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La quasi impunità dei criminali di guerra nazifascisti: demerito esclusivo dell’amnistia Togliatti?

Che la spigolosa questione della pacificazione nazionale, a seguito dell’occupazione tedesca e della sanguinosa guerra civile del 1943-1945, andasse risolta con un provvedimento generale era auspicato dalla maggioranza delle forze dello schieramento antifascista. Era inoltre del tutto evidente che l’obiettivo dovesse essere raggiunto senza mai perdere di vista, la richiesta di giustizia in merito ai crimini di guerra, che si era levata dai familiari delle vittime in primis e dall’opinione pubblica tutta all’indomani della Liberazione. La soluzione adottata dal governo De Gasperi I, ad opera del Ministro di grazia e giustizia Palmiro Togliatti, ricadde sul provvedimento dell’amnistia (decreto presidenziale n.4 del 22 giugno 1946). Per la verità il problema del perseguimento giudiziario dei criminali di guerra era stato preso in considerazione, soprattutto in ottica futura, a conflitto ancora in corso. Più precisamente già nell’agosto 1944 il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) aveva stabilito le “Norme per il funzionamento delle Corti d’Assise”. Norme riprese poi nel successivo “Decreto sui poteri giurisdizionali del CLNAI” datato 25 aprile 1945, nella pratica mai applicato, a causa dell’entrata in vigore, contemporaneamente, dell’antagonista progetto giudiziario promosso dal governo del Sud col decreto istitutivo delle CAS (Corti d’Assise Straordinarie) del 22 aprile 1945. Progetto, quest’ultimo, maturato a seguito della fallimentare esperienza dell’Alta Corte di giustizia (approntata dal governo Bonomi nell’estate del 1944) e della magistratura ordinaria nel perseguire i delitti fascisti. Bisogna rilevare inoltre che nel mese successivo alla Liberazione, in attesa che le CAS entrassero in funzione, avevano operato anche tribunali militari straordinari istituiti dai CLN (Comitati di Liberazione Nazionale) provinciali, per evitare il ripetersi di episodi di regolamenti di conti o di casi in cui la folla si fa giustizia da sola. Come, ad esempio, era avvenuto nel primo processo tenutosi davanti all’Alta Corte di giustizia nel settembre 1944, contro l’ex questore di Roma, Pietro Caruso, in cui Donato Carretta, ex direttore del carcere di Regina Coeli, venne linciato dalla folla astante. A ben vedere quindi le CAS, in questi primi mesi di operatività, inflissero pene alquanto severe agli imputati che furono chiamate a giudicare. 

In questo contesto si inserisce appunto “l’amnistia Togliatti” del 1946, che nelle intenzioni del Ministro avrebbe dovuto portare alla pacificazione nazionale, tramite l’estinzione di reati comuni e politici, riportando alla calma gli animi in un periodo cruciale per il nascente stato democratico. Venivano però esplicitamente esclusi dal beneficio, i più alti gerarchi del fascismo e coloro che avevano partecipato a stragi o commesso sevizie “particolarmente efferate”. Questo per evitare che gli autori delle stragi e devastazioni compiute in Italia nel biennio conclusivo del secondo conflitto mondiale, potessero sottrarsi alle proprie responsabilità penali beneficiando di un provvedimento che era stato pensato per estinguere sostanzialmente reati minori. L’amnistia, tuttavia, ingenerò un’ondata di sdegno e riprovazione in tutto il Paese: criticata da giuristi del calibro di Giuliano Vassalli e Alessandro Galante Garrone, ma anche da tutto il movimento partigiano che aveva combattuto nella Resistenza e dal mondo legato al Partito Comunista stesso. Esempio emblematico è la lettera che le madri dell’Associazione delle famiglie dei caduti per la libertà indirizzano allo stesso Togliatti “per protestare per l’ampia amnistia concessa ai criminali nazifascisti” dichiarando apertamente che pur essendo comuniste convinte, sono pronte ad astenersi o votare per un altro partito alle successive elezioni qualora non dovessero avere “soddisfacente chiarificazione in merito”. Uno dei punti più critici del provvedimento di amnistia fu la distinzione che introdusse tra “sevizie”, “sevizie efferate” e “sevizie particolarmente efferate”, solo queste ultime, come già ricordato, escluse dal beneficio. Una distinzione dai contorni poco definiti e quanto mai vaga che in sostanza rimetteva all’interpretazione giurisprudenziale il compito di darne definizione e contenuto. E sarà proprio su questo punto che troveranno appiglio le maggiori critiche di giuristi e politici contrari al provvedimento. Togliatti si avvalse della collaborazione dei magistrati del suo ufficio nella stesura del testo, ma è ormai acclarato che redasse personalmente diverse parti dello stesso ed il suo non essere un tecnico, probabilmente, ha pesato sulla intera vicenda. 

Fatto sta che da più parti, non solo dai fedelissimi del guardasigilli, più che il provvedimento di amnistia di per sé stesso, si è criticata l’applicazione quanto mai ampia e spregiudicata che dello stesso venne poi fatta dalla giurisprudenza successiva. Per quanto riguarda i gerarchi, ad esempio, anche quelli che avevano commesso “atti rilevanti” usufruirono del beneficio datoché la Cassazione ritenne che escluderli avrebbe violato la legge e avrebbe significato “dire che la legge stessa ha disposto per casi impossibili, nessuno essendo mai stato portato a giudizio per l’ipotesi delittuosa in azione che non fosse un alto, anzi, un altissimo gerarca” (Cass. Sez. sp. pen. 13 luglio 1946, su ricorso di Vito Mussolini). Quindi sulla base di un criterio logicamente impeccabile, quanto paradossale, la Suprema Corte applicò l’amnistia, in primis, proprio ai maggiori esponenti del regime fascista. Per quanto riguarda invece l’applicazione pratica della distinzione tra sevizie, ad esempio, non venne ritenuta “sevizia particolarmente efferata” e quindi venne amnistiato, un capitano delle brigate nere, che dopo l’interrogatorio ad una partigiana, l’aveva abbandonata “in segno di sfregio morale” ai suoi sottoposti, i quali avendola legata per le mani e bendata, l’avevano stuprata a turno e poi rilasciata. La motivazione che accompagnava questa decisione è quanto mai agghiacciante: “tale fatto bestiale, che sta a dimostrare il bassissimo grado di moralità dell’imputato e la mancanza di ogni sentimento di pietà, non costituisce sevizia e tanto meno sevizia particolarmente efferata, ma soltanto la massima offesa al pudore e all’onore di una donna, anche se essa abbia goduto d’una certa libertà essendo staffetta dei partigiani” (Cass. Sez.II pen. 12 marzo 1947, su ricorso Progresso). Oppure ancora: “Le percosse prolungate seguite da scosse nervose del paziente e l’obbligata ingestione di un frammento di disco di fonografo con conseguenze dannose per gli organi addominali, le quali facilitarono lo sviluppo successivo dell’ileotifo, malattia che produsse poi la morte, non arrecarono dolori torturanti in grado intollerabile, né rivelano animo del tutto disumano, quindi non costituiscono sevizie particolarmente efferate” (Cass. Sez.II pen. 24 aprile 1948, su ricorso Guidotti). La magistratura dal canto suo difese il provvedimento di amnistia e il modo in cui venne applicato, scaricando su Togliatti le responsabilità dei difetti tecnici, già evidenziati. Bisogna ricordare poi come a fronte delle condanne severe dei primi mesi, con il passare del tempo anche i criminali che erano maggiormente perseguibili trovarono comunque il modo di sottrarsi all’esecuzione completa della pena. E’ il caso ad esempio del Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, che venne processato a partire dall’11 ottobre 1948 presso la CAS di Roma per il suo ruolo di Ministro della guerra nella RSI (Repubblica Sociale Italiana); dopo settantanove udienze protrattesi fino al febbraio dell’anno successivo, la Corte dichiarò la propria incompetenza e trasmise gli atti alla procura militare. Il nuovo processo innanzi al tribunale militare speciale iniziato il febbraio precedente, si chiuse il 2 maggio del 1950 con la condanna di Graziani, per collaborazionismo con i tedeschi, a 19 anni di reclusione. Venne invece assolto da ogni altra imputazione e 13 anni e 8 mesi di pena gli furono condonati, così dopo pochi mesi dalla condanna definitiva, in virtù della carcerazione preventiva, era già tornato in libertà. Sorte analoga ebbe un altro personaggio gravemente compromesso con il regime della RSI: il principe Junio Valerio Borghese, comandante della X Mas, condannato dalla Corte d’Assise di Roma a 12 anni di reclusione; dei quali parte condonati per i gesti di valore compiuti in guerra prima dell’8 settembre, parte amnistiati in virtù del provvedimento di Togliatti, parte ormai già scontati con la carcerazione preventiva. Tornò quindi libero a seguito della sentenza di condanna definitiva il 17 febbraio 1949. Per quanto riguarda lo schieramento nazista stavolta, sicuramente non ascrivibile alla magistratura italiana ma altrettanto emblematico, è il caso del Feldmaresciallo Albert Kesselring, Comandante delle truppe tedesche in Italia. Venne processato per crimini di guerra a Venezia tra il febbraio e il maggio 1947 da un tribunale militare britannico e condannato a morte. Pena poi commutata in ergastolo per intercessione di Churchill e del generale Alexander. Nel 1948 la pena venne ulteriormente commutata in 21 anni di reclusione e nel 1952 Kesselring venne scarcerato per “motivi di salute” dalle autorità alleate. Morì da uomo libero nell’allora Repubblica Federale Tedesca nel 1960. 

Entrarono infine in gioco, a mettere la pietra tombale sui processi ai criminali di guerra, le questioni di Realpolitik dettate dal mutato contesto internazionale della Guerra Fredda. Che ad esempio portarono in Italia il generale Enrico Santacroce alla decisione illegale riguardo la “archiviazione provvisoria” di centinaia di fascicoli per crimini di guerra nel cosiddetto “armadio della vergogna”; da lui presa segretamente nel gennaio 1960 per non incrinare i buoni rapporti con il nuovo alleato tedesco della Germania-Ovest. Così anche chi aveva avuto una condanna pesante (una minoranza), nella prima metà degli anni ’50 tornò libero in funzione anticomunista, sia ex fascisti in Italia, che ex nazisti nella Repubblica Federale Tedesca. Si pensi ancora poi al reciproco silenzio tenuto dalla Repubblica Italiana e dalla Repubblica Federale di Iugoslavia sui crimini commessi durante la guerra: gli italiani non volevano giudicare i responsabili dei crimini commessi in Iugoslavia tra il 1941 e il 1943; gli iugoslavi non volevano processare i responsabili delle foibe in Venezia Giulia nel 1945. 

In conclusione quindi, più che all’amnistia Togliatti in sé o all’applicazione che della stessa fece la magistratura, la fallimentare amministrazione della giustizia nei confronti dei criminali di guerra nazifascisti fu dovuta in realtà, al problema della mancata epurazione della magistratura stessa da elementi compromessi col regime fascista e della loro sostituzione con soggetti selezionati tramite procedimento democratico. Problema nato dalla scelta, condivisa da tutto il fronte dei partiti antifascisti, di sottrarre la magistratura al rinnovamento delle istituzioni, con la legge delle Guarentigie, promulgata il 31 maggio del 1946. La quale sostanzialmente manteneva intatta, pur se limitata, l’ingerenza dell’esecutivo e del ministro della Giustizia; ma soprattutto lasciava inalterato il meccanismo dei controlli interni, la gerarchia rigida e lo strapotere degli alti gradi, impedendo di fatto l’indipendenza dell’organo. Questa magistratura non indipendente né epurata quindi, venne chiamata a giudicare membri del regime fascista, i quali oltre ad incarnare quel fascismo cui la magistratura stessa era legata, rappresentavano in ogni caso la conservazione a fronte di un nuovo governo che, rispetto al sistema e all’assetto delle leggi, era percepito come rivoluzionario. Scrisse amaramente a tal proposito nel 1947, l’allora presidente della Corte d’appello di Torino, Domenico Peretti Griva: “Triste bilancio, quello dell’epurazione. Non formuliamo accuse contro nessuno. Forse è la fatalità umana, tanto più intensa presso gli italiani, usi, per particolare bontà, ma spesso anche per debolezza d’animo, a dimenticare e a perdonare […]. Lo spirito di pacificazione non dovrebbe poter andare oltre certi limiti, a pena di determinare un effetto nettamente contrario allo scopo dello spirito stesso, e di fallire, di fronte alla storia, al compito educativo della giustizia.”.

Luca Fiorentino

Bibliografia:
Marcello Flores e Mimmo Franzinelli, Storia della Resistenza, cap. XVIII, Laterza, Bari, 2019.

Mezzo secolo in 10 romanzi: storia e letteratura con Andrea Argenio

Qualche giorno fa abbiamo sentito Andrea Argenio, ricercatore e docente di Storia contemporanea del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Roma Tre. Con lui ci siamo posti un obiettivo ambizioso, quello di riassumere la storia del Novecento italiano dalla Prima Guerra mondiale agli Anni di piombo mediante i romanzi che hanno parlato degli eventi salienti di metà del secolo breve. I romanzi restituiscono infatti spesso in presa diretta gli eventi e gli stati d’animo dei tempi presi in esame, dando un contributo significativo all’analisi storica.

Partendo dalla Prima Guerra mondiale, di cui si è parlato molto negli ultimi anni di anniversari, il professor Argenio ha portato due romanzi di cui uno meno conosciuto, del 1975, edito da Adelphi: Contro-passato prossimo” di Guido Morselli. Libro molto moderno, che potremmo definire ucronico, si interrga su cosa sarebbe successo se l’Italia fosse stata invasa dagli Austriaci. Morselli narra proprio gli eventi successivi all’immaginaria Edelweiss Expedition, l’operazione militare con cui gli austriaci conquistano nel giro di poche ore l’Italia settentrionale, lasciando l’italia in una situazione sconcertante da cui verrà salvata da Giovanni Giolitti, che anche qui era colui che la guerra non voleva farla, che voleva che l’Italia restasse neutrale.
Il secondo consiglio per la Prima Guerra mondiale è invece un classico: “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu, politico antifascista e combattente, che racconta la sua vicenda personale di ufficiale della Brigata Sassari, brigata dell’esercito italiano composta in larga parte da pastori sardi. Il libro è a metà tra l’autobiografia e il saggio storico, non essendo del tutto attinente alla realtà, però narra veramente bene le vicende di quella guerra è ha contribuito a creare il mito della Brigata Sassari, uno dei massimi orgogli della Sardegna, che ancora è applauditissima nelle sfilate del 2 Giugno. Da questo libro è stato poi tratto molto liberamente il film “Uomini contro”  di Francesco Rosi con uno spettacolare Gian Maria Volonté.

Siamo passati poi al fascismo, con due libri che raccontano il fascismo in modo “intimo”. Il primo libro è “Tempi memorabili” di Carlo Cassola, edito nel 1966, che racconta le vacanze che un giovane ragazzo di nome Fausto trascorre con la famiglia a Marina di Cecina. Ambientato negli anni 30, poco prima della guerra in Etiopia, questo è il racconto dell’ultima estate passata con i genitori prima di diventare grande, un racconto dagli accenti nostalgici e proustiani, nel quale la narrazione di quei tempi si fonde con quella degli eventi politici contemporanei.
L’altro consiglio è “Cinque storie ferraresi” di Giorgio Bassani. I racconti narrano cinque vicende della città di Ferrara, città in cui l’autore è nato e dove era presente una foltissima comunità ebraica che subirà sulla propria pelle le leggi razziali del 1938 e le deportazioni nei campi di sterminio. All’interno di questi racconti ce n’è uno chiamato “La lunga notte del ’43”, che poi verrà portato al cinematografo dal regista esordiente Florestano Vancini, che racconta dell’uccisione del segretario del Partito Fascista Repubblicano – quindi già in piena Salò – avvenuta in seno allo stesso movimento fascista repubblichino che però fu imputata ai partigiani, il che portò a cruenti rappresaglie, le cui atmosfere torbide di una Ferrara piovosa e nebbiosa vengono fedelmente riportate da Bassani.

Passando alla resistenza non si può non citare “Una questione privata” di Beppe Fenoglio, libro che fa parte della nostra storia e che contiene tutto: c’è la resistenza ma c’è anche una storia d’amore, in un contesto molto ben dettagliato dall’autore. Anche in questo caso il cinema si è appropriato di quest’opera: i fratelli Taviani ne hanno tratto un film omonimo con Luca Marinelli; film che si prende qualche libertà, essendo gli attori che interpretano una banda di partigiani delle Langhe piemontesi tutti dotati di un marcato accento romano.
Un altro libro, anch’esso poco conosciuto, è Tiro al piccione” di Giose Rimanelli, autore emigrato negli Stati Uniti dove poi ha insegnato letteratura italiana. Qui la guerra civile viene narrata dal punto di vista di un ragazzo meridionale trasferito a Salò. Stanco della propria vita noiosa in Molise, il giovane protagonista scappa al nord e va a combattere con le brigate nere della RSI, e lì si renderà conto della crudeltà della guerra civile e dell’efferatezza delle stragi compiute, nonché del rapporto alleato con quelli che dovrebbero essere i suoi alleati, i Tedeschi, fino a pentirsi della scelta fatta.

Ci siamo spinti poi fino al boom economico con due libri molto particolari. Il primo è “Un amore” di Dino Buzzati, libro che racconta l’ossessione amorosa di un quasi cinquantenne lombardo che si innamora di una giovane prostituta, nella Milano che va a duecento all’ora del boom economico, la Milano dei grattacieli, del Pirellone, della Torre Velasca, dell’Autostrada del Sole inaugurata da poco, della chiusura delle case d’appuntamenti eliminate pochi anni prima dalla legge Merlin del 1958 che però non ha fermato la prostituzione ma che anzi la lascia prosperare senza regolazione statale. Il tutto raccontato con la finezza psicologica di Buzzati, che non fu solo scrittore ma anche giornalista.
Altro consiglio è Fratelli d’Italia” di Alberto Arbasino, un libro molto voluminoso (è sulle mille pagine) che racconta in presa diretta il boom economico e come viene vissuto nelle varie città italiane, attraverso aspetti molto semplici ma indicativi come le vacanze al mare, i pranzi e le cene fuori, il lavoro che cambia, i grandi successi del cinema e la sua dolce vita, sia quella di Fellini che quella che si viveva realmente a Roma. Un viaggio molto veloce, che è l’aggettivo che caratterizza tutto il boom economico con la sua motorizzazione di massa. La scrittura è a tratti contorta per via del massivo utilizzo dello stream of consciousness, ma è molto affascinante, essendo una quasi da catena di montaggio, al limite del taylorismo.

Gli ultimi consigli riguardano invece gli Anni di piombo. Il primo libro consigliato su questi anni è “Tornavamo dal mare” di Luca Doninelli, libro del 2004, la storia di una giovane ragazza madre che ha avuto un’esperienza con la lotta armata negli anni 70 di cui non ha mai parlato a sua figlia e che durante una vacanza al mare viene raggiunta da una persona che invece ha molto da raccontare su quegli anni. Senza voler aggiungere molto, anche questo romanzo è un ritorno al passato a una vicenda scabrosa come quella egli Anni di piombo, che sono stati molto raccontati dal cinema ma sicuramente meno dalla letteratura.
L’ultimo consiglio non è propriamente sugli anni di piombo ma è una presa diretta degli anni 70, una serie di racconti intitolata “Altri libertini” di Pier Vittorio Tondelli, libro del 1980 edito da Feltrinelli. I vari racconti narrano com’era essere giovani negli anni 70, il rapporto con la violenza politica e le manifestazioni in un Paese che cambiava radicalmente: pur essendo ancora impregnato di panpoliticismo, essendo impossibile fare qualcosa senza che esso abbia anche una valenza politica, si stava pian piano arrivando negli anni 80, quindi nel riflusso e nel rifiuto della politica, cercando un rifugio nelle droghe, nelle vacanze, nelle palestre, negli amori omosessuali, in quello che Roberto D’Agostino chiamerà “edonismo reaganiano”. Dichiaratamente omosessuale, nato a Correggio come il cantautore Luciano Ligabue che lo avrà come modello nella scrittura e nella direzione del film “Radiofreccia”, Tonelli avrà una vita molto breve e profondamente coincidente con quanto narrato dai suoi racconti, morendo infine nel 1991 di AIDS, il grande cancro che ha segnato l’aspetto più nefasto degli anni 80 di cui egli fu cantore.

Paolo Palladino

 

 

 

 

 

 

Voto per l’Europa

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Le elezioni europee non eccitano molte persone. L’ultima volta, nel 2014, solo il 42% di coloro che avevano diritto al voto sono andati alle urne per l’UE e tra i minori di 24 anni è stato un abissale 28%. Ma le elezioni di quest’anno potrebbero essere troppo importanti per tirarsene fuori. Mentre l’agenda delle news europee è stata offuscata dalla Brexit per mesi (e potrebbe continuare ad esserlo, poiché il Regno Unito si prepara a partecipare alle elezioni a cui non ha mai voluto partecipare), il progetto europeo ha affrontato un gran numero di sfide dall’esterno – occupandosi di immigrazione, riscaldamento globale, un collasso dell’ordine mondiale – e un’esistenziale minaccia dall’interno: l’incremento di coloro che vogliono fare a pezzi più di sessant’anni di integrazione europea e ballare sulle sue rovine. Se ci fosse mai un tempo in cui il voto di ognuno conta, è ora.

I nemici dell’Europa sono uniti

Da un certo numero di anni, la crescita del populismo di destra si è potuta osservare lungo tutta l’Europa – il Raggruppamento Nazionale in Francia (precedentemente il Front), l’AfD tedesco, la Lega italiana. I loro livelli di supporto sono cambiati, come il loro radicalismo, ma hanno ampiamente perseguito la stessa agenda: anti-immigrazione, anti-UE, nazionalista, frequentemente islamofoba e socialmente conservatrice. Ma mentre uno potrebbe quasi rassegnarsi al fatto che tali ottusi chiacchieroni sono ora parte del panorama politico europeo, le più recenti evoluzioni sono state più allarmanti. In numerosi paesi europei l’estrema destra sta ora governando (da sola o in coalizione). In Italia e in Austria le coalizioni che includono partiti di destra hanno mostrato che intendono proprio ciò che dicono – nel caso dell’Italia è semplificato da drammi quasi settimanali che coinvolgono navi di soccorso per rifugiati a cui viene cancellato il permesso di attraccare e rimangono bloccate in mezzo al mare per giorni, veri esseri umani usati come pedine o merce di scambio. In Ungheria e in Polonia i governi di destra sono occupati a smantellare le fragili istituzioni della democrazia e della società civile che si sono sviluppati a partire dalla fine del comunismo tre decenni fa. A partire da quest’anno, la Spagna, precedentemente pensata immune al fascino della destra dopo decenni di dittatura di Franco, ancora una volta ha la destra nella politica nazionale: il partito Vox. E la cosa forse più preoccupante di tutte: i nemici dell’Europa sono tutti sul punto di cooperare attraverso i confini.

Godendo pienamente dei diritti di libera circolazione che l’UE offre loro, l’austriaco Heinz-Christian Strache vola a Budapest per incontrare il suo amico Viktor Orban, Joerg Meuthen dell’AfD visita il suo compare Matteo Salvini a Milano, e Marine Le Pen ha trovato il tempo di vedere Santiago Abascal, ora leader dei 24 parlamentari di Vox nel Congresso dei Deputati di Spagna, quando era a Perpignan nel 2017. Con i nemici dell’unità europea così coordinati e integrati, coloro che pensano il futuro non possa essere un ritorno alla chiusura mentale e al nazionalismo devono essere altrettanto forti insieme.

E ce ne sono di cose per cui valga la pena combattere. La seconda guerra mondiale è finita 74 anni fa, ma la pace non è ancora scontata: anzi, si dice spesso che l’Europa è libera dalla guerra dal 1945, ma non è vero: negli anni ’90, i problemi nell’Irlanda del Nord costarono circa 3000 vite. Il bilancio delle vittime della sanguinoso crollo della Jugoslavia negli anni ’90 è di oltre centomila, spinto dalle stesse forze del nazionalismo e dell’odio che il progetto europeo cerca di superare. E negli ultimi cinque anni, l’Ucraina ha pagato un prezzo elevato per l’aggressione della vicina Russia.

Niente di tutto questo significa che il progetto europeo sia fallito – si trattava di conflitti ai margini dell’Europa, dove la portata del progetto europeo in via di sviluppo era limitata, mentre le nazioni dell’Europa centrale che hanno combattuto le raccapriccianti guerre della prima metà del 20° secolo e prima – Francia e Germania, per esempio – sono state unite nell’amicizia e nella cooperazione dopo il 1945. Ciò che mostra, invece, è che la pace è fragile e non garantita. Lo stesso vale per il crescente numero di benefici che i cittadini europei hanno accumulato nel corso dei decenni: i diritti di viaggiare, vivere, lavorare, studiare e stabilirsi in un intero continente. La libertà di notare a malapena quando si attraversa un confine – quando un confine in passato potrebbe aver assistito a giovani uomini uccidersi a vicenda in trincee un secolo fa, o forse uno che trent’anni fa era chiuso con muri, recinti e guardie armate. Rispetto al resto del mondo – anzi, ai vicini europei che non sono ancora membri dell’Unione – questo è un privilegio che i cittadini dell’UE ora acquisiscono per diritto di nascita. Il rischio è diventare compiacenti di ciò che abbiamo.

Niente di tutto questo significa, naturalmente, che tutto ciò che riguarda lo stato attuale dell’Unione sia perfetto. Il basso entusiasmo per la partecipazione alla politica europea può essere attribuito al fatto che Bruxelles è una grande guastafeste: il burocratismo e le regole del mercato unico non sono né ciò che accende le passioni della gente, né l’Europa alla base. C’è molto spazio per delle critiche graduali dell’attuale modello di integrazione europea. Se il progetto di un’unione sempre più forte deve essere continuato, a un certo punto inevitabilmente significherà che gli Stati membri più ricchi si impegneranno a sostenere i meno fortunati in modo serio – la solidarietà non può finire ai propri confini nazionali. Allo stesso modo, un’Unione non può promuovere il suo impegno per i diritti umani e fregiarsi del proprio Premio Nobel per la pace del 2012 mentre le persone annegano nel Mediterraneo – o mentre sta incanalando denaro in Libia, dove migliaia di migranti sono tenuti nei campi di detenzione sotto le più terribili condizioni, soggette a brutali abusi e sfruttamento, completamente prive di diritti e ora coinvolte nel recente conflitto (uno scandalo così deprimente dovrebbe essere all’ordine del giorno di tutti coloro che professano di aderire ai valori più amati dell’Europa). Le cose devono cambiare. Ma non resterà nulla da riformare se lasceremo che i nemici dell’Europa distruggano questo progetto unico. L’Europa ci ha dato la pace, ci ha dato libertà e diritti e un forum per la cooperazione, l’unico modo per affrontare le sfide su vasta scala del futuro, come i cambiamenti climatici. In un mondo instabile, con un partner transatlantico su cui non possiamo più fare affidamento, una Russia sempre più aggressiva e conflitti irrisolti in Medio Oriente, l’Europa è la nostra migliore scommessa. Difendiamola e poi miglioriamola. Per fare il primo passo in questa direzione, votiamo in queste elezioni. Il cento per cento della nostra generazione vivrà in questo futuro, quindi forse più del ventotto dovrebbe uscire e plasmarlo.

David Zuther
Traduzione di Martina Moscogiuri e Claudio Antonio De Angelis

Un Ministro, Due Sicurezze

Dal sito del Ministero dell’Interno:

“Il Ministero si pone come garante dello sviluppo di una società moderna, della sicurezza del cittadino, della tutela dell’incolumità e delle libertà individuali garantite dalla Costituzione, contro la criminalità comune e organizzata.”

“Coniugare il rispetto delle regole e il controllo dei flussi migratori con l’integrazione degli stranieri e l’accoglienza di coloro che chiedono asilo, garantendo l’ordine la sicurezza pubblica. È la sfida che si pone una società moderna e multietnica.”

Da Internazionale:

“Una sanzione da 3.500 a 5.500 euro per ogni straniero soccorso e trasportato in Italia da navi di soccorso e addirittura la revoca o la sospensione della licenza per navi che battono bandiera italiana.”

“Il trasferimento della competenza a limitare o vietare il transito e la sosta nel mare territoriale italiano dal Ministro delle Infrastrutture al Ministro dell’Interno.”

Perché occuparsi solo di sicurezza o solo di immigrazione? Non coincidono forse queste due entità? Probabilmente sì. Probabilmente è per questo che il Viminale ha deciso di porre insieme le due tematiche nel solo Decreto Sicurezza, recentemente emanato per essere poi convertito dalle Camere in legge. Sostanzialmente, il Decreto Sicurezza o “Salvini” prevede di rendere più difficile la permanenza in Italia dei richiedenti asilo e risparmiare sulla loro gestione nel territorio. Si allunga la lista dei reati che tolgono la protezione internazionale, aggiungendo “minaccia o violenza a pubblico ufficiale, lesioni personali gravi e gravissime, pratiche di mutilazione dei genitali femminili, furto aggravato, furto in abitazione e furto con strappo. Inoltre, lo status di protezione internazionale viene ritirato se il rifugiato ritorna, anche temporaneamente, nel suo paese d’origine.”

A fronte dell’enorme successo democratico e civile di questo decreto, il 10 maggio è stata successivamente resa nota l’esistenza di un Decreto Sicurezza Bis, proposto naturalmente dal Ministro dell’Interno con una certa urgenza ma non ancora discusso. Oggettivamente, i Decreti Legge devono essere emanati in casi di emergenza. Sorge il dubbio su cosa sia definibile come emergenza.

“Le emergenze nazionali le decide lei di volta in volta. Lei ogni giorno ha un nemico che combatte”

(Lilli Gruber a Matteo Salvini)

Il nuovo Decreto Sicurezza Bis stabilisce alcune particolari modifiche alla situazione dei migranti nel Mediterraneo.

I primi quattro articoli concernono il soccorso in mare: adesso non sono più gli stranieri l’oggetto del decreto ma diventano direttamente le ONG che si occupano di recuperarli in mare. È infatti prevista una una sanzione da 3.500 a 5.500 euro per ogni straniero soccorso e trasportato in Italia da navi di soccorso.

Inoltre, in maniera molto elegante, il Decreto prevede anche il trasferimento della competenza a limitare o vietare il transito e la sosta nel mare territoriale italiano dal Ministro delle Infrastrutture (Danilo Toninelli, Movimento 5 Stelle) al Ministro dell’Interno (Matteo Salvini, Lega).

Successivamente, in maniera quasi sorprendente, ci si occupa anche della sicurezza. Viene introdotto l’inasprimento delle sanzioni in seguito ai reati di devastazione, saccheggio e danneggiamento commessi nel corso di riunioni pubbliche assieme a maggiori tutele per le forze dell’ordine attraverso l’introduzione di nuove fattispecie di reati per colpire più severamente coloro che si oppongono ai pubblici ufficiali.

Oltre a trovare probabilmente l’opposizione del Movimento dei Cinque Stelle (terreno a loro familiare), la bozza ha incontrato critiche anche da parte dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione: “Il testo appare essere l’ennesimo stravolgimento dei fondamentali princìpi di diritto internazionale prevedendo sanzioni per chi, nell’adempimento di un dovere etico, giuridico e sociale, salva vite umane altrimenti destinate alla morte.”

Ma dov’è la sicurezza?

Sembra che il Ministro dell’Interno non abbia ben presente quale sia il focus del proprio ruolo dal momento che questi decreti sicurezza sembrano rivolgersi a situazioni utili solo a fomentare odio e stereotipi infondati, ignorando alcune situazioni di ordine sociale che necessiterebbero invece di essere considerate.

CasaPound si trova ancora nella sua umile dimora non pagando le bollette e mantenendo comunque la facoltà di alloggiare permanentemente nello stabile occupato con ancora il servizio di elettricità funzionante. Tutto ciò in contrasto con la legge del Ministro Lupi del 2014: “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”.

Legge che è stata invece applicata nello stabile in via Santa Croce in Gerusalemme dove più di 400 persone di cui 98 minorenni sono rimaste senza luce né acqua calda dal 6 maggio. Per merito dell’elemosiniere del Papa Konrad Krajewski è stata riattaccata la corrente alle persone in bisogno. “Conto che l’elemosiniere del Papa, intervenuto per riattaccare la corrente in un palazzo occupato di Roma, paghi anche i 300mila euro di bollette arretrate” è stata la risposta del Ministro. In riferimento alle famiglie residenti nello stabile con famiglie e bambini. Non per l’organizzazione di militanti neofascista di cui due membri sono stati accusati di stupro e violenza a Viterbo solo poche settimane fa.

Intanto degli striscioni di protesta verso il Ministro, durante uno dei suoi tanti comizi, vengono misteriosamente rimossi senza motivo ufficiale dal corpo dei vigili del fuoco “per ordini da molto in alto”.

Il Sottosegretario della Lega Armando Siri viene accusato di corruzione dopo aver accettato una tangente, probabilmente di origine mafiosa, per inserire una norma sulle energie rinnovabili nella manovra del governo.

Settanta deputati sostengono a tutt’ora la proposta della Lega in Parlamento per estendere e facilitare la possibilità di acquistare un’arma per difesa personale, pochi mesi dopo aver approvato la legge sulla legittima difesa.

Il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio si dice preoccupato per la deriva che sta avendo il Ministro degli Interni:Sono 4 mesi che è cambiato qualcosa. Ci preoccupa. Ho visto passare la Lega da posizioni molto più moderate al fucile in mano il giorno di Pasqua, i libri scritti con CasaPound”.

E se ci è già arrivato Di Maio, la paura è che cominci ad essere troppo tardi.

Matteo Caruso


Sitografia

Il 25 aprile

25 aprile, Italia, festa della Liberazione.

«Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.»

(Sandro Pertini proclama lo sciopero generale, Milano, 25 aprile 1945)

Con queste esatte parole si apre, o meglio si chiude quasi definitivamente, la storia del 25 aprile e della Resistenza partigiana italiana. Quello che è accaduto veramente quel giorno e il motivo per cui si festeggia proprio questa data e non altre – poiché l’Italia fu totalmente liberata progressivamente pochi giorni dopo e la resa delle forze nazifasciste agli alleati arriverà solo il 3 maggio – è che il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia  (il CLNAI) proprio quel 25 aprile 1945 attraverso le parole di Sandro Pertini, che ne faceva parte, da Milano proclamò un’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, le cui principali città erano Bologna, Genova e Venezia – Roma era stata liberata il 4 giugno 1944 – invitando tutti i partigiani ad attaccare i presidi nemici imponendo la resa e prendendo il mano il potere “in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano”, decretando la pena di morte per tutti i gerarchi fascisti. Il 25 aprile rappresenta quindi il culmine della Resistenza, l’ultimo immancabile sforzo durato anni verso la libertà.

Ma il 25 aprile non si festeggia la libertà, come a parer mio erroneamente molti finiscono col dire. Quello che festeggiamo è l’atto, l’azione, il gesto, la storica giornata in cui abbiamo riconquistato quella libertà che ci era stata negata non solo nei cinque anni della guerra, ma lungo tutto il ventennio fascista. Una libertà pagata a caro prezzo, la cui moneta di scambio è stata il sangue versato di persone, mamme, nonne, figlie, mariti, fratelli, nipoti, la cui unica aspirazione era la sola condizione naturale di essere liberi, alcuni come quando erano nati, altri come non erano mai stati. E proprio perché la libertà si paga e non solo quando si ottiene, ma ogni giorno che segue, molti in Italia sarebbero quasi pronti a rinunciarvi ancora. Sono quelli che dicono che Mussolini ha fatto anche cose buone e che loro non devono festeggiare nessuna liberazione, liberazione da chi, si stava meglio quando c’era lui. Sono quelli che ti spiegano che il duce ha costruito le case, ha bonificato l’Agro Pontino, che con lui i treni passavano in orario e si poteva dormire con la porta aperta. E soprattutto, che Mussolini non era come Hitler, quello cattivo. Rinunciare alla verità e circondarsi di una storia fittizia significa rinunciare alla libertà, per non pagare le conseguenze morali delle tragedie. Ed eccoli, che si ricoprono di un patriottismo appariscente e menzognero – come possono dire di amare la loro patria, se scambierebbero la sua (e la loro) libertà per dei treni in orario? -, che preferiscono tacere sui massacri compiuti dal loro dittatore, che l’importante è avere una sicurezza apparente, mentre dietro al muro della propaganda il loro Paese e la loro gente muore. Chi oggi ha deciso di non fermarsi a commemorare chi ha combattutto strenuamente per la liberazione e per la libertà, chi è caduto, chi ha perso tutto, chi ha resistito, chi può ancora raccontarlo, non fa torto ai milioni di italiani che sono scesi in piazza, hanno attaccato una bandiera o hanno semplicemente dedicato cinque minuti al ricordo. Fanno torto alla loro libertà, sottoscrivendone la rinuncia.
Oggi Salvini, il nostro Ministro dell’Interno, ha voluto opporre la commemorazione della Resistenza con la guerra contro la mafia, che è un po’ come ripetere che Mussolini ha fatto anche cose buone, quindi meglio dedicarsi ad altro. Tanti sindaci, soprattutto nel Nord Italia, in quegli stessi territori in cui il 25 aprile ha avuto inizio e fine, hanno rinunciato a celebrare manifestazioni pubbliche, calpestando la memoria della storia. Senza storia, senza memoria, senza verità non potremmo avere la libertà – in greco la parola verità,
aletheia (ἀλήθεια), letteralmente significa “non dimenticato”.

Ma, al contrario di chi dimentica, dimenticando una parte di sé, chi combatte per la libertà combatte per la libertà di tutti, anche di coloro che dimenticano, e che solo per questo possono permettersi di farlo.

Martina Moscogiuri