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25 Novembre 2020: punto di rottura

“Ora… mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si dànno da fare per spogliarmi: una scarpa sola, una gamba sola. Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, sento che si struscia contro la mia schiena. Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare. Devo stare calma, calma. “Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle parole delle canzoni alla radio; il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. Altra sigaretta. “Muoviti puttana fammi godere”.

Sono le parole di Franca Rame tratte dal monologo “Lo stupro” del 1975. Cos’è uno stupro? Avete il coraggio di immaginarlo? L’empatia per capirlo? La forza per affrontare queste parole guardandole dritte negli occhi? 

È molto difficile che la coscienza comune si sia soffermata davvero a riflettere sul senso più crudo di violenza contro le donne. 

Siamo una generazione destabilizzata dalla normalizzazione della violenza a tal punto da non capire più quando i limiti vengano superati, a tal punto da credere di più che la vittima abbia esagerato o che se la sia andata a cercare “Come eri vestita?” “Ah ma eri anche ubriaca?” “Vabbè però che ti aspettavi?” sicuramente sono frasi che avrete già letto o sentito, magari le avrete anche dette. È il cosiddetto victim blaming, ritenere responsabile la vittima dell’illecito subito. Anziché tutelarla questa viene messa in dubbio, le si addossano mille colpe e il suo stato psico-fisico dopo il trauma passa in secondo piano o non viene nemmeno preso in considerazione. Oltre al peso della violenza, quindi, dovrà anche lottare contro l’ambiente che la circonda e contro se stessa per dimostrare che non è stata colpa sua, che non se l’è andata a cercare, che ne è la vittima, questo è il mondo oggi.

L’esempio mediatico più recente risale a poche ore fa con l’editoriale di Vittorio Feltri, in prima pagina su Libero, relativo al caso Genovese intitolato “Ingenua la ragazza stuprata da Genovese”, colpevolizzando la vittima di non essere stata abbastanza responsabile. Tra le agghiaccianti considerazioni di Feltri forse la peggiore è la seguente: “personalmente ho constatato che si fa fatica a farsi una che te la dà volentieri, figuratevi una che non ci sta”. Fermi, rileggete. Non c’è neanche la minima distinzione tra violenza, stupro e un normale rapporto sessuale consenziente. Non esiste. Per la cultura dello stupro il consenso è nullo, mentre per la donna, e così dovrebbe essere per tutti, il consenso è sacro. 

Siamo davvero disposti ad accettare questa realtà? È una realtà in cui si finisce per avere paura di esprimere la propria sessualità visto l’alto rischio di essere ridotti ad oggetti del piacere, e un oggetto, si sa, non può esprimere consenso, un oggetto è destinato ad essere usato. Quella che stiamo vivendo è un’emergenza sociale e strutturale che non siamo abbastanza pronti a riconoscere. Da cosa si capisce? L’impatto nocivo sta proprio nel parlarne come se si trattasse di una tematica lontana dalla nostra quotidianità quando in realtà è nelle nostre case, nei mezzi pubblici, al lavoro, in università, …

È nelle nostre chat, nelle foto e nei video intimi diffusi senza consenso e quindi in maniera illecita; quei video che rimarranno per sempre su internet, che ti faranno perdere il posto di lavoro, divertono molto chi se li scambia ma tolgono la vita a chi subisce, suo malgrado. 

La violenza di genere ha ucciso, continua a farlo, e quando non uccide viola la persona fino privarla di ciò che prima era imprescindibilmente suo, il corpo, il piacere, il sorriso, la tranquillità, la libertà. Perdere anche solo una di queste cose è innegabilmente un trauma e, innegabilmente, ti cambia la vita. Questi traumi non si possono superare, non si può voltare pagina, perché non si tratta di casi isolati, il problema è sistemico e può ripetersi, in diverse forme certo, ma più volte nel corso della vita di una donna o di una persona che non rispecchi i canoni del privilegio (uomo, cis, etero, bianco, in salute). È davvero una vergogna che ancora si debba manifestare contro tutto questo e che non esista una effettiva consapevolezza collettiva. 

Certo, non tutti gli uomini sono violenti, lo sappiamo, ma questo non toglie loro la possibilità di prendere consapevolezza del fatto di essere parte integrante di un impianto discriminatorio e tossico. L’impegno collettivo è fondamentale e, quando anche il privilegiato diventerà alleato della causa, la lotta sarà rivoluzione.

In occasione del 25 novembre ho intervistato le specialiste della Cooperativa Be Free, Centro Antiviolenza “SOS Donna” di Roma.

  1.  si riconosce una relazione violenta? Quali sono i comportamenti che possono essere associati a dei “campanelli di allarme”? Devono essere per forza gesti plateali?

Quando parliamo di relazioni violente siamo di fronte a una complessità poiché dobbiamo prendere in considerazione i vissuti e le dinamiche entro cui poi si innestano gli agiti violenti. Spesso si tratta di relazioni non paritarie, dove il maltrattante abusa del proprio potere e la donna in relazione con lui lo subisce. Lo svolgersi della relazione per queste motivazioni non può che essere di natura non lineare e sarà costituita da momenti in cui la violenza sarà agita in modo palese che si succederanno ad altri momenti di tentativi di riconciliazione o pentimento, che però non intaccano la struttura di potere e che perciò non definiscono la fine della relazione abusante bensì un sorta di avvitamento sempre più stringente e pericoloso. C’è una sorta di schema di riferimento che non è più quello della spirale, sicuramente importante ma troppo deterministica, ma è la figura dell’iceberg che evidenzia bene le radici sociali e culturali della violenza (la zona invisibile), i segnali primari che sono l’umiliazione, la svalorizzazione, il disprezzo, il far sentire in colpa, eccetera ed infine nella parte finale la violenza fisica che comprende la violenza sessuale, la violenza psicologica (aggressioni verbali) fino al maltrattamento. In questo schema la punta dell’iceberg è il femminicidio.

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  1. Come ci si distacca da una relazione violenta (tossica e di possesso) quando si è da soli (o isolati volontariamente dal partner)? 

È molto difficile stando da sole che si riesca a capire che ci può essere un’alternativa di vita rispetto a quella che si sta vivendo all’interno di una relazione violenta, poiché ogni tipo di abuso di potere viene accompagnato da una manipolazione. Questa consiste nel convincere la donna che subisce l’abuso di essere incapace di fare qualunque cosa e inadeguata al proprio ruolo di moglie e di madre, di dover necessariamente affidarsi al maltrattante abdicando ai propri pensieri e alle proprie volontà, di dover infine rinunciare a tutto ciò che costituiva la propria vita adeguandosi completamente a quello che il maltrattante vuole. Il tentativo è quello di far cessare questa persecuzione senza senso assecondando l’abusante, soprattutto quando sono presenti i figli. Il tentativo è quello di proteggerli dal carattere violento del padre assecondando qualunque richiesta. Spesso poi, riguardo ai minori, la minaccia più potente che inchioda una donna nella relazione è quella di farle togliere i figli. Una minaccia praticamente sempre pronunciata dal partner e che accompagna le critiche alla donna di non essere una buona madre. Di fronte a questo quadro nessuna si salva da sola ma solo le reti di donne e i luoghi presenti sul territorio con personale professionalizzato possono costruire insieme con le donne che subiscono relazioni violente un percorso di fuoriuscita.

  1. Ma le violenze non avvengono solo dentro le relazioni. Come si può arrivare a chiedere aiuto quando la violenza avviene fuori da una relazione e, per dolore o per vergogna, si tende a volerlo nascondere così tanto da negarlo anche a se stesse e portandoselo dietro per anni?

Dolore e vergogna sono emozioni che accompagnano sempre la violenza ed è importante ricordare che per essere prese in carico da un Centro Antiviolenza (CAV) non è necessario aderire allo stereotipo della donna che subisce violenza intrafamigliare. Non bisogna infatti essere state picchiate per forza oppure essere in una relazione e fare riferimento ad un partner presente, ma si può chiedere aiuto e fare un percorso efficace anche se si hanno dei dubbi su un vissuto presente o passato.

  1. Come si dovrebbero comportare gli amici o i parenti della vittima nel caso di violenza? 

Amici e parenti possono essere un nodo importante della rete che sostiene una donna che sta all’interno di una relazione violenta, ad esempio dimostrandole affetto e vicinanza. Una cosa però fondamentale da tenere presente è che la fuoriuscita da una relazione violenta può concretizzarsi solo attraverso un processo di consapevolezza e attraverso una scelta autonoma. Per questo motivo anche le persone vicine nel sostenere la donna dovrebbero astenersi dal giudicarne le scelte e sostituirsi a lei nelle stesse. Spesso è sufficiente dare le informazioni corrette, ad esempio la chiamata alle Forze dell’Ordine in caso di pericolo, il recarsi al pronto soccorso in caso di violenza fisica subita e, per tutti gli altri casi, i riferimenti di un centro antiviolenza.

  1. Qual è la differenza tra un percorso presso un centro antiviolenza e un percorso di psicoterapia?

Il percorso in un centro antiviolenza si basa sulla relazione tra donne, ovvero sul presupposto che il vissuto similare all’interno dello stesso genere faciliti la creazione di una relazione basata sulla fiducia. Questa relazione si concretizza in colloqui individuali con lo scopo di creare degli strumenti di gestione delle conseguenze della violenza attualmente presenti all’interno della vita della donna che possono essere tutele psicologiche, relazionali e legali. Il colloquio avviene con una operatrice specifica ma la donna è presa in carico da un’equipe multidisciplinare che si confronta costantemente rispetto al percorso delle donne. La differenza principale con la psicoterapia è che questa si occupa di tutte le dinamiche del profondo che necessitano una rielaborazione al fine di promuovere una trasformazione e uno sviluppo entro la propria esistenza. Spesso i due percorsi possono affiancarsi.

  1. Dall’inizio della pandemia il numero di chiamate al centro antiviolenza ha subito un aumento? Come riuscite ad aiutare le donne con l’ostacolo dell’isolamento forzato?

Soprattutto nei mesi di lockdown nei centri si è registrato un incremento delle domande di aiuto da parte di donne, che si sono trovate costrette a casa all’interno, spesso, di relazioni già tossiche e/o violente. Uno dei mesi con il più alto numero di accessi ai nostri servizi è stato maggio 2020, con un aumento rispetto a gennaio dello stesso anno del 50%; la stessa tendenza si è poi registrata nuovamente a ottobre e novembre e cioè in contemporanea all’introduzione di nuove misure restrittive dovute al nuovo aumento di contagi. Nei mesi di lockdown “totale”, cioè da marzo a fine maggio, le operatrici del centro hanno garantito comunque l’attività dello sportello anche attraverso l’utilizzo di colloqui telefonici e comunque sempre nel rispetto delle misure di sicurezza.

  1. Sarebbero opportuni percorsi di sensibilizzazione antiviolenza, in modo da permettere di riconoscere e denunciare la violenza, ma anche e soprattutto di prevenire?

Crediamo che per contrastare efficacemente i fenomeni sociali della violenza, della tratta e della discriminazione di genere, debbano essere attivati una serie di interventi diversificati, ma tutti coerenti con un’ottica di base, improntata al valore dei diritti umani di genere, e volta al perseguimento dell’empowerment, tanto per il target di riferimento quanto per le operatrici stesse.
L’assunzione di un’ottica di genere è inoltre volta alla diffusione del concetto di mainstreaming, con l’obiettivo di favorire modificazioni positive nella percezione socialmente diffusa sulle donne, gli altri, le diversità, e di veicolare una cultura della relazione e del rispetto. Per questo la nostra Cooperativa crede che vadano messe in atto delle azioni volte a contrastare il fenomeno della tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale/lavorativo, delle violenze contro le donne e i minori, delle discriminazioni; offrire un’accoglienza specializzata e altamente qualificata; contribuire alla diffusione di una cultura del rispetto e del riconoscimento attraverso eventi, pubblicazioni, formazione agli operatori sociosanitari e delle Forze dell’Ordine, interventi di prevenzione dei comportamenti aggressivi nelle scuole, pubblicazioni

  1. E, infine, quale dovrebbe essere il significato del 25 novembre? Perché oggi si parla molto di violenza sulle donne o femminicidi? Rispetto a 20 o 40 anni fa la situazione è peggiorata o abbiamo più contezza del fenomeno perché ora finalmente lo stiamo affrontando?

Per chi, come Befree, ogni giorno supporta le donne nel percorso di fuoriuscita e di autodeterminazione, gestendo i centri dedicati, il 25 novembre non ha nulla di celebrativo. Questa data, istituita nel 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, assume una profondità specifica: diventa l’occasione per rimettere sotto i riflettori un fenomeno strutturale, che non ha nulla di emergenziale, ma al contrario si manifesta ogni giorno, senza distinzioni di classe e di geografia ed è profondamente radicato in una cultura maschilista. Nel 2013, in Italia 117 donne sono state uccise da uomini. Uno studio condotto dalla Fundamental Rights Agency dell’Unione europea rileva che il 34% delle donne a partire dai quindici anni di età sono state vittime di violenza fisica e/o sessuale da parte di uomini. Una ricerca condotta dall’associazione INTERVITA e basata principalmente sui dati esistenti (2006) ha calcolato che il costo sociale della violenza contro le donne è di 17 miliardi di Euro. In Italia non vi è sistema uniforme e affidabile per la raccolta di dati qualitativi e quantitativi sulla violenza di genere, né esiste al momento un piano nazionale d’azione per contrastarla. La violenza maschile sulle donne rimane dunque uno degli ostacoli principali al godimento dei diritti umani delle donne e all’uguaglianza.

Zoe Votta