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Come non cadere nella retropia

Retrotopia è l’ultimo libro scritto dal celebre sociologo Zygmunt Bauman, che coniò questo neologismo per indicare come la società mondiale stesse ponendo le proprie speranze di un futuro migliore non più guardando in avanti al futuro, bensì al passato. Con l’avvento di una delle più terribili e catastrofiche pandemie degli ultimi secoli, questo “mood” sembra essere ancora più vicino alla realtà odierna di quanto non fosse in precedenza. Il futuro, da habitat naturale di speranze e aspettative legittime, si è trasformato in sede di incubi: dal terrore di perdere i propri familiari, il lavoro e lo status sociale a quello di rimanere impotenti a guardare la crisi ambientale che avanza incontrastata o a ritrovarsi con abilità che, sebbene faticosamente apprese e assimilate, hanno perso qualsiasi valore di mercato.

Nel primo capitolo del libro Bauman si interroga su un possibile ritorno allo stato di natura di Hobbes, in quanto il suo Leviatano sembrerebbe non essere più in grado di assolvere la missione attribuitagli di domare la crudeltà innata degli esseri umani. “Nel corso del processo di civilizzazione, gli atti di violenza dell’uomo sono stati celati alla vista, non eliminati dalla natura umana; oppure sono stati esternalizzati, appaltati a professionisti (simili a sarti che confezionano la violenza come abito su misura), ponendo fine al supplizio, alla gogna o all’impiccagione su pubblica piazza. (…) A queste funzioni della civilizzazione Erving Goffman aggiunge l’«inattenzione civile», ossia l’arte di distogliere lo sguardo dagli estranei, sul marciapiede, sui mezzi di trasporto o in sala d’attesa dal dentista: comportamento che segnala l’intenzione di non farsi coinvolgere in un rapporto, per timore che un’interazione tra individui che non si conoscono porti alla perdita di controllo sugli istinti sgradevoli, e quindi alla scoperta imbarazzante dell’animale uomo, che va tenuto in gabbia, sotto chiave e al riparo da sguardi indiscreti.” Il sociologo polacco afferma che il neoliberismo ha iniettato violenza nella politica e paura nelle nostre vite, con la globalizzazione e le innovazioni tecnologiche che hanno avuto il risultato di emancipare il potere dal territorio, scardinando l’idea di Stato che aveva Max Weber, ovvero colui che possiede il monopolio della violenza legittima entro determinati confini. 

Nel Cimitero di Praga, per bocca del protagonista del libro, Umberto Eco scrive: “ho sempre conosciuto persone che temevano il complotto di un qualche nemico occulto, gli ebrei per il nonno, i massoni per i gesuiti, i gesuiti per mio padre garibaldino (…) chissà quanta altra gente c’è ancora a questo mondo che pensa di essere minacciata da una cospirazione. Ecco qua una forma da riempire a piacere, a ciascuno il suo complotto.” Il falso è stato il motore di alcuni eventi storici, avere una causa per cui lottare amplia la propria dimensione e il terrorismo suicida, la più estrema forma di emulazione della violenza, viene visto da Bauman non come una forma di fanatismo, ma come una condizione “favorita e istigata dalle politiche di esclusione e dalla progressiva esternalizzazione delle credenziali degli Organi di Stato elettivi agli umori volubili dei mercati, attori fuori portata rispetto ai mezzi di cui dispone l’individuo, costretto ad affrontare l’esistenza con le sue sole risorse personali.” Il nostro mondo come campo minato di cui non sappiamo la mappa e il ritorno al mondo di Hobbes non è secondo Bauman dovuto alla mancanza del Leviatano ma alla compresenza di tanti Leviatani difettosi e incapaci di assolvere tutte le funzioni di cui l’individuo ha bisogno.

Un altro dei modi di guardare al passato è il ritorno alle tribù. La globalizzazione ha trasformato gli Stati in estesi vicinati, le differenze tra gruppi sono diventate rapporti di superiorità/inferiorità, le ideologie neoconservatrici hanno così spinto per un ritorno al tribalismo. Lo scopo degli antagonisti nelle tribù non è riconciliarsi ma ricavare una dimostrazione dell’impossibilità di ciò. Parole come futuro e progresso sono temute: la nostra generazione, già da prima del Covid19, è la prima che pensa che non starà meglio dei genitori nel futuro, e se in teoria il futuro dovrebbe essere duttile e il passato stabile, nella pratica il futuro sembra inesorabile e il passato plasmabile a proprio piacimento. Bauman cita Michel Agier, il principale studioso delle origini e delle conseguenze delle migrazioni di massa, il quale avverte che sulla base delle stime attuali, nei prossimi 40 anni si prevede che ci saranno un miliardo di sfollati: “Gli sfollati sono persone che non hanno un loro posto, né possono legittimamente rivendicarlo, ciò li colloca in un “non luogo”, anziché nel mondo che accomuna tutti gli altri. Ma i loro non luoghi (per esempio le stazioni ferroviarie di Milano e Roma) fanno parte dei nostri quartieri, quelli dei fortunati <<nativi>> liberi di viaggiare per scelta. Trovarsi al cospetto di questi non luoghi, anziché limitarsi a guardarli a debita distanza sugli schermi televisivi, è un’esperienza scioccante perché ci mostra con chiarezza la turbolenza mondiale nel suo aspetto peggiore.” “Problemi globali richiedono soluzioni globali – afferma il sociologo – lasciar marcire il problema, purché non sia nel cortile di casa nostra, non funzionerà. La cura definitiva non è alla portata di un singolo paese e nemmeno di un insieme di paesi come l’Unione Europea: e questo è vero a prescindere che confiniamo <<i migranti>> in campi appositamente costruiti in Europa, Africa o Asia oppure li lasciamo scomparire nelle acque del Mediterraneo o del Pacifico”

Nell’epilogo del saggio, Bauman si interroga su quale sia il modo per guardare avanti e cambiare in un mondo in crisi, un’età di crisi anche degli strumenti per risolvere i problemi. Il dilemma più arduo è come “riconciliare la globalizzazione della finanza, dell’industria, dei commerci, del sapere e della comunicazione- e la dimensione politicamente globale che l’umanità ha davanti a sé, con il carattere tipicamente locale e autoreferenziale degli strumenti politici, che in base al principio proclamato da Wilson, dovrebbero gestire tutti quei cruciali aspetti della condizione umana.” Citando il sociologo Ulrich Beck scrive che a differenza di tutte le precedenti, vittoriose battaglie, l’innalzamento dell’integrazione umana “non può servirsi né dell’arma di designazione di un nemico condiviso, né del meccanismo del <<noi contro di loro>>. Perciò la sfida del momento consiste nientemeno che nel progettare, per la prima volta nella storia umana, un’integrazione che non sia più fondata sulla separazione.” Serve costruire una cultura del dialogo, citando un discorso di Papa Francesco nel 2016, “una ricerca di modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società.”

Marco Biondi
Assistente civico