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Mercato Unico Europeo: breve panoramica dalle sue origini a oggi

Nel 1951, la nascita della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, costituì la prima forma di collaborazione tra sei stati europei: Belgio, Francia, Germania ovest, Italia, Lussemburgo e Olanda. Come dice il suo nome, questo organismo sovranazionale si basava su scambi pacifici di acciaio e carbone per evitare ulteriori guerre, in particolare tra la Francia e la Germania. L’acciaio e il carbone costituivano infatti degli elementi molto importanti in vista della ricostruzione dei Paesi europei. La CECA mirava al loro sviluppo politico ed economico: per questa ragione il 25 marzo 1957 i sei Paesi membri, con lo scopo di avanzare nella loro integrazione, arrivarono alla firma dei trattati di Roma, entrati poi in vigore il 1° gennaio 1958. Con i trattati di Roma, a distanza di una dozzina di anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, che aveva lasciato il continente in macerie sia dal punto di vista economico che sociale, i Paesi europei dissero al mondo di voler essere ancora un soggetto politico importante. Uno degli obiettivi fondamentali di questi trattati, che istituirono la Comunità Economica Europea (CEE), era la creazione di un Mercato Europeo Comune, conosciuto con la sigla MEC.

Dopo il fallimento di progetti di integrazione di più ampio respiro si scelse di procedere, in ottica funzionalista, con l’integrazione nel settore economico, meno soggetto alle resistenze dei governi nazionali. 

Venne stabilito che il mercato comune si sarebbe dovuto basare su quattro libertà:

  • libera circolazione delle persone;
  • libera circolazione dei servizi
  • libera circolazione delle merci;
  • libera circolazione dei capitali.

Con esso si voleva creare uno spazio economico unificato, con condizioni di libera concorrenza tra le imprese e possibilità di ravvicinare le condizioni di scambio dei prodotti e dei servizi. Il mercato comune, obiettivo principale del trattato di Roma, è stato realizzato tramite l’unione doganale del 1968, la libera circolazione dei cittadini e dei lavoratori e una certa armonizzazione fiscale ottenuta con l’introduzione generalizzata dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) nel 1970. Nonostante l’eliminazione delle barriere tariffarie, negli anni ottanta la circolazione delle merci continuò ad essere rallentata e ostacolata dalla presenza di barriere e vincoli di tipo non tariffario. La presenza di tali barriere era legata alla persistenza, nei diversi Stati membri, di norme tecniche diverse e a ostacoli di carattere amministrativo e doganale.                       

Tra il 1958 e il 1986 l’Europa dei 6 diventò Europa dei 12, con l’ingresso di Regno Unito, Portogallo, Spagna, Danimarca, Irlanda e Grecia. La mancanza di progressi nel processo di realizzazione del mercato comune fece sì che al summit di Bruxelles, nel febbraio 1985, il Consiglio europeo decidesse che era venuto il momento di concentrare di nuovo gli sforzi sulla costruzione e sul completamento del mercato unico con un programma di misure da realizzare in 8 anni: esse vennero inserite nel 1986 nell’Atto unico europeo, e fu disposto che fosse la legislazione della Comunità a portarle a compimento, fissando al 1° gennaio 1993 la data per il varo ufficiale del Mercato Unico Europeo (MUE). L’AUE rese effettivamente possibile il completamento del mercato comune con l’introduzione del voto a maggioranza qualificata, che andando a disarmare il potere di veto degli Stati membri evitava la stagnazione del processo decisionale. 

Dal 1986 le Nazioni hanno fatto tutto il possibile per coordinare le loro politiche economiche e sociali nei settori agricolo, industriale, energetico, ambientale, dei trasporti ecc. Entrata in vigore nel 1962, la politica agricola comune (PAC) si è subito rivelata una delle politiche comunitarie di maggiore importanza. Sin dall’istituzione del mercato comune, con il trattato di Roma del 1958, l’agricoltura si era infatti imposta come una tematica essenziale in quanto l’Europa si trovava a fronteggiare la carenza alimentare successiva alla seconda guerra mondiale: la priorità fondamentale era quindi quella di assicurare un approvvigionamento sicuro (e a prezzi ragionevoli) di derrate alimentari e un tenore di vita equo per gli agricoltori. L’agricoltura europea non è infatti solo un’attività produttiva, ma soprattutto fonte di beni. Favorendo il mantenimento dell’attività agricola in Europa, essa assicura a tutt’oggi un approvvigionamento alimentare sicuro e di qualità a prezzi accessibili, tutela l’ambiente e incentiva il benessere animale. Senza un’agricoltura europea, tra l’altro, i costi per garantire i beni pubblici da essa forniti risulterebbero molto più elevati per il contribuente. Di seguito alcune cifre della PAC:
– 12 milioni di agricoltori europei;
– 77% del territorio europeo;
– 15 milioni di imprese;
– 46 milioni di posti di lavoro;
– 500 milioni di cittadini-consumatori.

È soprattutto grazie a queste politiche comuni che il mercato unico, dalla sua istituzione nel 1993 a oggi, si è potuto aprire sempre più alla concorrenza, creando nuovi posti di lavoro e riducendo molte barriere commerciali grazie al consolidamento dell’integrazione economica. Quest’ultima in particolare è stata possibile grazie alla creazione della moneta unica, l’euro: emerso in un contesto di mancanza di consenso sulla sua necessità e sulle sue modalità di attuazione, nel 2002, ossia 10 anni dopo la firma del trattato di Maastricht, l’euro è diventato la moneta utilizzata in tutte le transazioni economiche quotidiane. 

Ciò è stato possibile anche grazie alla creazione, nel 1998, della Banca Centrale Europea (BCE): essa opera infatti nell’ambito del Sistema Europeo delle banche centrali, che riunisce tutte le banche dei Paesi dell’UE. Obiettivo dell’eurosistema è il mantenimento della stabilità dei prezzi. (inflazione uguale o minore al 2%). Per farlo, la BCE è chiamata a definire e attuare la politica monetaria dell’UE in totale indipendenza e trasparenza: essa fornisce infatti al pubblico tutte le informazioni rilevanti su strategia, valutazioni e decisioni di politica monetaria. Inoltre, l’eurosistema assicura il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento, rendendo più veloci, sicuri e facili in Europa i pagamenti in euro con strumenti alternativi al contante. 

euro

Per i consumatori europei il mercato unico è sinonimo di una scelta più ampia e di prezzi più bassi, ai cittadini ha offerto l’opportunità di viaggiare liberamente nonché di stabilirsi e di lavorare dove lo desiderano, ai giovani ha dato la possibilità di studiare all’estero, consentendo a oltre 2,5 milioni di studenti di cogliere questa opportunità negli ultimi 25 anni. Il mercato unico ha consentito a 23 milioni di aziende dell’UE di accedere a 500 milioni di consumatori e ha generato investimenti esteri. Il completamento del mercato unico è un esercizio continuo e un elemento centrale dell’agenda europea per la crescita al fine di affrontare l’attuale crisi economica. Perciò la Commissione europea ha adottato l’Atto per il mercato unico, pubblicato in due parti nel 2011 e nel 2012 e contenente dodici azioni prioritarie che dovevano essere adottate rapidamente dalle istituzioni dell’UE. Le azioni si concentrano su quattro fattori principali di crescita, occupazione e fiducia: a) reti integrate, b) mobilità transfrontaliera di cittadini e imprese, c) economia digitale e d) azioni che rafforzino la coesione e i benefici a vantaggio dei consumatori.

Il mercato unico in sintesi: dati e cifre
– PIL superiore a quello di tutte le altre economie mondiali
– 500 milioni di consumatori
– 20 milioni di PMI
– 27 Stati membri
– Maggior esportatore e importatore mondiale di prodotti alimentari e mangimi
-7 % della popolazione mondiale
-20 % delle esportazioni e delle importazioni mondiali.
        

A causa della crisi finanziaria globale del 2008, che ha portato al crollo dei prezzi degli immobili e a forti aumenti della disoccupazione, l’ultimo decennio si è rivelato però un periodo particolarmente difficile e turbolento, di crescita economica molto debole e di fragilità politica, nel momento in cui sono state messe in dubbio la reputazione, le conquiste e la capacità di agire dell’Europa unita e sono emerse divergenze interne sempre più difficili da ricomporre. Il referendum del giugno 2016, che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, è la più evidente manifestazione dei dubbi che avvolgono il destino dell’Europa a 27. Ed è così che crisi economica, alta disoccupazione, esclusione sociale e malcontento, cui si aggiungono l’emergenza umanitaria dei profughi, Brexit e terrorismo, hanno generato una crisi di fiducia nei confronti delle Istituzioni europee da parte dei cittadini e messo in dubbio i valori fondamentali della democrazia liberale e le conquiste moderne. A vent’anni dalla nascita dell’eurozona, molti elettori e politici ritengono che i vincoli europei a cui ci siamo sottoposti siano diventati un cappio asfissiante. In realtà, studi recenti mostrano che il malessere di molti elettori, italiani ma anche britannici e statunitensi, è legato soprattutto al progressivo senso di insicurezza economica che si è sviluppato negli ultimi anni sia dentro che fuori l’area dell’Euro. Globalizzazione e progresso tecnologico hanno migliorato le condizioni economiche di centinaia di milioni di persone sul nostro pianeta, ma hanno anche avuto un impatto negativo su alcune fasce della popolazione. Capire come risolvere questi problemi non è facile. 

Questa crisi non deve segnare, tuttavia, la fine del percorso europeo. Se il MUE si bloccasse si tornerebbe a piccoli mercati nazionali, non si avrebbe più un grande mercato domestico dal quale esportare con successo nel resto del mondo, verrebbe meno l’impulso al progresso tecnico e all’efficienza di imprese e mercati, che si chiuderebbero a riccio per tutelare le proprie rendite. L’UE potrà uscire più forte da questa crisi grazie a un migliore coordinamento tra le politiche economiche e a un più efficace funzionamento del mercato comune, nonché istituendo un’unica autorità di vigilanza e un’unica normativa per il settore finanziario. Completare il mercato unico, e ridargli fiducia, è un passo importante nel quadro degli sforzi volti a riportare l’Unione europea sulla strada della ripresa economica.

Eleonora Valente

BIBLIOGRAFIA:

  • Brunazzo M., Della Sala V., La politica dell’Unione Europea, Mondadori, 2019

SITOGRAFIA:

La medicina sta cambiando: è tempo di iniziare a nuotare

«𝒞𝑜𝓂𝑒 𝑔𝒶𝓉𝒽𝑒𝓇 ‘𝓇𝑜𝓊𝓃𝒹, 𝓅𝑒𝑜𝓅𝓁𝑒
𝒲𝒽𝑒𝓇𝑒𝓋𝑒𝓇 𝓎𝑜𝓊 𝓇𝑜𝒶𝓂
𝒜𝓃𝒹 𝒶𝒹𝓂𝒾𝓉 𝓉𝒽𝒶𝓉 𝓉𝒽𝑒 𝓌𝒶𝓉𝑒𝓇𝓈
𝒜𝓇𝑜𝓊𝓃𝒹 𝓎𝑜𝓊 𝒽𝒶𝓋𝑒 𝑔𝓇𝑜𝓌𝓃
𝒜𝓃𝒹 𝒶𝒸𝒸𝑒𝓅𝓉 𝒾𝓉 𝓉𝒽𝒶𝓉 𝓈𝑜𝑜𝓃
𝒴𝑜𝓊’𝓁𝓁 𝒷𝑒 𝒹𝓇𝑒𝓃𝒸𝒽𝑒𝒹 𝓉𝑜 𝓉𝒽𝑒 𝒷𝑜𝓃𝑒
𝐼𝒻 𝓎𝑜𝓊𝓇 𝓉𝒾𝓂𝑒 𝓉𝑜 𝓎𝑜𝓊 𝒾𝓈 𝓌𝑜𝓇𝓉𝒽 𝓈𝒶𝓋𝒾𝓃’
𝒜𝓃𝒹 𝓎𝑜𝓊 𝒷𝑒𝓉𝓉𝑒𝓇 𝓈𝓉𝒶𝓇𝓉 𝓈𝓌𝒾𝓂𝓂𝒾𝓃’
𝒪𝓇 𝓎𝑜𝓊’𝓁𝓁 𝓈𝒾𝓃𝓀 𝓁𝒾𝓀𝑒 𝒶 𝓈𝓉𝑜𝓃𝑒
𝐹𝑜𝓇 𝓉𝒽𝑒 𝓉𝒾𝓂𝑒𝓈 𝓉𝒽𝑒𝓎 𝒶𝓇𝑒 𝒶-𝒸𝒽𝒶𝓃𝑔𝒾𝓃’»

Nel 1674, Thomas Willis scopre la presenza di zucchero nelle urine dei pazienti diabetici.

«L’urina era straordinariamente dolce, come se contenesse zucchero o miele»

L’avvento delle attuali tecnologie ci consentono di misurare la quantità di zucchero nelle urine in maniere più raffinate, e l’idea di fare diagnosi di diabete tramite assaggino oggi ci sembra abbastanza strana, oltre che non particolarmente appagante dal punto di vista professionale e culinario.

Uno studio pubblicato su The Lancet ha evidenziato che l’Intelligenza Artificiale (AI) riconosce gli individui malati nell’87% dei casi, e discrimina i soggetti sani nel 92.5%, facendo leggermente meglio dei professionisti sanitari, fermi rispettivamente all’86.4% e al 90.5%.

Un altro studio ha dimostrato come l’AI è in grado di riconoscere 50 disturbi oculari con una precisione del 94%, pareggiando o battendo i migliori specialisti al mondo.

Uno studio pubblicato su Nature ha presentato un sistema di AI applicato nello screening del tumore alla mammella. Si è visto che l’AI fa significativamente meglio dei medici specializzati nel predire l’insorgenza di tumore mammario. L’utilizzo dell’AI ha ridotto i falsi positivi (-5.7% in USA, -1-2 in UK) e i falsi negativi (-9.4% in USA, -2.7% in UK). In una simulazione in cui l’AI ha affiancato l’operatore sanitario fungendo da “seconda opinione”, i risultati non erano inferiori rispetto al secondo parere “umano”, e si è osservata una riduzione dell’88% del carico di lavoro per i professionisti chiamati alla seconda lettura.

Uno studio della Mayo Clinic pubblicato su The Lancet ha evidenziato che l’AI può identificare i segni di fibrillazione atriale recente anche quando il cuore batte a ritmo normale durante l’elettrocardiogramma (ECG) con un’accuratezza del 90%. Questo è il risultato di un sistema di AI allenato su oltre 450 mila ECG e testato su una popolazione di oltre 36 mila pazienti.

La portata di tutti questi risultati è enorme. Significa poter e dover ragionare nell’ottica che la macchina possa entrar a far parte del processo diagnostico. Significa ad esempio poter abbattere costi e tempi di attesa.

E la ricerca in questo ambito avanza quotidianamente, ad una velocità spaventosa. A Rotterdam, ad esempio, l’Erasmus MC in stretta collaborazione con Harvard University sta utilizzando i dati dello studio prospettico “Rotterdam Study” per “insegnare” alle macchine a riconoscere precocemente condizioni psichiatriche, neurologiche, endocrine e cardiovascolari.

Con l’avvento dell’AI nella clinica, diventa necessario ripensare la figura degli operatori sanitari, e degli specialisti. Tutto questo non è più il futuro. Ormai è (quasi) presente. In questo contesto, come è possibile che si continui a formare la futura classe medica come se niente fosse?

In Italia, nonostante qualche segno incoraggiante sul fronte della pratica, formiamo ancora la futura classe medica come aveva senso formarla diversi decenni fa, quando l’unico modo di aver una risposta sempre con sé era averla memorizzata anni prima.
Ieri la Medicina era basata sulla conoscenza enciclopedica del medico, che conosceva tutto lo scibile, e che se non lo faceva nessuno poteva dimostrarlo. Inoltre, in passato la parola del medico non era esser messa in discussione da nessuno. Ma i tempi sono cambiati. E con loro, deve cambiare la figura del medico. E per far raggiungere questo, bisogna che cambi il modo in cui formiamo la classe medica.

Con l’aumento esponenziale della conoscenza e l’avvento delle tecnologie, la medicina è diventata sempre più un lavoro di squadra portato avanti con approccio multidisciplinare. Il successo diagnostico e terapeutico sono spesso il risultato della cooperazione tra diversi professionisti con diverse mansioni e competenze, e dipendono sempre più dall’utilizzo di tecnologie sempre più avanzate.
La conoscenza è la base della competenza, ma il nostro obiettivo è migliorare il Servizio Sanitario, non è la conoscenza fine a se stessa. Il nostro obiettivo non è formare figure professionali obsolete che abbiano una conoscenza sconfinata costruita in maniera poco efficiente in termini di tempo a discapito dell’acquisizione di altre competenze. Parallelamente alla comprensione e alla conoscenza medica che, sia chiaro, devono sempre restare la base della formazione medica, si dovrebbe accettare il fatto che oggi è possibile reperire informazioni sempre aggiornate in pochi istanti. Dovremmo insegnare a reperirle rapidamente ed utilizzarle correttamente. Anche perché le informazioni richiedono un costante e sempre più rapido aggiornamento. Nelle università italiane inoltre, in parte a causa della mancanza di risorse, in parte a causa della superficialità con la quale viene vissuto il ruolo dell’insegnamento in tante università, spesso lo studio nozionistico è basato su dispense e slide datate, o su testi italiani. Questi ultimi, sono spesso il risultato della traduzione di testi in lingua inglese, pubblicati dopo un processo di traduzione accurato, e per questo già datati al momento della loro pubblicazione. Una modalità che andava bene quando la conoscenza avanzava di decennio in decennio, ma oggi alla luce del progresso della conoscenza, forse andrebbe ripensato anche questo, specie nelle discipline più dinamiche.

Dobbiamo formare una classe medica capace di destreggiarsi nella letteratura scientifica e nella sempre maggiore mole di dati disponibili affinché questi possano guidare correttamente la pratica clinica. Invece sforniamo ancora professionisti con lacune evidenti in lingua inglese, madre lingua della ricerca scientifica. Sforniamo inoltre troppi medici senza la benché minima competenza statistica e metodologica di base, incapaci di leggere criticamente i risultati di uno studio scientifico nella propria disciplina. In letteratura ancora sono adottati metodi statistici obsoleti per il semplice fatto che altrimenti buona parte dei medici sarebbero stati incapaci di leggerli e comprenderli, e dunque metterli a frutto. Senza parlare degli studi basati su scelte metodologiche errate e per questo almeno parzialmente imprecisi, o inattendibili.

Dobbiamo ripensare completamente alla formazione medica. Dobbiamo formare figure dinamiche, capaci di adattarsi ad un mondo e ad una sanità in continua evoluzione, che insieme alla competenza clinica sviluppino altre capacità. Si lavora sempre più in termini di prevenzione, e per prevenire, specie nella prevenzione primaria (quella che previene l’insorgenza delle malattie) bisogna agire su individui sani, e che in quanto sani non si rivolgono frequentemente al sistema sanitario fino al momento dell’insorgenza di un disturbo. Per prevenire, comunicare è fondamentale. Ciò nonostante, a nessun medico è insegnato a comunicare, a nessuno è richiesto farlo. Tantomeno, anche in questo caso, si insegna a sfruttare gli strumenti offerti dalla tecnologia, come ad esempio i social media, che oggi rappresentano la principale fonte di informazione nella popolazione generale. Questi potrebbero esser usati in maniera sistematica e diffusa per promuovere corretti stili di vita e diagnosi precoci. Invece, questi hanno spesso aiutato la crescita di movimenti no-vax e altre forme di scetticissimo e sfiducia verso la scienza. Esistono esempi di medici impegnati sui social, come Burioni. Come lui, tanti altri esperti della propria disciplina comunicano senza avere alcuna preparazione in termini di comunicazione. Per questo commettono errori evitabili come quello del “blastare”, comportamento denunciato non solo come inefficace ma anche come controproducente dagli esperti in comunicazione. Ed è comprensibile che questi errori vengano commessi dal momento che manca la formazione.

In altri ambiti formativi il processo di innovazione è iniziato. L’avvento di AI e Big Data sta facendo la fortuna di matematici, statistici e programmatori, oggi sempre più ricercati dai centri medici universitari per maneggiare la mole di dati disponibili. E alcune università lo hanno capito, inserendo corsi all’interno di piani di studi esistenti, o creando nuovi piani di studio che formino profili specializzati nell’utilizzo di dati in contesto biomedico. Sono due esempi i Corso di Laurea Magistrale in “Mathematics and Statistics for Life and Social Science” e in “Quantitative and Computational Biology” attivati dall’Università di Trento, in lingua inglese. Questo nella formazione medica, forse per il fatto che classe medica italiana è estremamente conservatrice, forse perché siamo ancora innamorati della figura tradizionale del medico, non sta succedendo. E dove si fiuta aria di cambiamento, l’innovazione non avviene comunque abbastanza rapidamente da tenere il passo con i tempi che corrono.

Abbiamo bisogno di figure competenti che lavorino in sinergia con la tecnologia, sfruttandola a proprio vantaggio per massimizzare il proprio potenziale. Questo non significa formare medici privi di conoscenza e “servi” delle macchine, privi di capacità senza di queste, che passino le proprie giornate su internet. Significa massimizzare quello che la tecnologia ha da offrirci, adattandoci alla società attuale, puntando sulle capacità “umane”. Ad esempio, sin dal primo giorno di università, parallelamente allo studio, ad ogni futuro medico dovrebbe esser insegnato a praticare una rianimazione cardio-polmonare e ad utilizzare un defibrillatore automatico, e questo allo stato attuale non succede. Entrambe sono competenze di vitale importanza in cui nel contesto attuale nessuna macchina non può sostituire l’umano, almeno per ora. Il defibrillatore automatico è l’esempio per eccellenza. Si tratta di un dispositivo salvavita che richiede di esser applicato correttamente e attivato, indipendentemente dalla competenza in ambito medico dell’operatore che lo aziona. Il dispositivo è stato programmato per esser in grado di analizzare i dati ricevuti e intervenire in maniera adeguata, facendo talvolta la differenza tra vita e morte. Ogni studente di medicina, in un contesto di emergenza, potrebbe e dovrebbe già dall’inizio del proprio percorso accademico esser in grado di fare la differenza in una situazione di emergenza.

Bob Dylan nel ’63 ci invitò ad ammettere che le acque crescevano, ad accettare il cambiamento, a reagire. Suggeriva di cominciare a nuotare, perché i tempi stavano cambiando.

Chi si oppone a questi cambiamenti rischia di apparire come apparirebbe ai nostri occhi, oggi, un camice bianco che assaggia l’urina per diagnosticare il diabete mellito.
Non è che Thomas Willis fosse un pazzo o avesse torto.

Ma i tempi sono cambiati.

Fabio Porru

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References:
– A comparison of deep learning performance against health-care professionals in detecting diseases from medical imaging: a systematic review and meta-analysis (2019) Xiaoxuan Liu et al.
– International evaluation of an AI system for breast cancer screening (2019) McKinney et al.
– An artificial intelligence-enabled ECG algorithm for the identification of patients with atrial fibrillation during sinus rhythm: a retrospective analysis of outcome prediction (2019) Attia et al.
– Rotterdam Study (http://www.erasmus-epidemiology.nl/research/ergo.htm)

In due è amore, in tre è una festa, in 27/28 è quasi un rave!

“In due è amore, in tre è una festa”, cantava così “Lo stato sociale”, cantava così anche la squadra Conte – Salvini – Di Maio prima che iniziassero a ballare un po’ di meno.

Poi l’UE ha aggiunto: “In due è amore, in tre è una festa, in 27/28 è quasi un rave!” peccato che a noi non ci abbia invitato nessuno. Elezioni europee, Salvini definisce una grande vittoria, Di Maio ne parla poco e niente, Conte decide di fare una ramanzina in comunicato stampa nazionale ricordando un po’ a tutti che comunque lui esiste.

Situazione bizzara però è quella che viene, quella che evolve e quella che racconta in realtà il seguito dell’entusiasmo alle elezioni europee.

Come mai?

Sembra strano ma per ora la festa italiana all’interno dei tavoli europei è più o meno out: gli invitati sono tanti ma i partecipanti quasi zero.
I due hanno di sicuro l’ansia da prestazione pre-party, controllando di continuo il profilo facebook e sussurrandosi mosse astute per far mettere partecipo: nonostante i palloncini promessi e l’alcool in abbondanza non vi è nessuno nella lista di chi verrà alla festa.

Ieri sera nessun italiano presente al tavolo: il potere comunitario non è preso in considerazione da nessuno di noi.

Eccoli i magnifici sei che aprono i giochi: Pedro Sanchez e Antonio Costa (capi dei governi socialisti di Spagna e Portogallo), per i Popolari il croato Andrej Plenkovic e il lettone Krisjanis Karins, il premier belga Charles Michel e il collega olandese Mark Rutte per i Liberali.

– E litalia? –

Le famiglie politiche che governeranno l’Europa sono popolari, socialisti e liberali.

I nostri partiti di maggioranza sono la Lega e M5S ma parlamento europeo i nostri due partiti andranno in gruppi di minoranza. E anche piuttosto malmessi o tutti ancora da definire.
Di Maio ha ricevuto un buon numero di porte in faccia e Salvini non le ha nemmeno pensate gongolandosi all’interno di una dimensione di felicità mista a surrealismo.

La tappa fondamentale, per arrivare alle nomine UE, sarà quella del Consiglio Europeo del 20 e 21 giugno, che potrebbe non essere però risolutivo, tanto che già sono in (possibile) agenda altri prima della plenaria dell’Europarlamento che il 2 luglio, a Strasburgo, dovrebbe eleggere il nuovo presidente dell’Aula.

Per adesso l’unica nostra speranza è un possibile commissario UE (che è diverso dalla nomina del presidente del Consiglio, piccolo reminder per Di Maio, poi ripassiamo l’articoletto insieme).

Conte nel Consiglio d’Europa naturalmente c’è, ma senza potere non avendo una famiglia politica in Europa su cui poggiarsi.

La copertina dell’Espresso oggi parla chiaro: ITALIA GAME OVER.

Paralizzati da una crisi politica fortissima e vicini a una procedura di infrazione insieme a un non potere all’interno delle istituzioni, nulla ci può salvare oltre che la consapevolezza di far parte di un gioco più grande del nostro.
La presunzione, però, vige e regna sovrana, nessuno può pensare di poter distruggere queste logiche e fino a quando i nostri vertici penseranno che stare soli è l’unica nostra mossa sensata, ci ritroveremo a calare a picco lentamente.

Giulia Olivieri

 

Voto per l’Europa

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Le elezioni europee non eccitano molte persone. L’ultima volta, nel 2014, solo il 42% di coloro che avevano diritto al voto sono andati alle urne per l’UE e tra i minori di 24 anni è stato un abissale 28%. Ma le elezioni di quest’anno potrebbero essere troppo importanti per tirarsene fuori. Mentre l’agenda delle news europee è stata offuscata dalla Brexit per mesi (e potrebbe continuare ad esserlo, poiché il Regno Unito si prepara a partecipare alle elezioni a cui non ha mai voluto partecipare), il progetto europeo ha affrontato un gran numero di sfide dall’esterno – occupandosi di immigrazione, riscaldamento globale, un collasso dell’ordine mondiale – e un’esistenziale minaccia dall’interno: l’incremento di coloro che vogliono fare a pezzi più di sessant’anni di integrazione europea e ballare sulle sue rovine. Se ci fosse mai un tempo in cui il voto di ognuno conta, è ora.

I nemici dell’Europa sono uniti

Da un certo numero di anni, la crescita del populismo di destra si è potuta osservare lungo tutta l’Europa – il Raggruppamento Nazionale in Francia (precedentemente il Front), l’AfD tedesco, la Lega italiana. I loro livelli di supporto sono cambiati, come il loro radicalismo, ma hanno ampiamente perseguito la stessa agenda: anti-immigrazione, anti-UE, nazionalista, frequentemente islamofoba e socialmente conservatrice. Ma mentre uno potrebbe quasi rassegnarsi al fatto che tali ottusi chiacchieroni sono ora parte del panorama politico europeo, le più recenti evoluzioni sono state più allarmanti. In numerosi paesi europei l’estrema destra sta ora governando (da sola o in coalizione). In Italia e in Austria le coalizioni che includono partiti di destra hanno mostrato che intendono proprio ciò che dicono – nel caso dell’Italia è semplificato da drammi quasi settimanali che coinvolgono navi di soccorso per rifugiati a cui viene cancellato il permesso di attraccare e rimangono bloccate in mezzo al mare per giorni, veri esseri umani usati come pedine o merce di scambio. In Ungheria e in Polonia i governi di destra sono occupati a smantellare le fragili istituzioni della democrazia e della società civile che si sono sviluppati a partire dalla fine del comunismo tre decenni fa. A partire da quest’anno, la Spagna, precedentemente pensata immune al fascino della destra dopo decenni di dittatura di Franco, ancora una volta ha la destra nella politica nazionale: il partito Vox. E la cosa forse più preoccupante di tutte: i nemici dell’Europa sono tutti sul punto di cooperare attraverso i confini.

Godendo pienamente dei diritti di libera circolazione che l’UE offre loro, l’austriaco Heinz-Christian Strache vola a Budapest per incontrare il suo amico Viktor Orban, Joerg Meuthen dell’AfD visita il suo compare Matteo Salvini a Milano, e Marine Le Pen ha trovato il tempo di vedere Santiago Abascal, ora leader dei 24 parlamentari di Vox nel Congresso dei Deputati di Spagna, quando era a Perpignan nel 2017. Con i nemici dell’unità europea così coordinati e integrati, coloro che pensano il futuro non possa essere un ritorno alla chiusura mentale e al nazionalismo devono essere altrettanto forti insieme.

E ce ne sono di cose per cui valga la pena combattere. La seconda guerra mondiale è finita 74 anni fa, ma la pace non è ancora scontata: anzi, si dice spesso che l’Europa è libera dalla guerra dal 1945, ma non è vero: negli anni ’90, i problemi nell’Irlanda del Nord costarono circa 3000 vite. Il bilancio delle vittime della sanguinoso crollo della Jugoslavia negli anni ’90 è di oltre centomila, spinto dalle stesse forze del nazionalismo e dell’odio che il progetto europeo cerca di superare. E negli ultimi cinque anni, l’Ucraina ha pagato un prezzo elevato per l’aggressione della vicina Russia.

Niente di tutto questo significa che il progetto europeo sia fallito – si trattava di conflitti ai margini dell’Europa, dove la portata del progetto europeo in via di sviluppo era limitata, mentre le nazioni dell’Europa centrale che hanno combattuto le raccapriccianti guerre della prima metà del 20° secolo e prima – Francia e Germania, per esempio – sono state unite nell’amicizia e nella cooperazione dopo il 1945. Ciò che mostra, invece, è che la pace è fragile e non garantita. Lo stesso vale per il crescente numero di benefici che i cittadini europei hanno accumulato nel corso dei decenni: i diritti di viaggiare, vivere, lavorare, studiare e stabilirsi in un intero continente. La libertà di notare a malapena quando si attraversa un confine – quando un confine in passato potrebbe aver assistito a giovani uomini uccidersi a vicenda in trincee un secolo fa, o forse uno che trent’anni fa era chiuso con muri, recinti e guardie armate. Rispetto al resto del mondo – anzi, ai vicini europei che non sono ancora membri dell’Unione – questo è un privilegio che i cittadini dell’UE ora acquisiscono per diritto di nascita. Il rischio è diventare compiacenti di ciò che abbiamo.

Niente di tutto questo significa, naturalmente, che tutto ciò che riguarda lo stato attuale dell’Unione sia perfetto. Il basso entusiasmo per la partecipazione alla politica europea può essere attribuito al fatto che Bruxelles è una grande guastafeste: il burocratismo e le regole del mercato unico non sono né ciò che accende le passioni della gente, né l’Europa alla base. C’è molto spazio per delle critiche graduali dell’attuale modello di integrazione europea. Se il progetto di un’unione sempre più forte deve essere continuato, a un certo punto inevitabilmente significherà che gli Stati membri più ricchi si impegneranno a sostenere i meno fortunati in modo serio – la solidarietà non può finire ai propri confini nazionali. Allo stesso modo, un’Unione non può promuovere il suo impegno per i diritti umani e fregiarsi del proprio Premio Nobel per la pace del 2012 mentre le persone annegano nel Mediterraneo – o mentre sta incanalando denaro in Libia, dove migliaia di migranti sono tenuti nei campi di detenzione sotto le più terribili condizioni, soggette a brutali abusi e sfruttamento, completamente prive di diritti e ora coinvolte nel recente conflitto (uno scandalo così deprimente dovrebbe essere all’ordine del giorno di tutti coloro che professano di aderire ai valori più amati dell’Europa). Le cose devono cambiare. Ma non resterà nulla da riformare se lasceremo che i nemici dell’Europa distruggano questo progetto unico. L’Europa ci ha dato la pace, ci ha dato libertà e diritti e un forum per la cooperazione, l’unico modo per affrontare le sfide su vasta scala del futuro, come i cambiamenti climatici. In un mondo instabile, con un partner transatlantico su cui non possiamo più fare affidamento, una Russia sempre più aggressiva e conflitti irrisolti in Medio Oriente, l’Europa è la nostra migliore scommessa. Difendiamola e poi miglioriamola. Per fare il primo passo in questa direzione, votiamo in queste elezioni. Il cento per cento della nostra generazione vivrà in questo futuro, quindi forse più del ventotto dovrebbe uscire e plasmarlo.

David Zuther
Traduzione di Martina Moscogiuri e Claudio Antonio De Angelis

Sardex – che cosa è il denaro?

Il 10 aprile 2010, esattamente nove anni fa, in Sardegna avviene la prima transazione in Sardex, una nuova moneta complementare all’Euro. Questa transazione inaugura la nascita di un modello di valuta complementare locale di successo, dimostrato dagli studi di vari esperti, come quello portato avanti da tre professori per la London School of Economics – Paolo Dini, Wallis Motta, Laura Sartori -. E confermato dal fatto che molte altre regioni italiane hanno iniziato un percorso di creazione di una propria valuta complementare sotto la guida e l’accompagnamento dei fondatori di Sardex.

Seppure ogni sistema di valuta complementare riporta le proprie specificità, altre città e comunità in Europa e Nord America stanno percorrendo percorsi simili e ugualmente virtuosi, tanto che diventa interessante provare ad esplorare attraverso il caso Sardex cosa siano queste valute complementari e perché rappresentino un modello in espansione.

Cosa rende un esperimento di moneta complementare così interessante?

Il modello Sardex rappresenta una risposta di una comunità ai danni che una regione debole subisce nel contesto di un’economia capitalista globalizzata. Creando un circuito di moneta parallela a quella tradizionale, permette l’accesso al denaro, ai prestiti, alla liquidità e al consumo ad una popolazione che ha sempre e profondamente subito le logiche di accentramento della ricchezza, dello sfruttamento della sua terra e dell’impoverimento perverso che ne deriva.

Ma per capire meglio che soluzione la moneta Sardex e modelli simili propongano bisogna fare un po’ di chiarezza su cosa sia e come funzioni la moneta tradizionale. Per quanto possa sembrare banale, la prima domanda da porsi è: che cosa è il denaro?

Probabilmente, la prima definizione che ti è venuta in mente, lettore, è che il denaro è la moneta o la banconota che tieni nel portafoglio. E questo è vero. Se hai qualche conoscenza di economia saprai persino che il denaro è contemporaneamente un mezzo di scambio, uno strumento di conto, debito e riserva di valore. Essenzialmente, è una convenzione introdotta con l’aumentare del volume e della complessità degli scambi, un oggetto di per sé senza valore a cui se ne attribuisce uno, ampliando le opportunità limitanti del baratto, definendo il valore di un bene in una maniera unica per tutti, e trasferendo valore nel tempo.

Ma la verità è che il denaro può essere definito in moltissimi modi diversi a seconda della lente che si decide di adottare. In Sardegna, si è deciso di privilegiare una definizione di imprenditoria sociale del denaro, che combina logiche di economia con logiche di azione e responsabilità sociale.

Come funziona il Sardex?

Il modello Sardex funziona secondo la logica di un circuito a cui imprenditori, aziende, esercizi commerciali e terzo settore aderiscono in una logica di economia circolare. A tutti i soci del circuito vengono attributi al momento dell’inizio del processo una certa somma di Sardex sulla base di alcuni criteri economici di valutazione. Una volta entrati nel circuito però gli attori possono acquistare prodotti e servizi utilizzando i Sardex come mezzo di scambio ma anche restituendo il debito contratto attraverso i propri beni e servizi.

La conditio sine qua non per cui questo sistema funziona è che non esistono i tassi di interesse. Abbiamo accennato al fatto che la moneta è definibile anche come debito perché nel momento dell’acquisto di un bene, viene maturato un debito nei confronti del venditore che viene restituito proprio sotto forma di denaro. L’assenza di tassi di interesse significa due cose: in primis, ogni volta che un’azienda acquista qualcosa il debito d’acquisto resterà stabile; in secundis, non esiste incentivo al deposito di denaro in banca perché questo non genera interessi, aumentando la velocità della circolazione della moneta e incentivando quindi il consumo in un’economia debole e poco propensa al consumo come quella sarda.

La moneta Sardex viene utilizzata come denaro per spese personali o familiari, ma non viene riconosciuta per il pagamento di tasse o immobili, né per trasferire valore o mettere da parte risparmi come quelli per la pensione. È una moneta di utilizzo di breve e medio termine legata proprio al concetto di consumo quotidiano.

Qual è il valore specifico di Sardex?

Un modello come quello di Sardex, pur non rompendo completamente con il nostro modello economico, si sottrae e rompe alcune regole fondamentali delle logiche di mercato e in particolare, Sardex:

  • fa crollare uno di quei capisaldi del modello capitalista: le banche. In un’economia capitalista (ma in realtà anche in quella sovietica o cinese) esiste un modello verticistico di creazione del denaro volto a creare un vero e proprio monopolio della valuta. La Banca centrale stampa moneta secondo le direttive della politica monetaria in vigore in percentuali variabili tra Paesi ma comunque minoritarie rispetto al totale del denaro creato. La maggior parte del denaro deriva invece dal debito che i cittadini producono nei confronti delle banche. Eliminando le banche dall’equazione, in un modello come quello di Sardex chiunque può creare denaro attraverso l’erogazione di beni e servizi secondo un modello di economia circolare. Per quanto non tutto ciò che riguarda le banche può dirsi negativo, è indiscutibile che la finanza sia l’aspetto più instabile e più pericoloso della nostra economia, quello responsabile di 208 crisi monetarie dal 1970 ad oggi, tra cui la grande crisi del 2008.
  • introduce elementi di identità e di responsabilità sociale: scegliere Sardex significa entrare a far parte di una rete locale, di una comunità di persone attive, portando enormi benefici tanto sul piano sociale quanto sul piano economico. Scegliere Sardex significa alimentare e sostenere l’economia locale poiché tutte le imprese che ne fanno parte sono imprese sarde che per tantissimo tempo sono state penalizzate dalle logiche della globalizzazione e da quelle del mercato. In altre parole, emerge la valuta come elemento di identità e di omaggio alla propria casa. Il denaro acquisisce così un carico emotivo positivo. I soldi sono quasi sempre motivo di imbarazzo, di disagio, o di ansia mentre è stato rilevato che l’utilizzo del Sardex sia motore di sentimenti di orgoglio, di appartenenza, di gratitudine, riportando ad una dimensione umana un oggetto che ha profondamente a che fare con la nostra umanità ma che ne è completamente privo. Questo ha delle conseguenze sul modo in cui le persone spendono e in questo senso diventa un passaggio fondamentale nell’educazione del cittadino ad una partecipazione attiva e critica alla vita di comunità, mettendo in moto quel processo di scelta consapevole a cui chiunque abbia a cuore il concetto di democrazia dovrebbe guardare.

I vantaggi delle monete complementari sono molto più di quelli elencabili in un articolo. Le monete complementari creano una scorta di denaro per la comunità in momenti di crisi, aiutano a limitare le attività delle multinazionali aumentando esponenzialmente l’occupazione e il reddito della comunità (per ogni moneta locale spesa, reddito e occupazione aumentano da due a quattro volte), e accorciando la catena di fornitura riducono l’impatto ambientale della produzione.

Vi suonano nuovi concetti come comunità, impatto ambientale, economia locale, democrazia? Probabilmente no perché sempre più spesso queste parole vengono usate per descrivere l’unica via percorribile perché la nostra società impari dai propri errori e riesca a costruire una versione migliore di sé stessa in grado di sopravvivere ai cambiamenti che stiamo vivendo. E l’adozione di una valuta complementare è un’azione concreta che contribuisce all’implementazione di un modello di sviluppo sostenibile.

L’economista Bernard Lietaer, colui che ha implementato in Belgio il sistema di convergenza ECU, precursore dell’Euro, parla del monopolio monetario come di una monocoltura e paragona il nostro modello di economia a un ecosistema ambientale. La monocoltura uccide, la diversità rende prospero. Il Sardex, così come molti altri sistemi di monete complementari non hanno come obiettivo la sostituzione totale e la distruzione delle monete tradizionali.

Le monete tradizionali servono per tramandare il valore, per facilitare il movimento delle persone, per creare un certo tipo di ricchezza. Ma svantaggiano le economie e le classi sociali più deboli e in momenti di crisi provocano pericolosissimi effetti domino. Le monete complementari come il Sardex, invece, assicurano una certa stabilità e resilienza tanto desiderate da tutti coloro che subiscono i contraccolpi della globalizzazione e del capitalismo. In una maniera molto più onesta rispetto alle varie teorie sovraniste che vorrebbero semplicemente cancellare il passato e tornare indietro. Sardex propone una soluzione per andare avanti.

Francesca Di Biase


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