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Igers Trieste: non solo foto!

Sempre siamo circondati da un numero elevato di immagini e non troppo spesso da parole. È un po’ la dinamica con cui agisce Instagram: richiamo l’attenzione dei miei followers tramite una foto, ma non mi perdo in chiacchiere, al massimo in hashtags.

A mio avviso questo nuovo profilo IG aperto poco più di una settimana fa è rivoluzionario: ogni foto è accompagnata da parole che ne spiegano il perché. Non solo foto ma storia di questa a dir poco suggestiva città!

Ho scambiato due parole con Claudia, Davide e Rosa Maria, gli occhi e i pensieri che si celano dietro questo progetto.

Benvenuti Claudia, Davide e Rosa Maria! So che Claudia è una triestina adottata, e voi due?

D.: io sono di qui, sono triestino

R.: io sono originaria di Frattamaggiore (NA) ma i miei genitori si sono trasferiti qui molto tempo prima che io nascessi

Com’è nato questo progetto? È stato un effetto della quarantena o lo avevate in mente da tanto?

 D.&R.: è nato tutto dopo un’esposizione fotografica che è stata organizzata qui a Trieste. Ci è stato proposto da Igers Italia di diventare local manager di Igers Trieste e abbiamo deciso di lavorare insieme poiché abbiamo interessi simili, anche a livello universitario, quindi sapevamo che avremmo potuto svolgere un buon lavoro insieme

C.: io sono stata catapultata e con entusiasmo ho accettato!

 Ma cosa è un capo in B?

 D.: vediamo se Claudia ha studiato!

R.: precisiamo subito che è tipicamente triestino!

C.: allora! La B sta per bicchiere, di vetro – in vuol dire che ci sta dentro e il capo sarebbe il cappuccino. Quindi, se vai al bar e chiedi un capo in B stai chiedendo un caffè al vetro con la schiuma tipica del cappuccino.

 Cosa è Trieste per voi? Come la descrivereste?

 È una piccola isola felice!

 Sotto la foto di Canale di Ponterosso chiedevate alla fine di dare un colore a quel posto. Voi che colore dareste?

 C.: io darei i colori che ho scritto anche sul post. Ci passo sempre la sera, al tramonto, di ritorno dall’università quindi per questo è arancione, ma è anche bianca per i palazzi austro-ungarici e blu, come il mare, componente italiana

D.: per me invece è rosa

R.: per me è quel colore che si crea quando l’arancione del tramonto si mischia al giallo.

Claudia, tu sei a Trieste da poco tempo e sei la penna di questo progetto. È difficile per te, spiegare la realtà triestina?

Sì, è difficile al 90%. Essendo qui da poco, non conosco tutta la città naturalmente, però sono stata molto fortunata perché dal primo momento ho ricevuto una forte accoglienza sia da parte della città che delle persone. E tutti hanno sempre avuto la premura di spiegarmela Trieste.

Ho visto che tenete attivi i vostri followers tramite dei quiz: come vi è venuta l’idea?

È in realtà nata da un’idea comune, dalla volontà di rendere partecipi chi ci segue e di comunicare in maniera attiva.

Siamo abituati a profili Igers colmi di foto e poche parole, come mai questa scelta di renderlo più poetico?

C.: io amo scrivere, lo sai. Quando devo scrivere una descrizione penso molto al campo semantico cui fare riferimento, nonché al registro poiché bisogna pensare che è un contenuto che raggiunge tutti, dal dodicenne al cinquantenne, quindi non si può lasciar nessuno fuori. In più, inserisco sempre un titolo che rappresenti la descrizione che segue.

D.: è fondamentale anche il modo in cui lo trasmetti quel messaggio, devi essere coinvolgente

R.: esattamente, quando si condivide una foto c’è la necessità di raccontarla, si sta trasmettendo un messaggio, un’informazione

Siamo ancora agli inizi ma fino ad ora che risposta state avendo dal pubblico? Inoltre, come avviene la scelta degli scatti da pubblicare?

Stiamo andando bene, considerando che siamo agli inizi. Per quanto riguarda la scelta delle foto, invece, cerchiamo di scegliere tutte le foto più rappresentative di Trieste. Inoltre, stiamo cercando di  applicare anche criteri cromatici.

 Avete qualche idea particolare per il futuro?

C.: stiamo pensando di mantenere attive sempre rubriche di coinvolgimento, parlando anche ad esempio dei caffè storici di Trieste… insomma, abbiamo un po’ di idee ma ci vogliamo riflettere bene

D.: vogliamo anche instaurare collaborazioni con musei e altre associazioni culturali

R.: sì, ad esempio con la Delegazione FAI di Trieste e anche con Broken News, un progetto di promozione del confronto tra i giovani sulla cittadinanza digitale.

Prima di lasciarci, una domanda personale: qual è quella cosa senza cui Trieste non sarebbe Trieste?

 C.: due chiacchiere nei caffè di Trieste

D.: le passeggiate notturne in centro

R.: il capo in B!

Martina Grujić

Foto di Davide Montagnana

 

David Ledoux: aspettando l’onda perfetta

C’è un fotografo parigino che sogna di diventare il nuovo Larry Clark. L’estetica delle sue fotografie, e i mondi che ritrae, sono la versione europea dei ragazzi selvatici che il regista di Tulsa ha lungamente raccontato nei suoi lavori. Continua a leggere

L’avventura di un fotografo

Da qualche mese ho deciso di intraprendere una nuova avventura e di cimentarmi in una nuova attività: quella della fotografia. Come un po’ tutti coloro che posseggono uno smartphone, avevo già provato a ottenere qualche scatto soddisfacente attraverso le modeste fotocamere  del mio telefono, talvolta anche con risultati decenti; sentivo però di volere altro, di voler passare a un altro livello fotografico, più consapevole.

Allora, senza sapere ancora precisamente il motivo, ho chiesto una reflex come regalo di laurea, ho iniziato a vedere video di fotografi su YouTube, ho comprato libri di fotografia, ho cominciato a girare, macchinetta a tracolla, per la mia città e a scattare foto a destra e manca, cercando di catturare delle immagini per me piacevoli da guardare o che, ad ogni modo, significassero qualcosa per il mio modo di vedere il mondo. Ben presto però mi sono dovuto porre un interrogativo: perché mi piace fotografare? Mi sono interrogato poi sulle funzioni e sul significato della fotografia in generale e in generale su che cosa significasse scattare una fotografia.

Il destino ha voluto che, proprio mentre sorgesse in me questo dubbio, cominciassi a leggere Gli amori difficili di Italo Calvino: è stato, mi scuserete il gioco di parole, un amore a prima vista, non tanto con Calvino, che già apprezzavo da tempo, quanto con questi particolari testi da lui prodotti: c’è al loro interno un magnifico senso di disillusione, di desiderio perenne e perennemente inappagato, di erotismo nascosto, di tenerezza amara. Li ho divorati, uno dopo l’altro senza sosta, finché i miei occhi si sono fermati, incuriositi, sul titolo di uno di questi: L’avventura di un fotografo. Ho cominciato a leggere e, sin dalle prime righe, sorridendo, ho compreso immediatamente che ancora una volta la letteratura mi proponeva una risposta a un mio personalissimo e intimo quesito.

“Con la primavera, a centinaia di migliaia, i cittadini escono la domenica con l’astuccio a tracolla. E si fotografano. Tornano contenti come cacciatori dal carniere ricolmo, passano i giorni aspettando con dolce ansia di vedere le foto sviluppate (ansia a cui alcuni aggiungono il sottile piacere delle manipolazioni alchimistiche nella stanza oscura, vietata alle intrusioni dei familiari e acre d’acidi all’olfatto), e solo quando hanno le foto sotto gli occhi sembrano prendere tangibile possesso della giornata trascorsa, solo allora quel torrente alpino, quella mossa del bambino col secchiello, quel riflesso di sole sulle gambe della moglie acquistano l’irrevocabilità di ciò che è stato e non può esser più messo in dubbio. Il resto anneghi pure nell’ombra insicura del ricordo”

Il protagonista è Antonino Paraggi, non fotografo, che vive in un mondo di fotografi amatoriali: con lo sbocciare della primavera li vede ovunque, in città, al mare, in montagna, con la loro macchinetta a tracolla a immortalare momenti di quotidianità. Antonino è un impiegato, ma con inclinazioni filosofiche: ben presto comincia ad arrovellarsi sul perché i suoi amici e così tante persone abbiano questa passione, seppur amatoriale, per la fotografia; inizialmente Antonino attribuisce, almeno per quanto riguarda il suo gruppo di amici, questa passione al sopraggiungere della paternità:

“[…] spesso la passione dell’obiettivo nasce in modo naturale e quasi fisiologico come effetto secondario della paternità. Uno dei primi istinti dei genitori, dopo aver messo al mondo un figlio, è quello di fotografarlo; e data la rapidità della crescita si rende necessario fotografarlo spesso, perché nulla è più labile e irricordabile d’un infante di sei mesi, presto cancellato e sostituito da quello di otto mesi e poi d’un anno.”

Ben presto però Antonino capisce che il rapporto del fotografo, oltre ad essere con il tempo – scattare una fotografia, essenzialmente, significa congelare un istante, un fotogramma, del flusso infinito e inarrestabile del tempo – è anche e soprattutto con lo spazio, con la realtà del mondo che ci circonda.

“Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. […] Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia.”

Prima di tutto, notiamo la sconcertante attualità della frase “o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita” che risulta perfettamente aderente alla realtà dei social dei nostri giorni; il quesito, che ci riguarda dunque un po’ tutti, perché tutti ormai abbiamo modo e voglia di scattare foto, chi con macchinette, chi con smartphone è proprio questo: quando è il momento di scattare una foto? Ma soprattutto: che cosa vale la pena immortalare con una fotografia? Nell’epoca della fotografia digitale tale quesito appare decisamente anacronistico e quasi privo di senso: nel racconto di Calvino la fotografia è ancora letteralmente un’impressione di luce su pellicola. Al di là delle implicazioni tecniche però, il quesito non può essere sfuggito in alcun modo a un aspirante fotografo.
Antonino, l’impiegato filosofo, risponde così:

“Per chi vuole recuperare tutto ciò che passa sotto i suoi occhi, – spiegava Antonino anche se nessuno lo stava più a sentire, – l’unico modo d’agire con coerenza è di scattare almeno una foto al minuto, da quando apre gli occhi al mattino a quando va a dormire. Solo così i rotoli di pellicola impressionata costituiranno un fedele diario delle nostre giornate, senza che nulla resti escluso. Se mi mettessi a fotografare io, andrei fino in fondo su questa strada, a costo di perderci la ragione. Voi invece pretendete ancora di esercitare una scelta. Ma quale? Una scelta in senso idillico, apologetico, di consolazione, di pace con la natura la nazione i parenti. Non è soltanto una scelta fotografica, la vostra; è una scelta di vita, che vi porta a escludere i contrasti drammatici, i nodi delle contraddizioni, le grandi tensioni della volontà, della passione, dell’avversione. Così credete di salvarvi dalla follia, ma cadete nella mediocrità, nell’ebetudine.”

Il fotografo, quando impugna la sua macchinetta o smartphone che sia, inquadra un soggetto e scatta, opera sempre una scelta; egli sta ritagliando una parte della realtà e del tempo per congelarla in un’istantanea, uguale a sé stessa per sempre.
Ecco, in realtà anche questa affermazione, nei tempi di Photoshop e del fotoritocco, può apparire desueta, ma restiamo sul piano puramente ideale e teorico.
Il fotografo insomma opera una scelta rispetto al mondo che lo circonda e al tempo nel quale è immerso; egli ricrea, attraverso la fotografia, una sua realtà, non meno veritiera e vivida di quella reale ma che, inevitabilmente, è frutto di una selezione e di un’idealizzazione: il fotografo mette in ordine la realtà, seleziona che cosa vuole e cosa non vuole nella sua foto, sceglie il suo soggetto, lo sfondo in cui posizionarlo, il punto di vista da cui guardarlo, il modo in cui esso viene illuminato dalle fonti luminose.

Il fotografo dunque plasma una sua realtà, una realtà ideale ed eterna, contrapposta a quella caotica e cangiante del mondo. Per questo motivo, a mio avviso, esiste sempre un rapporto erotico, di desiderio, tra il fotografo e la realtà che egli cerca di immortalare: il fotografo vuole possedere la realtà, farla sua, plasmarla rispetto alla sua idea e alla sua visione del mondo. Questa pulsione erotica, infatti, ben presto sorge anche nell’aspirante e idealista fotografo Antonino: egli comincia a scattare fotografie con le macchine dei suoi amici, acquista poi una vecchia macchina a cassetta, con lo scatto a pera, e trova la sua modella, una certa Bice. In linea con le sue convinzioni di novello fotografo, egli vuole riavvicinarsi alle fotografie di fine Ottocento, eliminando ogni spontaneità e ritornando alle foto in posa: il fotografo, dunque, deve avere il totale controllo della realtà. Però, il risultato non è quello desiderato:

“Era vestita di lino bianco, con ricami colorati sui bordi delle maniche e delle tasche. Aveva i capelli divisi da una scriminatura e raccolti sulle tempie. Rideva un po’ di sottecchi, inclinando il capo da una parte. Antonino facendola passare studiava, in quei suoi modi un po’ vezzosi un po’ ironici, quali erano i tratti che definivano il suo carattere vero. La fece sedere in una grande poltrona, e infilò la testa sotto il drappo nero che guarniva l’apparecchio. […] Ad Antonino parve di vedere Bice per la prima volta. Aveva un’arrendevolezza, nel calare un po’ pesante delle palpebre, nel protendere avanti il collo, che prometteva qualcosa di nascosto, così come il suo sorriso pareva nascondersi dietro lo stesso atto del sorridere. – Ecco, così, no, la testa più in là, alza gli occhi, no abbassa, – Antonino stava rincorrendo dentro quella scatola qualcosa di Bice che improvvisamente gli pareva preziosissimo, assoluto. – Ora ti fai ombra, vieni più in luce, no, era meglio prima. C’erano molte fotografie di Bice possibili e molte Bice impossibili a fotografare, ma quello che lui cercava era la fotografia unica che contenesse le une e le altre.”

Per ogni fotografia che scattiamo ce n’è un’altra a cui rinunciamo; è la condanna alla linearità e all’irreversibilità del tempo, alla finitezza e alla determinazione dell’uomo; non esiste la fotografia assoluta, che comprenda e rappresenti pienamente la realtà: il fotografo è sempre condannato a fare una scelta. Antonino il fotografo lo capisce e comincia a far cambiare, abiti, pose, maschere alla sua modella Bice; finché:

“Guardò. Bice era nuda. Aveva fatto scivolare il vestito fino ai piedi; sotto non aveva niente; aveva fatto un passo avanti; no, un passo indietro che era come un avanzare tutta intera nel quadro; stava dritta, alta davanti alla macchina, tranquilla, guardando davanti a sé, come se fosse sola. Antonino sentì la vista di lei entrargli negli occhi e occupare tutto il campo visivo, sottrarlo al flusso delle immagini casuali e frammentarie, concentrare tempo e spazio in una forma finita. E come se questa sorpresa della vista e l’impressionarsi della lastra fossero due riflessi collegati tra loro, subito premette lo scatto, ricaricò la macchina, scattò, mise un’altra lastra, scattò, continuò a cambiare lastra e scattare, farfugliando, soffocato dal drappo: – Ecco, ora sì, così va bene, ecco, ancora, così ti prendo bene, ancora. Non aveva più lastre. Uscì dal drappo. Era contento. Bice era davanti a lui, nuda, come aspettando. – Adesso puoi coprirti, – disse lui, euforico, ma già con fretta, – usciamo. Lei lo guardò smarrita. – Ormai ti ho presa, – disse lui. Bice scoppiò a piangere. Antonino scoprì d’essere innamorato di lei il giorno stesso. Si misero a vivere insieme, e lui comprò apparecchi dei più moderni, teleobiettivi, attrezzature perfezionate, installò un laboratorio. Aveva anche dei dispositivi per poterla fotografare la notte mentre dormiva. Bice si svegliava sotto il flash, contrariata; Antonino continuava a scattare istantanee di lei che si districava dal sonno, di lei che si adirava con lui, di lei che cercava inutilmente di ritrovare il sonno affondando il viso nel cuscino, di lei che si riconciliava, di lei che riconosceva come atti d’amore queste violenze fotografiche.”

Il sugo della storia è tutto nella frase “Ormai ti ho presa” che Antonino rivolge a Bice.
Non proseguo oltre con il dipanarsi della storia, per non togliere del tutto il piacere della lettura a chi non avesse ancora letto questo magnifico racconto di Calvino: esso incarna a pieno il tema degli amori difficili: è un amore difficile quello di Bice nei confronti di Antonino e, viceversa, quello di Antonino nei confronti della sua realtà ideale, totale, che ricerca nei continui scatti all’ormai sua Bice e che è sempre più irraggiungibile.

Più in generale però, Calvino centra a pieno il rapporto tra il fotografo e la realtà: esso è un amore difficile, a tutti gli effetti. Il fotografo cerca continuamente, attraverso i suoi scatti, di possedere e far sua la realtà, ma non ci riesce mai: egli può solo possederne una piccola porzione alla volta e, mentre possiede quella piccola parte, tutta la restante gli sfugge. Per questo, secondo Antonino, la fotografia conduce o alla stupidità o alla pazzia: il fotografo sarà sempre insoddisfatto, non raggiungerà mai l’appagamento del suo desiderio di possedere e far sua tutta la realtà.

È per questo, allora, che si comincia a far fotografie e non si può più smettere: secondo un titanismo tipico dell’uomo contemporaneo, la fotografia è uno dei mezzi con i quali l’uomo cerca di lottare contro la sua finitezza, contro lo scorrere incessante del tempo, contro il caos della realtà; la fotografia è un piccolo dispetto che facciamo all’Universo, alla sua infinità e alla sua indeterminatezza. Scattiamo una foto, la guardiamo soddisfatti, convinti di aver preso possesso della realtà; ma resteremo sempre inappagati, continuamente alla ricerca di nuove porzioni di mondo e tempo da poter dominare, pur consapevoli del fatto che è una guerra persa sin dall’inizio e che dovremo accontentarci di vincere infinitesimali e irrilevanti battaglie della durata d’un istante.

Danilo Iannelli

 

Out of the Closets and into the Streets: un approfondimento sulle teorie di conversione per omosessuali

Sebbene nella maggior parte del mondo non si faccia al giorno d’oggi più alcuna distinzione discriminatoria tra etero e omosessuali, esistono realtà nascoste all’interno delle quali avere un orientamento sessuale diverso dalla tradizionale eterosessualità viene considerato un peccato, una deviazione mentale, una patologia psichica o, addirittura, una distorsione genetica o un reato. Esistono, invero, delle vere e proprie “terapie di conversione”, dette anche “riparative” o “di riorientamento sessuale”, metodi intesi a cambiare l’orientamento sessuale di una persona dall’omosessualità originaria all’eterosessualità, oppure ad eliminare o quantomeno ridurre i suoi desideri e comportamenti omosessuali.
In Italia, così come negli Stati Uniti ed in altri Paesi, questo tipo di terapie sono state categoricamente vietate dall’Ordine professionale nazionale, e ci sono state sanzioni significative nei confronti di vari psicologi che hanno operato nel campo. Non è però così, ad esempio, in Cina, dove sono circa 130 le cliniche che offrono terapie di conversione per “guarire” dall’omosessualità. Tr
a le strutture che praticano questo tipo di trattamenti ci sono ospedali sia privati che pubblici, rispettivamente controllati e gestiti dalla Commissione nazionale per la salute e dal governo. Alcune delle vittime hanno dichiarato di aver subito, senza consenso orale o scritto, l’elettroshock e di essere state costrette dai medici a ricevere iniezioni, ad assumere pillole e farmaci e a confrontarsi con consulenti (perlopiù religiosi) che avrebbero loro spiegato che essere gay è immorale e nessun genitore potrà mai perdonare un figlio macchiatosi di un peccato tanto disgustoso e grave. In Ecuador, invece, a mettere in atto queste terapie sono circa 200 centri teoricamente specializzati nella riabilitazione di persone alcoliste o con dipendenze da diversi tipi di droghe; ma che in realtà nascondono in cella persone omosessuali costrette a subire sevizie contro la propria volontà (nella maggior parte dei casi sono proprio i genitori a rivolgersi a determinate strutture per far “guarire” i propri figli). I pazienti vengono violentati, sottoposti a percosse e frustate, alienati e costretti all’isolamento. Oltre a dover studiare la Bibbia e dedicarsi alle pulizie del centro, le pazienti donne sono obbligate fin dal risveglio a truccarsi, indossare gonne e tacchi per “imparare ad essere vere donne”. Questo e molto di più ci viene raccontato, tramite il progetto “Untilyouchange”, con l’ausilio di una sequenza di fotografie e didascalie della fotografa Paola Paredes. Paola è una fotografa ecuadoriana, lei stessa omosessuale, che ha sempre dedicato il suo impegno e il suo lavoro alla comunità LGBT, esplorandone, in particolare, gli aspetti del suo stesso Paese. (Qui Untilyouchange ed altri progetti correlati: https://www.paolaparedes.com/).  
Sebbene la maggior parte delle persone che sono state vittime di taluni modelli di terapie riparative abbiano riscontrato traumi a livello psichico e abbiano dovuto affrontare periodi di depressione e diversi disturbi post-traumatici, esistono invece associazioni di matrice religiosa nate negli Stati Uniti intitolate “gruppi di ex-gay”, che hanno lo scopo di dimostrare che sia possibile “guarire” l’omosessualità essenzialmente attraverso la preghiera e la forza di volontà. Gli “ex-gay” sostengono di esser stati omosessuali per un periodo della loro vita e di esser poi completamente guariti grazie alla vicinanza e al supporto di persone “alla pari”, sul modello degli alcolisti anonimi. Per loro l’omosessualità è infatti una devianza, una condizione di disagio mentale, così come la bisessualità e il transgenderismo, considerati condizioni patologiche che possono però essere curate e guarite, o quantomeno represse.
L’impossibilità di classificare scientificamente le teorie dei movimenti degli ex-gay è stata riaffermata dall’Organizzazione mondiale della sanità, che a partire dal 1974 ha riclassificato l’omosessualità da “disturbo” a “variante dell’orientamento”, proprio di fronte all’impossibilità di trovare nelle ricerche scientifiche elementi che supportassero il carattere di “patologia” delle varianti dell’orientamento sessuale.
Pertanto, citando il motto della Queer Nation, una delle tante associazioni attiviste della comunità LGBT, Out of the Closets and into the Streets“!

Francesca Moreschini

Paolo Pellegrin al MAXXI: Un’antologia

Dal 7 novembre al 10 marzo 2019 il MAXXI di Roma ospita, con l’esposizione “Paolo Pellegrin. Un’antologia”, oltre 150 immagini che ci guidano lungo il percorso creativo del fotografo romano. Paolo Pellegrin nasce a Roma nel 1964 e frequenta inizialmente la facoltà di Architettura all’Università “La Sapienza” di Roma, ma abbandona gli studi senza conseguire la laurea triennale per spostarsi all’Istituto Italiano di Fotografia. Continua a leggere