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David Ledoux: aspettando l’onda perfetta

C’è un fotografo parigino che sogna di diventare il nuovo Larry Clark. L’estetica delle sue fotografie, e i mondi che ritrae, sono la versione europea dei ragazzi selvatici che il regista di Tulsa ha lungamente raccontato nei suoi lavori. Continua a leggere

Occasione sprecata

Il pareggio fra Francia e Romania di lunedì sera ha decretato l’eliminazione dell’Italia dagli Europei Under 21, in favore proprio della formazione transalpina e di quella rumena.

La Romania, vera e propria sorpresa del torneo, passa così il girone da prima in classifica e affronterà la Germania nelle semifinali, mentre la Francia, grazie ad i suoi sette punti, si qualifica come migliore seconda e affronterà la Spagna.

L’Italia purtroppo si è vista eliminata dal torneo che aveva la fortuna di giocare in casa, essendo paese ospitante della competizione insieme a San Marino, nel peggiore dei modi.

Proprio la formula del torneo è stata presa di mira da molti, che hanno contestato il metodo a 12 squadre introdotto dagli Europei Under 21 in Polonia nel 2017.

Prima del 2017 le squadre che avevano accesso alla fase finale del torneo erano solo 8, divise in due gironi da quattro squadre che qualificavano alle semifinale le prime due squadre classificate. Una versione giudicata troppo ridotta per un torneo che rappresenta l’unica possibilità di qualificarsi alle Olimpiadi.

Cosi la fase a gironi è stata allargata a 12 partecipanti divisi stavolta in 3 gruppi dai quali si qualificano solamente le prime classificate più la migliore seconda. Alquanto curioso per una competizione di questo livello.

Una volta esposti i dovuti dubbi sul formato del torneo, occorre ricercare sul campo le cause di una eliminazione che ha come unica responsabile l’Italia stessa, per quanto potrebbe essere comodo dare la colpa al presunto biscotto di Francia e Romania,

Il livello di giocatori come Pellegrini, Barella, Zaniolo, Kean o Cutrone, già tutti impiegati in nazionale maggiore, ci aveva dato delle buone speranze e la prima partita del girone contro la Spagna, terminata 3-1 proprio per gli Azzurrini, le aveva confermate. Forse anche troppo. Tanto che nella partita successiva con la Polonia sono emersi tutti i limiti, specialmente caratteriali, dell’Italia del futuro. Il baricentro basso dei polacchi ha messo in crisi il gioco improntato da Di Biagio che, non trovando spazi in zona centrale, riusciva a rendersi pericoloso solo grazie alle scorribande sulle fasce di Chiesa e Orsolini, entrambi però molto imprecisi quando si trattava di concretizzare le azioni.

Si spera che questa beffa possa essere di insegnamento alla nuova leva del calcio italiano, che ha l’arduo compito di riportare l’amore per la Nazionale che è andato scemando da quel maledetto Italia-Svezia del 2017 che ci ha negato la presenza ai Mondiali di Russia.

Tornando agli Europei, adesso si entra nel vivo della competizione, con le due semifinali che si giocheranno entrambe il 27 Giugno, per le solite Germania e Spagna, finaliste nella passata edizione, che affronteranno rispettivamente Romania e Francia.

La sfida tra i campioni in carica tedeschi e la Romania è sicuramente il più interessante fra i due match in programma.

La Romania è riuscita ad imporsi in un girone composto da Francia, Inghilterra e Croazia, ovvero due nazioni finaliste all’ultimo mondiale, e una semifinalista opposte ad una che non era neanche qualificata. Un’impresa a dir poco storica diventata realtà grazie al 4-2-3-1 del C.T. Mirel Rădoi, che ha dato le chiavi della squadra a Ianis Hagi, figlio di Gheorghe ex giocatore di Barcellona e Real Madrid, che con la sua qualità sta guidando i suoi compagni verso un risultato che non avrebbe precedenti nella storia del calcio rumeno.

Enrico Izzo

L’acrobata di Chambéry 

Nonostante i suoi 192cm di altezza non ritrova la sua caratteristica migliore nel colpo di testa, ma nel gioco acrobatico. È stato titolare inamovibile della sua Nazionale nel Mondiale del 2018 senza segnare neppure un gol e in un’intervista a Le Monde si è dichiarato “ossessionato dalle statistiche” nonostante le sue non siano eccelse.

Fantasia e contraddizioni. Con queste due parole si potrebbe definire la carriera di Oliver Giroud, l’attaccante francese la cui ascesa è stata lenta ma inesorabile.

Nato a Chambéry da una famiglia cattolica è spinto verso il mondo del calcio dal fratello maggiore Romain, che sembrava lanciato ad una carriera ad alti livelli, poi disillusa.

La prima parte della sua carriera è tutta da ricercare nelle serie minori francesi fra Grenoble e Istres, prima di arrivare finalmente al Tours nel 2008, squadra all’epoca militante in Ligue 2, l’equivalente della nostra Serie B. A Tours resta per due stagione segnando 30 reti, 21 solo nella seconda stagione, nella quale si laurea anche capocannoniere della serie cadetta. Questo exploit attira le attenzioni di diversi club di Ligue 1, ma il più veloce ad accaparrarsi le prestazioni del centravanti è il Montpellier che già a Gennaio del 2010 ne acquista il cartellino lasciandolo in prestito fino alla fine della stagione.

Nella sua prima stagione ad alti livelli segna il primo gol con il suo nuovo club durante i preliminari di Europa League e conclude la stagione con 14 marcature, 12 delle quali in campionato. Ma è durante la stagione 2011/2012 che Giroud mette in mostra tutte le sue qualità segnando 21 reti e trascinando, in un incredibile testa a testa contro il PSG, il Montpellier alla sua prima storica vittoria nel campionato francese, rievocando le imprese leggendarie di squadre come il Blackburn Rovers o il Kaiserslautern e anticipando quella del Leicester City.

Entra cosi nel giro della nazionale e a fine stagione si guadagna la chiamata di una big di Premier: l’Arsenal.

Fa fatica inizialmente a reggere i ritmi forsennati del calcio inglese, anche a causa della sua scarsa rapidità, ma in breve tempo Wenger riesce a migliorare di molto il suo gioco spalle alla porta. Diventa così un “attaccante di sponda” capace di tenere il pallone e di far alzare il baricentro alla squadra per poi lanciare in profondità uno dei rapidissimi esterni dell’Arsenal dell’epoca (Sanchez e Walcott su tutti).

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“Il gol dello scoprione segnato durante un Arsenal – Crystal Palace e premiato con il Puskas Award come gol più bello dell’anno nel 2017″

In 5 stagioni e mezzo con i Gunners segna più di 100 gol, alcuni dei quali quasi surreali per il coefficiente di difficoltà, prima di essere ceduto ai rivali del Chelsea nel Gennaio del 2018. Con Conte però non riesce a incidere più di tanto e segna solo 2 reti.

Intanto diventa un punto fermo della sua Nazionale, della quale è il terzo miglior marcatore di sempre prima di leggende come Zidane e Trezeguet, e con la quale si laurea Campione del Mondo. 0 reti, 15 tiri complessivi di cui solo 1 in porta in 7 partite: statistiche al limite della decenza che gli hanno causato più di uno scherno da parte dei tifosi, ma che non sono sufficienti per capire il peso specifico di Giroud nella creatura del C.T. Duchamp, che lo ha schierato titolare in ogni gara della competizione.

Quest’ultima stagione, agli ordini di Sarri, non è stato impiegato molto in campionato, risultando spesso la riserva di Morata prima e di Higuain poi. Ma è in Europa League che il suo contributo è stato decisivo con ben 10 reti complessive prima della finalissima contro i suoi ex compagni dell’Arsenal.

Partita nella quale risulterà decisivo grazie ad una meravigliosa rete segnata al 48° minuto che, oltre ad aver aperto le marcature e ad aver indirizzato la partita in favore del Chelsea, ha permesso al centravanti francese di superare Luka Jovic nella classifica marcatori della competizione e di diventarne quindi il capocannoniere.

Enrico Izzo

 

La pena capitale secondo Victor Hugo

Immaginate di essere immersi nella Parigi ottocentesca, come normali cittadini che passeggiano per le sue vie.
fermatevi a guardare il tramonto sul lungosenna, una vetrina di una vecchia libreria e l’interno di un caffè. Camminate, tra il rumore degli zoccoli che trainano una carrozza sul pavé della capitale,
Finché non girate un angolo che porta in Place de Grève.
Vedete una folla fuori di sé attorno a un palchetto costituito da assi legno. Urla e invocazioni più varie si combinano e si dilatano. Un delirio generale è calato come un morbo o una droga dal cielo rosa. Il nucleo di questo spettacolo però non è ancora il palchetto dove si staglia inesorabile la ghigliottina. Dalla bocca di un vicolo che confluisce nella piazza compare la carrozza che poco fa fungeva da sottofondo ai vostri passi: si frena e la portiera chiusa cede all’imbarazzo di tutti quegli sguardi aprendosi, lasciando scendere il prigioniero.
La folla si esalta e strepita ancora di più, ma gli occhi del miserabile sono come spenti, non rappresentano più un’anima ma un morto.
Probabilmente non sente niente al di fuori di sé, vede quelle bocche che mutano in forme animalesche ma non fuoriesce alcun suono, i suoi sensi allenati al pensiero della morte si stanno già abituando all’idea.
Ora viene condotto da due gendarmi, mentre dalla folla viene lanciato qualche ortaggio, al palco di legno.
Viene fatto stendere dal boia, con la testa all’altezza di un paniere che dovrà accoglierla. Sopra, la lama triangolare pregusta l’attesa del colpo.
La folla grida, il boia esulta.
Ti avvicini a una persona qualsiasi e chiedi ogni quanto succede una cosa del genere.
Ti viene risposto tre e se va bene anche quattro volte a settimana.

L’ultimo giorno di un condannato a morte, scritto da Victor Hugo nel 1829, descrive tutti i momenti che vive appunto il condannato, dal pronunciamento della sua pena all’ora che precede la sua esecuzione.
In questo breve scritto ambientato a Parigi, che sarà fondamentale anche linguisticamente per i capolavori che verranno dello scrittore parigino, si entra in prima persona nella mente di un borghese (presumibilmente) a cui restano sei settimane di vita da scontare in carcere.
Non sappiamo né chi sia né la sua colpa, in un certo senso Hugo vuole rendere universale il tema a cui si sta riferendo, che non è la storia di un uomo condannato a morte, ma in cosa consiste la condanna a morte. Tutti potremmo essere questo miserabile, che senza nemmeno accorgersene viene allontanato dai vivi verso una dimensione di morte. Qualsiasi segno di bellezza illusoria proveniente del tempo meteorologico o dai ricordi si infrange con l’angoscia disumana provata dal protagonista, il quale è anche vittima di allucinazioni e inevitabili deliri. Una delle fonti di maggior tristezza scaturisce dall’idea di dover lasciare madre, moglie e figlia in un mondo malato e cattivo senza un uomo che possa proteggerle, in questo senso è straziante la scena in cui, dopo un anno, gli è concesso di vedere la sua tenera prole che però non la riconosce.
Se come scriveva Ungaretti “la morte si sconta vivendo”, quella di un condannato è un’agonia non necessaria, in cui viene erroneamente fatto passare nell’immaginario comune che morire sia un battito di ciglia.
Hugo empatizza con chi è più difficile farlo, i reietti e i criminali, entrando nella loro psiche isolata dalle limitazioni del carcere, dando una voce che penetri nella coscienza di chi non vuole sentirsi dire le reali condizioni a cui è sottoposto qualsiasi condannato.
Lo scrittore si scaglia contro una società irrazionale che permette di macchiarsi del reato di omicidio e di eseguirlo come uno spettacolo.
La fede in Dio crolla nel momento in cui si assiste alla monotonia dei discorsi del prete, che preso più dal suo dovere che dalla sua vocazione pronuncia parole vuote e generiche, fatte di sola retorica e di nessuna vicinanza umana.
L’ultima speranza rimane la Grazia, (altra illusione) che può essere concessa soltanto dal Re, massima contrapposizione degli opposti alla condizione in cui giace il miserabile.

Victor Hugo mostra tutto lo sporco, il macabro e il disumano che si cela dietro la pratica della condanna a morte, prendendo probabilmente spunto dal saggio “Dei delitti e delle pene” (1764) di Cesare Beccaria, collaboratore de “il Caffè” dei fratelli Verri.
È il testo più importante dell’illuminismo italiano, in cui vengono per la prima volta apertamente attaccate sia la tortura che la condanna a morte.
Con Hugo, anche la Francia trova la sua autorevole voce contro la pena capitale, purtroppo poco incidente dato che i nostri cugini d’oltralpe si sono liberati di quest’uso solo nel 1981, ufficiandone l’incostituzionalità nel 2007.

Manuel Torre 

I giochi pericolosi piacciono a tutti: Italia e Francia?

L’ultima volta che la Francia ha richiamato il proprio ambasciatore è datata 1940, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, quando il Regno d’Italia entrò in guerra contro la Francia, consegnando la dichiarazione all’allora ambasciatore André François-Poncet. Continua a leggere