aziende del settore privato che hanno sede nei paesi occidentali. L’Information Network Security Agency dell’Etiopia ha rintracciato i giornalisti dissidenti negli Stati Uniti grazie a spyware forniti da Hacking Team, un’azienda italiana. Anche l’NSA ha utilizzato i servizi di VUPEN, una società francese specializzata nell’individuare e sfruttare le falle nella sicurezza. Non sono però solo le aziende private a fornire materiale dei nemici della libertà di navigazione online: la Russia ha esportato il suo sistema di sorveglianza SORM in Bielorussia e Ucraina. La Cina, specializzata nel controllo delle informazioni da prima che fosse eretta la Grande Muraglia, supporta l’Iran nella creazione di un’Internet Halal, una rete nazionale autarchica e indipendente dal World Wide Web, e nell’identificazione dei reati informatici; sempre la Cina starebbe lavorando col Governo dello Zambia per installare una rete di sorveglianza Internet, a cominciare dal blocco dei siti indipendenti Zambia Watchdog e Zambia Reports; la stessa Cina che presente anche in Uzbekistan da ZTE , principale fornitore del paese di modem e router.

Nella foto sono evidenziati in verde i Paesi dove non vi è evidenza di filtri e con sfumature d’intensità crescente di viola i Paesi con una censura via via più pervasiva.

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Il 12 marzo si celebra la Giornata mondiale contro la cyber censura, con lo scopo di porre l’attenzione su un tema che viene spesso e volentieri, soprattutto in Occidente, snobbato in quanto ritenuto forse troppo distante, forse impossibile da vedere anche a queste latitudini del mondo.

Questa giornata, indetta dal 12 marzo del 2010, è promossa dall’organizzazione non governativa denominata Reporter senza frontiere, il cui obiettivo è evitare che venga eliminato il diritto di ognuno ad esprimere la propria opinione. Fondata nel 1985 dal giornalista francese Robert Ménard a Parigi, ma con ormai sedi dislocate in tutto il mondo, Reporter senza frontiere pubblica una sorta di classifica della libertà di stampa in cui vengono presentati il numero di giornalisti uccisi e il Paese in cui è accaduto. Nella classifica del 2019 l’Italia è rimasta stabile rispetto agli anni precedenti e questo  non è un bene: ci attestiamo infatti al quarantatreesimo posto. La posizione non lusinghiera dello scorso anno viene motivata citando la proposta dell’ex ministro dell’Interno di togliere la scorta a Roberto Saviano, dagli attacchi degli esponenti del movimento che insieme al partito del suddetto ex ministro componeva il governo di coalizione alla categoria dei giornalisti e dalle continue minacce nei confronti di alcuni professionisti, soprattutto nel Sud Italia: casi come quello di Paolo Borrometi, giornalista siciliano, collaboratore di Agi e fondatore de La Spia, che vive sotto scorta dal 2013.

Paolo Palladino

SITOGRAFIA:

La luce in fondo al tunnel (notizie da Hubei)

Qualche giorno fa ho iniziato a tener sotto controllo i dati cinesi. Perché la Cina è stato il primo Paese a fronteggiare la crisi che oggi noi ci apprestiamo ad affrontare. E dai loro dati possiamo imparare molto. E se per settimane abbiamo letto con angoscia i report dall’Oriente, ora le notizie son sempre più rassicuranti. Ad oggi, in Cina, il 72,74% di tutte le persone che son state identificate come infette da Coronavirus (COVID19) sono già guarite.

Mentre ascoltavo la conferenza stampa del Presidente Conte, ho scaricato ed elaborato alcuni dati dal 24 gennaio all’8 marzo specifici della provincia di Hubei, Cina, la più colpita dal virus.

In data 24 gennaio, a Hubei erano stati identificati 549 casi. Nei giorni successivi si è osservata subito una crescita esponenziale dei casi, arrivando presto a 1423 (27 gennaio) e 3554 (28 gennaio). Parallelamente, sono iniziati i decessi, e si è iniziato a registrare qualche guarigione.

Al 30 gennaio, i casi erano 4903, i decessi 162, e i guariti appena 90. A tale data il 94,86% di tutti i casi erano attivi, ovvero persone al momento al momento malate.

I casi attivi son aumentati fino a raggiungere il massimo di 50633 (18 febbraio), per poi iniziare a calare. Infatti, mentre il numero di nuovi casi ha iniziato a scendere sempre più, i nuovi casi di guarigione son aumentati in maniera sempre più importante fino a superare il numero di nuovi casi giornalieri.

Da una settimana a questa parte, è stato registrato un numero di nuovi casi giornalieri che vanno da un minimo di 41 (8 marzo) ad un massimo massimo di 134 (5 marzo), mentre il numero di nuovi guariti, nello stesso intervallo, va da un minimo 1441 (6 marzo) ad un massimo di 2274 (3 marzo).
Il 2 marzo, per la prima volta, il numero di guariti (33934) ha superato il numero di casi attivi (30366).

I nuovi casi sono ormai nell’ordine della decina al giorno, mentre i guariti aumentano con un ritmo di circa 2000 al giorno.

Hubei inizia a vedere la luce.
Ed è ragionevole pensare che noi saremo uno dei prossimi Paesi a fare lo stesso.

Ma non ancora. Per noi il momento più difficile arriva ora. E dobbiamo rallentare il più possibile il virus, seguendo tutte le indicazioni date dalle autorità. Stringiamo i denti, ma teniamolo a mente: queste misure che limitano la nostra vita come non siamo mai abbiamo dovuto fare, sono temporanee. E tanto più le seguiremo ora, tanto meglio usciremo da questa crisi.

Hubei e la Cina ce la faranno, grazie alle misure adottate per contenere l’emergenza. Adesso tocca a noi.
Ognuno di noi deve fare la propria parte.

Nel grafico:
Blu = Casi totali
Nero = Decessi
Verdi = Guariti
Gialli = Casi attivi

grafico

C’è chi disse che chiunque può sapere qualcosa, ma solo pochi possono capirla. Ma oggi abbiamo davvero bisogno che tutti capiscano la situazione e il perché di certe azioni. Perchè abbiamo bisogno di tutti.

Quando si dice che il coronavirus é letale quasi unicamente in anziani o in chi affetto da altre patologie, non si vuole sminuire il problema. Lo si vuole inquadrare.

Non é che la vita di chi soffre di altre condizioni patologiche o ha più di 70 anni non abbia valore. Vale tanto quanto le altre, ma va tutelata più delle altre. Per farlo é importante agire tutti insieme, coesi socialmente.

Quando si prendono iniziative mirate alla prevenzione e al controllo dell’infezione, non significa che moriremo tutti, che l’Apocalisse é ormai arrivata.

Quando si adottano delle strategie di prevenzione, non si fanno per proteggere il singolo, ma la popolazione intera e i gruppi di individui ad alto rischio.
Una altissima copertura vaccinale non serve a proteggere solo il singolo bambino dotato di normale sistema immunitario, che se anche si infettasse avrebbe buone possibilità di scamparsela magari. Serve soprattutto per proteggere quelli con altri problemi di salute e con un sistema immunitario non altrettanto competente.
Allo stesso modo, buona parte delle precauzioni che prendiamo e prenderemo per limitare la diffusione del coronavirus servono per evitare di trasmettere il virus ai gruppi di popolazione ad alto rischio.

Questo vuol dire Sanità Pubblica, questo vuol dire vivere in società.

Quando vi si chiede di adottare particolari accorgimenti, non é perché potreste infettarvi e morire in 3, 2, 1. Nella maggior parte di noi, giovani e sani, l’infezione si manifesterebbe con sintomi lievi, in qualcuno potrebbe causare qualche problema e in pochissimissimi problemi importanti. Ma questo non significa che possiamo fregarcene. Anzi.

Ad ognuno di noi é comunque chiesto di fare la propria parte, con piccoli accorgimenti.
Ognuno di noi puó farla.
E ognuno di noi deve farla.

Ognuno di noi ha una nonna ultraottantenne, o uno zio settantenne con un trapianto, o un amico con problemi di salute, e così via. E ognuno di noi vuole proteggere i propri cari. Sono loro le persone ad alto rischio in questa situazione.
Al tempo stesso, ognuno di noi va al supermercato dove va la nonna ultraottantenne di qualcun altro, in farmacia dove va lo zio di qualcun altro con un trapianto, al cinema dove va l’amico di qualcun altro con problemi di salute.

L’unico modo di affrontare questa crisi é farlo tutti insieme, da società unita, assumendoci le nostre responsabilità per il nostro bene, per quello dei nostri cari, e per quello degli altri. Con la sarenità che deriva dalla consapevolezza che per la maggior parte di noi, anche se ci é chiesto di fare attenzione, non ci saranno ripercussioni, ma che questo non ci esula dalle nostre responsabilità di (con)cittadini.

Adottiamo le misure che ci viene chiesto di adottare.
Evitiamo di gravare sul sistema sanitario quando non necessario, perché sprecare risorse vuol dire toglierle a chi ne ha veramente bisogno. Quelle persone, ricordiamolo, hanno delle facce. Quelle delle nostre nonne, dei nostri zii, dei nostri amici.

In uno dei miei film di supereroi preferiti ambientati durante la Guerra Fredda, tutti i Paesi del mondo son costretti a seppellire l’ascia di guerra e unirsi contro un nemico comune non umano.
Ce la faremo, almeno a questo giro, in cui il nostro nemico non è umano, a lavorare tutti insieme?

Fabio Porru

grafico 2

Illustrazione di Jacopo Sacquegno

Coronavirus: zero virgola zero zero zero

Coronavirus. Ogni giorno articoli allarmisti si alternano ad appelli che invitano a mantenere la calma. Non mi occupo di malattie infettive, e non mi infilo in un ambito che non mi appartiene. Da qualche settimana però ho notato grande confusione su alcuni degli indici utilizzati in epidemiologia.

I dati che leggo citati sistematicamente ogni giorno son tre:
– numero di morti;
– numero di infetti;
– mortalità.

Si parla del fatto che il virus abbia una mortalità di circa il 2%. Una mortalità vicino al 2% è una mortalità altissima. Per capirci, si calcola che la pandemia del 1918 nota come Spagnola, una delle più terribili di cui siamo a conoscenza, abbia avuto una mortalità globale compresa tra il 3 e il 6%.

Ma che cosa è esattamente la mortalità?

La mortalità è definita come il rapporto tra il numero di morti per una data causa in un dato periodo di tempo in una popolazione/comunità, e la dimensione media della suddetta popolazione/comunità nell’intervallo di tempo preso in considerazione.

Quest’ultima parte della definizione sottolinea il primo aspetto da chiarire: la mortalità senza riferimento temporale non è interpretabile. Una mortalità annua del 2% vuol dire che ogni anno il 2% della popolazione muore per una data malattia. Un 2% mensile vuol dire che ogni mese il 2% della popolazione muore di quella data malattia. Questo dato, rispetto a quello annuale, è dodici volte più alto.

Tornando al coronavirus, questo 2% di cui sentiamo parlare, cosa indica? La mortalità mensile? No. Fortunatamente, nessuna malattia raggiunge numeri tanto alti da portarci ad esprimere la sua mortalità mensile.
Allora è forse quella annuale? Vediamo un pochino.

Quale sarebbe lo scenario di una malattia con una mortalità del 2%?

In Italia, con una popolazione di 60 milioni di abitanti circa, una mortalità annua del 2% vorrebbe dire un milione e duecentomila di decessi ogni anno.
In Cina, dove la popolazione è di circa un miliardo e 400 milioni, una mortalità annua del 2% significherebbe 28 milioni di vittime all’anno.

Una catastrofe di dimensioni spaventose.
Che non è lo scenario attualmente davanti ai nostri occhi.

Il coronavirus circola da troppo poco per darci una stima annuale attendibile. Sì, potrebbe esser il risultato di proiezioni. Ma queste sarebbero solo molto parzialmente attendibili considerando che ancora si sa poco sulle caratteristiche del virus, sulla sua propagazione, su quante persone saranno colpite e su tutte quelle variabili necessarie per la preparazione di modelli attendibili.

Forse, come nel caso della Spagnola, si fa riferimento alla mortalità nel periodo di durata della pandemia? No.

La buona notizia è che il coronavirus non ha realmente una mortalità tanto alta. Dubito fortemente che qualcuno abbia calcolato la mortalità del coronavirus. Anche perché risulterebbe molto poco interessante.

Il dato che sta girando, il famoso 2%, non è la mortalità, bensì un altro indice noto come letalità.

La letalità è il rapporto tra decessi legati ad una malattia e i casi identificati della stessa malattia. Una letalità del 2% significa che su 100 persone che contraggono la malattia, 2 vanno incontro a decesso. I dati di qualche giorno fa parlavano di 43114 casi identificati in 29 Paesi, con 1018 decessi in totale.

Numero di morti = 1018
Numero di malati = 43114

Letalità = numero di morti / numero di malati
Letalità = 1018 / 43114 = 0.02361182

La letalità del coronavirus è del 2.4%.

È molto? Facciamo qualche paragone. Non risulta troppo alta se la confrontiamo con l’ebola, che ha una letalità del 50%. La SARS ha avuto una letalità del 9.6%, oltre quattro volte superiore, ma ha causato “appena” 774 morti visti i numeri limitati a 8096 casi registrati.

L’influenza ha una letalità inferiore allo 0.1%. Ma uccide molto più rispetto alle precedenti per via della sua enorme diffusione. Mortalità e letalità sono due indicatori dell’impatto di una malattia nella popolazione, che offrono informazioni differenti. Una malattia con elevata letalità come la SARS finisce col causare molti meno morti rispetto ad una malattia con una bassa letalità che però è molto più diffusa nella popolazione, come l’influenza stagionale.

Ma allora qual è allora la mortalità del coronavirus?
Allo stato attuale delle cose, il coronavirus ha in questi giorni superato quota 1000 vittime.
Ora, facendo finta per un istante che la totalità dei decessi e dei casi riguardino la popolazione cinese, e ipotizzando la Cina come sistema chiuso, senza spostamenti, turisti e tutto il resto, calcoliamo approssimativamente la tanto discussa mortalità del coronavirus.

Numero di morti: 1018
Popolazione: 1386 milioni circa

Mortalità = numero di morti / popolazione
Mortalità = 1018 / 1386000000 = 0.000073448773 %

La mortalità del coronavirus allo stato attuale è dello zero virgola zero zero zero zero sette percento.

Fabio Porru


BIBLIOGRAFIA
– Dati da https://www.worldometers.info/coronavirus/#countries
– Mortalità dall’Istituto Superiore di Sanità
(https://www.iss.it/?p=4952)