Archivi tag: Esteri

Voto per l’Europa

280px-Flag_of_the_United_Kingdom.svg

 


Le elezioni europee non eccitano molte persone. L’ultima volta, nel 2014, solo il 42% di coloro che avevano diritto al voto sono andati alle urne per l’UE e tra i minori di 24 anni è stato un abissale 28%. Ma le elezioni di quest’anno potrebbero essere troppo importanti per tirarsene fuori. Mentre l’agenda delle news europee è stata offuscata dalla Brexit per mesi (e potrebbe continuare ad esserlo, poiché il Regno Unito si prepara a partecipare alle elezioni a cui non ha mai voluto partecipare), il progetto europeo ha affrontato un gran numero di sfide dall’esterno – occupandosi di immigrazione, riscaldamento globale, un collasso dell’ordine mondiale – e un’esistenziale minaccia dall’interno: l’incremento di coloro che vogliono fare a pezzi più di sessant’anni di integrazione europea e ballare sulle sue rovine. Se ci fosse mai un tempo in cui il voto di ognuno conta, è ora.

I nemici dell’Europa sono uniti

Da un certo numero di anni, la crescita del populismo di destra si è potuta osservare lungo tutta l’Europa – il Raggruppamento Nazionale in Francia (precedentemente il Front), l’AfD tedesco, la Lega italiana. I loro livelli di supporto sono cambiati, come il loro radicalismo, ma hanno ampiamente perseguito la stessa agenda: anti-immigrazione, anti-UE, nazionalista, frequentemente islamofoba e socialmente conservatrice. Ma mentre uno potrebbe quasi rassegnarsi al fatto che tali ottusi chiacchieroni sono ora parte del panorama politico europeo, le più recenti evoluzioni sono state più allarmanti. In numerosi paesi europei l’estrema destra sta ora governando (da sola o in coalizione). In Italia e in Austria le coalizioni che includono partiti di destra hanno mostrato che intendono proprio ciò che dicono – nel caso dell’Italia è semplificato da drammi quasi settimanali che coinvolgono navi di soccorso per rifugiati a cui viene cancellato il permesso di attraccare e rimangono bloccate in mezzo al mare per giorni, veri esseri umani usati come pedine o merce di scambio. In Ungheria e in Polonia i governi di destra sono occupati a smantellare le fragili istituzioni della democrazia e della società civile che si sono sviluppati a partire dalla fine del comunismo tre decenni fa. A partire da quest’anno, la Spagna, precedentemente pensata immune al fascino della destra dopo decenni di dittatura di Franco, ancora una volta ha la destra nella politica nazionale: il partito Vox. E la cosa forse più preoccupante di tutte: i nemici dell’Europa sono tutti sul punto di cooperare attraverso i confini.

Godendo pienamente dei diritti di libera circolazione che l’UE offre loro, l’austriaco Heinz-Christian Strache vola a Budapest per incontrare il suo amico Viktor Orban, Joerg Meuthen dell’AfD visita il suo compare Matteo Salvini a Milano, e Marine Le Pen ha trovato il tempo di vedere Santiago Abascal, ora leader dei 24 parlamentari di Vox nel Congresso dei Deputati di Spagna, quando era a Perpignan nel 2017. Con i nemici dell’unità europea così coordinati e integrati, coloro che pensano il futuro non possa essere un ritorno alla chiusura mentale e al nazionalismo devono essere altrettanto forti insieme.

E ce ne sono di cose per cui valga la pena combattere. La seconda guerra mondiale è finita 74 anni fa, ma la pace non è ancora scontata: anzi, si dice spesso che l’Europa è libera dalla guerra dal 1945, ma non è vero: negli anni ’90, i problemi nell’Irlanda del Nord costarono circa 3000 vite. Il bilancio delle vittime della sanguinoso crollo della Jugoslavia negli anni ’90 è di oltre centomila, spinto dalle stesse forze del nazionalismo e dell’odio che il progetto europeo cerca di superare. E negli ultimi cinque anni, l’Ucraina ha pagato un prezzo elevato per l’aggressione della vicina Russia.

Niente di tutto questo significa che il progetto europeo sia fallito – si trattava di conflitti ai margini dell’Europa, dove la portata del progetto europeo in via di sviluppo era limitata, mentre le nazioni dell’Europa centrale che hanno combattuto le raccapriccianti guerre della prima metà del 20° secolo e prima – Francia e Germania, per esempio – sono state unite nell’amicizia e nella cooperazione dopo il 1945. Ciò che mostra, invece, è che la pace è fragile e non garantita. Lo stesso vale per il crescente numero di benefici che i cittadini europei hanno accumulato nel corso dei decenni: i diritti di viaggiare, vivere, lavorare, studiare e stabilirsi in un intero continente. La libertà di notare a malapena quando si attraversa un confine – quando un confine in passato potrebbe aver assistito a giovani uomini uccidersi a vicenda in trincee un secolo fa, o forse uno che trent’anni fa era chiuso con muri, recinti e guardie armate. Rispetto al resto del mondo – anzi, ai vicini europei che non sono ancora membri dell’Unione – questo è un privilegio che i cittadini dell’UE ora acquisiscono per diritto di nascita. Il rischio è diventare compiacenti di ciò che abbiamo.

Niente di tutto questo significa, naturalmente, che tutto ciò che riguarda lo stato attuale dell’Unione sia perfetto. Il basso entusiasmo per la partecipazione alla politica europea può essere attribuito al fatto che Bruxelles è una grande guastafeste: il burocratismo e le regole del mercato unico non sono né ciò che accende le passioni della gente, né l’Europa alla base. C’è molto spazio per delle critiche graduali dell’attuale modello di integrazione europea. Se il progetto di un’unione sempre più forte deve essere continuato, a un certo punto inevitabilmente significherà che gli Stati membri più ricchi si impegneranno a sostenere i meno fortunati in modo serio – la solidarietà non può finire ai propri confini nazionali. Allo stesso modo, un’Unione non può promuovere il suo impegno per i diritti umani e fregiarsi del proprio Premio Nobel per la pace del 2012 mentre le persone annegano nel Mediterraneo – o mentre sta incanalando denaro in Libia, dove migliaia di migranti sono tenuti nei campi di detenzione sotto le più terribili condizioni, soggette a brutali abusi e sfruttamento, completamente prive di diritti e ora coinvolte nel recente conflitto (uno scandalo così deprimente dovrebbe essere all’ordine del giorno di tutti coloro che professano di aderire ai valori più amati dell’Europa). Le cose devono cambiare. Ma non resterà nulla da riformare se lasceremo che i nemici dell’Europa distruggano questo progetto unico. L’Europa ci ha dato la pace, ci ha dato libertà e diritti e un forum per la cooperazione, l’unico modo per affrontare le sfide su vasta scala del futuro, come i cambiamenti climatici. In un mondo instabile, con un partner transatlantico su cui non possiamo più fare affidamento, una Russia sempre più aggressiva e conflitti irrisolti in Medio Oriente, l’Europa è la nostra migliore scommessa. Difendiamola e poi miglioriamola. Per fare il primo passo in questa direzione, votiamo in queste elezioni. Il cento per cento della nostra generazione vivrà in questo futuro, quindi forse più del ventotto dovrebbe uscire e plasmarlo.

David Zuther
Traduzione di Martina Moscogiuri e Claudio Antonio De Angelis

Minatori oppressi nell’Africa del Sud

Nella campagna circostante l’area di Newcastle, una città situata nella regione KwaZulu-Natal in Sud-Africa, un ragazzo di 15 anni è in procinto di andare a pascolare il gregge. All’improvviso un gruppo di uomini, una folata di vento, ed ecco che il suo udito percepisce il nome di un uomo e una frase ben distinta: “Deve morire”. Riconosce subito il nome di quell’uomo, il suo nome è Lucky S., uno dei più noti attivisti dell’area contro le aziende minerarie. Preso da un senso di spaesamento corre a casa mentre quelle parole rimbombano sempre più forti nella sua testa. Arrivato a casa, consapevole della gravità di ciò che aveva sentito avverte la madre. Il telefono sta squillando. Lucky S. risponde. Dall’altra parte della cornetta una donna lo avverte che è in pericolo di vita, qualcuno ha intenzione di ucciderlo. Come era successo ad altri attivisti nelle altre regioni del Sud Africa sapeva che quel momento sarebbe arrivato.

I proprietari delle grandi aziende minerarie cercano di mettere le mani sul grande tesoro nascosto nel sottosuolo del paese africano. Tra i primi paesi con la più grande riserva di carbone e metalli; ben l’80% delle riserve di platino mondiali sono nascoste in questo territorio. Lo scontro di interessi con gli abitanti autoctoni delle varie comunità sorge nel momento in cui le diverse attività minerarie mettono in grave pericolo l’ecosistema, la tradizione, il sostentamento e la sopravvivenza delle stesse comunità. Oltre all’impatto ambientale, gli attivisti locali protestano contro le condizioni lavorative invivibili e i bassi salari dei minatori.

minatori-sudafrica-638x425.jpg

Il governo non si è mai soffermato troppo sugli effetti collaterali di queste attività sull’intera popolazione considerando solamente il suo impatto sullo sviluppo economico del paese. Gli attivisti così si trovano ad affrontare non solo le potenti multinazionali, ma il loro stesso governo che ostacola il loro diritto di espressione e di assemblea attraverso stratagemmi burocratici senza alcun fondamento legale o attraverso l’uso coercitivo per mezzo delle forze di polizia. Come riportato da alcuni leader di protesta di varie zone del paese, spesso i municipi hanno fatto richiesta di permessi specifici o addirittura hanno esercitato la capacità di proibire manifestazioni in casi assolutamente non specificati dalla legge. Allo stesso modo l’intervento della polizia per disperdere le manifestazioni è stato richiesto più volte in casi non previsti, la legge sud-africana ne prevede l’intervento solo in casi di estrema necessità o pericolo.

L’impatto delle attività minerarie è davvero così devastante? Alcuni dati riportano chiaramente l’effetto negativo delle miniere sull’aria, il terreno, le risorse d’acqua e i campi arabili, essenziali per il sostentamento delle famiglie rurali della zona. In uno studio del 2014 il Council for Scientific and Industrial Research ha esaminato l’acqua del fiume Olfants River, le cui acque scorrono in molte zone minerarie, trovando un eccesso di antimonio, arsenico, mercurio e uranio. Tutti elementi che, se in eccesso, sono altamente tossici per l’uomo e l’organismo marino. Difatti questo fiume è considerato tra i più inquinati d’Africa, ma per molte comunità è una risorsa idrica essenziale. La qualità dell’aria viene compromessa dalla polvere prodotta dalle miniere, senza contare l’impatto sul suolo, la South African Policy on Food and Nutrition, in uno studio dal 1994 al 2009, ha constatato che l’aumento del numero di miniere è inversamente proporzionale alla percentuale di terreni utilizzabili per la produzione di cibo, un declino del 30%. Tutto ciò senza considerare l’impatto sui lavoratori, in cui viene riscontrata una crescita di malattie come la silicosi o la tubercolosi o il suo impatto sociale dato che molte famiglie devono allontanarsi dalle proprie case in cerca di nuovi terreni arabili e l’aumento di casi di HIV.

Nel secolo precedente il governo aveva varato una legge per tutelare le comunità autoctone locali e le loro proprietà terriere. Nel 1996 venne firmata “Interim Protection of Informal Land Rights Act” una legge con la quale veniva stabilito l’obbligo della maggioranza di una comunità situata in un determinato territorio per consentire ad eventuali aziende minerarie il diritto di proprietà. Nel 2002 un’altra legge, il “Mineral and Petroleum Resources Development Act”, permise al governo di rilasciare concessioni edili senza alcun bisogno di una maggioranza comunitaria. Questa convivenza di leggi contraddittorie creò disordine e confusione. La Corte Nazionale in due occasioni ha specificato come per alcuni territori la prima legge prevalga sulla seconda. Sfortunatamente per colpa dell’esagerata corruzione e per la mancanza di trasparenza, i leader di alcune comunità hanno acconsentito alla costruzione di miniere senza la consultazione della propria comunità di appartenenza.

In questo caos legislativo e sociale, i protestanti subiscono violenze, minacce di morte e perdono la vita per salvaguardare il loro diritto di espressione, il diritto di assemblea e il diritto a manifestare. I leader di queste organizzazioni di protesta sono costretti a scappare dalle loro comunità o a dormire ogni giorno in una casa diversa per non essere arrestati. Gli attivisti vengono picchiati a sangue, incarcerati, ridicolizzati davanti la loro stessa comunità. Il governo è completamente assente e la giustizia non ha nessun effetto in un sistema tanto marcio. Questo clima di paura pian piano sta avvilendo coloro che credono in un paese che può e deve lottare per i propri diritti. Nell’Agosto del 2016 in quello che viene ricordato come il massacro di Marikana, 17 lavoratori furono uccisi da colpi da arma da fuoco, a distanza di 3 anni nessun poliziotto fu indagato per quell’atto brutale. Vite sono state bruciate, ma con loro non morirà il loro canto di protesta.

C_2_fotogallery_1012485__ImageGallery__imageGalleryItem_1_image

In una giornata di sole in Sud Africa, un lavoratore maltrattato e sottopagato marcia con i propri compagni in nome dei propri diritti. All’improvviso appare un gruppo di uomini armati, poliziotti venuti per disperdere la manifestazione. Ma con quale diritto? Una folata di vento e quella sensazione di paura che ti paralizza, il corteo si fa improvvisamente silenzioso. Gli occhi dei suoi compagni si cercano a vicenda. Poi una frase: “Sparate a questi cani”. Corre, corre cercando di essere più veloce dei proiettili di gomma, davanti a lui vede un uomo a terra colpito alla testa dal un proiettile di gomma. Il sangue circonda il capo. Non può fermarsi, non ora, non oggi, non senza aver visto il suo paese e i suoi lavoratori liberi dalle vecchie oppressioni di una storia già vista.

Oscar Raimondi


foto con poliziotti ap/lapresse, foto con protestanti reuters

La Rivoluzione sotto le Ruote

Purtroppo, da ormai qualche anno, siamo abituati a sentire e vedere storie di cruda violenza a livello internazionale. Le stragi di Strasburgo, Parigi, Berlino, Barcellona hanno scosso il cuore di europei ed extra comunitari per gli attacchi messi in atto da organizzazioni terroristiche o da singoli individui, spesso con una matrice di guerra religiosa. Sulla famosa strada La Rambla di Barcellona, al Christmas Market di Berlino, nel cuore di Strasburgo singoli individui sono stati uccisi da estremisti portatori di un messaggio di odio e terrore alla guida di camion e furgoni, volontariamente investendo dei civili con una sentenza di morte in nome di una fantomatica guerra all’Occidente. Sono storie recenti che rimangono impresse, che fanno paura ma che ci uniscono contro l’odio dell’estremismo. Singoli fanatici che devono essere isolati e fermati. Abbiamo dalla nostra la solidità di intere istituzioni e la cooperazione tra i governi. Comprendiamo il dolore della perdita ma reagiamo ed andiamo avanti, sappiamo essere più forti dei singoli estremisti.

Cosa succede però quando è proprio il governo stesso a guidare dei camion sopra i cittadini in rivolta? Questa è purtroppo una domanda che in Venezuela si stanno facendo in molti e che richiede delle risposte amare e non sempre soddisfacenti.

Il Venezuela sta affrontando una delle più intense crisi interne che il Paese abbia mai visto: dopo le elezioni di gennaio, lo storico Presidente Nicolas Maduro è stato politicamente fronteggiato da Juan Guaidó, capo dell’opposizione autoproclamatosi ad interim Presidente del Venezuela contro gli abusi di potere del dittatore, succeduto al regime di Hugo Chavez, accusato di aver vinto le elezioni del 2018 in maniera fraudolenta e con metodi dittatoriali. “È mio dovere chiamare libere elezioni perché c’è un evidente abuso di potere e le persone in Venezuela vivono in una dittatura” ha dichiarato Mr. Guaidó. Una forte crisi ha colpito l’economia venezuelana negli ultimi anni, portando il Paese ad un’iperinflazione e un crollo della valuta di proporzioni storiche. La dittatura di Maduro ha fronteggiato diversi disordini negli anni passati, soprattutto per quanto riguarda l’opposizione americana al regime. La situazione di disagio del popolo venezuelano è andata crescendo fino al colpo di Stato dell’opposizione di Guaidó che, se da un lato ha portato alla luce le richieste della popolazione in difficoltà, dall’altro ha aggravato notevolmente lo stato del Paese.

La presenza di due diversi premier all’interno del Venezuela ha infatti dato spazio ad opportunità di schierarsi da un lato o dall’altro per fini meramente relativi ai giochi di potere tra le Grandi Potenze. Il governo americano supporta incessantemente il governo di Guaidó contro la dittatura di Maduro e i suoi crimini mentre la Russia, d’altro canto, sostiene fortemente quest’ultimo per poter consolidare la propria influenza contro quella americana tramite il sostegno del dittatore. Molti Paesi europei si sono schierati con il rivoluzionario Guaidó, assieme al Presidente del Brasile Jair Bolsonaro. Gli alleati di Maduro nella regione, Cuba e Bolivia, hanno pubblicamente condannato il colpo di Stato. I disordini interni hanno da mesi subito una crescita vertiginosa mentre le condizioni dei cittadini venezuelani è arrivata a livelli allarmanti, con cittadini inabili a procurarsi del semplice pane per il proprio sostentamento.

La situazione pareva fosse arrivata a un momento di distensione nelle ultime settimane. Nella giornata di ieri però, il Presidente sovversivo Juan Guaidó ha lanciato un messaggio online tramite un video nel quale invitava i cittadini a dimostrare scendendo in piazza, che il Paese è pronto ad un cambiamento e che i cittadini sono volenterosi di una svolta che ponga fine a quest’incertezza. “Il tempo è adesso. Stiamo per ottenere libertà e democrazia in Venezuela”. Nel video, il Presidente è circondato da dozzine di soldati uniti alla causa. Non si conoscono bene i numeri, ma centinaia di manifestanti si sono presentati davanti la base aerea dove hanno avuto uno scontro a fuoco con i soldati dell’esercito di Maduro.

In quest’occasione, con altri manifestanti per le strade della capitale Caracas, veicoli blindati militari del governo reggente sono stati filmati muoversi verso i cittadini, visibilmente con lo scopo di investire i manifestanti, gravemente ferendone decine, reprimendo la rivolta nel più cruento dei modi: con la violenza deliberata verso gli oppositori del regime. Al momento, il centro medico vicino ai luoghi del conflitto civile ha riportato 50 persone in cura per ferite da proiettili di gomma. Oltre a Caracas, le proteste si sono accese e sparse per altre città del Paese tra cui Valencia, Puerto Ordaz e Barquisimeto. Uno dei maggiori alleati dell’opposizione Leopoldo Lopez ha intanto trovato rifugio nell’ambasciata cilena in Venezuela contro la persecuzione da parte del regime.

In questo momento, il Venezuela sta effettivamente sperimentando sulla pelle dei suoi cittadini gli effetti di una dittatura prolungata e la conseguente Guerra Civile che ne è scaturita. Il vicepresidente della Casa Bianca Mike Pence sostiene la rivoluzione assieme al Segretario di Stato Mike Pompeo; il Presidente Turco Erdogan condanna il colpo di stato, a suo modo di vedere perpetrato per conto degli Stati Uniti; l’Unione Europea, tramite il suo Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, richiede una pacifica soluzione del conflitto. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres invita gli attori coinvolti a cessare le ostilità per trovare una soluzione pacifica alla crisi. La comunità internazionale non appare in grado di fronteggiare esternamente una situazione politica così delicata e la poltrona da spettatore inerme appare l’unica soluzione adottata da molte parti.

Per anni i cittadini hanno subito una condizione di grave disagio, dove l’inflazione ha reso impossibile l’acquisto anche di beni primari, quali pane e carta igienica, e i diritti umani sono stati troppo spesso calpestati dal regime. Dopo tanto tempo, la soluzione politica è rappresentata dal colpo di Stato di gennaio da parte dell’opposizione, che ha racchiuso in sé la rabbia e la frustrazione di un popolo sofferente da troppo tempo. Ciò nonostante, la situazione non pare propendere ad una soluzione immediata e la violenza raggiunta da entrambe le fazioni fa presagire un’escalation di disordini in continua crescita. Si attende di capire quale parte riuscirà a prevalere sull’altra e se le istituzioni internazionali riusciranno ad avere un ruolo decisivo per la soluzione del conflitto. Per adesso il popolo venezuelano si ritrova con la propria rivoluzione sotto le ruote dei veicoli militari e i colpi del proiettili sui manifestanti in rivolta, con la speranza di una stabilità politica, economica, e sociale che appare ancora più lontana.

Matteo Caruso


Sitografia:

Elezioni Europee 2019 – Istruzioni per l’uso (maneggiare con cura)

“Capro espiatorio: L’essere animato (animale o uomo), o anche inanimato, capace di accogliere sopra di sé i mali e le colpe della comunità, la quale per questo processo di trasferimento ne viene liberata (anche capro emissario, nella Vulgata hircus emissarius, traduz. dell’ebr. ‘ăzā’zēl). Il nome deriva dal rito ebraico compiuto nel giorno dell’espiazione (kippūr), quando un capro era caricato dal sommo sacerdote di tutti i peccati del popolo e poi mandato via nel deserto (Lev. 16, 8-10; 26). Questa trasmissione del male era conosciuta anche dai Babilonesi e Assiri, e dai Greci.”
(Enciclopedia Treccani)

L’Unione Europea è da anni oramai fonte di grande dibattito e attenzione da parte di un gran numero di politici, accademici, cittadini e soprattutto da parte di 17 milioni di cittadini britannici che il 23 giugno 2016 hanno deciso di riprendere l’indipendenza così ingiustamente sottratta al loro governo (tossisce distrattamente). Dal 1958, anno della creazione della CEE (Comunità Economica Europea) e del famoso mercato unico, siamo passati da sei stati fondatori (Belgio, Germania, Francia, Lussemburgo, Olanda, e Italia) ad un’Unione Europea di 28 (tossisce distrattamente mentre pronuncia le parole “quasi 27”) Paesi membri. Negli ultimi anni in particolare ha seguito una forte escalation ed un’intensa presa di posizione dell’istituzione. Dal Trattato di Maastricht del 1992 al Trattato di Lisbona del 2009, l’Unione Europea ha rafforzato la sua posizione e intensificato la sua struttura. All’interno di essa, rimane forte il ruolo del Parlamento Europeo, unico organo eletto e a capo del potere legislativo dell’istituzione.

Si consiglia l’ascolto di “Aria sulla Quarta Corda” di Sebastian Bach in sottofondo durante la lettura del seguente paragrafo.

Il Parlamento Europeo viene eletto ogni cinque anni dai cittadini dei Paesi Membri aventi diritto al voto nel proprio Paese. La divisione dei seggi parlamentari è divisa a seconda del numero della popolazione presente in ciascuno Stato membro, in maniera proporzionale. Il suffragio universale è stato introdotto per il Parlamento solo nel 1979 e da quel momento l’afflusso è andato calando, da un’iniziale media di 61.99% (con nove stati membri) fino ad una del 42.61% (con ventotto membri). Nel 2014 le percentuali sono state divergenti, da un 89% in Belgio e un 85.55% in Lussemburgo (dove il voto è obbligatorio) fino ad una Slovacchia con il 13%. In Italia l’afflusso è stato di circa del 57%.

 “Il Parlamento europeo elabora un progetto volto a stabilire le disposizioni necessarie per permettere l’elezione dei suoi membri a suffragio universale diretto, secondo una procedura uniforme in tutti gli Stati membri o secondo i principi comuni a tutti gli Stati membri.”
[Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), Parte sesta, titolo 1, capo 1, Sezione 1 – Il Parlamento europeo Articolo 223]

Il Parlamento Europeo detiene il potere di legiferare leggi europee, assieme al Consiglio dell’Unione Europea sulla base di proposte della Commissione Europea; decide sugli accordi internazionali e su possibili inclusioni.

Non proprio l’ultima ruota del carro europeo, ecco.

In un periodo di grande fermento per le questioni ambientali, dove milioni di persone scendono nelle piazze di tutto il mondo per protestare contro il cambiamento climatico, l’Europa non è rimasta ferma. Lo scorso 25 marzo, il Parlamento Europeo ha approvato la direttiva per il divieto della plastica monouso, la quale verrà conseguentemente applicata dagli Stati membri nelle loro proprie legislazioni nazionali.

“Entro il 2021 dovranno essere vietati nell’Ue le posate di plastica monouso (forchette, coltelli, cucchiai e bacchette), i piatti di plastica monouso, le cannucce di plastica, i bastoncini cotonati fatti di plastica, i bastoncini di plastica per palloncini, le plastiche ossi-degradabili e i contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso. Secondo la direttiva, inoltre, entro il 2029 gli Stati membri dovranno raccogliere attraverso la differenziata il 90% delle bottiglie di plastica. La normativa prevede anche che entro il 2025 le bottiglie di plastica debbano contenere almeno il 25% di contenuto riciclato, per passare al 30% entro il 2030.” (Repubblica.it)

Dal 23 al 26 maggio del 2019 si svolgeranno per la nona volta le elezioni europee che decreteranno la composizione del Parlamento europeo nei prossimi cinque anni. Un’interessante nota riguarda la struttura dei membri parlamentari europei. Essi vengono divisi per fazione politica, non per Paese. Nel Parlamento europeo sono presenti diverse fazioni politiche che raccolgono rappresentanti dai diversi Paesi, ognuna con il proprio ideale politico. In alcuni Stati membri (Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Grecia, Paesi Bassi, e Svezia) le candidature possono essere presentate solo dai partiti o dalle organizzazioni politiche. Per gli altri Paesi è necessario raccogliere un certo ammontare di firme o radunare un certo numero di elettori. Non esiste un vero e proprio partito europeo (perlomeno non in maniera sostanziale) ma i partiti che vengono presentati alle europee sono per lo più l’insieme dei diversi partiti e gruppi nazionali che condividono simili visioni.

Il partito più favorevole ai sondaggi e che presenta una maggiore possibilità di vincere queste elezione è il Partito del Popolo Europeo (EEP) alla cui guida troviamo Manfred Weber. Il partito ha uno stampo di centro-destra, tra le cui file troviamo personaggi di alto calibro come il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker e il nostrano Presidente della Parlamento Europeo Antonio Tajani (Forza Italia). All’interno del manifesto troviamo le idee di competizione e democrazia proprie dell’Unione Europea, in un contesto di economia di mercato sociale basata sulla libertà, responsabilità e giustizia.

Tra i partiti europei più importanti troviamo l’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa, di stampo liberale, al cui vertice troviamo Guy Verhofstadt (il quale ha raggiunto una maggiore notorietà in terra nostrana per aver definito il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte un burattino nelle mani di Salvini e Di Maio). Il partito si rifà ai quattro principi di libertà dell’Unione Europea: la libertà di movimento, di merci, di capitali, e di servizi. Un vero e proprio esempio di liberalismo proprio dei principi dell’Unione. Nel partito troviamo la nostrana Emma Bonino assieme al partito +Europa.

Per i nostalgici della sinistra, l’Alleanza Progressiva dei Socialisti e Democratici propone una politica incentrata sul welfare, assistenza e prevenzione sociale, per permettere eguali possibilità a tutti e assicurare un accettabile livello di occupazione, con una particolare attenzione verso la categoria dei lavoratori, sotto la leadership di Udo Bullmann. Al momento, secondo gli ultimi sondaggi, questo gruppo parlamentare si trova al secondo posto nella corsa alle elezioni di maggio. Gianni Pittella del Partito Democratico ha ricoperto la carica di Presidente dell’Alleanza dal 2014 al 2018.

Per altri tipi di nostalgici invece, troviamo il Movimento per un’Europa di Nazioni e Libertà. All’interno del movimento troviamo la francese Marine Le Pen, Presidente del partito populista di destra Rassemblement National e il vicepresidente del consiglio Matteo Salvini con il partito della Lega (tossisce distrattamente “Nord”). Alla base delle loro idee ci sono i principi di sovranità e identità: “l’opposizione al trasferimento di qualunque sovranità nazionale a istituzioni sovra-statali o istituzioni europee è uno dei principi fondamentali che unisce i rappresentanti del Movimento per un’Europa di Nazioni e Libertà”; sono fermamente convinti nella necessità per ogni Nazione di mantenere la propria identità e perciò “il diritto di regolare e controllare l’immigrazione è un principio fondamentale”.

Le scelte sono molteplici e non si limitano naturalmente a questi quattro movimenti e partiti. I milioni di cittadini europei hanno la possibilità di proporre come rappresentanti una vasta gamma di politici da diversi background con idee talvolta opposte e di tanto in tanto convergenti.

Il 26 maggio i cittadini italiani saranno ancora una volta chiamati a votare per avere una propria rappresentanza, non a livello nazionale ma per quello che rappresenta uno dei più grandi esempi di unione politica, sociale ed economica degli ultimi secoli, ciò che ha permesso decenni di pace dopo la devastante Seconda Guerra Mondiale.

Ce lo chiede l’Europa, l’Europa qui, l’Europa là.

Molto spesso è pesante avere delle responsabilità. Avere delle responsabilità significa dover prendere decisioni che si possono rivelare errate. Avere un capro espiatorio è sicuramente liberatorio e facilita di gran lunga tante questioni. Arriva però un momento nel quale il capro espiatorio non è più sufficiente e ci si trova davanti ad una scelta quasi obbligata di responsabilità. In un crescente contesto politico di populismo, violenza, diffidenza, e muri, il 26 possiamo provare a dare una svolta al nostro concetto di comunità e di unione. Possiamo dare un contesto concreto alle libertà di movimento e di pensiero così amate ma non spesso applicate. Il 26 maggio non ci sarà più l’Europa come capro espiatorio.

Il 26 maggio l’Europa siamo noi.

Matteo Caruso


Sitografia

Umanesimo, solidarietà e trasparenza: Zuzana Čaputová!

Pratica yoga “zen” sorridendo a chiunque le sia in torno: è bionda e donna ed è ufficialmente la prima donna a ricoprire la carica come Presidente della Repubblica Slovacchia.

Porta con sé una politica progressista e social-liberale: proprio in Slovacchia, terra famosa per la sua poca affluenza elettorale soprattutto in ambito europeo, può portare decisamente una grande novità all’interno dello scenario UE.

“Sono felice del risultato perché si vede che nella politica si può entrare con opinioni proprie e la fiducia si può conquistare anche senza linguaggio aggressivo e colpi bassi. L’onestà nella politica può essere la nostra forza”.

Le lotte di Zuzana sono state sempre su due tematiche principali: ambiente (specializzata da tempo anche nel settore privato) e trasparenza.

La trasparenza è per lei stessa un mantra fondamentale, ci racconta infatti di quanto sia stata determinante la sua battaglia durante l’uccisione di Ján Kuciak che porta con se l’enorme crisi del governo slovacco.

La Slovacchia potrebbe quindi essere un nuovo attore all’interno del panorama europeo, un attore che comporterebbe una società civile forse più attenta e partecipe alla questione europea.

Alle ultime elezioni, il dato più determinate secondo l’Eurobarometro 2014 è quello della loro affluenza: intorno al 13% con “vanto” di essere il più basso d’Europa.

Importante sottolineare che in ogni caso la Slovacchia rappresenta una forma di governo non presidenziale ma una repubblica parlamentare, questo comporta dei poteri relativamente minori rispetto al Primo Ministro che attualmente è Peter Pellegrini.

La rivoluzione però è da prendere in considerazione relativamente, soprattutto in uno stato dove il Presidente della Repubblica è rappresentante dello stato all’estero (con poteri quindi molto importanti all’interno dell’Unione) e rappresentanza cerimoniale. Fondamentale è in ogni caso la possibilità di elezione di un Presidente della Repubblica in diverse forme: nel caso della Slovacchia per diventare presidente il candidato deve ottenere il 50% dei voti popolari, se questo non accade nel primo turno, si va al ballottaggio.

In questo caso, un volto femminile ha affascinato e portato alla decisione del popolo slovacco di una carica così importante: questo è un netto cambiamento di logica e ideologia femminile.

Le classi dirigenti necessitato di skills miste che devono amalgamarsi fra loro: non è più possibile pensare un mondo dove le soft skills e le hard skills appartengono a un unico sesso.

È fondamentale per la nuova classe politica europea che possa prendere in considerazione il valore della mente femminile: la percentuale di membri e tecnici femminili è sempre più bassa ma questo comporta a un immobilismo strategico e qualitativo.

Speriamo che questa carica comporti uno dei tanti piccoli passi che stiamo affrontando nel nostro nuovo millennio: un mondo più equo, misto e brillante!

Giulia Olivieri