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Revenge porn: mettiamo a nudo la questione

Durante la Prima Guerra Mondiale, gli innamorati si scambiavano epistole, oggi ci inviamo i nudes. Dall’avvento dei social network, e in particolare delle app di messaggistica, non solo il modo di comunicare è stato totalmente rivoluzionato, ma anche l’espressione della propria sessualità ha subito profondi cambiamenti. Già, è finito il tempo delle lettere e dei pomeriggi passati attaccati alla cornetta del telefono fisso: oggi abbiamo il sexting. Il sexting consiste nello scambiarsi messaggi “hot” e materiale erotico (foto/video). Equivale, quindi, a fare sesso virtualmente. Dunque, allo stesso modo del sesso, è un momento intimo condiviso tra due persone consenzienti (o più di due, nel caso dei rapporti poliamorosi). Purtroppo, però, nel sexting non sempre tutto fila liscio come l’olio, soprattutto se si è donne. Essere una donna sessualmente libera nel 2020, in Italia, è ancora un taboo. Proprio per questo motivo la libertà sessuale può essere considerata un atto di rivoluzione politica.

Siamo a Torino. Una maestra d’asilo e un calciatore iniziano a frequentarsi, finché si viene a creare il contesto ideale per il sexting e la ragazza decide di inviargli un video intimo. A quel punto, il ragazzo invia il video sul gruppo di calcetto. Il video finisce tra le mani della moglie di uno dei ragazzi del calcetto, che riconosce la donna (era l’insegnante di suo figlio). Dopodiché, il video fa il giro del mondo e arriva nelle chat delle altre mamme. La maestra riceve minacce e intimidazioni dalle mamme. Al culmine di tutto ciò, la preside riceve il video e licenzia la ragazza.

Questa storia è tragica ed emblematica per la questione “revenge porn” se la si osserva sotto vari aspetti. Sì, perché appena dopo la vicenda, varie testate giornalistiche hanno postato la notizia sui social e sono fioccati commenti in stile victim blaiming nei quali i vari “tuttologi del web” si sono sentiti in diritto di esprimere il loro disappunto nei confronti della maestra che secondo loro “se l’è cercata”. E non solo: basti pensare alle mamme e la preside che, in barba alla solidarietà tra donne, hanno deciso, rispettivamente, le prima di diffamarla e la seconda di licenziarla. Ma non finisce qui: l’avvocato del ragazzo che ha diffuso per primo le foto ha minimizzato la questione a “un gesto fatto senza voler ferire”. E infine, ciliegina sulla torta: La Stampa dà voce a uno degli accusati, presente nel gruppo di calcetto, che afferma che “se mandi filmati osè devi mettere in conto il rischio che qualcuno li divulghi”; e ancora “non posso tollerare che chi si occupa dei miei figli faccia determinate cose” (cioè, quali cose? Sesso? Se il signore la pensa così, forse non dovrebbe nemmeno averli, dei figli…). Sempre lo stesso accusato ha semplificato il tutto a un semplice atto di “goliardia”.

“Boys will be boys but girls will be women”

Goliardia. Non è la prima volta che si abusa di questo termine quando non si riesce a capire la gravità e la matrice culturale del problema che si ha di fronte. Infatti, uno dei punti cardine del patriarcato è proprio aspettarsi che gli uomini siano eterni bambinoni, in modo da poter giustificare qualsiasi loro azione, anche le più sconsiderate, come in questo caso. Il famoso “boys will be boys”. Mentre dalle donne, fin dalla tenera età, ci si aspetta compostezza e maturità. Non è un caso che, quando una donna ha le sue prime mestruazioni, le venga detto “ora sei diventata signorina!”: per lei finisce l’infanzia, è tempo di maturare e di cominciare ad addossarsi tutte le colpe degli uomini. Ed è esattamente la situazione che ritroviamo analizzando la vicenda di Torino: una donna, padrona della sua sessualità, subisce una violenza di genere, ma il suo carnefice viene deresponsabilizzato. Lui può permetterselo, perché essendo nato uomo può continuare ad incarnare l’eterno bambinone immaturo e senza responsabilità sopracitato, mentre lei si merita la gogna per aver sfidato le regole della sessualità femminile imposte dal patriarcato. Questo è, dunque, ciò che viene chiamato “victimg blaiming”, ovvero la colpevolizzazione della vittima. Meccanismo subdolo che, non di certo per caso, viene adottato dall’individuo medio per approcciarsi ai casi di violenza di genere, in particolare quando si tratta di abusi e molestie sessuali. Chiedetevi se applichereste mai il victim blaiming ai casi di omicidio o furto: ovviamente non lo fareste, perché è un meccanismo nato apposta per umiliare e condannare le donne nonostante siano loro ad aver subito una violenza. Il victim blaiming è efficiente allo status quo, quindi va abolito e sradicato.

Non siamo state create dalla costola dell’uomo

In Italia, il revenge porn è diventato reato dal 19 luglio 2019, la pena prevede la reclusione da uno a sei anni e una multa da 5000 a 15.000€. Il carnefice ha risarcito la donna e ora sconterà un anno di lavori socialmente utili. Purtroppo, sarà la vittima a pagare il prezzo più alto della “goliardata” machista del suo ragazzo. E non finisce qui, perché il suo ragazzo, gli amici del calcetto e le altre mamme non sono state le uniche persone a violare la sua privacy: è proprio in questi giorni che gli oggetti di ricerca in tendenza su PornHub sono “maestra d’asilo” e “maestra italiana”. Questo significa che un numero copioso di utenti della piattaforma di porno mainstream più famosa al mondo ha digitato più volte sulla barra di ricerca il suo nominativo alla ricerca di un video condiviso non consensualmente. E questo deve far riflettere, perché su PornHub si trovano video di ogni tipo e per tutti i gusti, quindi se migliaia di persone hanno deciso di cercare un oggetto specifico – che, ribadiamo, era un video condiviso senza il consenso della protagonista – significa che la violenza di genere reale li eccita più della finzione. Perché guardare un video privato, proibito, su cui la persona che l’ha girato non ha più il controllo, fa sentire potenti quegli uomini piccoli, con un ego fragile, che credono che le donne siano degli oggetti sessuali creati per il loro piacere. Cosa credete abbia spinto il carnefice della storia di Torino a condividere il video della sua ragazza? Lui voleva esporla ai suoi amici come se fosse un trofeo – appunto, un oggetto – per potersene vantare. È sempre stato così, fin dall’alba dei tempi. Non è un caso che Eva sia stata creata dalla costola di Adamo: lei era il suo oggetto, nata solo ed appositamente per soddisfare i suoi bisogni e piaceri, per fargli compagnia. Anche durante le guerre avviene un fenomeno crudele: gli stupri di guerra. Il popolo vincitore, per affermare il suo potere sui vinti, compie degli orribili stupri a danno delle donne del popolo sconfitto (non solo, spesso anche a danno di bambini e uomini). E questo perché? Perché lo stupro è un mezzo di affermazione della propria autorità (solitamente maschile, ma non solo) su una persona che si trova più in basso nella gerarchia sociale (nella maggior parte dei casi donne, ma spesso anche altri uomini). Dunque, nel revenge porn, come nello stupro, la vittima diventa un oggetto agli occhi maschili. Che sia un oggetto da umiliare o da esporre come un trofeo, in entrambi i casi subentra la forte disparità di potere sociale tra uomini e donne.

Sorelle di genere, nemiche per scelta

Questa vicenda si differenzia dalle altre violenze di genere per un particolare: i carnefici non erano tutti uomini. Infatti, dopo che il video della maestra è stato inoltrato nella chat del calcetto, è finito tra le mani di una delle mamme dei bambini a cui insegnava. Lei l’ha inoltrato alle altre mamme, che l’hanno minacciata. In qualche modo, il video è arrivato nella chat della preside che ha deciso di licenziarla. Oggi si dice spesso che “le peggiori nemiche delle donne sono altre donne” e questa storia sembrerebbe confermarlo. Ma è davvero così? Sebbene molte persone credano che la competizione femminile sia innata, la realtà dei fatti è un po’ più complessa: siamo tutte e tutti immersi nella cultura patriarcale, ne subiamo una profonda influenza fin dalla nascita, fin da quando, appena nati, ci fanno indossare la tutina del colore stereotipicamente associato al nostro genere, dando per scontato che, crescendo, rispetteremo aspettative e ruoli di genere ben precisi. Alle bambine viene insegnato fin da piccole a competere fra di loro per l’attenzione maschile. Si sente spesso dire, ad esempio, che nelle classi scolastiche di sole donne c’è bisogno di un uomo che si ponga come mediatore di eventuali litigi femminili. Veniamo bombardate di concetti simili, da sempre. Ci convincono che saremo qualcuno solo se otterremo il consenso maschile, ed è questo che ci porta a competere fra di noi. La misoginia interiorizzata dalle donne è un meccanismo di adattamento alla società che le porta a denigrare ad altre donne, in modo da affermarsi su di loro e avvicinarsi il più possibile al genere maschile e da accedere ad alcuni privilegi. Il femminismo mira a smontare questa concezione errata delle donne competitive, perché non è quello che siamo, bensì quello che vogliono che noi siamo. La competizione tra donne è funzionale al mantenimento del patriarcato, perché è un metodo implicito per continuare a colpevolizzare il genere femminile. Ne è la conferma il fatto che si crede senza pensarci due volte allo stereotipo delle donne nemiche e competitive fra loro, ma quando si sposta il focus sulle responsabilità maschili si manifestano le prime esitazioni. Nessuno si sognerebbe mai di dire che gli uomini sono i nemici delle donne, e anzi, in tal caso si urlerebbe immediatamente al “sessismo inverso”: eppure i dati ci dicono che la violenza sulle donne perpetrata da uomini è un fenomeno sociale. Ovviamente, i nemici delle donne non sono gli uomini. È innegabile, però, che gli uomini abbiamo un maggior potere sociale: per questo, se fossero loro ad esporsi contro il patriarcato sarebbero paradossalmente più credibili di noi donne.

Né la prima né l’ultima vittima

Non è la prima volta che immagini private e intime vengono diffuse senza il consenso delle proprietarie. Pochi mesi fa è scoppiato lo scandalo dei famigerati gruppi su Telegram. In queste chat, gruppi di migliaia di uomini (e spesso anche donne) si scambiavano materiale pornografico non consensuale come se si trattasse delle figurine dei Calciatori Panini. Donne, inconsapevoli, che subivano veri e propri stupri virtuali. Su quei gruppi potrei essere finita io, o qualche mia amica, ed è uno dei prezzi da pagare per essere donne in una società patriarcale e misogina. E non è tutto: molte delle foto che venivano condivise erano semplici post presi da Instagram o dagli altri social network (che, oltretutto, in alcuni casi venivano spogliate con dei programmi appositi). Questo la dice lunga su come non siano la libertà sessuale e la nudità ad istigare gli uomini ad oggettificare le donne: nudes e foto di volti condividevano lo stesso oscuro destino sui gruppi di Telegram. La vicenda di Telegram mi colpì molto per un particolare. Gli uomini sui social continuavano a scrivere imperterriti “Not all men” in risposta alle femministe. La prima cosa che pensai è “non tutti gli uomini sono coinvolti e non tutte le donne sono finite sulle chat di Telegram. Eppure, molte di noi sono spaventate tanto da renderlo un problema di genere. Perché gli uomini non fanno lo stesso? Perché al posto di deresponsabilizzare e difendere a spada tratta il proprio genere di appartenenza non provano ad interrogarsi sul perché così tanti uomini – così tanti da rendere la violenza sulle donne un fenomeno sociale – si comportino in un certo modo?”

Ritornando al termine “goliardata”, è d’obbligo accennare il caso di Tiziana Cantone, ennesime vittima di revenge porn, la cui storia è terminata con il suicidio. Il ragazzo che ha deciso di gettare la maestra in pasto allo stigma sociale, ha mai pensato al dolore e al trauma psicologico che potrebbe averle causato? Se davvero le sue intenzioni fossero state goliardiche e innocue (“senza voler ferire” come ha dichiarato l’avvocato del diavolo), avrebbe quantomeno provato a fare un paragone con il caso Cantone. Perché una goliardata non ha nessun impatto psicologico e sociale sulla tua vita, il revenge porn sì.

Giorgia Brunetti

Fonti:

Una donna alla guida degli S&D

“Nelle ultime settimane ho avuto scambi con molti di voi e siamo tutti d’accordo: dobbiamo fornire ai cittadini risposte ferme e innovative in questo momento cruciale per il progetto europeo e per la nostra famiglia politica, la socialdemocrazia europea” sono le parole di Iratxe García Pérez, classe ’74, spagnola, una grande esperienza politica e soprattutto all’interno del gruppo socialista in Spagna.

Per la seconda volta, in 20 anni, è una donna a guidare la presidenza S&D in Europa. David Sassoli ha proposto l’elezione per acclamazione all’assemblea del gruppo.

“Da quando è stata creata l’Unione Europea non è stata mai così tanto minacciata come oggi – ha aggiunto -, negli ultimi anni abbiamo assistito all’emergere di partiti populisti, eurofobi, xenofobi e di estrema destra che stanno facendo riemergere i peggiori fantasmi del nostro passato”.

García ha una visione di europa progressista ma soprattutto pone al primo posto gli errori del gruppo S&D: un gruppo che è stato assente per le classi più deboli soprattutto nell’affrontare le risposte alla crisi economica. Le sue parole puntano a un’azione politica che possa seguire azioni sociali per i cittadini europei.

Il messaggio che lancia parla di azioni concrete, di aver realizzato le disuguaglianze dovute alla globalizzazione e finalmente ricerca risposte valide e coerenti a riguardo.

A fine discorso conclude dicendo che: “Ci spetta un ruolo di primo piano nell’innescare i processi di cambiamento necessari e dobbiamo rimanere al servizio dei cittadini per garantire standard sociali più equi, combattere i cambiamenti climatici, proteggere e migliorare i diritti dei lavoratori in un’economia sostenibile, ed essere un faro di libertà e democrazia per il mondo.”

Inoltre il gruppo S&D sta insistendo per il proprio spizenkandidat, nonostante la posizione di svantaggio per il proprio nome Frans Timmermans, sottolinea quanto il metodo debba essere applicato per l’elezione del presidente della Commissione UE. La presidentessa sottolinea quanto il parlamento e in particolare il gruppo S&D sia concentrato sulla riuscita della metodologia spizenkandidat, il rischio è che questo stallo all’interno del Consiglio nel decidere il nome possa portarsi anche dentro il parlamento europeo senza una maggioranza schiacciante.

Durante la sua carriera politica vediamo una donna che è concentrata su due tematiche estremamente progressiste: membro fondamentale nell commissione dei diritti delle donne e soprattutto lo sviluppo regionale nella commissione REG.

Convergenza economica e parità di genere, basi fondamentali delle famiglie socialiste che ci raccontano quanto questa donna possa rappresentare a pieno le battaglie più difficili per la nostra Europa.

Per concludere la sua grande sensibilità per il settore agroalimentare e per le esigenze dei paesi mediterranei come l’Italia la rendono una presidentessa resiliente in materie delicate per il proprio (Spagna) e il nostro paese.

Un grande augurio a una famiglia europea socialista più unita, più donna e più innovativa!

Giulia Olivieri

 

Il femminismo e gli uomini: oltre la lente politica

Questa è una lettera di risposta a un articolo precendentemente pubblicato su La Disillusione: https://revert798312376.wpcomstaging.com/2018/11/17/femminismo-al-femminile-manca-il-maschile/

Cara Francesca,

Il tuo articolo è una ventata di aria fresca per quanto riguarda la discussione dei rapporti di genere in questi nostri tempi confusi. Cercherò dunque di apportare un primo, modesto contributo ad una conversazione che è decisamente in ritardo, partendo con una battuta impertinente. L’idea di uno “spazio” in cui gli uomini ridefiniscono la propria identità maschile “indipendentemente dalle donne” mi fa immediatamente pensare a due possibili scene: una gara di rutti nello spogliatoio di una palestra, o in alternativa una sessione di terapia di gruppo dai toni bassissimi e un po’ sterili. In altre parole, non sono del tutto sicuro che gli uomini possano definire le proprie identità in uno spazio indipendente da quello femminile. Non perché l’identità maschile (per ora assumiamo a priori che tale categoria esista) sia meno complessa o meno autonoma della sua controparte, quanto per il fatto che, proprio come tu suggerisci, siamo rimasti “indietro”. Che sia stato il femminismo a scordarsi dei maschi o piuttosto noi a scordarci di noi stessi, il risultato non cambia: il superamento di quel determinismo culturale che codificava rigidamente le identità di genere non è stato colto dall’immaginario maschile come una sfida collettiva di rielaborazione, ma semplicemente come un’evoluzione dei costumi a cui adattarsi individualmente. Sono consapevole che quest’ultima sia un’affermazione audace e non generalizzabile, tuttavia sono convinto che rifletta l’esperienza di molti uomini che non sentono di avere una coscienza collettiva di riferimento. O meglio, tale coscienza esiste, ma anziché essere un sentimento di solidarietà comune è un padre-padrone che giudica costantemente la nostra inadeguatezza e lascia pochissimo spazio alla complessità. Ed è proprio la permanenza di questo super-ego maschile e la sua relazione con la costruzione dell’identità che vorrei utilizzare come punto di partenza per questo articolo.

Identità, Intersoggettività, Cultura

Che cos’è l’identità? Sicuramente non qualcosa che posso sperare di definire in maniera soddisfacente in questa sede, ma vale la pena formularne un concetto approssimativo per amor di discussione. Di sicuro non è né un contenitore vuoto da riempire a nostro piacimento né qualcosa che ci piove in testa dal cielo alla nascita, ma piuttosto il risultato di un processo di mediazione tra le istanze più o meno autonome del proprio sé – personalità, ambizioni, vocazioni, desideri – e le influenze inevitabili della cultura e delle interazioni sociali che accompagnano la crescita dell’individuo e la vita in generale. Il femminismo, nelle sue diverse ondate, ha riaffermato la forza delle prime sulle seconde per quella metà della popolazione umana che l’Illuminismo e le sue rivoluzioni avevano lasciato da parte, permettendo dunque alle donne di emanciparsi dai ruoli subalterni e claustrofobici che la società aveva loro imposto.

Da qui l’effetto performativo sulla cultura, il rovesciamento dei vari stereotipi e l’esplorazione dell’ identità femminile come esperienza piuttosto che come modello. Tutto ciò si è tradotto, entro un certo grado, nella consapevolezza generale che non esiste uno standard di riferimento dell’identità femminile a cui le donne dovrebbero attenersi per sentirsi a proprio agio nel loro essere donne. Ne segue che, entro i limiti della convivenza civile, ogni modo di vivere la soggettività femminile ha la stessa dignità di tutti gli altri.

Lo stesso principio egualitario si applica ovviamente anche alle soggettività maschili, ma la mancata rielaborazione culturale fa sì che tale principio rimanga quasi solamente formale, mentre nella sostanza gli uomini rimangono concepiti come “il sesso forte” in un senso che va ben oltre l’anatomia: da loro ci si aspettano vitalità, risolutezza, coraggio, ma soprattutto iniziativa. Iniziativa nel manifestare interesse verso un potenziale partner, nel mostrare di avere carattere e senso dell’umorismo, nel “sapersi vendere bene” al resto del mondo, e spesso persino nell’iniziare il contatto fisico che precede ogni atto sessuale. Per un uomo è quasi impossibile rifiutare tutte queste aspettative e poter sperare di vivere serenamente.

Detto questo, non è mia intenzione esaltare il diritto degli uomini a non adeguarsi nè presentare questo diritto come un dovere politico, perché una mossa del genere sarebbe controproducente nel breve periodo (cosa facciamo, Lysistrata al contrario? Chi ci crede?). Il vittimismo non fa bene a nessuno, tantomeno agli uomini.  Credo, piuttosto, che sia necessario prendere in considerazione la permanenza di queste aspettative non solo nella dimensione culturale dei rapporti di genere, ma anche in quella intersoggettiva.

Con questo intendo dire che a riprodurre un certo ideale di “uomo-che-non-chiede” tipo Han Solo quando bacia Leia non è solo la cultura, sono anche moltissime donne nelle loro interazioni quotidiane, e pensare che questo non riguardi anche alcune donne che si ritengono femministe sarebbe quantomeno sospetto.

A questo punto, possiamo davvero cambiare questo stato delle cose semplicemente attraverso un’operazione culturale parallela, un “femminismo dei maschi” che si concepisce come indipendente da quello “delle femmine”, con cui si limita a fare due chiacchiere ogni tanto? Un progetto simile potrebbe sicuramente portare a risultati concreti e positivi nel lungo periodo, ma sarebbe un po’ come mettere una guarnizione ad un tubo che perde da ieri notte e poi tenersi l’acqua in casa fino alle caviglie: prima o poi l’acqua evapora, ma si può fare di meglio e provare a salvare il parquet.

 

“Sono come tu mi vuoi”

Individuali o collettive che siano, tutte le identità hanno una componente eterodiretta che riflette le aspettative degli altri e i loro riconoscimenti. Come accennavo prima, uno dei grandi successi del femminismo è stato cambiare e certamente su quel versante c’è ancora parecchio lavoro da fare. Ma sul versante opposto i lavori non sono mai cominciati.

Prendiamo ad esempio una convenzione che gode ancora di ottima salute, secondo cui è l’uomo a dover cercare e la donna a dover scegliere. Se si proponesse di superarla o rovesciarla una volta per tutte, quanta resistenza ci si potrebbe aspettare da parte di individui di entrambi i sessi?

Per il momento, forse agli uomini non resta che accettare il fatto che parte della loro identità si articoli sulle aspettative che le donne proiettano verso di loro, e che il loro riconoscersi come adeguati o meno a tali aspettative abbia delle conseguenze determinanti per il loro rapporto con se stessi. Ma questo è quasi ovvio, e non vale certo di meno per le donne.

La differenza significativa sta nel modo in cui la convenzione di cui sopra opera a livello collettivo.

Essa pone quasi tutti gli uomini davanti alla possibilità del rifiuto almeno una volta nella vita, mentre una donna non è necessariamente costretta ad affrontare questo rischio. Anzi, molto spesso le donne sono soggette ad un’educazione ed una socializzazione che le incoraggiano a sottrarvisi, a mostrare il loro potenziale interesse attraverso segnali mai troppo espliciti, perché il costume vuole che siano gli uomini ad interpretarli e ad agire di conseguenza. Lo so, sembra una piccolezza irrilevante rispetto alla realtà complessiva, ma non lo è affatto.

Questa convenzione fornisce infatti il presupposto strutturale – anche se non per forza causale – su cui si articolano le dinamiche di competizione maschile, che avvenga tra estranei l’un l’altro indifferenti o tra amici che farebbero volentieri a meno della gara. Fin da adolescente, non ho mai smesso di chiedermi se non ci sia una certa relazione di rinforzo tra l’iterazione di queste dinamiche e lo sviluppo, nella psiche maschile, di una visione delle donne come “premi” da vincere in funzione della propria autostima. E ogni tanto vorrei che Simone de Beauvoir fosse ancora viva per porre questa domanda anche a lei.

Quanta distanza concettuale c’è tra un premio che si vince ed un oggetto che si possiede?

Sono certo che molte femministe siano ben coscenti di questa realtà ed altrettanto certo che, in un certo senso, non ci possano fare niente. L’idea di una donna che cerca di emancipare un’altra donna dicendole “smettila di essere così maschilista!” effettivamente fa un po’ ridere, visto che il paternalismo (in teoria) è un’attitudine inconciliabile con lo spirito femminista. Tuttavia, per gli uomini il problema rimane: dobbiamo relazionarci quotidianamente con un mondo femminile che da un lato ci attribuisce le tipiche aspettative culturalmente associate ai maschi e dall’altro le rinnega. Il che ci mette di fronte a situazioni che spesso non riusciamo a decifrare.

Ad esempio, quando siamo costretti a vedere che il machismo becero e irritante di certi rettili in discoteca, ogni tanto, paga. O quando le nostre madri, sorelle, e maestre delle elementari ci inculcano (pur con le migliori intenzioni) una visione agiografica delle donne come esseri eterei e moralmente superiori, senza macchia e senza corpo. La quale, ad un certo punto dell’adolescenza, finisce inevitabilmente per collassare davanti alla realtà. Magari proprio quando si cominciano a frequentare le suddette discoteche.

Verso la scomodità

Ecco, quando viene posto in relazione con il problema della violenza di genere, questo ragionamento perde ogni residuo di leggerezza e diventa una questione spinosissima. Questione che non ero costretto a tirare fuori, e se avessi voluto stare sul sicuro questo articolo si sarebbe concluso al paragrafo precedente. Ma la coscienza mi impone, masochisticamente, di esternare l’idea che per comprendere fino in fondo la violenza di genere non sia sufficiente indagare la “dark triad” e la psicologia culturale dei predatori sessuali. Sarebbe un lavoro lasciato a metà.

Serve anche capire come le donne concepiscono gli uomini, cosa che sicuramente non possiamo fare da soli. In particolare, abbiamo bisogno di capire fino a che punto l’idea di uomo nell’immaginario collettivo delle donne contiene ancora elementi potenzialmente permeabili a quelle manifestazioni aggressive e violente che il mondo anglofono chiama, certo non senza motivo, “toxic masculinity” e “rape culture”.

Ci terrei ad anticipare un’obiezione che immagino si stia già facendo strada nella mente di chi legge: non sto assolutamente parlando di girare la frittata e dare la colpa degli abusi alle donne che ne sono vittime. La condanna di ogni forma di violenza non si discute, e il fatto che io mi senta in dovere di fare questa precisazione dopo tutto ciò che ho scritto finora forse è uno spunto di riflessione ulteriore, su cui tornerò più avanti.

Sto parlando di cominciare un’operazione scomoda e difficile, che tra le altre cose implica un’indagine collettiva della seduzione, dell’affetto e della sessualità in tutta la loro ambivalenza psicologica e morale. E che andrebbe portata avanti con cautela, ma il più possibile alla luce del sole, per riuscire a stare in bilico tra il pericolo dell’invadenza e quello dell’ipocrisia. Ma se continuiamo a posticiparla sine die perché crediamo che non sia poi così necessaria, o perché rischia di lanciare pericolosi inviti al maschilismo più bieco, la violenza di genere rimarrà sintomo di una malattia che ci asteniamo dal conoscere davvero.

Riusciremo a curarla a suon di deterrenza e di scandali di cronaca, puntando un dito verso il mostro e l’altro dito verso una cultura maschilista che vogliamo sì cambiare, ma non sappiamo fino a che punto?

Forse. Le statistiche in effetti suggeriscono che gli episodi di violenza stiano calando, ma la crescita inquietante di certe culture sotterranee nel dark web (come quella degli incels, pregna di una frustrazione e un risentimento talvolta reciprocati da chi la denuncia) è una dissonanza che mi preoccupa molto, anche se spero vivamente di sbagliarmi.

Mai come prima d’ora, noi uomini ci troviamo ad avere un enorme bisogno della vostra sincerità più spassionata. Altrimenti rischiamo di viaggiare sempre più spediti verso l’incomunicabilità, e di trasformare questa incomunicabilità in un’asfissia reciproca dilagante.

Prigionieri dell’apologia

Uno degli ostacoli da superare per quanto riguarda le relazioni di genere ha a che fare con il clima dialettico in cui queste vengono discusse e, talvolta, anche con il taglio politico che le sottolinea. Senza dubbio, la concezione neo-Gramsciana del femminismo, che identifica il patriarcato come correlativo del sistema capitalista basato sulla proprietà e sulle disuguaglianze, ha un fondo di verità e ha conferito vigore politico a battaglie importanti nella società e nelle istituzioni. D’altra parte, però, ho il sospetto – da buon materialista storico – che lo sconvolgimento del panorama sociale e tecnologico della comunicazione (mass media prima, social media poi) abbia cambiato radicalmente le carte in tavola, nel bene e (soprattutto) nel male. Uno degli effetti collaterali di questi sviluppi è stata l’integrazione funzionale dell’antagonismo politico femminista in un ambiente comunicativo paranoico ed esasperante, dove ogni proposizione viene valutata esclusivamente per il suo potenziale apologetico piuttosto che per il contenuto in sé. Con risultati controproducenti per gli obiettivi di inclusività ed emancipazione che il progetto femminista vuole portare avanti.

Un esempio paradigmatico è il caso della filmmaker americana Cassie Jaye, finita al centro di asprissime controversie dopo l’uscita nel 2016 del suo documentario The Red Pill, in cui intervista alcuni esponenti dei cosiddetti Men’s Rights Activists e racconta l’impatto che questo confronto ha avuto sulla sua visione del mondo. Non potendomi dilungare sullo scopo e il contenuto del lungometraggio, che non nego essere indigesto sotto molti aspetti, consiglierei la visione di questo TEDx talk in cui la Jaye riassume l’inquisizione mediatica che ha subito con le seguenti parole: “when you start to humanize your enemy, you might in turn be dehumanized by your community”. A poco è valso Il fatto che i suoi lavori precedenti parlassero di temi come la libertà e la salute sessuale e riproduttiva delle donne (Daddy I Do, 2010) e i diritti delle coppie omosessuali (The Right To Love, 2012): non aver dipinto i suoi intervistati come pericolosi mostri sciovinisti in The Red Pill le ha fruttato l’ostracismo preventivo del pubblico con cui lei si era sempre identificata, e a cui il documentario era rivolto.

Non nego che questa mentalità anticipatoria sia piuttosto comprensibile, visto che l’apologia del maschilismo va molto di moda ultimamente. Tanto che ce la sto mettendo tutta per non suonare come un certo oscuro professore canadese, che avrebbe anche qualcosa di buono da dire se non avesse deciso di costruire un impero commerciale sull’ambiguità, facendo vari occhiolini alla destra ultraconservatrice per motivi discutibili. Certo, ogni cosa succede in un contesto, e in questo caso il contesto è quello Nordamericano. Nella nostra cara Europa le cose sembrano andare un po’ meglio.

In Italia, ad esempio, abbiamo avuto La TV delle Ragazze, tutt’altro spirito e tutt’altro intelletto rispetto alla vulgata femminista d’oltreoceano. Ma le influenze atlantiche ogni tanto fanno capolino. Per esempio, quando la proposta di legalizzare la prostituzione viene osteggiata a priori dalla sinistra perché assimilata a tutte le altre proposte deliranti della Lega. Anche se concepita in modo regressivo, come ritorno alle situazioni degradanti e indifendibili delle “case di tolleranza” abolite dalla legge Merlin, la proposta rimane comunque un’opportunità per presentare emendamenti e trasformare le attuali politiche basate sulla deterrenza in politiche volte alla riduzione del danno. Che peraltro è esattamente ciò che la sinistra ha sempre voluto fare con le droghe leggere. E poi ammettiamolo una volta per tutte: Lina Merlin, nonostante i tanti e indiscutibili meriti, era mossa da un moralismo che oggi farebbe storcere il naso a molte donne.

Il Contrappasso di Adamo

Recentemente ho visto una conferenza di Galimberti in cui, tra le altre cose, l’intellettuale dallo stile burbero e tranchant afferma che la visione cristiana del tempo, dell’etica e del progresso sociale pervade persino il pensiero critico di due “Maestri del Sospetto” come Freud e Marx (Nietzsche se la scampa con l’Eterno Ritorno, anche se non del tutto).

Il passato è sofferenza (peccato/patologia/oppressione), il presente è redenzione (pentimento/terapia/rivoluzione), il futuro è emancipazione (regno dei cieli/guarigione/società senza classi).

Logicamente, questa radice cristiana è presente anche nei vastissimi filoni di pensiero articolati sulla falsariga dei due filosofi nei decenni a venire, e il femminismo – specie quello accademico – non ne è certo immune. Anzi, provocatoriamente, mi verrebbe da chiedere: cos’è diventato il patriarcato, nel discorso politico dell’occidente odierno, se non il peccato originale degli uomini? Un capovolgimento del mito di Eva che trasforma una verità storica innegabile (l’oppressione millenaria delle donne) in una colpa metafisica che tutti gli uomini, anche quelli nascituri, devono e dovranno portarsi appresso in un modo o nell’altro?

Ci tocca ammettere, un po’ amaramente, che Benedetto Croce aveva più ragione di quanto vorremmo concedergli: non possiamo non dirci cristiani, nemmeno nella contestazione più radicale. Forse questa consapevolezza, che potrebbe sembrare pericolosa in quanto neutralizzante, può invece fornire il presupposto per una critica più ampia, profonda e riflessiva, che ci permetta di negoziare davvero la nostra cultura e i nostri costrutti sociali liberamente e democraticamente. E di lasciarci alle spalle, per quanto possibile, quei tanti orpelli ideologici che invertono gli schemi senza mai cambiarli.

Daniele Vanni

 

 

Donne sull’orlo di una crisi di nervi

Si parla di un Almodóvar già maturo, capace di lasciarsi dietro le acerbità dei primi film e inaugurare la stagione florida degli anni ‘90. Le sue madrilene in crisi precedono gli Oscar per Tutto su mia madre (1999) e Parla con Lei (2003) ma furono loro a garantirgli la prima nomina per miglior film straniero nel 1989. Continua a leggere

This is a man’s world: Vox mulierum

Immaginate di avere un dispositivo al polso che, al raggiungimento di 100 parole pronunciate in una giornata, vi rilascia una scarica di elettricità in tutto il corpo, capace di immobilizzarvi e mettervi fuori uso; immaginate poi di non poter più lavorare, né studiare, né svolgere qualsiasi altra attività che non riguardi le attività domestiche e la cura della famiglia: tutto questo soltanto se siete donne. Continua a leggere