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La disillusione | Educazione sentimentale e di genere

Sabato 3 agosto si è svolto il quinto e ultimo appuntamento con La disillusione – le realtà in un mondo che cambia, ancora una volta nella location di Parco Schuster. Questa volta l’incontro verteva sull’educazione sentimentale e di genere. Gli ospiti sul palco (presentati dalla nostra Jovana Kuzman) sono stati: Andrea Maccarrone, attivista LGBTQI+; Maria Grazia Bonaldi, per l’associazione AGEDO ROMA – NO all’omotransfobia; Roberto Tufo, attivista per Unione degli Studenti; Gianfranco Goretti, presidente dell’Associazione Famiglie Arcobaleno.

Dopo una breve introduzione, con la visione del video del Pride 2019 (di Niccolò D’Alonzo) e il ricordo dei 50 anni dei moti di Stonewall, l’incontro è cominciato con l’intervento di Andrea Maccarrone.
Un intervento che si è focalizzato soprattutto sull’educazione di genere a scuola, partendo da una critica del sistema scolastico: sistema che dovrebbe formare in maniera più consapevole la società, partendo anche da una maggiore attenzione riguardo l’educazione sessuale. La questione più importante nell’intervento di Andrea Maccarrone si basa su un rapporto sano con la propria identità: evitare di nascondersi, sapendosi accettare per poter convivere meglio, oltre che con se stessi, anche con gli altri. In Italia la sessualità, e soprattutto l’omosessualità, vengono marchiate come tabù: negative, sospette. Lo scopo dell’educazione sessuale è proprio quello di conoscersi e conoscere gli altri, uscendo da determinati schemi e stereotipi. Da qui la menzione prima al genere intersessuale (genere che non si associa univocamente né a quello maschile né a quello femminile), poi un occhio di riguardo per l’emancipazione femminile: è necessario liberarsi dagli schemi che vedono la donna penalizzata nella realtà domestica e lavoratrice (violenza che ha una matrice psicologica prima ancora che fisica). Per Maccarrone, quindi, la soluzione sarebbe educare alle differenze, emancipando l’individualità da schemi precostituiti: la conoscenza è il vero antidoto all’odio.

Successivamente è stato il turno di Maria Grazia Bonaldi, rappresentante dell’associazione AGEDO. Associazione che, attiva sul territorio nazionale da ben 25 anni e con sedi in circa 25 città, si occupa di sostegno, informazione e confronto per i genitori dei ragazzi omosessuali. La nascita di questa associazione si deve proprio al bisogno dei genitori: per non sentirsi soli, per capire che non hanno sbagliato nulla, contrastando la dilagante ignoranza e disinformazione sull’argomento.

Roberto Tufo, invece, si focalizza nuovamente sull’ambiente scolastico e sul paradosso più grande: il fatto che la scuola non debba avere tabù su argomenti che riguardano tutti. Infatti, non si trova mai il tempo per confrontarsi su tematiche sociali: non c’è mai il tempo per parlare di sessualità e relazione all’affettività. Una critica velata anche al corpo docente: il più delle volte schivo e assente su determinate tematiche (molte volte anche in casi di violenza). Breve accenno, poi, all’opuscolo “che cos’è l’amor” sul sito dell’Unione Studenti: riguardante vari temi fra cui l’autoerotismo (soprattutto femminile), violenze di genere, coming out. L’obiettivo ultimo di questa iniziativa, conclude Tufo, è liberare le menti dei ragazzi da determinati stereotipi e tabù.

La parola passa, infine, a Gianfranco Goretti, che spiega come è nata e come agisce l’Associazione Famiglie Arcobaleno. Nasce nel 2005 per la volontà di una decina di coppie omogenitoriali di Milano con bambini di 1 o 2 anni, per confrontarsi e aiutarsi tra loro in un paese che, all’epoca, oltre a non avere diritti, non conosceva ancora nessun dibattito per le coppie omogenitoriali. Merito dell’Associazione, secondo Goretti, è stato proprio quello di creare dibattito e risvegliare quel desiderio sopito di genitorialità per tante coppie omosessuali (segno anche di una crescita di possibilità per l’individuo che, ai tempi di Goretti, quando aveva 14 anni, si limitavano alla clandestinità). Conquiste che, ribadisce Goretti, sono esclusivamente merito del movimento LGBTQI+,  in un paese che, oltre alla legge 40/2004 sulla fecondazione assistita e la Cirinnà del 2016 sulle unioni civili (aspramente criticata, peraltro, dallo stesso Goretti, poiché tra le altre cose non viene riconosciuta la stepchild adoption), non ha trattato alcuna legge riguardo i diritti degli omosessuali. Intervento finito, poi, con una stoccata al Ministro della Famiglia Fontana (“negando le famiglie arcobaleno ammette che, in realtà, esistono”) e con una considerazione riguardo il momento: che non avvenga una battuta d’arresto nella lotta per il riconoscimento dei diritti e che la scuola sappia fare un buon lavoro di inclusione e progettazione sulla realtà presente (basandosi sulla sua esperienza personale con insegnanti che includevano i bambini provenienti da queste realtà; a differenza degli ultimi tempi, dove si prova una certa diffidenza).

Emiliano Pagliuca

Il femminismo e gli uomini: oltre la lente politica

Questa è una lettera di risposta a un articolo precendentemente pubblicato su La Disillusione: https://revert798312376.wpcomstaging.com/2018/11/17/femminismo-al-femminile-manca-il-maschile/

Cara Francesca,

Il tuo articolo è una ventata di aria fresca per quanto riguarda la discussione dei rapporti di genere in questi nostri tempi confusi. Cercherò dunque di apportare un primo, modesto contributo ad una conversazione che è decisamente in ritardo, partendo con una battuta impertinente. L’idea di uno “spazio” in cui gli uomini ridefiniscono la propria identità maschile “indipendentemente dalle donne” mi fa immediatamente pensare a due possibili scene: una gara di rutti nello spogliatoio di una palestra, o in alternativa una sessione di terapia di gruppo dai toni bassissimi e un po’ sterili. In altre parole, non sono del tutto sicuro che gli uomini possano definire le proprie identità in uno spazio indipendente da quello femminile. Non perché l’identità maschile (per ora assumiamo a priori che tale categoria esista) sia meno complessa o meno autonoma della sua controparte, quanto per il fatto che, proprio come tu suggerisci, siamo rimasti “indietro”. Che sia stato il femminismo a scordarsi dei maschi o piuttosto noi a scordarci di noi stessi, il risultato non cambia: il superamento di quel determinismo culturale che codificava rigidamente le identità di genere non è stato colto dall’immaginario maschile come una sfida collettiva di rielaborazione, ma semplicemente come un’evoluzione dei costumi a cui adattarsi individualmente. Sono consapevole che quest’ultima sia un’affermazione audace e non generalizzabile, tuttavia sono convinto che rifletta l’esperienza di molti uomini che non sentono di avere una coscienza collettiva di riferimento. O meglio, tale coscienza esiste, ma anziché essere un sentimento di solidarietà comune è un padre-padrone che giudica costantemente la nostra inadeguatezza e lascia pochissimo spazio alla complessità. Ed è proprio la permanenza di questo super-ego maschile e la sua relazione con la costruzione dell’identità che vorrei utilizzare come punto di partenza per questo articolo.

Identità, Intersoggettività, Cultura

Che cos’è l’identità? Sicuramente non qualcosa che posso sperare di definire in maniera soddisfacente in questa sede, ma vale la pena formularne un concetto approssimativo per amor di discussione. Di sicuro non è né un contenitore vuoto da riempire a nostro piacimento né qualcosa che ci piove in testa dal cielo alla nascita, ma piuttosto il risultato di un processo di mediazione tra le istanze più o meno autonome del proprio sé – personalità, ambizioni, vocazioni, desideri – e le influenze inevitabili della cultura e delle interazioni sociali che accompagnano la crescita dell’individuo e la vita in generale. Il femminismo, nelle sue diverse ondate, ha riaffermato la forza delle prime sulle seconde per quella metà della popolazione umana che l’Illuminismo e le sue rivoluzioni avevano lasciato da parte, permettendo dunque alle donne di emanciparsi dai ruoli subalterni e claustrofobici che la società aveva loro imposto.

Da qui l’effetto performativo sulla cultura, il rovesciamento dei vari stereotipi e l’esplorazione dell’ identità femminile come esperienza piuttosto che come modello. Tutto ciò si è tradotto, entro un certo grado, nella consapevolezza generale che non esiste uno standard di riferimento dell’identità femminile a cui le donne dovrebbero attenersi per sentirsi a proprio agio nel loro essere donne. Ne segue che, entro i limiti della convivenza civile, ogni modo di vivere la soggettività femminile ha la stessa dignità di tutti gli altri.

Lo stesso principio egualitario si applica ovviamente anche alle soggettività maschili, ma la mancata rielaborazione culturale fa sì che tale principio rimanga quasi solamente formale, mentre nella sostanza gli uomini rimangono concepiti come “il sesso forte” in un senso che va ben oltre l’anatomia: da loro ci si aspettano vitalità, risolutezza, coraggio, ma soprattutto iniziativa. Iniziativa nel manifestare interesse verso un potenziale partner, nel mostrare di avere carattere e senso dell’umorismo, nel “sapersi vendere bene” al resto del mondo, e spesso persino nell’iniziare il contatto fisico che precede ogni atto sessuale. Per un uomo è quasi impossibile rifiutare tutte queste aspettative e poter sperare di vivere serenamente.

Detto questo, non è mia intenzione esaltare il diritto degli uomini a non adeguarsi nè presentare questo diritto come un dovere politico, perché una mossa del genere sarebbe controproducente nel breve periodo (cosa facciamo, Lysistrata al contrario? Chi ci crede?). Il vittimismo non fa bene a nessuno, tantomeno agli uomini.  Credo, piuttosto, che sia necessario prendere in considerazione la permanenza di queste aspettative non solo nella dimensione culturale dei rapporti di genere, ma anche in quella intersoggettiva.

Con questo intendo dire che a riprodurre un certo ideale di “uomo-che-non-chiede” tipo Han Solo quando bacia Leia non è solo la cultura, sono anche moltissime donne nelle loro interazioni quotidiane, e pensare che questo non riguardi anche alcune donne che si ritengono femministe sarebbe quantomeno sospetto.

A questo punto, possiamo davvero cambiare questo stato delle cose semplicemente attraverso un’operazione culturale parallela, un “femminismo dei maschi” che si concepisce come indipendente da quello “delle femmine”, con cui si limita a fare due chiacchiere ogni tanto? Un progetto simile potrebbe sicuramente portare a risultati concreti e positivi nel lungo periodo, ma sarebbe un po’ come mettere una guarnizione ad un tubo che perde da ieri notte e poi tenersi l’acqua in casa fino alle caviglie: prima o poi l’acqua evapora, ma si può fare di meglio e provare a salvare il parquet.

 

“Sono come tu mi vuoi”

Individuali o collettive che siano, tutte le identità hanno una componente eterodiretta che riflette le aspettative degli altri e i loro riconoscimenti. Come accennavo prima, uno dei grandi successi del femminismo è stato cambiare e certamente su quel versante c’è ancora parecchio lavoro da fare. Ma sul versante opposto i lavori non sono mai cominciati.

Prendiamo ad esempio una convenzione che gode ancora di ottima salute, secondo cui è l’uomo a dover cercare e la donna a dover scegliere. Se si proponesse di superarla o rovesciarla una volta per tutte, quanta resistenza ci si potrebbe aspettare da parte di individui di entrambi i sessi?

Per il momento, forse agli uomini non resta che accettare il fatto che parte della loro identità si articoli sulle aspettative che le donne proiettano verso di loro, e che il loro riconoscersi come adeguati o meno a tali aspettative abbia delle conseguenze determinanti per il loro rapporto con se stessi. Ma questo è quasi ovvio, e non vale certo di meno per le donne.

La differenza significativa sta nel modo in cui la convenzione di cui sopra opera a livello collettivo.

Essa pone quasi tutti gli uomini davanti alla possibilità del rifiuto almeno una volta nella vita, mentre una donna non è necessariamente costretta ad affrontare questo rischio. Anzi, molto spesso le donne sono soggette ad un’educazione ed una socializzazione che le incoraggiano a sottrarvisi, a mostrare il loro potenziale interesse attraverso segnali mai troppo espliciti, perché il costume vuole che siano gli uomini ad interpretarli e ad agire di conseguenza. Lo so, sembra una piccolezza irrilevante rispetto alla realtà complessiva, ma non lo è affatto.

Questa convenzione fornisce infatti il presupposto strutturale – anche se non per forza causale – su cui si articolano le dinamiche di competizione maschile, che avvenga tra estranei l’un l’altro indifferenti o tra amici che farebbero volentieri a meno della gara. Fin da adolescente, non ho mai smesso di chiedermi se non ci sia una certa relazione di rinforzo tra l’iterazione di queste dinamiche e lo sviluppo, nella psiche maschile, di una visione delle donne come “premi” da vincere in funzione della propria autostima. E ogni tanto vorrei che Simone de Beauvoir fosse ancora viva per porre questa domanda anche a lei.

Quanta distanza concettuale c’è tra un premio che si vince ed un oggetto che si possiede?

Sono certo che molte femministe siano ben coscenti di questa realtà ed altrettanto certo che, in un certo senso, non ci possano fare niente. L’idea di una donna che cerca di emancipare un’altra donna dicendole “smettila di essere così maschilista!” effettivamente fa un po’ ridere, visto che il paternalismo (in teoria) è un’attitudine inconciliabile con lo spirito femminista. Tuttavia, per gli uomini il problema rimane: dobbiamo relazionarci quotidianamente con un mondo femminile che da un lato ci attribuisce le tipiche aspettative culturalmente associate ai maschi e dall’altro le rinnega. Il che ci mette di fronte a situazioni che spesso non riusciamo a decifrare.

Ad esempio, quando siamo costretti a vedere che il machismo becero e irritante di certi rettili in discoteca, ogni tanto, paga. O quando le nostre madri, sorelle, e maestre delle elementari ci inculcano (pur con le migliori intenzioni) una visione agiografica delle donne come esseri eterei e moralmente superiori, senza macchia e senza corpo. La quale, ad un certo punto dell’adolescenza, finisce inevitabilmente per collassare davanti alla realtà. Magari proprio quando si cominciano a frequentare le suddette discoteche.

Verso la scomodità

Ecco, quando viene posto in relazione con il problema della violenza di genere, questo ragionamento perde ogni residuo di leggerezza e diventa una questione spinosissima. Questione che non ero costretto a tirare fuori, e se avessi voluto stare sul sicuro questo articolo si sarebbe concluso al paragrafo precedente. Ma la coscienza mi impone, masochisticamente, di esternare l’idea che per comprendere fino in fondo la violenza di genere non sia sufficiente indagare la “dark triad” e la psicologia culturale dei predatori sessuali. Sarebbe un lavoro lasciato a metà.

Serve anche capire come le donne concepiscono gli uomini, cosa che sicuramente non possiamo fare da soli. In particolare, abbiamo bisogno di capire fino a che punto l’idea di uomo nell’immaginario collettivo delle donne contiene ancora elementi potenzialmente permeabili a quelle manifestazioni aggressive e violente che il mondo anglofono chiama, certo non senza motivo, “toxic masculinity” e “rape culture”.

Ci terrei ad anticipare un’obiezione che immagino si stia già facendo strada nella mente di chi legge: non sto assolutamente parlando di girare la frittata e dare la colpa degli abusi alle donne che ne sono vittime. La condanna di ogni forma di violenza non si discute, e il fatto che io mi senta in dovere di fare questa precisazione dopo tutto ciò che ho scritto finora forse è uno spunto di riflessione ulteriore, su cui tornerò più avanti.

Sto parlando di cominciare un’operazione scomoda e difficile, che tra le altre cose implica un’indagine collettiva della seduzione, dell’affetto e della sessualità in tutta la loro ambivalenza psicologica e morale. E che andrebbe portata avanti con cautela, ma il più possibile alla luce del sole, per riuscire a stare in bilico tra il pericolo dell’invadenza e quello dell’ipocrisia. Ma se continuiamo a posticiparla sine die perché crediamo che non sia poi così necessaria, o perché rischia di lanciare pericolosi inviti al maschilismo più bieco, la violenza di genere rimarrà sintomo di una malattia che ci asteniamo dal conoscere davvero.

Riusciremo a curarla a suon di deterrenza e di scandali di cronaca, puntando un dito verso il mostro e l’altro dito verso una cultura maschilista che vogliamo sì cambiare, ma non sappiamo fino a che punto?

Forse. Le statistiche in effetti suggeriscono che gli episodi di violenza stiano calando, ma la crescita inquietante di certe culture sotterranee nel dark web (come quella degli incels, pregna di una frustrazione e un risentimento talvolta reciprocati da chi la denuncia) è una dissonanza che mi preoccupa molto, anche se spero vivamente di sbagliarmi.

Mai come prima d’ora, noi uomini ci troviamo ad avere un enorme bisogno della vostra sincerità più spassionata. Altrimenti rischiamo di viaggiare sempre più spediti verso l’incomunicabilità, e di trasformare questa incomunicabilità in un’asfissia reciproca dilagante.

Prigionieri dell’apologia

Uno degli ostacoli da superare per quanto riguarda le relazioni di genere ha a che fare con il clima dialettico in cui queste vengono discusse e, talvolta, anche con il taglio politico che le sottolinea. Senza dubbio, la concezione neo-Gramsciana del femminismo, che identifica il patriarcato come correlativo del sistema capitalista basato sulla proprietà e sulle disuguaglianze, ha un fondo di verità e ha conferito vigore politico a battaglie importanti nella società e nelle istituzioni. D’altra parte, però, ho il sospetto – da buon materialista storico – che lo sconvolgimento del panorama sociale e tecnologico della comunicazione (mass media prima, social media poi) abbia cambiato radicalmente le carte in tavola, nel bene e (soprattutto) nel male. Uno degli effetti collaterali di questi sviluppi è stata l’integrazione funzionale dell’antagonismo politico femminista in un ambiente comunicativo paranoico ed esasperante, dove ogni proposizione viene valutata esclusivamente per il suo potenziale apologetico piuttosto che per il contenuto in sé. Con risultati controproducenti per gli obiettivi di inclusività ed emancipazione che il progetto femminista vuole portare avanti.

Un esempio paradigmatico è il caso della filmmaker americana Cassie Jaye, finita al centro di asprissime controversie dopo l’uscita nel 2016 del suo documentario The Red Pill, in cui intervista alcuni esponenti dei cosiddetti Men’s Rights Activists e racconta l’impatto che questo confronto ha avuto sulla sua visione del mondo. Non potendomi dilungare sullo scopo e il contenuto del lungometraggio, che non nego essere indigesto sotto molti aspetti, consiglierei la visione di questo TEDx talk in cui la Jaye riassume l’inquisizione mediatica che ha subito con le seguenti parole: “when you start to humanize your enemy, you might in turn be dehumanized by your community”. A poco è valso Il fatto che i suoi lavori precedenti parlassero di temi come la libertà e la salute sessuale e riproduttiva delle donne (Daddy I Do, 2010) e i diritti delle coppie omosessuali (The Right To Love, 2012): non aver dipinto i suoi intervistati come pericolosi mostri sciovinisti in The Red Pill le ha fruttato l’ostracismo preventivo del pubblico con cui lei si era sempre identificata, e a cui il documentario era rivolto.

Non nego che questa mentalità anticipatoria sia piuttosto comprensibile, visto che l’apologia del maschilismo va molto di moda ultimamente. Tanto che ce la sto mettendo tutta per non suonare come un certo oscuro professore canadese, che avrebbe anche qualcosa di buono da dire se non avesse deciso di costruire un impero commerciale sull’ambiguità, facendo vari occhiolini alla destra ultraconservatrice per motivi discutibili. Certo, ogni cosa succede in un contesto, e in questo caso il contesto è quello Nordamericano. Nella nostra cara Europa le cose sembrano andare un po’ meglio.

In Italia, ad esempio, abbiamo avuto La TV delle Ragazze, tutt’altro spirito e tutt’altro intelletto rispetto alla vulgata femminista d’oltreoceano. Ma le influenze atlantiche ogni tanto fanno capolino. Per esempio, quando la proposta di legalizzare la prostituzione viene osteggiata a priori dalla sinistra perché assimilata a tutte le altre proposte deliranti della Lega. Anche se concepita in modo regressivo, come ritorno alle situazioni degradanti e indifendibili delle “case di tolleranza” abolite dalla legge Merlin, la proposta rimane comunque un’opportunità per presentare emendamenti e trasformare le attuali politiche basate sulla deterrenza in politiche volte alla riduzione del danno. Che peraltro è esattamente ciò che la sinistra ha sempre voluto fare con le droghe leggere. E poi ammettiamolo una volta per tutte: Lina Merlin, nonostante i tanti e indiscutibili meriti, era mossa da un moralismo che oggi farebbe storcere il naso a molte donne.

Il Contrappasso di Adamo

Recentemente ho visto una conferenza di Galimberti in cui, tra le altre cose, l’intellettuale dallo stile burbero e tranchant afferma che la visione cristiana del tempo, dell’etica e del progresso sociale pervade persino il pensiero critico di due “Maestri del Sospetto” come Freud e Marx (Nietzsche se la scampa con l’Eterno Ritorno, anche se non del tutto).

Il passato è sofferenza (peccato/patologia/oppressione), il presente è redenzione (pentimento/terapia/rivoluzione), il futuro è emancipazione (regno dei cieli/guarigione/società senza classi).

Logicamente, questa radice cristiana è presente anche nei vastissimi filoni di pensiero articolati sulla falsariga dei due filosofi nei decenni a venire, e il femminismo – specie quello accademico – non ne è certo immune. Anzi, provocatoriamente, mi verrebbe da chiedere: cos’è diventato il patriarcato, nel discorso politico dell’occidente odierno, se non il peccato originale degli uomini? Un capovolgimento del mito di Eva che trasforma una verità storica innegabile (l’oppressione millenaria delle donne) in una colpa metafisica che tutti gli uomini, anche quelli nascituri, devono e dovranno portarsi appresso in un modo o nell’altro?

Ci tocca ammettere, un po’ amaramente, che Benedetto Croce aveva più ragione di quanto vorremmo concedergli: non possiamo non dirci cristiani, nemmeno nella contestazione più radicale. Forse questa consapevolezza, che potrebbe sembrare pericolosa in quanto neutralizzante, può invece fornire il presupposto per una critica più ampia, profonda e riflessiva, che ci permetta di negoziare davvero la nostra cultura e i nostri costrutti sociali liberamente e democraticamente. E di lasciarci alle spalle, per quanto possibile, quei tanti orpelli ideologici che invertono gli schemi senza mai cambiarli.

Daniele Vanni

 

 

Verona patrimonio dell’oscurantismo

“Il Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, WCF) è un evento pubblico internazionale di grande portata che ha l’obiettivo di unire e far collaborare leader, organizzazioni e famiglie per affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società.” Così è come si descrivono sul sito https://wcfverona.org/it/. Sullo stesso sito, alla pagina chi siamo, scopriamo i volti del Presidente dell’Organizzazione Internazionale per la Famiglia, il Decano del Consiglio Direttivo del WCF XIII Verona, il presidente dello stesso e il vicepresidente. Quattro maschi e la sensazione di star leggendo un manuale di Storia Moderna, il capitolo “Inquisizione”.

Per chi non avesse chiaro cosa è successo dal 29 al 31 marzo 2019 a Verona, città patrimonio dell’Unesco, qui un breve riassunto di alcuni punti salienti:

– Per avere un quadro più generale della materia trattata, l’agenda ideologica dei gruppi che partecipano e si identificano nel WCF comprende al suo interno: sostegno della “famiglia tradizionale”, opposizione ad aborto, diritti riproduttivi, matrimoni omosessuali, diritti LGBTQI, divorzio, studi di genere e immigrazione (ormai l’immigrazione – che dovrebbe essere uno dei fenomeni più generali e trasversali di qualsiasi società – sembra diventato un mantra svuotato di qualsiasi significato razionale).

– Le parole di Conte: “Il patrocinio è stato concesso dal ministro Lorenzo Fontana, di sua iniziativa, nell’ambito delle sue proprie prerogative, senza il mio personale coinvolgimento né quello collegiale del governo. All’esito di un’approfondita istruttoria e dopo un’attenta valutazione dei molteplici profili coinvolti, ho comunicato al ministro Fontana la opportunità che il riferimento alla Presidenza del Consiglio sia eliminato”. Ebbene sì, ab origine il WCF non solo era patrocinato da Provincia di Verona, Comune di Verona, dalla Regione Veneto e Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, ma anche dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Non finisce qui però: “rimarrà il patrocinio con esclusivo riferimento al ministero della Famiglia e ovviamente ciascun esponente del governo sarà libero di partecipare all’evento, esprimendo le proprie convinzioni sui vari temi che saranno oggetto di discussione.” Poche idee, ma confuse.

– Entriamo nel vivo di questa manifestazione, prima di passare a visionare alcuni degli “illustri” relatori, e scopriamo insieme alcuni dei meravigliosi gadget del congresso: dei feti di plastica. A quanto pare, la rivista di Pro Vita (associazione che, tra le varie cose, vanta legami con Forza Nuova) ha avuto il coraggio di distribuire questo:

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Non solo, infatti la situazione è in realtà ben più macabra: sono stati distribuiti anche portachiavi azzurri con la forma dei piedi dei feti e la scritta “10 settimane” e una spilletta con i piedini – dorati – ma stavolta di 12 settimane. Gli organizzatori del Congresso si difendono così: “Tanto rumore per nulla. Certa stampa non sa a cosa attaccarsi per denigrare il congresso di Verona. Non esiste alcun gadget del Congresso di Verona. La riproduzione di un feto di 11 settimane è un residuo della vecchia campagna che ha reso famosa l’associazione Pro Vita e che comprese anche l’affissione del manifesto grande quanto la facciata di un palazzo. Fu creata per aprire un dibattito sulla vita. E sulla vita ci concentriamo.”

– Tra i relatori possiamo ammirare alcune tra le più importanti figure del progressismo italiano, ladies and gentlemen: Matteo Salvini, ormai sempre più in preda al delirio, è riuscito ad attaccare tutti e nessuno, prendendosela sia con il “business” delle case-famiglia che dichiarando “Secondo me c’è un business organizzato dei manifestanti perché sono sempre gli stessi. Le femministe parlano di diritti delle donne e fanno finta di non vedere quale è il primo reale pericolo per le donne che non è il Congresso ma è l’estremismo islamico per cui la donna vale meno che zero, ed è perpetrato da chi vuole venire qui in Italia”. Non saprei nemmeno dove far finta di vedere un nesso in tutto ciò. Tra gli altri relatori figurano l’inquietante Ministro per la Famiglia e la Disabilità Lorenzo Fontana, l’altrettanto inquietante senatore Simone Pillon, il presidente del Veneto Luca Zaia, Giorgia Meloni reduce dal primo successo discografico “Ollolanda” e dulcis in fundo il Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti. Se volete farvi un’idea su che tipo di persone non frequentare, qui c’è il resto dei relatori: https://wcfverona.org/it/relatori/

Per fortuna, non è oscurantismo tutto ciò che è a Verona. Infatti, un’imponente contromanifestazione ha invaso le strade della città veneta sabato 30 marzo, organizzata da “Non una di meno” e a cui hanno aderito tante realtà, da associazioni a sigle sindacali. Trentamila manifestanti secondo la questura, numeri più alti secondo gli organizzatori. “Io sono contro tutto questo. È medievale, è una cosa inconcepibile nel 2019” ha dichiarato Maria Gandolfini, figlia del leader del Family Day.

Mai si era vista una manifestazione così grande durante lo svolgimento del WCF. È un segnale come tanti la società civile ha provato a dare ultimamente, sostituendosi a un’opposizione istituzionale molto debole. È un segnale importante soprattutto in un paese in cui un partito che lo governa manda i suoi ministri a questo conclave del sessismo più becero e una delle sue sezioni diffonde volantini di questo genere

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Sì, questa è una riflessione totalmente di parte e tale vuole essere, perché in questo momento storico e di fronte a eventi come questo non si può non tentare di denunciare cosa sta accadendo. Parlare non costa (ancora) nulla, e la condanna verso eventi di questo tipo deve essere totale. Non basta attuare una strategia pubblicitaria basata su falsi proclami di inclusione e “attivismo” da parte delle realtà che compongono il WCF, non basta nemmeno organizzare eventi apparentemente pacifici per ripulire la facciata di una macchina dell’odio e dell’arretratezza che non dovrebbe trovare posto nella società. I manifestanti in piazza portavano la voce potente di tutte le donne e tutti gli uomini del mondo che si oppongono a una struttura obsoleta che negli ultimi anni sta avendo dei rigurgiti del peggior passato. La Storia saprà dare lo spazio che merita a queste idee: l’oblio.

Claudio Antonio De Angelis


SITOGRAFIA

A proposito del commercio equosolidale

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Oggi quasi tutti, almeno una volta nella nostra vita, abbiamo sentito parlare di commercio equosolidale, ma in cosa consiste esattamente? Di seguito proponiamo la definizione del sito Artisandumonde.org: “Il commercio equosolidale è una collaborazione commerciale basata sul dialogo, la trasparenza e il rispetto: il suo obiettivo è di raggiungere una maggiore equità nel commercio mondiale”. A differenza del commercio classico, quello equosolidale si impegna a rispettare tanto il produttore quanto il consumatore, tenendo in conto i bisogni del primo e riconoscendogli la giusta retribuzione per i suoi sforzi e garantendo al secondo la qualità dei prodotti. Di fatti, questo fenomeno si è diffuso quasi dappertutto a partire dai primi anni del 2000, non solo in Francia ma anche nel resto del mondo: ciò perché i consumatori cercano prodotti di miglior qualità e allo stesso tempo vogliono impegnarsi per un atto di solidarietà verso popoli che vivono dall’altra parte del mondo. Continua a leggere

Goal Rivoluzionari

Da due settimane si stanno svolgendo, in Russia, i Mondiali di Calcio seguiti con entusiasmo da tutta la popolazione del globo. Effettivamente, questa ricorrenza, per i più grandi interessati e non solo, avviene una volta ogni quattro anni, dove le squadre nazionali si sfidano a colpi di girone.

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