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Anticorpi monoclonali: istruzioni per l’uso

Il 1975, anno in cui fu fondata la Microsoft, in cui finalmente terminò la guerra del Vietnam e nel quale il primo videogioco entrò nelle case della gente, dovrebbe essere ricordato anche per un altro evento fondamentale, che cambiò per sempre la vita di noi tutti. In quell’anno un gruppo di ricerca del Rockefeller Institute di New York, in cui si trovarono a collaborare César Milstein and Georges Köhler, generò i primi anticorpi monoclonali. 

Milstein e Köhler erano due esperti di settori diversi che, trovandosi a collaborare, fusero insieme le loro conoscenze per generare una nuovissima tecnica con la quale, da allora in poi, vennero prodotti anticorpi monoclonali.

Questi anticorpi sono oggi una delle migliori risorse terapeutiche nella lotta a diverse patologie come il cancro, le malattie infiammatorie croniche, i trapianti ed anche malattie infettive (sicuramente da menzionare sono quelli recentemente sviluppati contro il COVID-19). 

Ma cosa sono questi anticorpi monoclonali e come funzionano? 

Bisogna partire dalle basi per comprenderli: ricorderete sicuramente che il nostro sistema immunitario, quando genera una risposta contro un patogeno o un agente estraneo, produce anche gli anticorpi. Questi ultimi sono in grado di legare in modo specifico l’intruso e di richiamare altre cellule del sistema immunitario per distruggerlo. 

Gli anticorpi monoclonali, iniettati all’interno dell’organismo, funzionano come gli anticorpi prodotti dallo stesso, dirigendo le cellule del sistema immunitario verso uno specifico target. Quindi è come se allertassero il sistema immunitario della presenza di un agente estraneo (o non gradito) e lo attivassero al fine di distruggerlo.

La scoperta epocale effettuata nel 1975 è che è possibile produrre in laboratorio anticorpi diretti verso un singolo target. Infatti, il motivo per il quale quei due signori dovrebbero essere ricordati e per il quale hanno preso il Nobel nel 1984, è che hanno prodotto la primissima provetta di quello che sarebbe poi diventato un usatissimo farmaco biologico: l’anticorpo monoclonale. Come per le scoperte più interessanti ma poco immediate, la comunità scientifica non ha subito compreso che con questi anticorpi si potessero trattare un’infinità di patologie, al contrario, all’inizio non hanno dato molto credito alla scoperta. Dopo pochi anni però, questa uscì dal dimenticatoio e fu rivalutata tanto che a Milstein e Köhler venne assegnato il Nobel.

Il Bamlanivimab, il cui nome impronunciabile eguaglia quello di un demone azteco, è in realtà il primo farmaco composto da due anticorpi monoclonali diretti contro il COVID-19 prodotto dall’azienda Eli Lilly. La Food and Drug Administration (FDA), ente statunitense per l’approvazione dei farmaci, ha concesso l’utilizzo d’emergenza di questo farmaco per pazienti con sintomi lievi e moderati. Questo farmaco non ha però avuto grandi risultati nel trial clinico di fase II (chiamato BLAZE-1). Infatti, in questo studio si è osservato che l’utilizzo del Bamlanivimab non ha grandi effetti sulla riduzione della quantità di virus nei pazienti e nemmeno sui sintomi. Quello che ha permesso all’FDA di approvare questo farmaco decisione è stata il dato sulla percentuale di pazienti ospedalizzati che era alquanto ridotta nei pazienti trattati rispetto al gruppo di controllo (al quale non è stato dato alcun farmaco). Una grossa problematica di questo trial clinico è che il numero di soggetti è troppo ridotto (500 totali) ed i risultati ottenuti potrebbero semplicemente essere casuali e non essere correlati all’utilizzo del farmaco. Un altro lato negativo è che questo farmaco presenta effetti collaterali anche gravi come anafilassi, nausea, diarrea ed altre… I pazienti quindi sottoposti al trattamento dovrebbero essere monitorati da vicino per controllare il loro stato, cosa che richiederebbe l’utilizzo di posti letto (carenti in questo periodo).

Fortunatamente ci sono 11 altri anticorpi monoclonali attualmente in trials clinici ed oltre 150 nelle fasi più precoci di scoperta. Da sottolineare è l’azienda Regeneron che ha prodotto un anticorpo monoclonale in grado di ridurre il quantitativo di virus nell’organismo. 

Per concludere, gli anticorpi monoclonali sono un ottimo farmaco per diverse malattie ma, come tutti gli altri farmaci, ha effetti collaterali che dovrebbero essere minori rispetto ai benefici apportati all’individuo.

Ilaria Serangeli

Per i più interessati:

  • Jones B, Brown-Augsburger P, Corbett K, et al. LY-CoV555, a rapidly isolated potent neutralizing antibody, provides protection in a non-human primate model of SARS-CoV-2 infection. bioRxiv. Published online October 1, 2020. doi:10.1101/2020.09.30.318972
  • Chen P, Nirula A, Heller B, et al. SARS-CoV-2 Neutralizing Antibody LY-CoV555 in Outpatients with Covid-19. N Engl J Med. Published online October 28, 2020. doi:10.1056/NEJMoa2029849
  • DeFrancesco, L. COVID-19 antibodies on trial. Nat Biotechnol 38, 1242–1252 (2020). https://doi.org/10.1038/s41587-020-0732-8

Se non posso guardare avanti allora guardo dentro: il valore terapeutico dei sogni in quarantena

Mi è capitato di rendermi conto che, in questi giorni di lockdown, sogno molto di più. O meglio, i miei sogni si sono fatti più vividi, intensi, e quando mi risveglio riesco a ricordarli più facilmente. E quasi sempre essi mi hanno catapultato indietro nel tempo, in situazioni scomode del passato, che sono state faticose da affrontare, o semplicemente di difficile comprensione. Il giorno mi sento magari serena, tranquilla, produttiva; la notte il mio inconscio dà sfogo a tutte le preoccupazioni. Sogno spesso di relazionarmi con persone che non fanno più parte della mia vita, oppure di vivere situazioni comuni della mia quotidianità pre-quarantena, ad esempio università, scuola di ballo, incontri con amici, ma con il terrore di essere contagiata. Ho pensato allora che, non avendo nessuna certezza del futuro, non potendo proiettare il nostro pensiero verso il domani e quel che verrà, allora quel che ci rimane non è altro che pensare a ciò che abbiamo ora, a quello che abbiamo lasciato indietro, e magari dare alle nostre esperienze una nuova chiave di lettura, perché no, anche attraverso i sogni. 

Mi sono documentata su questa cosa dei sogni e della quarantena, e sono uscite fuori cose molto interessanti. Ma prima andiamo ad analizzare i principali impatti psicologici che la quarantena può avere su di noi. 

L’IMPATTO PSICOLOGICO DELLA QUARANTENA

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Innanzitutto c’è da dire che, per evitare la diffusione di un virus, in mancanza di soluzioni tempestive, l’unico mezzo sembra essere quello della quarantena. La quarantena consiste nel limitare il raggio d’azione delle persone esposte a malattie contagiose, per monitorare se a loro volta hanno contratto il virus. La finalità è quella di limitare l’introduzione della malattia infettiva e la diffusione dell’agente patogeno. 

Naturalmente, però, anche la quarantena ha risvolti psicologici a breve e lungo termine, ed è lecito domandarsi quali siano, e come poterli arginare al meglio. 

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in una ricerca molto interessante di The Lancet, apparsa per la prima volta il 26 Febbraio 2020 e intitolata “The psycological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence”. 

La review si focalizza, appunto, sull’impatto psicologico della quarantena, e i suoi potenziali effetti sulla salute mentale. Per farlo si basa sui risultati provenienti da 24 studi, svolti in 10 nazioni e condotti su persone affette da SARS (= severe acute respiratory syndrome), Ebola, MERS (= middle east respiratory syndrome), influenza H1N1 e influenza equina. Per ognuna di queste sindromi era stata adottata la quarantena come forma di contenimento. Tra questi, spicca uno studio svolto sul personale medico impegnato nell’emergenza SARS e sottoposto a quarantena. Nove giorni dopo la fine della quarantena, i medici riportavano sintomi quali sfinimento, distacco dagli altri, ansia, irritabilità, insonnia, poca concentrazione, indecisione, evitamento, peggiori performances di lavoro, riluttanza a lavorare e considerazione di dimissioni. Tutti sintomi compatibili con il disturbo acuto da stress. Nel disturbo acuto da stress, le persone hanno vissuto un evento traumatico, sperimentandolo direttamente o indirettamente. I soggetti possiedono ricordi ricorrenti del trauma ed evitano gli stimoli che glielo riportano alla mente. I sintomi compaiono entro 4 settimane dell’evento traumatico e durano almeno 3 giorni ma, diversamente dal disturbo post-traumatico da stress, non più tardi di 1 mese. 

In alcuni dei casi analizzati nello studio però, i sintomi sono stati osservati anche tre anni dopo il periodo di quarantena. 

Un altro studio comparava i sintomi da stress-post traumatico in genitori e bambini sottoposti a quarantena, con quelli di genitori e bambini non sottoposti a quarantena, con risultato che i livelli di stress dei primi erano quattro volte più alti e il 28% dei genitori sottoposti a quarantena riportava sintomi sufficienti da giustificare una diagnosi di disordine mentale correlato ad un trauma, rispetto al 6% dei genitori che non erano stati in quarantena. 

In generale si è dimostrato che un importante fattore di rischio è costituito dalla pre-esistenza di problematiche legate all’ansia, che possono aggravare le paure e lo stress. 

Altri fattori stressanti che si è visto possono scaturire nel periodo della quarantena e in quello immediatamente successivo, e che vanno tenuti in considerazione per poterne limitare gli effetti negativi sono: 

  • PAURA DELL’INFEZIONE 
  • FRUSTRAZIONE E NOIA 
  • INFORMAZIONE POCO CHIARE O INADEGUATE 
  • PREOCCUPAZIONI A LIVELLO SOCIO-ECONOMICO

Per affrontare la quarantena il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha fornito alcuni suggerimenti utili: 

  • INSTAURARE NUOVE ABITUDINI, RIDUCENDO I MOMENTI DI NOIA 
  • RISCOPRIRE LE PROPRIE PASSIONI 
  • RIMANERE IN CONTATTO CON PERSONE A NOI CARE 
  • EVITARE LA RICERCA COMPULSIVA DELLE INFORMAZIONI 

SOGNI E QUARANTENA

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Per quanto concerne i sogni, sembra proprio che non sia solo una mia impressione ma che essi, nel periodo della quarantena, si siano fatti più intensi, più lunghi e più facili da ricordare. Come è possibile? 

Primo motivo: dormiamo di più e per questo si è allungata e intensificata anche la fase REM (= rapid eye movement), chiamata così per essere la fase del sonno più profondo, in cui compaiono i classici movimenti oculari e sorgono anche i sogni più vividi. In questa fase, curiosamente, il cervello mostra la stessa attività di quando è sveglio. 

Secondo motivo: non ci risvegliamo in modo traumatico, con una sveglia che ci impone di scattare in piedi e per questo abbiamo più tempo per passare dal sonno al dormiveglia e poi allo stare in piedi; in questo passaggio il nostro cervello consolida meglio i ricordi di ciò che abbiamo sognato, anche con la giusta sequenza. 

Terzo motivo, ma non meno importante: il momento che stiamo passando, come abbiamo detto già precedentemente, ha cambiato drasticamente il nostro modo di stare al mondo, ansie, incertezze e paure sono moltiplicate. In generale le persone che hanno subìto un forte trauma tendono a ricordare meglio i loro sogni, come aveva dimostrato uno studio in seguito al crollo delle Torri Gemelle a New York. 

In questo periodo, quindi, i nostri sogni possono essere più inquietanti, carichi di simbolismi e strane rappresentazioni della realtà. La ricerca da tempo suggerisce che il contenuto dei nostri sogni sia legato al nostro modo di pensare da svegli. Poiché durante la quarantena la nostra vita si è ridotta alle dimensioni di poche stanze, abbiamo molto meno stimoli quotidiani a cui attingere e inconsciamente andiamo a scavare nel passato. Non dobbiamo preoccuparci, quindi, se il nostro occhio, o meglio, in questa occasione, il nostro cervello non sa guardare oltre. Non dobbiamo colpevolizzarci se ci sembriamo ancorati al passato o alle paure del presente. Anzi, una delle funzioni terapeutiche più note dei sogni è quella del problem solving: attraverso il sogno possiamo capire come risolvere un problema che non eravamo riusciti a scardinare. Il sogno può indicarci una chiave di lettura che non avevamo prima, e sciogliere alcuni interrogativi. 

Per non sprecare questo piccolo ma grande “tesoretto” dei sogni, Deidre Barrett, psicologa della Medical School Harvard, ha creato un blog, I dream of Covid”, con relativa pagina Instagram @idreamofcovid, nel quale chiunque può inserire il proprio sogno. Barret li classifica a seconda della zona di provenienza e argomenti e li accompagna a un disegno che evoca la natura del sogno. La psicologa si è lasciata ispirare dal lavoro della giornalista Charlotte Brandt durante i primi anni del nazismo: si fece raccontare i sogni di persone che vivevano col terrore che al potere arrivasse Hitler, e nel 1966 pubblicò un best seller mondiale, “Il Terzo Reich dei Sogni”. 

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Giorgia Andenna

SITOGRAFIA: 

Fase 2: sbucciare un ananas come se fosse una mela

Uno dei grandi passi verso l’età adulta l’ho fatto il giorno in cui ho deciso fosse giunto il momento di sbucciarmi la mela da solo. Ho imparato a scegliere il coltello giusto e ho migliorato la tecnica.

Sfruttando questa abilità acquisita, ho iniziato a sbucciare anche le pere e le arance. Ma c’è un frutto che è la mia nemesi. L’ananas. Odio sbucciare l’ananas. Il motivo è semplice: non basta saper sbucciare una mela per saper sbucciare un ananas.

Il fatto che l’obiettivo sia sempre quello di “sbucciare frutta”, non significa che si faccia sempre allo stesso modo. Perché cambia la dimensione della frutta, la forma, la consistenza, lo spessore della buccia e tanto altro.

Ecco, lo stesso identico principio vale per il controllo delle infezioni a livello di popolazione.

Qual è il miglior approccio per contenere il coronavirus?
Abbiamo davanti frutti molto diversi da tagliare. Perché da un Paese all’altro cambiano variabili fondamentali, a livello geografico, sociodemografico, e individuale.

Cambia il clima, che può (s)favorire con diverse modalità la diffusione di agenti infettivi. Alcuni prediligono il caldo, altri il freddo. Per citarne alcuni, il freddo aumenta la permanenza negli spazi chiusi e limita il ricambio di aria. Il caldo d’altra parte potrebbe aumentare la partecipazione sociale esterna e quindi i contatti con sconosciuti.

Cambia la dimensione e la distribuzione della popolazione. Con queste cambia il numero di interazioni e gli scambi tra diverse comunità. L’infezione diffonde con modalità e velocità diversa in una popolazione di 8 milioni di abitanti concentrati in una metropoli come New York e in una con un milione e mezzo di abitanti sparsi in piccoli paesi come succede in Sardegna. A New York City si potrebbero bloccare subito i mezzi pubblici per controllare il contagio. In Sardegna non si può, perché praticamente manco ci sono i mezzi pubblici tra un Paese e l’altro. La gente si muove con mezzi privati.

Cambia il numero di contatti fisici tra le persone. In Italia ci si bacia e ci si abbraccia continuamente, in Giappone stringersi la mano non è qualcosa di comune invece. Se l’infezione è favorita dai contatti fisici come le strette di mani e gli abbracci, l’Italia sarà predisposta rispetto al Giappone. Se in Italia si vieta il contatto fisico per controllare l’infezione, in Giappone non avremmo alcun beneficio dalla stessa strategia.

Cambia il contatto intergenerazionale. In Italia abbiamo un rapporto molto forte tra generazioni diverse. La famiglia è “allargata”. Questo significa che gli anziani, che son quelli più ad alto rischio, hanno contatti costanti e protratti con i più giovani, che son quelli con maggiore probabilità di infettarsi a causa della maggiore partecipazione sociale. Se in tutta Europa si dovesse vietare il contatto con parenti di età superiore a 70 anni, in Italia causerebbe cambiamenti nella vita di tante famiglie e verosimilmente potremmo osservare qualcosa in termini di riduzione decessi, ma in altri Paesi non vedremmo praticamente niente e forse sarebbe persino controproducente.

E questi son solo alcuni esempi molto rapidi e superficiali.

Si deve sempre prendere con i guanti qualsiasi confronto.

Quando studiamo l’efficacia e la sicurezza di un farmaco, spesso utilizziamo studi “caso-controllo”. Si confrontano due popolazioni costruite per esser il più simile possibile. Ad un gruppo si somministra il farmaco (caso), all’altro un placebo (controllo), e si confrontano i risultati. Questo perché gli effetti dello stesso farmaco cambiano col cambiare della popolazione. E cambiano quindi costi e benefici che ci portano a dire se il farmaco debba o non debba esser usato, o su chi convenga usarlo e su chi no.

Lo stesso vale nel controllo dell’infezione.

Possiamo guardare insieme le diverse strategie applicate. Possiamo trarre ispirazione gli uni dalle strategie degli altri, e ragionare sui principi dietro una strategia invece di guardare solo la strategia in se, pensando a come applicare lo stesso principio in un contesto diverso. Ma non possiamo assolutamente prendere la strategia adottata da un Paese e applicarla in un altro aspettandoci la stessa efficacia.

Farlo sarebbe come provare a sbucciare un ananas come se fosse una mela.

Fabio Porru

Iniettarsi candeggina effettivamente riduce la mortalità da Covid, ma non conviene

Ha creato sdegno e ilarità. Donald Trump ha però ragione, a modo suo. Infatti, è vero che iniettarsi candeggina riduce la mortalità da COVID19. Quel che Trump però non ha menzionato, senz’altro per dimenticanza, è che ciò è dovuto ad un “bias di sopravvivenza” (“survival o survivorship bias”). Per spiegare questo, partiamo però da una storia fighissima.

Durante la seconda guerra mondiale, gli inglesi eseguirono degli studi sui velivoli aerei di ritorno dalle missioni. Ogna volta che un aereo tornava alla base, si andava a studiare la localizzazione dei fori da proiettili. Il report parlavano chiarissimo: la maggior parte dei fori era localizzata a livello delle ali e della coda, mentre le zone prossime ai motori quasi non presentavano danni . Si concluse che per ridurre le perdite bisognasse rafforzare le ali e la coda, che erano le aree più bersagliate.

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In rosso, i fori dei proiettili

Qualcuno ebbe poi l’idea incredibile di coinvolgere una persona molto competente nel suo ambito, Abraham Wald, matematico e statistico della Statistical Research Group. A sorpresa, Wald suggerì l’esatto opposto: bisognava proteggere maggiormente i motori e sostanzialmente fregarsene di ali e coda.

Le osservazioni effettuate dall’esercito infatti si basavano solo sugli aerei che avevano fatto ritorno alla base. E il fatto che fossero riusciti a tornare sani e salvi dipendeva verosimilmente proprio dal fatto che fossero stati colpiti in quelle aree (ali e coda) e non nelle altre (motori). Quelli colpiti al motore non tornavano.

Se oggi trattassimo tantissime persone con iniezioni di candeggina e andassimo tra un anno ad analizzare i dati dei decessi da COVID-19, scopriremmo che tra questi ve ne sono pochissimi di quelli trattati con candeggina, mentre la quasi totalità includerebbe persone che non hanno ricevuto iniezione. La mortalità da COVID-19 risulterebbe più alta di un numero di volte indefinite in chi non ha ricevuto iniezione rispetto a chi l’ha ricevuta.

Le iniezioni di candeggina apparirebbero statisticamente come fattore protettivo e qualcuno potrebbe concludere che avremmo dovuto trattare tutti con la candeggina.

Esser colpiti al motore come le iniezioni di candeggina selezionano il campione. Per gli aerei, tornare alla base era necessario per poter esser studiati, e quelli colpiti al motore non facevano ritorno alla base e dunque non veniva studiati. Nel caso della candeggina, esser vivi è condizione necessaria per poter esser infettati da coronavirus, ammalarsi e morire di COVID-19.

Le iniezioni di candeggina riducono la probabilità che si verifichi la condizione necessaria per ammalarsi: esser vivi.

Morendo subito in seguito ad iniezione di candeggina, si abbassa drammaticamente la mortalità da COVID-19. In questo senso, si, la candeggina protegge dal decesso da coronavirus. Statisticamente apparirebbe come un fattore protettivo, ma non lo è nella realtà dei fatti. Un poco come lanciarsi dal quinto piano oggi risulterebbe esser un fattore protettivo per demenza senile, cancro, patologie cardiovascolari, oltre che COVID-19.

Se Donald Trump volesse ridurre la mortalità da COVID-19 a New York City basterebbe sganciare una testata nucleare: nessuno morirebbe di COVID-19. Ma sia il salto che il bombardamento aumenterebbero enormemente la mortalità per altre cause e non sono dunque strategie raccomandabili.

Tutto questo per dire tre cose.

La prima è che le associazioni vanno sempre prese con i guanti e inquadrate con attenzione e tenendo conto di tanti aspetti, incluso il campionamento. Prima di tirare delle conclusioni da uno studio basandosi unicamente sui risultati ottenuti si deve sempre verificare che il campionamento sia avvenuto correttamente e che non vi siano bias di sopravvivenza. Questo è particolarmente importante negli studi di mortalità sugli anziani.

La seconda è che quando si chiamano persone competenti come Wald, va così. Arrivano dove gli altri non sanno arrivare. Ma non perché son dei geni. Perché è il loro lavoro arrivarci, hanno studiato per anni per farlo, e sono pagati per farlo.

La terza è che grazie a Donald Trump ora sapete tutti cosa sono i bias di sopravvivenza.

Fabio Porru

The other virus killing Europe 

There are two viruses circulating in Europe right now, and both are deadly in their own way. The first is an actual disease, the novel coronavirus. It is killing Europe in that it is killing its citizens – over 65,000 deaths from COVID have been counted on the continent, overwhelming its healthcare systems, destroying jobs and livelihoods, shutting down social life. The second virus is a complication that has arisen from the first, and it is killing the idea of Europe: it is the lack of solidarity which continues to characterize the continent’s response to this pandemic. Of course, calling it a second virus is rhetoric – but the situation is serious. Angela Merkel has called the current crisis the worst challenge we have faced since World War 2 – and this on a continent that has, in the last decade alone faced economic recession, austerity, a migration crisis and political polarization and radicalization.

There is no more Schengen zone these days. A political project must survive with one of its vital organs disabled: open borders and the free circulation of goods, services, capital, and people represented the heart of Europe. This is not to say temporary border closures and restrictions on who can enter the EU are unwarranted or disproportionate: as measures taken to contain a deadly pandemic, they may be well-justified as such. But they also symbolize something: the manner in which many member-states of the EU pulled up the drawbridge first is the most visible manifestation of an instinct to return to national thinking at precisely the moment cooperation was most needed.

Of course, a government’s first and foremost duty is to protect its own citizens, the electorate from which it derives its democratic legitimacy and political authority. And of course, healthcare policy is determined by national governments, not the EU. But when it comes to the economic fallout – the companies likely to go bankrupt over the next few months, the people who will lose their jobs and livelihoods – solidarity is needed. For selfish reasons, too: the German economy will not recover if none of its neighbours do. Yet the last few weeks have seen the re-emergence of a north-south divide within the EU, rather than a recognition that in such hard times, all must be on the same page. Some southern nations, including Spain and Italy, pulled out an old proposal which had been rotting in the drawers for years: Eurobonds. The Netherlands, Germany and other northern European nations strongly opposed the idea of such an instrument which would see the EU countries share or pool their sovereign debts. Instead, they proposed reactivating some of the mechanisms created in the time of the Eurozone crisis – evoking bad memories in Europe’s south of bailouts paid for with painful austerity measures.

While there are real arguments for and against the pooling of debt within the Eurozone, impressions matter, too. And the impression created by this protracted back-and-forth, as well as the EU Commission’s delay in putting together a response to the dramatic situation in Spain and Italy, was that this Union was missing in action, and, worse, that some countries were unwilling to come to the help of their struggling neighbours.  Last week saw an initial breakthrough, with the EU finance ministers agreeing to an aid package worth 500bn Euros, including funds from the crisis-era bailout fund ESM and the European Investment Bank. A majority supported Spain and Italy in keeping any conditions attached to loans to a minimum. The debate over Eurobonds was simply postponed. It is a very small step forward – more must follow, much more. And the EU institutions must be more present, more visible, in a crisis thus far dominated by the reactions of national governments.

The European idea has also suffered shipwreck in another respect these days: in its treatment of refugees (though perhaps this is a moot point – what can you expect of a Union that cannot even help its own?) On the Greek islands closest to Turkey, which for many migrants represent their first station in EU, 40,000 people are stuck in camps built to shelter less than 7,000. The conditions they live in are unsanitary, undignified – and unworthy of a union of nations supposedly bound together by their common commitment to human rights. After the chaotic and unmanaged influx of hundreds of thousands of migrants in 2015, the Union had half a decade to get its house in order, and accept that this issue requires a united response, a clear policy, and the sharing of burdens between member states. Instead, after signing a questionable deal that saw Turkey’s autocratic government become Europe’s gatekeeper, the EU leaders happily moved on rather than confronting this divisive but inevitable issue.

The Greek camps have been overcrowded for years – and yet attention was only drawn to this situation by Turkish President Erdogan’s recent stunt, sending thousands of refugees to the Greek border to pressure the EU to listen to his demands. Thousands of people, including families and children, have been languishing in horrific conditions for years, yet only now, with a global pandemic going on, do we talk about the health consequences of living in a camp where 1,300 people share a water point, 200 people a shower and 167 people a toilet. 

Last month, eight member states and Switzerland promised to take in 1,600 unaccompanied minors from the islands. This was never enough – there are an estimated 5,200 unaccompanied minors on the islands, and many others will need to be moved as well if living conditions there are to be actually improved. But, amidst the coronavirus pandemic (very conveniently, cynics might note), even the repatriation of this small number of children has come to a grinding halt. The Grand Duchy of Luxembourg, that global superpower, has now managed to get things moving again with a promise to resettle eleven children in the next week. Germany committed to flying in up to five hundred children, 50 of them “as a matter of urgency”. Yes, Germany, as all its neighbours, is dealing with a public health emergency which understandably takes priority. But the federal government has managed to repatriate over 187,000 German citizens stuck abroad in the past few weeks, on over 170 specially chartered flights. Some 80,000 Eastern Europeans will be allowed to come to Germany in the next few weeks to work on Germany’s farms. So what, exactly, stands in the way of getting an additional few hundred unaccompanied minors out of a living hell?

Meanwhile, the number of rescue ships operating in the Mediterranean has been drastically reduced as some NGOs transferred their staff to help with the coronavirus outbreak on land. The ship “Alan Kurdi” had to wait at sea for days with 150 rescued migrants while the Italian, Maltese and German governments argued over who should take responsibility for them (they have now been transferred to an Italian ‘quarantine ship’, rather than being allowed to disembark, as the Mediterranean country declared its own ports ‘unsafe’ over the virus outbreak.) With an expected uptick in departures from Libya with better weather, an increasing death toll in the Mediterranean is likely as not enough resources are available to respond to migrant boats in distress.

These are European failures, they cannot be blamed on coronavirus. The situation on the Greek islands has been catastrophic for years. The only reason so many charities had their ships patrolling the Mediterranean before this crisis hit is because they were filling the gaps left by the utterly insufficient EU sea missions. The supposed choice between helping the most vulnerable people – be they on unseaworthy fishing boats off the Libyan coasts or living in the mud of Lesvos – and addressing coronavirus is false. EU states will inject their economies with hundreds of billions of euros in the coming months and years to soften the impact of this crisis. Neither saving lives in the Mediterranean nor airlifting a few thousand families out of Greece would cost anything near that amount. It is not a question of money or resources – it is a question of political will.

If the European Union wants to survive, solidarity must mean action, not just talk. The richer members must help the poorer, and all together must help the most vulnerable.  United Europe stands, lives, rebuilds, gets through the crisis and eventually flourishes again. Divided, it crumbles, its values a hollow joke, its citizens easy prey for the nationalists and isolationists.

 David Zuther