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Sperare per non soccombere

Lo ammetto, non sono solito leggere i giornali. Per mancanza di tempo, per comodità e soprattutto per pigrizia mi sono abituato anche io alle notizie flash di internet, o al limite alla confortevole voce del giornalista di turno che legge il servizio al telegiornale. La scorsa domenica, però, preso forse dalla nostalgia del cartaceo, ispirato dal torpore domenicale di una bella mattinata di sole, ho comprato il Corriere della Sera. Ho cominciato a leggere le notizie e, come ormai succede giocoforza da mesi, riguardavano tutte la pandemia da coronavirus che stiamo vivendo. Stavo quasi per rinunciare, preso dallo sconforto, dalla tristezza, dallo sgomento di fronte a questa situazione che sta fiaccando ogni residua speranza nel futuro. Poi l’illuminazione, a pagina trentatré e porta la firma di Walter Veltroni. Il titolo è “Nuove strade dopo la caduta” e sembra leggermi nel pensiero.  

Veltroni parte da una celebre frase di Robert Kennedy riguardante il PIL e la sua incapacità, come indicatore economico, di misurare effettivamente la qualità di vita del popolo di un Paese. Da questa premessa Veltroni fa partire una riflessione sulle implicazioni che la pandemia sta causando in tutto il mondo: quelle economiche, certo, ma nondimeno quelle psicologiche.

“La seconda ondata della pandemia così violenta e globale, pesa come un macigno sullo stato d’animo di tutti. Un recente sondaggio dice che, nel definire quali siano le emozione che provano in questo momento, il numero degli italiani che india la tristezza ha superato chi sceglie la speranza.
Finora non è stato così. Né a marzo, né nei mesi successivi. Il sentimento che prevale su tutti, con il 57% delle indicazioni, è l’insicurezza, poi col 29 la tristezza, col 27 la speranza, col 25 la paura, col 24 l’angoscia e anche la rabbia, col 18 la rassegnazione. La fiducia raccoglie solo l’undici per cento. […] Il quadro che ne emerge è di un Paese in depressione. Economica, sociale in primo luogo. Ma anche psicologica e questo non dovrebbe preoccupare di meno.”


Il sondaggio citato da Veltroni fotografa a pieno la percezione dei miei sentimenti e quelli che mi sembra di percepire dalle persone che mi circondano: la mia famiglia, i miei cari, i miei amici, ma anche le persone che si incontrano per strada o nelle poche attività commerciali che ancora sopravvivono alle chiusure e alla crisi. Tristezza, disperazione, angoscia, sgomento, sfiducia: in una parola depressione. Una parola che in Italia viene presa ancora con troppa leggerezza, come se non fosse una vera malattia, e che ogni anno interessa sempre più persone con effetti devastanti. Una situazione come quella che stiamo vivendo è un terreno fertilissimo per questa malattia: rapporti sociali sempre più difficili, isolamento, incertezza nel futuro, percezione della morte come un qualcosa di molto vicino, per noi e per i nostri cari, notizie negative da cui veniamo bombardati ogni momento.

“Insicurezza, tristezza, rabbia, paura, angoscia, rassegnazione. Sentimenti dolorosi, e pericolosi, quando riguardano un’intera collettività. […] C’è insicurezza, in testa al disagio degli italiani. Non prevale la rabbia, finora. Prevale il timore, la tristezza, la paura del futuro.”

Viene da chiedersi quali siano le soluzioni, o quantomeno dei possibili palliativi, e cosa possono fare le istituzioni per non far sprofondare il Paese in una pericolosissima depressione collettiva.

“Lo stato d’animo dei cittadini è qualcosa che riguardi il decisore politico e istituzionale? Io credo di sì. Non nel senso che esso di debba dedicare  a descrivere prescrittivamente come passare le feste di Natale in famiglia, ma in quello più alto e nobile che ha a che fare con la propria prepicua responsabilità. Decidere. Non rinviare, non alimentare una sensazione di insicurezza. Essere rigorosi, competenti, uniti, autorevoli. Dare sicurezza ai cittadini.”

Veltroni centra il punto, a mio avviso: la sensazione che si ha è l’insicurezza perché a livello istituzionale è lo stato d’animo prevalente. Manca coesione politica e decisionale, abbondano DPCM e nuove misure ogni manciata di giorni, non si ha una linea precisa su come affrontare i giorni che verranno. Ciò è dovuto alla notevole mutevolezza della situazione, certo, ma anche a una gestione dell’emergenza poco decisa da parte delle istituzioni, che risultano spesso frammentate, indecise: ciò genera inevitabilmente confusione e degli scaricabarile che acuiscono ancora di più l’incertezza nel cittadino. Non chiediamo alle istituzioni di avere la bacchetta magica e risolvere con semplicità e rapidità una pandemia, un evento che sta sconvolgendo e cambiando il mondo. Prosegue Veltroni:

“E poi avere la umile e coraggiosa ambizione di accendere un sentimento vivo nelle persone. Mai, come in momenti simili, si ha bisogno di alimentare negli altri un’idea di futuro. Non dare l’illusione che tutto tornerà come prima, ma disegnare come una società nuova potrà nascere sulle ceneri di questa spaventosa crisi: la formazione, l’ambiente, il lavoro, un paesaggio sociale inedito.
[…] Bisogna accendere il razionale desiderio di partecipare a un viaggio nuovo, carico di aspettative e di possibilità. Perché nulla sarà più come prima. Né nel lavoro, né nelle relazioni umane. […] E dunque bisogna cominciare a progettare una nuova possibile, vita.”

Questo è quello che chiediamo alle istituzioni, come cittadini: la possibilità di sperare nel futuro. Perché solo la speranza, la fede in qualcosa di migliore che verrà, ci dà la possibilità di stringere i denti e saper soffrire nei momenti di difficoltà senza soccombere alle avversità. Quindi va bene informare sui rischi, responsabilizzare i cittadini attraverso la sana paura del contagio, nostro e dei nostri cari: ma dateci anche l’opportunità di sperare che le cose cambieranno, che ci sarà un futuro migliore. Cominciamo a pianificarlo, insieme, prima che il Paese intero cada in depressione e si arrivi al punto di non ritorno.

“Il Paese ha un disperato bisogno di sperare, per andare avanti.”
 
Veltroni conclude con questa frase il suo articolo, e credo ci sia ben poco da aggiungere.

Danilo Iannelli



Le citazioni sono tratte dall’articolo a pag.33 del Corriere della Sera del 22/11/2020.





Il reparto di Sara: un’infermiera in corsia

Sara (nome di fantasia) ha appena conseguito la laurea in infermieristica. Dopo anni di sacrifici  e tirocini al Policlinico Gemelli è riuscita a coronare il suo sogno, quello di lavorare, aiutando coloro  che hanno bisogno di assistenza. Persone che entrano in ospedale e non sanno se e quando ne  usciranno. Ha scelto di dedicare la sua carriera professionale in un ambiente dove è costantemente  presente un clima suddiviso tra vita e morte, in cui non è facile resistere per una ragazza di soli venti anni. 

Eppure, nonostante lo stress che si avverte in quel luogo, nel quale il dolore non ti lascia mai, Sara non ha mai perso il sorriso, neanche ora che è stata inviata nel reparto di rianimazione Covid: 20 posti letto che si svuotano e si riempiono alla velocità della luce. Ogni mattina si alza  alle 5 del mattino e percorre la galleria Giovanni XXIII. Un gesto che compie da tre anni, da quando  ha iniziato a studiare all’Università Cattolica di Roma, ma che ora assume un significato ancora più  profondo. Prima di entrare nel suo nuovo reparto deve compiere una procedura obbligatoria per  tutelare la sua incolumità e quella degli altri, quella di vestirsi accuratamente di una tuta bianca che  dopo un minuto le causa una sudorazione eccessiva, due maschere chirurgiche nel volto che le  provocheranno nelle ore successive un lungo segno sul viso.

È il suo primo giorno di lavoro e l’ansia  si unisce all’emozione di andare a svolgere quello per cui è nata, aiutare gli altri. Oggi rispetto a ieri  però, i pazienti sono quasi tutti malati Covid e non affetti da semplici e curabili patologie. Le chiedo  con disinvoltura, data l’amicizia che ci lega da anni, l’età di quei pazienti. La sua risposta mi  sorprende, rivelandomi subito che è rimasta colpita dalla presenza di una donna di 40 anni. Lo  ammetto, mi allarmo. Aveva malattie pregresse? No. Sana come un pesce, nessuna patologia, eppure  si ritrova intubata da fili e macchine che le pompano ossigeno. Come se lo ha contratto? Che domanda  inutile, è Covid, se lo è preso e basta. Mi sento immediatamente fragile.

Provo a cercare ad alta voce  delle spiegazioni plausibili, ma non le trovo. Riesco solo a pronunciare un “capisco ma bisogna saper  interpretare i dati, rispetto ai contagiati nel mondo il numero di morti non è così alto, considerando  che siamo 7 miliardi di abitanti”.

Mi risponde cercando di rassicurarmi, ma non riesce a trattenersi dal rivelarmi la verità. “La situazione è grave, anche in molti ospedali del Lazio sono finiti i posti  letto per le terapie intensive. Un intero piano del Gemelli, di 11 piani, presenta solo pazienti Covid  e molti medici sono preoccupati più per questa ondata che per la prima dello scorso marzo. È vero  che il virus attuale sembrerebbe essere meno aggressivo, ma risulta anche più contagioso; tra l’altro alcune risorse, come le mascherine destinate agli stessi infermieri, stanno terminando.” Penso che  se una donna ancora giovane e sana si ritrova al reparto di rianimazione, tutti siamo a rischio. 

Domando a Sara come è possibile trovare un vaccino sicuro, se ci sono ancora quesiti senza risposte.  “Il virus è di tipo RNA, si trasforma in continuazione e questa è una delle motivazioni per cui è così difficile trovare l’antidoto e la cura.” A quanto pare però, l’azienda statunitense Pfizer insieme  a BioNTech sembrerebbe esserci riuscita con un risultato efficace del 95%. Nel sito del colosso  farmaceutico si tratta proprio la questione della mutazione del virus e si ritiene che “la tecnologia del  vaccino RNA abbia la capacità di essere facilmente adattata e potenzialmente modificata in modo  relativamente rapido per affrontare nuove mutazioni del virus. Poiché questa tecnologia non include  tutto o una parte dell’agente patogeno reale, ma utilizza invece il codice genetico dell’agente  patogeno, potremmo potenzialmente modificare il codice genetico del candidato vaccino per  affrontare qualsiasi cambiamento del virus.”

Prima di cantare vittoria, però, sarebbe opportuno attendere il prossimo anno quando verranno  somministrate le prime dosi del vaccino. L’unica certezza risiede in un solo imperativo categorico:  non bisogna abbassare la guardia, soprattutto ora. Sara mi guarda e dice che tra dieci minuti deve  scappare perché a breve le ricomincerà un altro turno. “Ti trattano bene almeno i tuoi colleghi?” La  sua risposta mi rincuora “Si, la maggior parte sono giovani come me e mi chiedono sempre se ho  bisogno di aiuto. La mia tutor mi ha affiancato a lei per questi primi quindici giorni e questo mi rende  più tranquilla; è esperta in area critica e potrò imparare molto da lei”. Prima di andare via le chiedo  se secondo lei la giovane donna ce la farà ad uscire dal reparto rianimazione. Mi guarda con il suo  solito dolce sorriso, “lo spero”.

Irene Pulcianese

Fonti:

Maschere urbane

La pandemia ha impattato fin da subito sulla vita di migliaia di esseri umani,
creando paura, scompiglio e precarietà. Tra tutti i cambiamenti necessari alla propria
sopravvivenza, la popolazione ha dovuto fare particolarmente i conti con un nuovo e inaspettato
nemico: le mascherine! La convivenza con questi strani aggeggi non è sicuramente iniziata nel
migliore dei modi a causa della forte confusione data dalle diverse tipologie di dispositivi esistenti,
dai complicatissimi metodi di utilizzo, dalla momentanea carenza industriale e dalle numerose fake
news che continuano ancora oggi ad avvelenare i social. Ma dopo sette lunghi mesi pandemici,
contando 45 milioni di casi e più di 1 milione di morti in tutto il globo, come se la staranno cavando
le nostre scimmie parlanti? Saranno riuscite a adattare la propria vita ai dispositivi di protezione
individuale o avranno adattato questi ultimi al loro quoziente intellettivo?

Se anche voi siete stati contagiati dalla curiosità, vediamo insieme alcuni dei tipi di mascherine da
coronavirus nati durante questo venti-venti pazzerello:

1) Il rapper
In preda alla nostalgia degli anni ’90 e delle braghe a vita bassa, decide che questo è il momento più
opportuno per rilanciare il vecchio stile underground che in passato gli fece guadagnare qualche
numero di telefono e diverse perquisizioni dalla Cinofila.
È possibile riconoscerlo per strada grazie alla particolare combo culo e naso di fuori.
A voi l’arduo compito di riconoscere quale sia il deretano e quale il viso.

2) La fashion blogger virale
Non sarà di certo una pandemia o le centinaia di migliaia di morti a fermare questa imprenditrice
digitale! Che vada al supermercato, dal fruttivendolo, dal ferramenta, a passeggiare con le amiche o
a portare fuori la spazzatura, poco importa: avrà sempre la mascherina perfetta da abbinare al
proprio outfit unico e smart.
Un like, un contagio!

3) Il patriota ritardato
Uomo di mezza età che si distingue tra la folla per la mascherina tricolore, che indossa con grande
orgoglio quando si reca in una nota catena di alimentari francese per acquistare delle pesche
spagnole in sconto. Dopo sette mesi di pandemia, non si è ancora accorto dell’etichetta dietro
all’elastico recante la dicitura Made in China.
Attualmente, il WWF lo considera una specie protetta.

4) Lo sprovveduto
Di ritorno da un’esperienza mistica di isolamento in mezzo alla foresta amazzonica per ritrovare se
stesso, scopre di ritrovarsi invece in un mondo post-apocalittico in cui la nuova moneta globale è la
carta igienica. Vani sono i tentativi di accaparrarsi una mascherina: è troppo tardi.
Era possibile riconoscerlo dalla sciarpa di lana intorno al volto.
Anche metà maggio.
Con 30°C all’ombra.
Si è estinto prima dell’apertura delle Regioni.

5) L’astronauta
Schiavo di un probabile disturbo d’ansia generalizzato, o semplicemente della propria ignoranza,
può essere facilmente avvistato per la bardatura con doppia maschera FFP3, visiera in vetro
antiproiettile, dieci paia di guanti in fibra di carbonio, e tuta protettiva antiradiazioni.
Mentre si reca a buttare la spazzatura.
In piena campagna.
Alle tre di notte.
Non è dato sapere come abbia fatto a racimolare il bottino.
Cugino alla NASA? Agganci con il Pentagono? Svaligiatore seriale di farmacie?
Anche i numerosi medici morti per mancanza di dispositivi di protezione continuano a chiederselo.

6) Il DIY
Specie ormai scomparsa da diversi mesi: si vocifera che l’ultimo esemplare sia morto asfissiato nel
vano tentativo di respirare attraverso una mascherina creata ad hoc con la carta da forno.

7) L’ingegnere
A seguito di un intervento odontoiatrico particolarmente doloroso, ha l’illuminazione di convertire
la propria mascherina portandola sul mento, per sorreggere la mandibola e alleviare il mal di denti.
In fondo, la pandemia non ha cambiato davvero tutte le vite in peggio.

8) La ciminiera
Niente e nessuno può fermare la sua dipendenza.
Neanche un virus respiratorio che ha fatto più morti di numerose guerre, accanendosi soprattutto
con chi avesse problemi polmonari.
Il fumatore DEVE fumare.
A questo fine, grazie a qualche strana reazione biochimica encefalica catalizzata da diverse crisi di
astinenza, ha la brillante idea di ricamarsi una mascherina su misura apponendo un foro di
inserimento per le sigarette.
«Guarda mamma, fumo senza mani!».

9) Selfino e Selfina
Questi millennials cresciuti a pane e Scrubs sono finalmente pronti a prendersi la rivincita su
quell’ingiusto del Test di Medicina, dopo anni di frustrazione e biologia delle marmotte.
E qual è il modo migliore se non intasare tutti i social networks con i propri selfie indossando una
mascherina chirurgica?

10) Il pompato
Notizia recente è la scoperta di nuovi esemplari intravisti mentre camminavano a passo sicuro con
apertura pettorale da una Virgin all’altra.
Secondo gli esperti, si tratterebbe di una specie evoluta a causa delle pressioni ambientali esercitate
dalla riapertura delle palestre e sembrerebbe aver sviluppato alcune forme primitive di
comunicazione, basate sul colore della mascherina apposta in bella vista sul bicipite dominante.
Ancora rimane un’incognita il significato di questo comportamento: affermazione territoriale sui
propri simili o banale tentativo di mascherare i residui dell’asimmetria muscolare sviluppata durante
le ore solitarie della quarantena?
Gli scienziati auspicano la collaborazione della comunità internazionale per riuscire a rispondere a
questo ed altri quesiti.

11) Il riporto
Dopo decadi di vessazioni e derisioni subite a causa della propria alopecia ippocratica, finalmente
può uscire di casa a testa alta e affrontare il mondo: grazie alla mascherina comodamente indossata sulla testa, nessuno noterà più i problemi di calvizie! Tutti saranno magicamente distratti dalla sua
stupidità!
Successo garantito.
Decesso pure.

12) Il no-mask
Alcuni scienziati hanno individuato il suo parente più prossimo nel no-vax, con cui condivide il
98% del genoma e un QI di 50 punti. Numerosi studi filologici hanno inoltre permesso di
rintracciare un comportamento molto simile a quello mostrato dai primi mammiferi durante
l’estinzione di massa del Cretaceo dei dinosauri: infatti, questi esemplari di complottista sarebbero
rimasti nascosti nelle proprie tane per diversi mesi, uscendo a riscoprire la luce del Sole e ad
inquinare il mondo solo una volta scongiurato il pericolo del picco della pandemia.
Altri gruppi di ricerca, invece, si sono impegnati per decifrare i comportamenti sociali sviluppati
con l’allentamento delle restrizioni, concludendo che questa nuova specie si rifiuterebbe di
utilizzare le mascherine, come si può dedurre anche dalla denominazione scientifica, per la strana
credenza che tali dispositivi rappresenterebbero delle museruole adibite a sottomettere la
popolazione ad una non meglio precisata dittatura sanitaria: viste le peculiarità, alcuni esperti hanno
proposto di ribattezzare la specie Caput fallum, consigliando peraltro l’utilizzo di mezzi più
conformi alla particolare fisionomia, al posto delle mascherine, quali i preservativi.
Ad ogni modo, ancora oggi la comunità scientifica fatica a raggiungere un’intesa a riguardo di una
questione fondamentale: questa specie provocherà prima l’estinzione delle altre o la propria?
Le prossime manifestazioni in piazza potrebbero darci finalmente una risposta.

Quasi medico

Se non posso guardare avanti allora guardo dentro: il valore terapeutico dei sogni in quarantena

Mi è capitato di rendermi conto che, in questi giorni di lockdown, sogno molto di più. O meglio, i miei sogni si sono fatti più vividi, intensi, e quando mi risveglio riesco a ricordarli più facilmente. E quasi sempre essi mi hanno catapultato indietro nel tempo, in situazioni scomode del passato, che sono state faticose da affrontare, o semplicemente di difficile comprensione. Il giorno mi sento magari serena, tranquilla, produttiva; la notte il mio inconscio dà sfogo a tutte le preoccupazioni. Sogno spesso di relazionarmi con persone che non fanno più parte della mia vita, oppure di vivere situazioni comuni della mia quotidianità pre-quarantena, ad esempio università, scuola di ballo, incontri con amici, ma con il terrore di essere contagiata. Ho pensato allora che, non avendo nessuna certezza del futuro, non potendo proiettare il nostro pensiero verso il domani e quel che verrà, allora quel che ci rimane non è altro che pensare a ciò che abbiamo ora, a quello che abbiamo lasciato indietro, e magari dare alle nostre esperienze una nuova chiave di lettura, perché no, anche attraverso i sogni. 

Mi sono documentata su questa cosa dei sogni e della quarantena, e sono uscite fuori cose molto interessanti. Ma prima andiamo ad analizzare i principali impatti psicologici che la quarantena può avere su di noi. 

L’IMPATTO PSICOLOGICO DELLA QUARANTENA

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Innanzitutto c’è da dire che, per evitare la diffusione di un virus, in mancanza di soluzioni tempestive, l’unico mezzo sembra essere quello della quarantena. La quarantena consiste nel limitare il raggio d’azione delle persone esposte a malattie contagiose, per monitorare se a loro volta hanno contratto il virus. La finalità è quella di limitare l’introduzione della malattia infettiva e la diffusione dell’agente patogeno. 

Naturalmente, però, anche la quarantena ha risvolti psicologici a breve e lungo termine, ed è lecito domandarsi quali siano, e come poterli arginare al meglio. 

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in una ricerca molto interessante di The Lancet, apparsa per la prima volta il 26 Febbraio 2020 e intitolata “The psycological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence”. 

La review si focalizza, appunto, sull’impatto psicologico della quarantena, e i suoi potenziali effetti sulla salute mentale. Per farlo si basa sui risultati provenienti da 24 studi, svolti in 10 nazioni e condotti su persone affette da SARS (= severe acute respiratory syndrome), Ebola, MERS (= middle east respiratory syndrome), influenza H1N1 e influenza equina. Per ognuna di queste sindromi era stata adottata la quarantena come forma di contenimento. Tra questi, spicca uno studio svolto sul personale medico impegnato nell’emergenza SARS e sottoposto a quarantena. Nove giorni dopo la fine della quarantena, i medici riportavano sintomi quali sfinimento, distacco dagli altri, ansia, irritabilità, insonnia, poca concentrazione, indecisione, evitamento, peggiori performances di lavoro, riluttanza a lavorare e considerazione di dimissioni. Tutti sintomi compatibili con il disturbo acuto da stress. Nel disturbo acuto da stress, le persone hanno vissuto un evento traumatico, sperimentandolo direttamente o indirettamente. I soggetti possiedono ricordi ricorrenti del trauma ed evitano gli stimoli che glielo riportano alla mente. I sintomi compaiono entro 4 settimane dell’evento traumatico e durano almeno 3 giorni ma, diversamente dal disturbo post-traumatico da stress, non più tardi di 1 mese. 

In alcuni dei casi analizzati nello studio però, i sintomi sono stati osservati anche tre anni dopo il periodo di quarantena. 

Un altro studio comparava i sintomi da stress-post traumatico in genitori e bambini sottoposti a quarantena, con quelli di genitori e bambini non sottoposti a quarantena, con risultato che i livelli di stress dei primi erano quattro volte più alti e il 28% dei genitori sottoposti a quarantena riportava sintomi sufficienti da giustificare una diagnosi di disordine mentale correlato ad un trauma, rispetto al 6% dei genitori che non erano stati in quarantena. 

In generale si è dimostrato che un importante fattore di rischio è costituito dalla pre-esistenza di problematiche legate all’ansia, che possono aggravare le paure e lo stress. 

Altri fattori stressanti che si è visto possono scaturire nel periodo della quarantena e in quello immediatamente successivo, e che vanno tenuti in considerazione per poterne limitare gli effetti negativi sono: 

  • PAURA DELL’INFEZIONE 
  • FRUSTRAZIONE E NOIA 
  • INFORMAZIONE POCO CHIARE O INADEGUATE 
  • PREOCCUPAZIONI A LIVELLO SOCIO-ECONOMICO

Per affrontare la quarantena il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha fornito alcuni suggerimenti utili: 

  • INSTAURARE NUOVE ABITUDINI, RIDUCENDO I MOMENTI DI NOIA 
  • RISCOPRIRE LE PROPRIE PASSIONI 
  • RIMANERE IN CONTATTO CON PERSONE A NOI CARE 
  • EVITARE LA RICERCA COMPULSIVA DELLE INFORMAZIONI 

SOGNI E QUARANTENA

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Per quanto concerne i sogni, sembra proprio che non sia solo una mia impressione ma che essi, nel periodo della quarantena, si siano fatti più intensi, più lunghi e più facili da ricordare. Come è possibile? 

Primo motivo: dormiamo di più e per questo si è allungata e intensificata anche la fase REM (= rapid eye movement), chiamata così per essere la fase del sonno più profondo, in cui compaiono i classici movimenti oculari e sorgono anche i sogni più vividi. In questa fase, curiosamente, il cervello mostra la stessa attività di quando è sveglio. 

Secondo motivo: non ci risvegliamo in modo traumatico, con una sveglia che ci impone di scattare in piedi e per questo abbiamo più tempo per passare dal sonno al dormiveglia e poi allo stare in piedi; in questo passaggio il nostro cervello consolida meglio i ricordi di ciò che abbiamo sognato, anche con la giusta sequenza. 

Terzo motivo, ma non meno importante: il momento che stiamo passando, come abbiamo detto già precedentemente, ha cambiato drasticamente il nostro modo di stare al mondo, ansie, incertezze e paure sono moltiplicate. In generale le persone che hanno subìto un forte trauma tendono a ricordare meglio i loro sogni, come aveva dimostrato uno studio in seguito al crollo delle Torri Gemelle a New York. 

In questo periodo, quindi, i nostri sogni possono essere più inquietanti, carichi di simbolismi e strane rappresentazioni della realtà. La ricerca da tempo suggerisce che il contenuto dei nostri sogni sia legato al nostro modo di pensare da svegli. Poiché durante la quarantena la nostra vita si è ridotta alle dimensioni di poche stanze, abbiamo molto meno stimoli quotidiani a cui attingere e inconsciamente andiamo a scavare nel passato. Non dobbiamo preoccuparci, quindi, se il nostro occhio, o meglio, in questa occasione, il nostro cervello non sa guardare oltre. Non dobbiamo colpevolizzarci se ci sembriamo ancorati al passato o alle paure del presente. Anzi, una delle funzioni terapeutiche più note dei sogni è quella del problem solving: attraverso il sogno possiamo capire come risolvere un problema che non eravamo riusciti a scardinare. Il sogno può indicarci una chiave di lettura che non avevamo prima, e sciogliere alcuni interrogativi. 

Per non sprecare questo piccolo ma grande “tesoretto” dei sogni, Deidre Barrett, psicologa della Medical School Harvard, ha creato un blog, I dream of Covid”, con relativa pagina Instagram @idreamofcovid, nel quale chiunque può inserire il proprio sogno. Barret li classifica a seconda della zona di provenienza e argomenti e li accompagna a un disegno che evoca la natura del sogno. La psicologa si è lasciata ispirare dal lavoro della giornalista Charlotte Brandt durante i primi anni del nazismo: si fece raccontare i sogni di persone che vivevano col terrore che al potere arrivasse Hitler, e nel 1966 pubblicò un best seller mondiale, “Il Terzo Reich dei Sogni”. 

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Giorgia Andenna

SITOGRAFIA: 

Fase 2: sbucciare un ananas come se fosse una mela

Uno dei grandi passi verso l’età adulta l’ho fatto il giorno in cui ho deciso fosse giunto il momento di sbucciarmi la mela da solo. Ho imparato a scegliere il coltello giusto e ho migliorato la tecnica.

Sfruttando questa abilità acquisita, ho iniziato a sbucciare anche le pere e le arance. Ma c’è un frutto che è la mia nemesi. L’ananas. Odio sbucciare l’ananas. Il motivo è semplice: non basta saper sbucciare una mela per saper sbucciare un ananas.

Il fatto che l’obiettivo sia sempre quello di “sbucciare frutta”, non significa che si faccia sempre allo stesso modo. Perché cambia la dimensione della frutta, la forma, la consistenza, lo spessore della buccia e tanto altro.

Ecco, lo stesso identico principio vale per il controllo delle infezioni a livello di popolazione.

Qual è il miglior approccio per contenere il coronavirus?
Abbiamo davanti frutti molto diversi da tagliare. Perché da un Paese all’altro cambiano variabili fondamentali, a livello geografico, sociodemografico, e individuale.

Cambia il clima, che può (s)favorire con diverse modalità la diffusione di agenti infettivi. Alcuni prediligono il caldo, altri il freddo. Per citarne alcuni, il freddo aumenta la permanenza negli spazi chiusi e limita il ricambio di aria. Il caldo d’altra parte potrebbe aumentare la partecipazione sociale esterna e quindi i contatti con sconosciuti.

Cambia la dimensione e la distribuzione della popolazione. Con queste cambia il numero di interazioni e gli scambi tra diverse comunità. L’infezione diffonde con modalità e velocità diversa in una popolazione di 8 milioni di abitanti concentrati in una metropoli come New York e in una con un milione e mezzo di abitanti sparsi in piccoli paesi come succede in Sardegna. A New York City si potrebbero bloccare subito i mezzi pubblici per controllare il contagio. In Sardegna non si può, perché praticamente manco ci sono i mezzi pubblici tra un Paese e l’altro. La gente si muove con mezzi privati.

Cambia il numero di contatti fisici tra le persone. In Italia ci si bacia e ci si abbraccia continuamente, in Giappone stringersi la mano non è qualcosa di comune invece. Se l’infezione è favorita dai contatti fisici come le strette di mani e gli abbracci, l’Italia sarà predisposta rispetto al Giappone. Se in Italia si vieta il contatto fisico per controllare l’infezione, in Giappone non avremmo alcun beneficio dalla stessa strategia.

Cambia il contatto intergenerazionale. In Italia abbiamo un rapporto molto forte tra generazioni diverse. La famiglia è “allargata”. Questo significa che gli anziani, che son quelli più ad alto rischio, hanno contatti costanti e protratti con i più giovani, che son quelli con maggiore probabilità di infettarsi a causa della maggiore partecipazione sociale. Se in tutta Europa si dovesse vietare il contatto con parenti di età superiore a 70 anni, in Italia causerebbe cambiamenti nella vita di tante famiglie e verosimilmente potremmo osservare qualcosa in termini di riduzione decessi, ma in altri Paesi non vedremmo praticamente niente e forse sarebbe persino controproducente.

E questi son solo alcuni esempi molto rapidi e superficiali.

Si deve sempre prendere con i guanti qualsiasi confronto.

Quando studiamo l’efficacia e la sicurezza di un farmaco, spesso utilizziamo studi “caso-controllo”. Si confrontano due popolazioni costruite per esser il più simile possibile. Ad un gruppo si somministra il farmaco (caso), all’altro un placebo (controllo), e si confrontano i risultati. Questo perché gli effetti dello stesso farmaco cambiano col cambiare della popolazione. E cambiano quindi costi e benefici che ci portano a dire se il farmaco debba o non debba esser usato, o su chi convenga usarlo e su chi no.

Lo stesso vale nel controllo dell’infezione.

Possiamo guardare insieme le diverse strategie applicate. Possiamo trarre ispirazione gli uni dalle strategie degli altri, e ragionare sui principi dietro una strategia invece di guardare solo la strategia in se, pensando a come applicare lo stesso principio in un contesto diverso. Ma non possiamo assolutamente prendere la strategia adottata da un Paese e applicarla in un altro aspettandoci la stessa efficacia.

Farlo sarebbe come provare a sbucciare un ananas come se fosse una mela.

Fabio Porru