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Mi Nutro di Vita

Concludiamo questo percorso sui Disturbi del Comportamento Alimentare con un’intervista a Micaela Bozzolasco, membro dell’associazione Mi Nutro di Vita, nata dalla volontà di Stefano Tavilla per sensibilizzare la tematica dei disturbi alimentari. Micaela ci spiegherà come è nata l’associazione, quali sono i loro obiettivi e come si sono organizzati durante questa pandemia che ha colpito queste malattie facendo aumentare i nuovi casi e aggravando la patologia di chi già ne era affetto.

Ciao Micaela, prima di tutto, com’è nata l’associazione “Mi Nutro di Vita”?

Mi Nutro di Vita nasce in Liguria ed opera in tutto il territorio nazionale. Il 15 marzo 2011 Giulia Tavilla, a soli 17 anni, scompare ad un passo dal ricovero in una struttura idonea alla cura del suo grave disturbo alimentare. Già dopo appena pochissimo tempo si manifesta la volontà forte del papà, Stefano, di ricordarla in modo costruttivo, attraverso un evento sportivo per famiglie. Così, con il sostegno degli organizzatori del Trail di Santa Croce, ad appena un mese e mezzo di distanza dalla sua scomparsa, viene realizzata la prima manifestazione sportiva mini-trail di corsa per le creuze di Pieve Ligure Alta a lei dedicata: il “mini-trail di Santa Croce” precursore del “Corri con Giulia”.

Questo primo evento fu inizio di un percorso associativo, qualcosa che, in una realtà molto ‘frastagliata’, potesse accomunare e diventare un simbolo di unità d’intenti, così nasce il Fiocchetto Lilla, e si concretizza il 2 agosto 2011 in Mi Nutro di Vita.

Mi Nutro di Vita  è un’associazione no-profit nata per sensibilizzare a livello nazionale la tematica dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) e per supportare da vicino, con l’iniziativa volontaria di coloro che direttamente o indirettamente hanno convissuto con un DCA, non solo gli invisibili che ne soffrono, e che cercano ogni giorno di combattere la propria personale battaglia verso il percorso della guarigione, ma anche il nucleo affettivo che, inevitabilmente, si ritrova catapultato nella realtà, ancora troppo ignorata e taciuta, del complesso mondo dei DCA.  La realizzazione di questo obiettivo diventa immediatamente petizione popolare, presentata in Parlamento nel 2012 con la richiesta di riconoscimento istituzionale della “Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla” ogni 15 marzo, in contrapposizione ai DCA, per creare informazione, prevenzione, rete di auto mutuo aiuto ed il riconoscimento del fenomeno a livello di servizio sanitario pubblico, inadeguato e per lo più inappropriato. 

Cosa significa per te far parte di questa associazione?

Ho incontrato l’Associazione Mi Nutro di Vita 4 anni fa, navigando per caso su internet in cerca di non sapevo neppure cosa, ma sicuramente disperata. Quattro anni fa soffrivo di un DCA, e ne soffrivo da più di 20 anni, per non dire da sempre. Sono andata a un incontro dell’Associazione e non sapevo che quello sarebbe stato l’inizio di una storia meravigliosa, l’inizio di una Vita, la mia. Ricordo quella sera perché è ancora sulla mia pelle e ci resterà per sempre. Sono arrivata che ero il mio disturbo psichiatrico, perché i DCA sono malattie psichiatriche, e sono uscita col dubbio di non essere un disturbo psichiatrico, ma di avere una malattia psichiatrica. Sono arrivata pensando di essere numeri, di essere il mio percorso terapeutico, come fosse un curriculum con cui presentarmi, e sono uscita col dubbio di essere una persona. Sono arrivata con la sentenza di essere cronica, per me significava restare malata tutta la vita, e sono uscita col dubbio di poter guarire. Quella sera non ho incontrato terapeuti, ma persone o meglio cuori, che hanno guardato oltre il mio aspetto e mi hanno vista. Sono riusciti in ciò che la mia famiglia e chi mi ama, cercava di fare da sempre. Ma quelle persone sconosciute non erano obbligate a vedermi. Così quella luce dentro di me, che si stava spegnendo, ha trovato accoglienza. L’Associazione per me è una sensazione che mi porto dentro, come quella che mi dà pensare alla casa dei nonni. Uno spazio di accoglienza dove il dolore può circolare senza paura di giudizi, o di ferire l’altro. Dove si può anche essere leggeri nella sofferenza. Dove arrivi con uno zaino pieno di macigni e ti permetti di posarlo e quando vai via, forse hai tolto un sassolino, e quello zaino pesa un po meno. 

Oggi sono guarita, senza compromessi e senza sensi di colpa, perché non ho scelto di ammalarmi come non si sceglie per nessun’altra malattia. Non ho più lasciato l’Associazione perché la mia storia, la mia esperienza, potesse diventare dubbio e poi speranza di poter guarire per qualcun altro o per un genitore o un familiare, e per ricordare a chi è nell’Associazione, nei momenti di stanchezza, che anche se a volte sembra di combattere contro i mulini a vento, anche la luce che sembra spenta può riaccendersi dì Vita. Siamo una famiglia di formichine, capaci di farsi carico anche di più di 100 volte il loro peso, e in modo a volte silenzioso, a volte un po meno, ma continuamente vanno avanti nel loro piccolo perché qualcosa cambi e per portare speranza perchè insieme si può.

Come vi siete organizzati per aiutare le persone a distanza?

La nostra associazione è una realtà composta da volontari, che negli anni ha portato tante altre persone ad esporsi, ognuno con le proprie motivazioni personali e la propria storia, ad incontrarsi e a dare vita ad un percorso di solidarietà, condivisione e divulgazione. I principali scopi sociali sono divulgare e diffondere informazioni sui DCA. e far sì che questo fenomeno venga conosciuto e riconosciuto dalle istituzioni e dalla popolazione, in maniera proporzionale alla sua forte incidenza. 

  • La nostra associazione è promotrice della petizione pubblica “Inserire i DCA. all’interno dei L.E.A. (Livelli Essenziali di Assistenza) come malattia a se stante.” (lanciata online http://chng.it/FtSbHR5w), rivolta al Ministero della Salute e alla Commissione nazionale  per l’aggiornamento dei L.E.A. la quale mira a dare un proprio riconoscimento ai DCA, in modo tale che tutti coloro che ne soffrono siano finalmente riconosciuti e, pertanto,  possano usufruire di un sistema di cure pubbliche adeguato.

La firma della petizione consiste, quindi, nel supportare la nostra lotta al fine di inserire i DCA all’interno dei L.E.A. come malattie a sé stanti, ossia all’interno di quell’insieme di patologie alle quali ogni cittadino può richiedere assistenza sanitaria pubblica.

  • Progetto “I Ted Talk di Mi Nutro di Vita”, sono un progetto nato durante il primo lockdown iniziato a marzo 2020, nel corso di una serie di incontri telematici organizzati per aiutare ragazzi e ragazzi che, in solitudine, stavano combattendo contro la loro malattia.

Il lockdown ha rappresentato per molte persone un momento di crisi, perciò abbiamo pensato di riunirci in laboratori dove, in modo attivo e creativo, ragazzi e ragazze potessero sentirsi accolti e liberi di esprimere le proprie idee e pensieri sotto forma di progetti artistici.

Il primo progetto a cui abbiamo lavorato ha previsto la realizzazione di due video (uno realizzato da ragazzi e ragazze, l’altro dai familiari), usciti il 2 giugno, per la Giornata Mondiale dei Disturbi Alimentari, in grado di raccontare quello che i disturbi alimentari sono, andando oltre il solito superficiale modo di raccontarli: non più esposizione (per altro deleteria e fuorviante agli occhi di chi guarda) di corpi “toccati” dalla malattia, ma un racconto a tuttotondo e intimo, che potesse raccontare ogni singolo aspetto della quotidianità di chi soffre.

Una volta concluso il progetto, dagli incontri sono emerse nuove idee, tra le quali quella dei Ted Talk (per chi non conoscesse il format ecco un video che ne è l’esempio: https://youtu.be/i_wnFX5WPv4).

I Ted Talk sono un “mezzo” attraverso cui ragazzi e ragazze possono raccontare la loro esperienza di malattia in modo allegorico e creativo: partendo da un’immagine, un ricordo, un profumo, ecc., e sviluppandone un discorso.

Ad oggi il primo dei Ted Talk, “Ombre” è stato realizzato: https://www.youtube.com/watch?v=9XoQICBl05g

Inoltre, in modo volontario e senza alcun costo, è stato realizzato il logo da Emanuela Lo Scalzo, una ragazza che fa parte dell’Associazione. 

Per realizzare i successivi i Ted Talk sono necessarie delle spese che vadano a ricoprire il lavoro e gli spostamenti del videomaker (Francesco Nisi).

La realizzazione dei Ted Talk ha un’importanza che può essere letta su più piani: per riuscire a comunicare in modo corretto quello che i DCA sono ed abbattere il muro di preconcetti di cui la società è intrisa; per aiutare chi sta combattendo contro la malattia a raccontarsi e superare il senso di vergogna e solitudine che generalmente accompagna chi soffre di DCA

  • Progetto “I Mille Volti dei DCA” è un progetto che si pone innanzitutto l’obiettivo di scardinare gran parte dei falsi miti che ancora oggi circolano intorno al mondo dei Disturbi Alimentari, impedendone di fatto la comprensione e generando in chi ne soffre sensazioni di solitudine e abbandono. In tal senso, particolare risalto vuole essere dato alla poliedricità di queste malattie, andando a sottolineare e a far riflettere su come possano colpire chiunque, senza distinzioni di età o di genere. 

Molto spesso, infatti, i DCA vengono erroneamente associati esclusivamente a soggetti giovani, di sesso femminile, caratterizzati da situazioni di grave malnutrizione e sottopeso, tuttavia, per quanto effettivamente le statistiche nazionali e mondiali ci indichino una prevalenza di queste patologie, in particolar modo dell’anoressia, in ragazze in età adolescenziale, va necessariamente evidenziato che  ad ammalarsi e/o soffrirne sono anche maschi, donne e uomini in età matura, addirittura bambini e bambine. Inoltre, la sfera dei Disturbi Alimentari è estremamente eterogenea e non può essere in alcun modo ridotta unicamente ai casi di anoressia: binge eating (disturbo da alimentazione incontrollata), bulimia nervosa, ortoressia, vigoressia sono solo alcune. Proprio per questo motivo si rende necessario riflettere a un nuovo modo di raccontare, di parlare, di dire quel che i Disturbi Alimentari sono e comportano in chi si ammala e si trova nella situazione di doverli affrontare. Perché al di là del Disturbo Alimentare ci sono delle persone: persone dotate di vita e di emozioni e di pensieri. Al di là del Disturbo Alimentare ci sono persone che disegnano, che scrivono, che suonano, che leggono, che cucinano, che impastano la creta, che intingono le mani nei colori, che ballano, che corrono, che viaggiano, che lavorano, che pensano, che sognano, che sentono, che immaginano, che abbracciano, che ridono e che di tutto questo a volte non se ne ricordano più o non lo riescono più a fare.

 “I mille volti dei DCA” è un progetto che si pone innanzitutto l’obiettivo di guardare all’immagine per vedere oltre l’immagine stessa: per scavare nel profondo, in punta di piedi e con delicatezza, di chi sta vivendo o ha vissuto l’incubo di un Disturbo Alimentare e provare a tendere un filo a chi di questa sofferenza non ne sa nulla o per qualsiasi motivo si è costruito un giudizio, un dito puntato, una sorta di sguardo invadente e lontano.

Se quel filo potrà essere teso, sarà grazie ai “mille volti” che prenderanno parte al progetto. Ognuno di loro verrà raccontato e si racconterà attraverso tre fotografie in bianco e nero, che non necessariamente prevedono che la persona sia fisicamente presente nello scatto e che terranno conto della sensibilità, delle esigenze, dei sentimenti e dei tempi di ciascuno. 

Ogni volto porta con sé una storia e da mille volti della Storia si può riscrivere il fine. 

  • Ogni 15 giorni laboratori di auto-aiuto che si svolgono on-line tramite la piattaforma Meet. Attualmente questi lavoratori sostituiscono gli incontri che si tenevano nel Centro Giovani Pieve Ligure, come spazio protetto di ascolto attivo, compartecipe, libero da ogni forma di giudizio, cui poter scrivere e/o chiedere aiuto, trovandovi accoglienza, sostegno e un’opportunità preziosa di condivisione.

Avete creato uno sportello di ascolto che è fondamentale perché è uno spazio in cui chiunque può condividere il proprio malessere, le proprie emozioni o chiedere aiuto senza nessun giudizio. Com’è nato questo sportello di ascolto?

Stefano, purtroppo, in prima persona, durante la malattia della figlia si è trovato come ‘a vagare e barcollare nel buio dell’ignoranza che c’era allora più di oggi intorno ai DCA. Cominciò a ricevere per posta elettronica richieste di aiuto, all’inizio da alcune ragazze, col tempo queste richieste sono aumentate e arrivavano non solo da parte di ragazze/i, ma anche di genitori e famigliari che vivevano accanto a persone che soffrivano di un DCA. Man mano che le richieste aumentavano, lentamente, si è come creato uno spazio di ascolto protetto, libero da ogni forma di giudizio, una rete di sostegno. Spesso nelle serate di auto-aiuto che, prima, si tenevano fisicamente a Pieve Ligure, ora on-line, ci sono genitori che si trovano ad affrontare da soli vissuti carichi di sensi di colpa e impotenza. Nel gruppo si ascoltano e si raccontano le esperienze di vita.  L’ascolto incondizionato, il valore del silenzio, il prendersi cura delle nostre fragilità̀ con delicatezza e premura, rendono l’auto-aiuto un luogo dove portare se stessi senza essere giudicati. Nel gruppo si trova un sostegno reciproco. Gli incontri si svolgono senza l’intervento di alcun professionista. L’obiettivo, oggi come dal primo giorno, è quello di creare e di dare dignità alle persone che soffrono e soprattutto dare conoscenza e consapevolezza a tutte quelle persone che non sanno cosa sia un disturbo del comportamento alimentare. 

Durante il periodo di lockdown sono aumentate le richieste di aiuto?

Le richieste sono aumentate moltissimo! Tanto che Stefano ha pensato di creare due gruppi distinti (sempre on-line) uno dedicato a genitori e famigliari, l’altro per persone che stavano vivendo un DCA. I due gruppi avevano due modalità differenti. Quello dei genitori, è rimasto, come quello originale di Pieve, uno spazio di ascolto e condivisione. Quello dei ‘ragazzi’ (in realtà non c’erano solo ragazzi giovani) invece nasce proprio con l’idea di laboratorio, uno spazio condiviso dove insieme nascono idee e progetti, si è tutti attivi, ognuno dà un suo contributo col proprio valore per creare qualcosa di nuovo. Abbiamo fatto questa scelta perché, questi ragazzi, erano in diversi stadi del loro percorso di cura e guarigione, ed erano seguiti da loro terapeuti. Creare uno spazio di sola condivisione, rischiava di avere come argomento la malattia e i sintomi, poco costruttivo. Non essendo terapeuti, e non volendo sostituirci a loro o influire sui percorsi dei ragazzi, abbiamo preferito che la malattia diventasse l’oggetto dei progetti a cui lavoravamo, in modo che ognuno portasse sé stesso, nel suo momento ma in modo costruttivo.

Il primo progetto è stato quello di realizzare un video che riuscisse a trasmettere cos’è vivere un DCA. I Ted Talk, sono un altro progetto che nasce proprio in questi laboratori e sta continuando. Al momento i laboratori dei ragazzi li abbiamo sospesi perché non c’erano più progetti in essere. 

Quanto è importante chiedere aiuto in questo periodo, confrontarsi con un’altra persona e avere dall’altra parte qualcuno con cui aprirsi?

Credo che in questo, come in qualsiasi altro momento, chiedere aiuto sia fondamentale. Poter condividere la propria sofferenza, senza timore di giudizio; poter lasciar circolare il dolore, senza paura di ferire l’altro; poter parlare senza alcuna vergogna con persone che hanno vissuto sulla propria pelle un’esperienza simile, per quella che è la mia esperienza è già aver fatto un passo per uscire dal buio in cui ci si trova. Naturalmente l’aiuto che può dare l’Associazione non si sostituisce al percorso terapeutico, ma può essere un inizio o un appoggio che accompagna la terapia. Credo che per ognuno il gruppo sia vissuto in modo differente, ma sicuramente c’è una condivisione che può aiutare ad alleggerire il ‘carico’, parlare con persone che hanno già superato il problema e sono guarite può dare speranza. Insieme, si può.

Le persone con queste patologie, spesso, non si sentono capite e se si sentono molto sole. La solitudine è stata una delle cause delle ricadute durante la pandemia?

La solitudine e a volte anche il sentirsi abbandonati dai propri terapeuti. Purtroppo, molte strutture non erano organizzate per incontri on-line. Molte persone hanno vissuto questo temporaneo distacco come una totale assenza di attenzione e cura di una sofferenza fisica, ma soprattutto mentale che non può essere messa in stand by. Interrompere o sospendere le terapie per molte persone è stato motivo di peggioramenti o ricadute, forse come tornare a sentirsi improvvisamente invisibili.

Cosa vorresti dire a chi si sente solo nella malattia? Come si può aiutare una persona a sentirsi meno sola?

Ho vissuto in prima persona quella terribile sensazione di solitudine, di non sentirmi capita, nonostante avessi accanto una famiglia che è sempre stata presente e mi ha sempre amata. Malgrado questo, non riuscivo a vedere la loro presenza, le premure che avevano nel cercare di farmi stare meglio, e soprattutto non riuscivo a sentire tutto l’amore che mi circondava.

Nella mia esperienza, ho avuto  momenti della malattia in cui non riuscivo a ‘vedere’ con lucidità ciò che realmente c’era, per questo ricordo ai genitori o ai famigliari di non scoraggiarsi, ma di continuare ad esserci, perché prima o poi quella presenza, quell’amore, quelle attenzioni arrivano. 

A me è arrivato tutto insieme. Spesso dico che, per anni, è come avessi avuto un paio di occhiali neri, che mi facevano vedere e percepire le cose in modo distorto. Ma continuando nel percorso terapeutico, piano piano, rispettando i tempi della mia guarigione, dentro di me, le cose sono andate a posto, come i tasselli di un puzzle. Un giorno mi sono svegliata senza quegli occhiali, forse non ne avevo più bisogno, e ho cominciato a vedere la bellezza che mi circondava, che era anche meglio di ciò che avrei potuto sperare o immaginare. Una cosa meravigliosa è che sono riuscita non solo a vedere ciò che avevo intorno, ma sono riuscita a guardare me stessa con gli occhi con cui ancora oggi mi guarda mamma, occhi amorevoli, che mi fanno vedere la bella persona che sono.

C’era già tutto per poter stare bene, ma non riuscivo a vederlo, non mi permettevo di vederlo.

A chi è nella malattia vorrei dire questo, che si può guarire, senza compromessi, senza vergogna, senza sensi di colpa. Perché i DCA sono una malattia, come tante altre e non si sceglie di ammalarsi. 

Vorrei dire che è vero che è una malattia mentale, ma questo significa solo che c’è bisogno anche di una terapia psicologica perché il cervello, come qualsiasi altro organo, si può ammalare, ma sicuramente può guarire.

Il più grande aiuto che ho avuto è stata la presenza e l’amore costante della mia famiglia e di chi mi era accanto. Il rispetto che hanno avuto della mia sofferenza, il non sentirmi giudicata o sbagliata da parte loro, erano già pesanti i giudizi e i sensi di colpa che avevo verso me stessa, la capacità che hanno avuto di non sostituirsi ai terapeuti e nonostante tutto di trasmettermi la loro fiducia nel fatto che ce l’avrei fatta.

Penso che esserci incondizionatamente possa essere l’aiuto migliore.

Francesca Motta

La rinascita: il lungo percorso di guarigione

Quando si decide di farsi aiutare, si è già avanti nel percorso di guarigione, infatti comprendere di avere un problema, e non un problema qualsiasi, ma una vera e propria malattia che dà sofferenza alla mente e all’organismo, è già un ottimo traguardo.

Decidere di guarire significa rischiare e non tutti sono disposti a farlo. Chi sceglie di mettersi in gioco, però, deve essere consapevole anche del lungo percorso che lo aspetta. Guarire da un disturbo alimentare non è per niente facile, anzi è il contrario. Ci vogliono: forza, coraggio e determinazione. Solo con queste carte e con l’aiuto degli specialisti si riuscirà ad uscire da quel maledetto tunnel.

Oggi, in compagnia della dott.ssa Giorgia Lucherini, biologa nutrizionista, parleremo del percorso di guarigione dai Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). Un percorso lungo e tortuoso, pieno di ostacoli, ma che, grazie all’aiuto di professionisti competenti, può risultare meno difficile.

Dottoressa, a chi bisogna rivolgersi quando si decide di voler uscire dai disturbi alimentari?

A chiunque possa dare il via ad un percorso di guarigione. Può essere il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta; ma anche lo psicologo, un biologo nutrizionista o un’associazione oppure un’amica, la famiglia, la scuola, chiunque si interessi ad aiutare la persona a cercare delle figure di riferimento per intraprendere un percorso di cura.

Una volta individuato il problema, il passo successivo è indirizzare il paziente verso un centro specialistico o un’associazione specifica che possa fare una corretta diagnosi differenziale e tutte le valutazioni specialistiche necessarie (psicologiche, psichiatriche, internistiche e nutrizionali) in modo da ricevere indicazioni sul trattamento da seguire.

Da quali figure bisogna essere affiancati per intraprendere un percorso di guarigione? 

Come sopra evidenziato, il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta o lo psichiatra sono figure essenziali per tutto ciò che riguarda la parte clinica-diagnostica e farmacologica del paziente e, successivamente, per la valutazione e supervisione, nel tempo, del suo stato di salute.

Lo psicologo-psicoterapeuta è la figura di riferimento per fare un percorso che possa analizzare nel profondo le problematiche che hanno portato alla malattia attraverso una psicoterapia individuale, ma anche familiare, dove appare essenziale un approccio psico-educazionale e interventi di sostegno per i genitori. In tal modo tutti i componenti della famiglia sono coinvolti  nel perseguire un solo e unico obiettivo: la cura della persona.

Il biologo nutrizionista/dietista, può aiutare chi soffre di disturbo alimentare ad apprezzare il cibo e la cucina attraverso un percorso di educazione alimentare personalizzato. Il biologo nutrizionista, insieme allo psicologo, ha il compito non solo di fare una valutazione nutrizionale completa e dettagliata, ma anche una riabilitazione e un monitoraggio dell’andamento dello stato nutrizionale del paziente e il trattamento delle possibili complicanze derivanti dalla malattia in collaborazione con il medico competente. 

La figura del nutrizionista è importante in questo percorso. Come si affronta il problema? Ogni disturbo alimentare ha un percorso specifico?

Non solo ogni disturbo alimentare ha un percorso specifico, ma ogni persona ha un percorso personalizzato nel rispetto del proprio stile di vita. Non esiste un vero e proprio protocollo ma ogni persona, avendo una storia differente, merita di essere considerata nello specifico per affrontare il problema nel migliore dei modi. Ecco che la collaborazione tra le figure professionali coinvolte è essenziale per curare ogni passo questo lungo cammino di guarigione. 

Scrivere un diario alimentare è importante? E perché?

È uno strumento molto importare. Il mio primo approccio non è mai stilare una “dieta ipercalorica”, ma capire la persona che ho davanti, di cosa ha bisogno e come posso entrare nella sua vita in modo da farle cambiare la sua alimentazione quotidiana “per sempre”. Quindi, il diario alimentare soprattutto nei primi incontri, è essenziale per mettere nero su bianco non solo “quanto” la persona mangia ma anche “come” mangia, capire le sue difficoltà e aiutarla a distruggere tutti i miti legati all’alimentazione e tutti i fantasmi che la bloccano.

Nella relazione con il paziente ci deve essere molta fiducia. Perché è fondamentale instaurare un rapporto di fiducia?

Nella relazione con il paziente ci deve essere fiducia reciproca che, di per sé, è una cosa molto particolare in quanto si deve instaurare, in poco tempo, un rapporto tra due persone che non si conoscono. Un rapporto in cui il paziente si deve innanzitutto sentire capito. Tale rapporto influisce direttamente sul livello di motivazione del paziente a star meglio, contribuisce a far sì che lo stesso aderisca al trattamento proposto, e a fornire, senza impedimenti, maggiori informazioni circa il suo stato di salute e la sua storia che, in caso di disturbi alimentari, può essere più o meno delicata. 

Un buon rapporto di fiducia pone il paziente a vivere il percorso di cura con una maggiore serenità e questo, di conseguenza, aumenta le possibilità di guarigione. 

Fiducia è sinonimo di affidamento, aspettativa, speranza. Se non c’è fiducia non c’è niente di tutto questo, la cura del paziente diventa molto difficile. 

Dai disturbi alimentari, quindi, si può guarire?

Non è semplice e, spesso, mai lineare… Ma è possibile.

Oltre ad occuparci della malnutrizione, che è sicuramente il sintomo più visibile, dovremmo però soffermarci sul benessere della mente. Sì, perché i disturbi alimentari sono delle malattie psichiatriche, come ho già scritto nel primo articolo, e come tali vanno trattate con i professionisti adeguati. La dott.ssa Lucherini ha spiegato bene quali sono le figure professionali con cui bisogna lavorare quando si decide di affrontare un percorso di cura e adesso le vedremo in maniera più approfondita.

La guarigione è un percorso multidisciplinare in cui si affrontano contemporaneamente l’aspetto fisico e mentale. In alcuni casi più gravi, però, ci si occupa prima del fisico perché la mente non ce la farebbe a sostenere dei colloqui psicologici, ma in ogni caso una volta raggiunto il peso stabilito, si potrà procedere con la psicoterapia.

Per intraprendere il percorso di guarigione è indispensabile la figura dello psicoterapeuta perché solo con un lavoro di squadra (terapeuta, nutrizionista ed eventuale psichiatra) si riuscirà ad avere sia un benessere fisico che mentale. Le cause che possono portare a questi disturbi sono molteplici e dipendono da paziente a paziente, la cosa che fa la differenza in questi disturbi non sono i sintomi, ma è l’unicità dell’individuo. Ognuno di noi ha il suo vissuto e anche chi è affetto da queste patologie ha la sua storia, i suoi traumi e le sue ferite che vanno curate nel giusto modo. Una buona psicoterapia può aiutare davvero. Le restrizioni e le abbuffate sono solo dei sintomi per riconoscere la presenza di un determinato disturbo, ma le vere ferite che causano la malattia ce le portiamo dentro. 

Tra le terapie più utilizzate per il trattamento dei DCA c’è la terapia cognitivo comportamentale, ma non sono da escludere altri approcci che potrebbero risultare altrettanto efficaci. Non esiste una psicoterapia “giusta”, l’importante è trovare la terapia giusta per se stessi.

Anche la figura dello psichiatra, in alcuni casi, è indispensabile. Direi che nel 2021 possiamo smetterla con il luogo comune che dagli psichiatri e dagli psicologi ci vanno solo i matti. Chiunque abbia bisogno di aiuto deve essere libero di poterci andare senza sentire su di sé il giudizio della gente. Un aiuto farmacologico, in certi casi, è fondamentale e grazie ai farmaci ci potrebbe essere un grande miglioramento della salute del paziente e del suo equilibrio con la vita. Prendere un farmaco non significa essere pazzo, ma avere voglia di guarire. 

I dolori più grandi di queste malattie sono lo stigma sociale,  il non riuscire a farsi capire da chi si ha intorno e spesso anche il non riuscire ad esprimere le proprie emozioni nel giusto modo e quindi trasformarle nei sintomi dei disturbi alimentari che conosciamo bene. Per questo motivo, chiedere aiuto è il primo passo verso un benessere mentale e un successivo benessere fisico, perché solo se la mente starà bene, starà bene anche il corpo.

Non bisogna mai avere paura di chiedere aiuto, di essere giudicati o di risultare deboli, perché chiedere aiuto ad uno specialista non è sinonimo di debolezza, ma significa avere una forza immensa e avere voglia di migliorare sempre di più.

Francesca Motta

Io non sono una farfalla

Ma chi vi ha raccontato questa storia assurda della farfalla? Io mi muovo come un elefante, di certo non sono una farfalla. Appena mi alzo da una sedia o peggio ancora dal divano sembra di aver tirato su duecento kg, quando mi siedo su qualcosa di morbido rimbalzo per la forza dell’impatto e per non pensare a quando sono in un negozio che appena mi giro do una manata di qua e una di là e, automaticamente crolla tutto. Sono felice di non essere una farfalla, anche perché odio le farfalle. Non sopporto questo paragone stupido, lo trovo veramente inutile, e poi per quale motivo dovrei somigliare ad una farfalla?                                                          

Una farfalla ogni giorno si alza e inizia a posarsi un po’ qua e un po’ là. Prima di diventare quella che è, era protetta da un uovo che pian pianino è diventato sempre più scuro fino al momento in cui ha spinto il suo corpo fuori. Diventa un bruco schifoso, non è di certo una farfalla. Successivamente si trasforma in crisalide che in alcune specie può essere protetta da un bozzolo e al termine di questo processo la farfalla è pronta per distendere le ali e andare. Queste farfalle, quindi, per quale motivo sono così gettonate? Simboleggiano l’eternità, la leggiadria e il cambiamento, da quanto mi è stato riferito da chi utilizza questo paragone. Eppure sono pochissime le farfalle che vivono a lungo, solitamente muoiono dopo quindici giorni! La leggiadria ci può anche stare, ma è meglio lasciare questo titolo alle campionesse di ginnastica ritmica che a loro calza di più. Senza alcun dubbio la loro metamorfosi è straordinaria e sicuramente quello si può chiamare cambiamento, ma che c’entra con l’anoressia? Le farfalle diventano meravigliose al termine del loro processo, un’anoressica diventa un mostro inquietante. Se penso alla mia metamorfosi mi spavento per quanto il mio aspetto sia cambiato nel corso degli anni e mi guardo allo specchio e non vedo assolutamente colori, ali e leggerezza. Mi metto paura da sola quando mi guardo.

La vita di una come me fa schifo e per smontare ciò che pensano gli altri, ripeto ancora una volta che non l’ho scelto io di essere quella che sono oggi. Con questa malattia non si deve combattere, perché sarebbe una battaglia persa dato che si sta lottando con una parte di séche è decisamente più forte e che vuole esserci a tutti i costi, altrimenti non avrebbe preso il sopravvento. Sarebbe una battaglia impari con tante sconfitte, per questo non si deve combattere, ma si deve imparare a conviverci cercando di mettere ostacoli al suo percorso per non darle modo di farla sentire sempre più potente: in qualche modo va semplicemente fottuta. 

Non ho deciso in una mattina di primavera di voler diventare anoressica o addirittura una cavolo di farfalla, è capitato. É arrivata e sicuramente io non sono stata in grado di sbatterla fuori a calci in culo e ho iniziato a fare amicizia con lei. Ad un tratto ho sentito bussare alla porta. Tre colpi e poi il silenzio. Altri tre colpi e ancora silenzio. Mia madre mi ha insegnato che non bisogna mai aprire agli sconosciuti, ma la curiosità era talmente travolgente che non ho saputo resistere a quella tentazione. Sentivo nella testa una vocina che non smetteva di ripetere “Apri, apri” e così le parole di mia madre hanno preso il volo e chissà in quale pianeta disabitato sono andate a finire. Ho provato a tenerle strette a me, ho alzato il volume dello stereo al massimo in modo tale che quelle note così forti potessero coprire quella vocina assordante. Ormai le parole avevano trovato la loro posizione ideale, e quale terreno è più fertile di una mente curiosa? 

E così ho aperto la porta. Era così affascinante, così disponibile, così speciale che l’ho fatta accomodare senza esitare. Era tutto in ordine come se fosse stato previsto l’arrivo di un ospite. Si guardava intorno mentre io le mostravo ogni parte della casa con entusiasmo, ma lei non era interessata alle mie parole e si è accomodata sul mio divano in pelle sommerso da cuscini di ogni genere e ha iniziato a fissarmi. Non era attenta a ciò che le dicevo, sembrava esser naufraga nel suo mare di pensieri. Poco dopo ha preso le sue cose ed è andata via. 

Veniva spesso a trovarmi, sempre agli stessi orari, era puntualissima non saltava mai un appuntamento. Anche se pensandoci bene, ma quale appuntamento? Si presentava senza chiedere o avvertire! Era davvero strana. A me questo suo modo di fare non dispiaceva, è sempre piacevole stare in compagnia. A volte passava per un saluto, altre volte invece occupava gran parte del mio tempo. Mi sentivo al sicuro quando c’era la sua presenza in giro per casa, anche se non lasciava né odori né parole. Io però sapevo che era con me. Me ne accorgevo guardandomi allo specchio, da quell’immagine riflessa riuscivo a percepire quanto sarebbe rimasta, com’era il suo stato d’animo e soprattutto se la sua compagnia mi stava rendendo felice oppure no. Mi accorgevo che c’era dal modo in cui era stato sistemato il lenzuolo del mio letto, da come erano stati piegati gli asciugamani in bagno, dai piatti posizionati con il fiore blu a sinistra della credenza rivolto verso l’esterno e me ne accorgevo dalla scia di perfezione che lasciava in giro. 

Con il passare del tempo questa situazione ha iniziato a pesarmi, poiché si sentiva superiore a me e i suoi consigli presto si sono trasformati in obblighi. Mi sentivo protetta, ma allo stesso tempo mi faceva mancare l’aria, mi soffocava con le sue ossessioni e le sue manie, con la sua perfezione nel mio disordine. Il mio caos era il posto in cui le piaceva trascorrere più tempo possibile, si divertiva a mettere a posto i miei dubbi e le mie incertezze, sistemava tutto a suo piacimento. Era soddisfatta quando tutto era in ordine secondo il suo schema, riusciva a convincermi ogni volta e la lasciavo fare. Ben presto tutto ciò che era mio era diventato suo, si ostinava a volermi togliere tutto. Giorno dopo giorno si impossessava sempre più di me. Mi sentivo impotente, non sapevo come fermarla e soprattutto non sapevo se fermarla oppure no, perché in fondo le volevo bene. Tenevo davvero tanto a lei, anche se in tutto questo tempo non si era degnata di dirmi neppure il suo nome.                                                                                                                                                                                                            Lei si sentiva invincibile, più forte di qualsiasi cosa. Mi teneva come ostaggio per sentirsi superiore a tutti. Mi aveva incatenato e mostrava agli altri il suo premio tanto sudato: me. Ero il suo trofeo da esibire al mondo intero e mi sventolava come una bandiera mentre tutti rimanevano a guardare. Era il suo modo per apparire, usando me. Lei era talmente vile che non ci metteva mai la faccia, mandava me avanti ed io ingenua continuavo ad ascoltarla. Mi aveva tolto tutto. Io non esistevo più ero solamente l’abitante del mio corpo. Ha aspettato che arrivassi al limite dell’esasperazione per presentarsi e mi ha detto:”Ciao, io sono la tua malattia!” e di certo, non mi ha promesso di farmi diventare una farfalla colorata che si posa su un fiore cullata dai raggi del sole. 

Insomma, non c’entro nulla con le farfalle, nemmeno quando si dice “sento le farfalle nello stomaco” perché, purtroppo, non riesco a provare delle emozioni così travolgenti da poter sentire questa sensazione e soprattutto, perché io nel mio stomaco sento solo una mandria di bisonti, altro che farfalle!

Francesca Motta

Cosa vedi?

Abbiamo parlato con tre ragazzi che soffrono o hanno sofferto di Disturbi del Comportamento Alimentare e abbiamo provato ad immergerci anche noi nella malattia ponendo loro delle domande molto intime e precise. Tutti i ragazzi si sono messi a nudo davanti a noi, raccontandosi apertamente e senza paura e rispondendo alle nostre domande con molta profondità. Chiara, Sebastiano e Francesca lottano ogni giorno per migliorare la loro vita e oggi vogliono raccontarsi un po’.

Chiara, come ti senti quando ti guardi allo specchio? Come si fa a vivere in un corpo che non vuoi?

Partendo dalla considerazione che il corpo è la “bestia nera”, il fulcro, il punto nevralgico attorno al quale nasce e si sviluppa la malattia, io non direi che non voglio il mio corpo… Non lo voglio così com’è… Ma non adesso, in qualsiasi condizione mi trovassi, che fossero 5 o 10 chili in più o in meno degli attuali 27, io l’ho sempre detestato, violentandomi, massacrandomi quotidianamente con digiuni forzati o abbuffate, in una ricerca spasmodica affinché possa aderire all’immagine interna di una perfezione che di fatto non esiste. Ma il corpo è anche l’unica fonte di vera soddisfazione, perché quando mi guardo allo specchio, più mi vedo scavata, emaciata, magra e sofferente e più mi sento gratificata. Elemento fondamentale nella dispercezione corporea da cui siamo affette è anche il peso, quel numero sulla bilancia che tenta invano di restituirti una realtà che rifiutiamo. 

Io sono una bulimica con compenso da ormai venti anni e questa definizione mi corrisponde, la sento profondamente radicata nella mia essenza più di quanto non faccia il mio stesso nome. 

Mi capita quasi quotidianamente di venire fissata in modo insistente, a volte con disgusto, altre con commiserazione, in particolare da bambini che si rivolgono alle mamme: “Perché è così magra?” e di assistere al disagio delle genitrici che liquidano con poche fredde parole la curiosità dei loro pargoli: “è malata amore”… In un’occasione addirittura una bimba di circa tre anni mi si avvicinò e mi toccò la pancia e le cosce, non riuscendo a farsi capace di quell’immagine così inconcepibile per lei. Vorrei permettermi di suggerire a quelle mamme che si trovano in imbarazzo di fronte alla mia figura, che i vostri figli, in particolare quelli piccoli e sensibili, lo percepiscono e invece che “preservarli” da una realtà di sofferenza, li incuriosite ancora di più e paradossalmente potrebbero rimanere affascinati da un qualcosa che per loro rimane misterioso. Quindi spendete due parole per spiegare loro che la nostra è una malattia terribile, purtroppo sempre più diffusa, ma non siamo esseri alieni o mostruosi… Esattamente come fareste di fronte ad una ragazza in carrozzina perché diversamente abile… 

Noi siamo al contempo vittime e carnefici di noi stesse, ma non l’abbiamo scelto, non ci crogioliamo nella nostra disperazione senza porci quotidianamente domande e tentativi di limitare la forza di un disagio che ci rovina la vita. Per fortuna oggi esistono tanti validi terapeuti e anche qualche struttura funzionale in grado di aiutarci e tante/i guariscono, una speranza che mi accompagna e, nonostante tutte le ricadute e i fallimenti, mi sprona ad andare avanti giorno dopo giorno.

Sebastiano, cosa significa essere invisibile nella malattia? Quanto ti sei sentito solo?

La solitudine ti sbrana più della stessa malattia. Invisibile credo che significhi innanzitutto sentirsi soli, separati, distanti dal mondo che ti circonda. Invisibile è una sensazione che va oltre lo sguardo, la superficie delle cose, il piano della materia. Invisibile è una sensazione che ha a che fare con le connessioni, le intimità, la comprensione, il riconoscimento. Invisibile è stare tra gli altri e avvertire e manifestare un dolore e non riuscire a comunicarlo, o forse, anche di più, comunicarlo e non avvertire un riscontro. Avvertire. Una questione di sensazioni, spesso di fatti: sei tra i tuoi simili, ma ti senti altro. “Ho sperato che il cielo si lacerasse”, scrivevano (forse il mio incipit preferito). Ed è così: nella malattia l’ho sperato a lungo. Che il cielo si lacerasse, che le persone intuissero, che qualcuno o qualcosa potesse essermi abbastanza accanto da capire fino quasi a sovrapporsi. Ammetto. Ho sperato a lungo gli altri potessero infettarsi, lacerarsi, anche soltanto per un secondo. Boccheggiare nel mio dolore e poi tornare a galla, senza fiato, ma con più consapevolezza. Solitudine è quando ti osservano colare a picco e tutto e tutti intorno urlano di farcela e di tornare in superficie soltanto battendo i piedi e le mani. Come uno show. Ma intanto l’acqua ristagna nelle orecchie e tu non senti niente. Solo, invisibile. Eppure questa solitudine può essere spezzata, il mare tornare il cielo, la spiaggia la mano calda che rincorre la schiena – come una formica – fino a farti sorridere prima di dormire.

Francesca, come ti senti quando ti guardi dentro? Cosa provi per te stessa?

Non mi piace guardarmi dentro, soffro molto quando lo faccio. Eppure, a volte, arriva il momento in cui bisogna guardarsi dentro e fare i conti con se stessi. Quando arriva questo momento ho sempre molta paura perché neppure io so chi sono, ancora devo scoprire la mia identità. Scoprire se stessi è un percorso lungo e pieno di ostacoli: si inciampa, si cade e ci si rialza, ma non è affatto semplice. Quando mi guardo dentro provo molta tristezza per me stessa, una grande sensazione di vuoto mi accompagna sempre ed è quasi impossibile colmare questo vuoto. 

Mi guardo dentro e mi sento a pezzi. Sento che la mia identità è divisa in pezzetti minuscoli di me che non riescono a ricongiungersi tra loro. Alcuni pezzi di me sono sani, sono la parte sana di me, quella che vuole lottare e quella che mi urla che posso farcela ad andare avanti; altri pezzi, invece, sono la parte malata di me e mi sussurrano con una voce bassa e decisa, che non ce la farò mai, che sono una fallita, che non devo mangiare, che sono senza speranza, che merito di stare così male. Questa voce maledetta fa da colonna sonora alla mia vita, è un tormento, non mi dà pace, non mi lascia un attimo di tregua. 

Ricomporre tutti questi pezzi di me è molto difficile e spesso non riesco a ricomporre il mio puzzle, oppure perdo i pezzetti sani di me e in mano mi restano solo i pezzetti malati. Che si fa in questi casi? Do ragione alla malattia. Sì, le do ragione. E così, oltre ad una voce malata che mi rimbomba nelle orecchie, c’è anche il mio animo che impazzisce e si colora di nero, e così anche tutta la mia vita. Il nero diventa lo sfondo del quadro della mia vita. Questo colore mi intrappola, mi stringe forte a sé, non mi fa vedere la luce, che invece da qualche parte c’è. Avete presente quando è sera e piano piano si spengono tutte le luci, una alla volta? Ecco, dentro di me succede la stessa cosa. Lentamente tutto diventa nero e in questi momenti sono io che devo trovare la forza per riaccendere una luce o trovarla da qualche parte. Con il tempo ho imparato che posso illuminarmi solamente da sola, non c’è nessuno che possa farlo al posto mio. So che devo concretamente aumentare la luminosità della mia vita e si può fare davvero, serve molta forza di volontà. Quando è tutto nero, mi focalizzo su un ricordo bello che ho e alzo al massimo la luminosità del mio ricordo, fino a farlo brillare. E così, piano piano, la luce torna. In questi casi è inutile stare a rimuginare sui pensieri perché in questo modo aumentano solamente le paranoie e ci si perde nei nostri stessi pensieri.

Tornando alla domanda iniziale, quando mi guardo dentro provo tante emozioni differenti, forse anche troppe, così tante che non so nemmeno distinguerle. Ancora non so bene cosa provo di preciso, sto imparando a conoscermi piano piano e con il tempo imparerò a guardarmi dentro e a decifrare ogni pezzetto di me. Per adesso, mi accontento di guardarmi e basta, mi guardo a distanza, mi guardo da lontano, senza andare troppo a fondo perché ho ancora molta paura del dolore e di scoprire chi sono.

Francesca Motta

Fiocchetto Lilla: per la lotta contro i Disturbi del Comportamento Alimentare

Se sentirmi in gabbia nel mio stesso corpo è la normalità, durante questa pandemia questa sensazione è stata una tortura. Non solo siamo stati tutti costretti a rimanere chiusi in casa, ma io sono stata anche costretta a rimanere in trappola dentro me stessa a causa della mia malattia. Mi sono sentita soffocare durante tutto questo periodo. La malattia ha cominciato ad essere più forte della mia testa e la gabbia in cui mi trovavo, ovvero il mio corpo, ha iniziato a stringermi sempre di più fino a che non ho smesso di respirare per un po’. Mi ha tolto tutto. Mi ha divorato l’anima, ha mangiato ogni pezzo di me.

Durante la pandemia, oltre ad un grave danno psicologico, chi soffre di Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) è in pericolo anche fisicamente. Sì, perché per le persone malnutrite, i rischi sono maggiori. È importante parlare dei DCA perché c’è stato un incremento dei casi e un peggioramento di queste patologie nelle persone che già ne soffrivano. 

Per quanto riguarda l’anoressia nervosa, l’isolamento sociale ha portato ad aumentare il rischio di ricadute, poiché limitando la possibilità di fare attività fisica o semplicemente di uscire, ha facilitato l’insorgenza di pensieri ossessivi legati al peso o alla forma corporea. Il prolungato isolamento, per le persone che soffrono di anoressia, ha portato a lottare ancora di più con la propria immagine corporea e ha aumentato il conflitto con il cibo. 

Per la bulimia nervosa e il binge eating i fattori che hanno portato alle ricadute, invece, sono stati soprattutto legati al forte stress e spesso le tensioni accumulate sono sfociate nelle abbuffate, che sono state anche facilitate dalle abbondanti scorte di cibo accumulate in questo periodo.

Chi soffre di Disturbi del Comportamento Alimentare è esposto a un rischio maggiore di infezione da COVID-19. La malnutrizione influenza la capacità del corpo di difendersi dalle infezioni. Le persone malnutrite, soprattutto quelle che soffrono di anoressia, hanno scarse riserve di zuccheri e questo aumenta maggiormente il rischio di ipoglicemia durante i periodi di stress.

Infine, chi soffre di questi disturbi è a rischio di squilibri metabolici ed elettrolitici, che possono aumentare il rischio di insufficienza respiratoria e di arresto cardiaco che sono le conseguenze più gravi del COVID-19.

I disturbi alimentari non sono così lontani come si potrebbe pensare. Anche chi è al nostro fianco potrebbe soffrirne in silenzio.

Io sono qui e soffro di anoressia nervosa. Il sintomo più visibile di questa malattia è il rifiuto del cibo. La perdita di peso è accompagnata, nei soggetti di sesso femminile, dalla scomparsa del ciclo mestruale (amenorrea). Esistono due sottotipi di anoressia, io soffro di anoressia di tipo bulimico o chiamata anche con condotte di eliminazione, in poche parole mangio poco rispetto alla norma e dopo vomito. Per un lungo periodo della mia vita, invece, ho sofferto di anoressia nervosa di tipo restrittivo, proprio come Giulia, una mia cara amica. Questa tipologia è diversa perché si mangia poco e si compensa con l’iperattività, quindi per bruciare più calorie possibili si ricorre allo sport o a delle lunghe e infinite camminate. In entrambi i casi, si mangia molto poco o si digiuna direttamente. Non decidiamo noi di farlo e non lo facciamo perché non abbiamo fame, anzi la fame c’è ed è tantissima, ma purtroppo è la nostra malattia che ci impone di controllare un bisogno fisiologico come la fame. Inoltre, abbiamo una percezione sbagliata del nostro corpo e la perdita di peso non sarà mai abbastanza, continueremo a scendere fino a toccare un punto di non ritorno, fino a sfiorare la morte. Eppure, io non ho paura della morte, ho molta più paura di prendere peso. Questi pensieri distorti e pericolosi non sono frutto della mia testa sana, ma è la mia malattia che parla.

Lei è Lidia e ha una malattia che si chiama bulimia nervosa. Il termine bulimia nervosa è stato coniato nel 1979 dallo psichiatra inglese Gerard Russel e deriva da due parole greche che sono bous (che significa bue) e limos (fame), letteralmente quindi bulimia significa “avere una fame da bue”. Una persona che soffre di questa malattia è quasi sempre invisibile perché il suo corpo non cambia drasticamente, ha un peso nella norma e spesso un bel sorriso stampato sul volto come se servisse per rassicurare gli altri “Io sto bene, è tutto ok” e quindi nessuno si accorge di niente. Dietro a quel sorriso, però, c’è tanta sofferenza perché Lidia perde il controllo e inizia ad abbuffarsi di cibo, mangia così tanto da sentirsi male e poi, piena di sensi di colpa, corre in bagno a vomitare. L’eliminazione del cibo può avvenire attraverso il vomito o con lassativi. Le conseguenze della bulimia sull’organismo sono molte e possono portare anche alla morte a causa del vomito autoindotto. Lidia si vergogna di se stessa, si guarda allo specchio e vorrebbe morire, eppure lei rischia la vita ogni volta che vomita. 

Laggiù c’è Silvia, lei è triste e preferisce stare in disparte in compagnia della sua solitudine. Lei soffre di binge eating. Lei non fa schifo come le ripete la gente quando si abbuffa, lei ha una malattia che si chiama alimentazione incontrollata. Mangia senza nessun controllo, la sua malattia comanda la sua testa, comanda tutta se stessa. La condizione di obesità che ne deriva comporta un significativo aumento del rischio cardiometabolico complessivo e tutta una serie di complicanze specifiche come ipertensione, diabete, problemi muscoloscheletrici, alterazioni ormonali, difficoltà cardiorespiratorie e tanto altro. Lei non si piace, odia il suo corpo, vorrebbe morire e tocca il fondo ogni giorno.

Anche Marco ha sofferto di anoressia nervosa per un lungo periodo e adesso soffre di bulimia nervosa. Lui però è invisibile ancora di più agli occhi della gente che non conosce queste patologie. Solitamente si collegano i disturbi alimentari al genere femminile e si tralasciano i tanti casi in cui sono coinvolti i ragazzi. Oltre alla difficoltà della patologia stessa, per Marco si aggiunge anche la vergogna di avere una malattia che si ritiene tipicamente femminile, quindi gli effetti psicologici sono tanti. Anche Marco sfiora la morte ogni giorno, eppure nessuno ne parla.

I Disturbi del Comportamento Alimentare si somigliano tra loro poiché hanno un filo conduttore: la malnutrizione. Spesso i sintomi dei disturbi alimentari più comuni sono molto simili, ma ciò che cambia in maniera radicale sono le cause. Ogni individuo ha la sua storia, il suo percorso di vita e la sua personalità e questi tre concetti rendono uniche le persone. Ciò che porta una persona ad ammalarsi per poi utilizzare il cibo come meccanismo per comunicare, per chiedere aiuto o per gestire le proprie emozioni, è differente da persona a persona. La mia storia non sarà mai come quella di Lidia, di Giulia, di Silvia o di Marco. La mia storia è la mia, ognuno ha la propria storia. Quindi, proprio perché le cause che portano alla malattia sono differenti, anche il percorso di guarigione da questi disturbi non è solamente legato ai sintomi, ma deve essere affiancato da un percorso di psicoterapia. Queste patologie sono delle malattie psichiatriche e hanno il diritto di essere viste e di non rimanere invisibili. Devono essere trattate come tutte le altre malattie, con un percorso terapeutico adatto al singolo paziente affinché vengano curati nel modo adeguato sia la mente che il corpo.

Io non sono anoressica, ma soffro di anoressia. Lidia non è bulimica, ma soffre di bulimia. Silvia non è obesa, ma soffre di binge eating. Marco non era anoressico, ma soffriva di anoressia e adesso Marco non è bulimico, ma soffre di bulimia. Bisogna stare molto attenti a non identificare la malattia con la persona, come in ogni altra patologia, perché le malattie mentali non valgono meno di altre patologie. Ed io non SONO la malattia, ma io HO una malattia.

Durante la pandemia ho dovuto combattere contro il virus, contro la mia malattia e contro me stessa. Sono caduta un milione di volte, ma mi sono sempre rialzata, anche senza forze. Ho dovuto lottare un po’ di più in questo periodo, è stata dura, ma sono qui. Oggi è la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla per la lotta contro i Disturbi del Comportamento Alimentare e lo urlo a squarciagola affinché tutti possano sentire la battaglia che combatto da una vita e affinché queste malattie non siano più invisibili.

Francesca Motta

Sitografia:

https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-dipendenze-disturbi-alimentazione