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Serenissima Distonia 1 – Favola veneziana

Si dice che Venezia-Santa Lucia sia una stazione. In realtà si tratta di una sorta di portale spazio-temporale.
Il dedalo ferroso delle rotaie, la frenesia dei monitor che dettano coincidenze, partenze e arrivi, facendo e disfacendo nomi di stazioni, orari e numeri di binari sul display, lasciano improvvisamente spazio allo sciabordio del Canal Grande. La sensazione di aver varcato un confine fra presente e passato inizia a farsi strada, complice la nebbia che abbraccia il paesaggio, lasciando spuntare solamente il vetro roseo dei lampioni squadrati. Il Ponte degli Scalzi è granitico, immobile, come un Minosse a giudicare se potrai addentrarti nelle bolge dorate di Venezia. Bagagli in spalla e ,scalino dopo scalino, devi conquistarti il passaggio all’altra riva.

La città suggerisce di essere qualcosa a sé stante, sostanzialmente morta, ma come un mausoleo di antichi demoni, l’urlo silenzioso che proviene dal lungoriva del Canale, adornato dai lampioni ottocenteschi, è assordante: è quello di Storie lontane e romanzi d’avventura.
La veduta della città è sublime, così coinvolgente, raffinata, elegante, ferma da suscitare quasi orrore. Sono passati pochi minuti, ma mi sento già fuori luogo. Qui vige un ordine delle cose che esula dal tempo.
Pratt ambienta una delle avventure di Corto Maltese “Favola Veneziana” in città e la descrive come fosse una grande Scala di Escher: un dedalo senza vie d’uscita, dove nuove direzioni, nuovi vicoli, nuove calli compaiono improvvisamente. Lì dove prima pensavi ci fosse una strada cieca, si aprono nuovi percorsi e spesso avventurarvisi è un atto di tracotanza verso passati oscuri che è meglio non esplorare.
Venezia è esoterica per definizione: Corto, alla fine della sua avventura, dice -In questa città accadono cose incredibili!- è vero, ma la sensazione è che avvengano sempre mentre sei girato di spalle. Rimane sulla pelle, quell’accenno di pelle d’oca, quella consapevolezza che qualcosa intorno a te sia in continuo movimento, ma che tu non possa vederlo.

Verso Rialto turisti e commercianti iniziano a farsi più frequenti e sembra che lo spazio-senzatempo veneziano venga disturbato pericolosamente da un anelito di vitalità. Sono, con molta probabilità, avventori al primo giorno in città che, presto, verranno richiamati all’ordine dallo spirito di Venezia.
Complice la foschia, ognuno cammina per sé, non si mischia con l’altro, come se tutti stessero vivendo un proprio romanzo all’interno di quel palcoscenico unico che è la Serenissima.
Da qualche finestra sventolano dai balconi alcune bandiere. “Venezia non è morta”.
Non saprei. Penso. Qui tutto sembra un purgatorio dorato.
Ogni sottoportego, ogni calle, sembra potenzialmente non finire mai, l’oscurità dei vicoli veneziani è seducente, sembra richiamarti, quasi che alla fine dei viali si nascondano tesori d’altri tempi.
Calle Falier, dove dormiamo, è una piccola strettoia, soffocata fra i palazzi. La notte, col buio e la nebbia non si riesce a vedere a più di un metro di distanza.
Venezia di notte è tremendamente spaventosa. Sei solo, al centro di una storia millenaria fatta di ladri, signori, artisti e illusionisti. È una lotta impari da combattere, un passo in più ed il rischio di essere inghiottiti nelle antiche storie veneziane e non uscirne più è troppo alto.
Meglio dormire: è la città stessa che te lo consiglia. Meglio che i misteri rimangano tali. Questo è il patto su cui Venezia regge il suo malinconico splendore.
Il primo sonno in città sembra essere l’ennesima beffa della Serenissima, uno dei suoi surreali sotterfugi. Al mattino, infatti, non c’è più traccia della nebbia. Mi rendo conto di aver tratto le mie conclusioni troppo presto. Eppure Venezia e la foschia sembravano fatte l’una per l’altra, come se la seconda fosse un vestito su misura, confezionato appositamente per cadere elegante e perentorio sulle curve dei canali e dei palazzi nobiliari. Il sole di questo secondo secondo giorno veneziano, invece, sembra prendersi gioco dei viaggiatori, raccontando una città che era rimasta nascosta.

I canali sono trafficati, un pungente odore salmastro penetra le vie e il legno con cui sono rattoppati alcuni edifici interni ai sottoporteghi luccica, pizzicato dai raggi solari, lasciando trasparire un’essenza marinara più popolana. Gru e ganci lavorano, sferragliando, fra una barca e l’altra, corrieri amazon approdano con piccoli motoscafi sulla terra ferma e la modernità sembra aver violentato, in una notte, il candore antico di Venezia.

Mi sono addormentato in un racconto di Edgar Allan Poe e mi sono risvegliato in una riedizione italiana di una Chiba City un po’ cyberpunk.

Lorenzo Giardinetti