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L’ora più buia è sempre quella prima della fine della quarantena

“L’ora più buia è sempre quella prima dell’alba” è una frase tra le più potenti tra quelle che potete leggere in un libro di aforismi. Porta con sé un messaggio di speranza nelle avversità, ricordando che l’alba sta per arrivare, ma al contempo riesce a mettere in guardia dai facili entusiasmi, perché se anche il sole sta per sorgere è ancora piena notte. Rintracciare un autore non è semplice: la riportano in diverse maniere Dan Brown ne “Il simbolo perduto”, Batman ne “Il cavaliere oscuro” e Paulo Coelho da qualche parte non meglio identificata. Non dispiacerà a nessuno dunque se me ne approprio anche io, adattandola a questa particolare fase: “L’ora più buia è sempre quella prima della fine della quarantena”.

È infatti iniziata dal quattro maggio la famosa “fase 2” dell’emergenza coronavirus, portando con sé parecchie nuove libertà e molta speranza. Dal diciotto maggio queste libertà saranno ulteriormente ampliate, e già si prospettano caroselli a un metro di distanza, trenini guantati e lanci di mascherine come nelle cerimonie del diploma statunitensi. Insomma, l’alba sembra effettivamente alle porte. Perché però questa è l’ora più buia?

Tra le principali novità introdotte dalla fase 2 ce ne sono due non previste, due autentici paradigmi di queste settimane: la disuguaglianza e l’incertezza. Soprattutto per i giovani.

La fase 1, quella del lockdown duro e puro, aveva sostanzialmente schiacciato tutti in una condizione di prigionia dorata. Citando Le sei e ventisei di Cremonini, la fase uno ci costringeva a “sentirsi liberi, prigionieri e simili”, perché sebbene più o meno dotati di più svaghi di quanti una persona alle prese con l’ultima grande epidemia prima di questa potesse immaginare, eravamo privati del contatto con i nostri simili, elemento imprescindibile per un animale sociale come l’essere umano. E tutti ci dicevamo che dal 4 maggio “torneremo liberi” (sempre Le sei e ventisei), “ma liberi da che?” (ancora la stessa canzone, sembra che nel 2008 Cremonini avesse già previsto tutto). Nell’episodio 3×04 della serie “Bojack Horseman”, uno dei più belli e particolari nonché forse simbolo di tutta la serie, il protagonista pronuncia una frase sconvolgente: “In questo mondo terrificante, ci restano solo i legami che creiamo.”

Nella vita di tutti noi questi legami sono la struttura su cui poggiano tutte le altre sovrastrutture: il lavoro, gli hobby, i soldi, lo studio, etc. Questi legami sono coloro con cui si condividono le emozioni, le esperienze, gli attimi, le aspettative, le gioie e i dolori. Risulta evidente dall’esperienza di ognuno di noi che questi legami non siano sempre riconducibili ai coniugi, i partner conviventi, i partner delle unioni civili, le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo, nonché i parenti fino al sesto grado (come, per esempio, i figli dei cugini tra loro) e gli affini fino al quarto grado (come, per esempio, i cugini del coniuge).
Si dice spesso che gli amici siano “la famiglia che ti scegli”, ebbene, questa famiglia è allora mutilata.

Se si decide tuttavia di ritenere accettabile quanto previsto dal decreto, insorge la disuguaglianza.
La fase 1 aveva portato nelle nostre vite una situazione che, in base ai diversi gradi di lirismo, si può identificare come un mal comune mezzo gaudio o come una catarsi collettiva. Il primo lo associo a ritrovarsi chiusi in un ascensore bloccato, il secondo a un popolo invaso durante una guerra. Trovandosi questa situazione più o meno a metà strada, io le reputo buone entrambe. Nella fase 2 tutto questo non c’è più. La condizione di prostrazione psicologica comune a tutti fino al tre maggio ora è particolarmente acuita in chi non ha parenti da andare a trovare, o che è entrato in quarantena senza avere precedentemente un partner. La sfera sessuale è quella meno considerata in quest’emergenza, come se davvero nel 2020 si sia ancora dell’idea che vivere la propria sessualità non sia una parte determinante della nostra salute psicologica. Non entro nel dettaglio perché servierebbe un lungo articolo solo per parlare di questo, ma noto come ci sia poco da stupirsi considerando che è ancora largamente diffusa la concezione della salute psicologica come meno prioritaria rispetto alla salute fisica.

Chi ha il proprio partner in un’altra regione, o addirittura all’estero, non ha ancora avuto modo di vederlo, e chissà quando potrà farlo. Per chi non lo ha proprio, la situazione è ancor più complicata: escluso l’esiguo numero di relazioni che nascono e si strutturano in chat, quando si potrà tornare ad approcciare nuovamente? E quand’anche avverrà, è lecito aspettarsi che nella concezione di sacrosanto distanziamento con la quale dovremo continuare a convivere fino alla distribuzione di un vaccino efficace sarà ancor pià difficile poter capire la situazione che si sta vivendo e interpretarne i segnali.

Tutto il discorso degli ultimi quattro paragrafi è basato tuttavia su una premessa: la volontà di tornare alla vita precedente. Ma siamo sicuri che essa vi sia? Ciò con cui non si fa i conti è l’incertezza.
Non sono infatti pochi i casi, specialmente tra i più giovani, in cui non vi è la volontà di tornare ai ritmi pre-lockdown. Per alcuni vi è una riscoperta di ritmi più lenti, che spesso venivano considerati figli di un vizio capitale, quella biblica accidia che oggi più spesso chiamiamo pigrizia. “Davvero però velocità è sinonimo di efficienza?” chiedeva Danilo Iannelli in un articolo del lontano 2017. “Non accade spesso che, a causa di un’eccessiva corsa alla velocità, si finisca per compiere gesti di fondamentale importanza meccanicamente, né più né meno che come automi, trascurando appunto operazioni che di meccanico – volendo essere davvero efficienti – hanno di ben poco e che, anzi, abbisognano di una certa riflessività? Ben inteso, sto parlando di una velocità non nel senso fisico del termine, quanto piuttosto nel senso più comune e quotidiano: portare a termine quante più operazioni possiamo nel minor tempo possibile – rapidità, allora, se più vi piace.”
Oggi possiamo rispondere.

Questa situazione viene definita come “sindrome del prigioniero” o “sindrome della capanna”. Non è un vero e proprio disturbo mentale, quanto piuttosto una condizione particolare causata da un periodo prolungato di clausura, che in questo caso è dovuto al coronavirus, ma che può anche essere una lunga degenza. Si crea una piccola bolla domestica, nella quale non solo si scoprono nuovi ritmi, ma ci si sente anche protetti dai pericoli che sono all’esterno.

Se anche però non si fosse trovata una nuova routine migliore della precedente, meno vincolata dall’ossessione della produttività, e si ipotizzasse un ritorno al febbrile febbraio, la domanda che sorge è: ne vale la pena? Ci si è faticosamente abituati alla quarantena e ora non sarà facile riprendersi i propri spazi, riusciremmo poi a tornare di nuovo alla clausura se i contagi dovessero aumentare nuovamente? Quanto sono elastici i nostri paradigmi?

Non si può non trovare pesante non sapere se da fine mese ci saranno nuove concessioni o se torneranno vecchie ristrettezze, non sapere come si potrà svolgere il proprio lavoro o seguire le proprie lezioni nei mesi a venire, non sapere se e come si potrà avere una manciata di giorni per rilassare i nervi in un’ipotetica vacanza, non sapere nulla di ciò che ci aspetterà. Si prospetta un lungo viaggio verso l’ignoto, un’odissea nello strazio.

Come sarà a tutti parso evidente fin dalle prime righe, questo articolo non cercava di dare risposte. La speranza è quella di mettere per iscritto domande che circolano confusamente nelle teste di tutti noi da settimane, domande che forse non sono state poste da chi si è totalmente dimenticato di preoccuparsi dei giovani.

Paolo Palladino

SITOGRAFIA:

Voto per l’Europa

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Le elezioni europee non eccitano molte persone. L’ultima volta, nel 2014, solo il 42% di coloro che avevano diritto al voto sono andati alle urne per l’UE e tra i minori di 24 anni è stato un abissale 28%. Ma le elezioni di quest’anno potrebbero essere troppo importanti per tirarsene fuori. Mentre l’agenda delle news europee è stata offuscata dalla Brexit per mesi (e potrebbe continuare ad esserlo, poiché il Regno Unito si prepara a partecipare alle elezioni a cui non ha mai voluto partecipare), il progetto europeo ha affrontato un gran numero di sfide dall’esterno – occupandosi di immigrazione, riscaldamento globale, un collasso dell’ordine mondiale – e un’esistenziale minaccia dall’interno: l’incremento di coloro che vogliono fare a pezzi più di sessant’anni di integrazione europea e ballare sulle sue rovine. Se ci fosse mai un tempo in cui il voto di ognuno conta, è ora.

I nemici dell’Europa sono uniti

Da un certo numero di anni, la crescita del populismo di destra si è potuta osservare lungo tutta l’Europa – il Raggruppamento Nazionale in Francia (precedentemente il Front), l’AfD tedesco, la Lega italiana. I loro livelli di supporto sono cambiati, come il loro radicalismo, ma hanno ampiamente perseguito la stessa agenda: anti-immigrazione, anti-UE, nazionalista, frequentemente islamofoba e socialmente conservatrice. Ma mentre uno potrebbe quasi rassegnarsi al fatto che tali ottusi chiacchieroni sono ora parte del panorama politico europeo, le più recenti evoluzioni sono state più allarmanti. In numerosi paesi europei l’estrema destra sta ora governando (da sola o in coalizione). In Italia e in Austria le coalizioni che includono partiti di destra hanno mostrato che intendono proprio ciò che dicono – nel caso dell’Italia è semplificato da drammi quasi settimanali che coinvolgono navi di soccorso per rifugiati a cui viene cancellato il permesso di attraccare e rimangono bloccate in mezzo al mare per giorni, veri esseri umani usati come pedine o merce di scambio. In Ungheria e in Polonia i governi di destra sono occupati a smantellare le fragili istituzioni della democrazia e della società civile che si sono sviluppati a partire dalla fine del comunismo tre decenni fa. A partire da quest’anno, la Spagna, precedentemente pensata immune al fascino della destra dopo decenni di dittatura di Franco, ancora una volta ha la destra nella politica nazionale: il partito Vox. E la cosa forse più preoccupante di tutte: i nemici dell’Europa sono tutti sul punto di cooperare attraverso i confini.

Godendo pienamente dei diritti di libera circolazione che l’UE offre loro, l’austriaco Heinz-Christian Strache vola a Budapest per incontrare il suo amico Viktor Orban, Joerg Meuthen dell’AfD visita il suo compare Matteo Salvini a Milano, e Marine Le Pen ha trovato il tempo di vedere Santiago Abascal, ora leader dei 24 parlamentari di Vox nel Congresso dei Deputati di Spagna, quando era a Perpignan nel 2017. Con i nemici dell’unità europea così coordinati e integrati, coloro che pensano il futuro non possa essere un ritorno alla chiusura mentale e al nazionalismo devono essere altrettanto forti insieme.

E ce ne sono di cose per cui valga la pena combattere. La seconda guerra mondiale è finita 74 anni fa, ma la pace non è ancora scontata: anzi, si dice spesso che l’Europa è libera dalla guerra dal 1945, ma non è vero: negli anni ’90, i problemi nell’Irlanda del Nord costarono circa 3000 vite. Il bilancio delle vittime della sanguinoso crollo della Jugoslavia negli anni ’90 è di oltre centomila, spinto dalle stesse forze del nazionalismo e dell’odio che il progetto europeo cerca di superare. E negli ultimi cinque anni, l’Ucraina ha pagato un prezzo elevato per l’aggressione della vicina Russia.

Niente di tutto questo significa che il progetto europeo sia fallito – si trattava di conflitti ai margini dell’Europa, dove la portata del progetto europeo in via di sviluppo era limitata, mentre le nazioni dell’Europa centrale che hanno combattuto le raccapriccianti guerre della prima metà del 20° secolo e prima – Francia e Germania, per esempio – sono state unite nell’amicizia e nella cooperazione dopo il 1945. Ciò che mostra, invece, è che la pace è fragile e non garantita. Lo stesso vale per il crescente numero di benefici che i cittadini europei hanno accumulato nel corso dei decenni: i diritti di viaggiare, vivere, lavorare, studiare e stabilirsi in un intero continente. La libertà di notare a malapena quando si attraversa un confine – quando un confine in passato potrebbe aver assistito a giovani uomini uccidersi a vicenda in trincee un secolo fa, o forse uno che trent’anni fa era chiuso con muri, recinti e guardie armate. Rispetto al resto del mondo – anzi, ai vicini europei che non sono ancora membri dell’Unione – questo è un privilegio che i cittadini dell’UE ora acquisiscono per diritto di nascita. Il rischio è diventare compiacenti di ciò che abbiamo.

Niente di tutto questo significa, naturalmente, che tutto ciò che riguarda lo stato attuale dell’Unione sia perfetto. Il basso entusiasmo per la partecipazione alla politica europea può essere attribuito al fatto che Bruxelles è una grande guastafeste: il burocratismo e le regole del mercato unico non sono né ciò che accende le passioni della gente, né l’Europa alla base. C’è molto spazio per delle critiche graduali dell’attuale modello di integrazione europea. Se il progetto di un’unione sempre più forte deve essere continuato, a un certo punto inevitabilmente significherà che gli Stati membri più ricchi si impegneranno a sostenere i meno fortunati in modo serio – la solidarietà non può finire ai propri confini nazionali. Allo stesso modo, un’Unione non può promuovere il suo impegno per i diritti umani e fregiarsi del proprio Premio Nobel per la pace del 2012 mentre le persone annegano nel Mediterraneo – o mentre sta incanalando denaro in Libia, dove migliaia di migranti sono tenuti nei campi di detenzione sotto le più terribili condizioni, soggette a brutali abusi e sfruttamento, completamente prive di diritti e ora coinvolte nel recente conflitto (uno scandalo così deprimente dovrebbe essere all’ordine del giorno di tutti coloro che professano di aderire ai valori più amati dell’Europa). Le cose devono cambiare. Ma non resterà nulla da riformare se lasceremo che i nemici dell’Europa distruggano questo progetto unico. L’Europa ci ha dato la pace, ci ha dato libertà e diritti e un forum per la cooperazione, l’unico modo per affrontare le sfide su vasta scala del futuro, come i cambiamenti climatici. In un mondo instabile, con un partner transatlantico su cui non possiamo più fare affidamento, una Russia sempre più aggressiva e conflitti irrisolti in Medio Oriente, l’Europa è la nostra migliore scommessa. Difendiamola e poi miglioriamola. Per fare il primo passo in questa direzione, votiamo in queste elezioni. Il cento per cento della nostra generazione vivrà in questo futuro, quindi forse più del ventotto dovrebbe uscire e plasmarlo.

David Zuther
Traduzione di Martina Moscogiuri e Claudio Antonio De Angelis

Giovani movimenti e vecchie maniere

Il cambiamento climatico, la crisi del moderno capitalismo, la crescita dell’estremismo violento e di un diffuso sessismo sono alcune delle questioni che permeano la società contemporanea, a tal punto da spingere le persone – soprattutto giovani – a scendere in piazza e manifestare. Negli ultimi anni abbiamo visto fiorire migliaia di nuovi movimenti in tutto il pianeta, che hanno iniziato a mettere pressione sui governi per portare determinati temi al centro del dibattito politico.

2 giugno 2015, a Buenos Aires e in altre 120 città argentine un grande numero di persone ha manifestato contro la condizione lavorativa e sociale della donna in Sud America. Tutto è partito dall’episodio di Susana Chavez – una poetessa messicana vittima di femminicidio – e dalle dure politiche del presidente Macri, penalizzanti proprio per le donne. La protesta è poi dilagata velocemente in tutta l’America Latina, in Messico, Perù, Cile, Uruguay e in tutto il mondo. Il fenomeno di Ni una Menos è trasversale, ma coinvolge soprattutto giovani determinati a far sentire ovunque le proprie voci.

Agosto 2018, una ragazzina di sedici anni decide di scioperare ogni venerdì non andando a scuola fino alle elezioni in Svezia, mossa dalla preoccupazione per il cambiamento climatico. La sua protesta ha assunto dimensioni globali, coinvolgendo centinaia di paesi e migliaia di città, dando vita al movimento dei Fridays for future culminato nel primo sciopero globale per il clima del 15 marzo, a cui seguirà il secondo il 24 maggio.

Entrambi questi fenomeni si sono sviluppati in maniera sorprendentemente partecipata anche in Italia, un paese che ha visto la sua popolazione più giovane molto attiva negli ultimi anni. La situazione italiana è interessante in due direzioni: una rinnovata necessità di manifestare per influenzare l’agenda politica e le risposte nervose a questi movimenti da parte di politici di segno opposto. L’esempio principale è il comportamento di Matteo Salvini nei confronti dei suoi giovani oppositori. A marzo, il Ministro degli Interni ha pubblicato sui suoi profili social una foto di Viola Pacilli, una ragazza di 22 anni che ha partecipato a una manifestazione con un cartello anti-Salvini. Pubblicare la sua faccia senza un minimo di argomentazione logica (oltre a trovarsi ai limiti della legalità) ha significato esporla alla gogna pubblica da parte dei supporter di Salvini. Un atteggiamento non diverso è stato adottato in altre situazioni, su tutte quello del giovane Ramy, il 13enne che ha chiamato il 112 durante il dirottamento del bus a San Donato Milanese. Salvini, 46 anni, si appella così a un piccolo eroe di 13: “vuole lo ius soli? Potrà farlo quando sarà stato eletto in Parlamento”.

Sfortunatamente questi non sono casi isolati, al contrario, sono una pratica frequente. In Ungheria, per esempio, Blanka Nagy, una studentessa del liceo, è stata subissata di duri insulti da parte di fonti governative, soprattutto la stampa fedele al presidente Orbán. Potremmo elencare centinaia di altri esempi e questo è già un chiaro sintomo del problema.

Questa è una strategia comune agli esponenti di estrema destra e consiste nel trovare un “nemico” contro il quale i proprio sostenitori possono scagliare rabbia e frustrazione. È un concetto politico classico, la dicotomia amico/nemico – che considera le azioni e i motivi politici mossi dalla distinzione in amici e nemici – teorizzata da Carl Schmitt (coincidenza: un importante accademico anche e soprattutto durante il periodo nazista). In ogni caso, con i social network e internet queste tecniche sono diventate molto più invasive e “pubbliche”, con un nuovo potenziale distruttivo: prendete l’Affaire Dreyfus, uno scandalo politico nella Francia del 19esimo secolo, che simboleggia un preludio all’antisemitismo e razzismo che ha condotto alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Ora, provate a immaginarlo oggi, ci sono somiglianze? Migranti visti come una terrificante minaccia, attacchi terroristici trasformati in islamofobia, il cambiamento climatico ridotto a uno scherzo, i poveri quasi non considerati umani, tranne quando possono essere trasformati in voti. Historia magistra vitae diceva Cicerone, risultando più profetico che mai.

Tuttavia, quella che è spesso descritta come una generazione senza valori, politicamente apatica e meno valida delle precedenti, rappresenta invece la reale voce che grida a un cambiamento radicale dell’attuale sistema socioeconomico e politico. Greta Thunberg è soltanto l’ultimo esempio di quanto i “deboli” possono fare, perché le persone che perseguono strategie politiche come quelle sopracitate sono gli stessi che chiamerebbero (e chiamano) Greta una “debole”, non in grado di produrre alcun cambiamento sostanziale. Invece lei – come molti altri – incarna una risposta forte a questo crescente clima d’odio.

Claudio Antonio De Angelis


Sitografia:

Giovani, carini e italiani

Lo scorso 12 febbraio la Roma di Eusebio Di Francesco è scesa in campo all’Olimpico contro il Porto di Sergio Conceição per il match di andata degli ottavi di finale di Champions League. Al di là della buona prestazione dei giallorossi, che proseguono la loro stagione di saliscendi e montagne russe, ciò che ha più colpito è stata la formazione iniziale schierata dal tecnico pescarese: infatti ben sette giocatori sugli undici scesi in campo sono italiani.

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Poliferie

Voglio raccontarvi una storia, una di quelle storie belle, che mettono il sorriso a chiunque abbia voglia di ascoltarle.
Un gruppo di millennials, un po’ più fortunati forse grazie a buone famiglie alle spalle e un particolare interesse per gli studi, si sono incontrati e sono diventati amici.
Questa amicizia però, portata avanti dal proprio interesse primario per le questioni sociali, ha deciso di fondare un’associazione.
Poliferie nasce con l’idea che tutti hanno una possibilità, soprattutto chi non è come te, sopratutto chi è meno fortunato. Continua a leggere