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Giovani movimenti e vecchie maniere

Il cambiamento climatico, la crisi del moderno capitalismo, la crescita dell’estremismo violento e di un diffuso sessismo sono alcune delle questioni che permeano la società contemporanea, a tal punto da spingere le persone – soprattutto giovani – a scendere in piazza e manifestare. Negli ultimi anni abbiamo visto fiorire migliaia di nuovi movimenti in tutto il pianeta, che hanno iniziato a mettere pressione sui governi per portare determinati temi al centro del dibattito politico.

2 giugno 2015, a Buenos Aires e in altre 120 città argentine un grande numero di persone ha manifestato contro la condizione lavorativa e sociale della donna in Sud America. Tutto è partito dall’episodio di Susana Chavez – una poetessa messicana vittima di femminicidio – e dalle dure politiche del presidente Macri, penalizzanti proprio per le donne. La protesta è poi dilagata velocemente in tutta l’America Latina, in Messico, Perù, Cile, Uruguay e in tutto il mondo. Il fenomeno di Ni una Menos è trasversale, ma coinvolge soprattutto giovani determinati a far sentire ovunque le proprie voci.

Agosto 2018, una ragazzina di sedici anni decide di scioperare ogni venerdì non andando a scuola fino alle elezioni in Svezia, mossa dalla preoccupazione per il cambiamento climatico. La sua protesta ha assunto dimensioni globali, coinvolgendo centinaia di paesi e migliaia di città, dando vita al movimento dei Fridays for future culminato nel primo sciopero globale per il clima del 15 marzo, a cui seguirà il secondo il 24 maggio.

Entrambi questi fenomeni si sono sviluppati in maniera sorprendentemente partecipata anche in Italia, un paese che ha visto la sua popolazione più giovane molto attiva negli ultimi anni. La situazione italiana è interessante in due direzioni: una rinnovata necessità di manifestare per influenzare l’agenda politica e le risposte nervose a questi movimenti da parte di politici di segno opposto. L’esempio principale è il comportamento di Matteo Salvini nei confronti dei suoi giovani oppositori. A marzo, il Ministro degli Interni ha pubblicato sui suoi profili social una foto di Viola Pacilli, una ragazza di 22 anni che ha partecipato a una manifestazione con un cartello anti-Salvini. Pubblicare la sua faccia senza un minimo di argomentazione logica (oltre a trovarsi ai limiti della legalità) ha significato esporla alla gogna pubblica da parte dei supporter di Salvini. Un atteggiamento non diverso è stato adottato in altre situazioni, su tutte quello del giovane Ramy, il 13enne che ha chiamato il 112 durante il dirottamento del bus a San Donato Milanese. Salvini, 46 anni, si appella così a un piccolo eroe di 13: “vuole lo ius soli? Potrà farlo quando sarà stato eletto in Parlamento”.

Sfortunatamente questi non sono casi isolati, al contrario, sono una pratica frequente. In Ungheria, per esempio, Blanka Nagy, una studentessa del liceo, è stata subissata di duri insulti da parte di fonti governative, soprattutto la stampa fedele al presidente Orbán. Potremmo elencare centinaia di altri esempi e questo è già un chiaro sintomo del problema.

Questa è una strategia comune agli esponenti di estrema destra e consiste nel trovare un “nemico” contro il quale i proprio sostenitori possono scagliare rabbia e frustrazione. È un concetto politico classico, la dicotomia amico/nemico – che considera le azioni e i motivi politici mossi dalla distinzione in amici e nemici – teorizzata da Carl Schmitt (coincidenza: un importante accademico anche e soprattutto durante il periodo nazista). In ogni caso, con i social network e internet queste tecniche sono diventate molto più invasive e “pubbliche”, con un nuovo potenziale distruttivo: prendete l’Affaire Dreyfus, uno scandalo politico nella Francia del 19esimo secolo, che simboleggia un preludio all’antisemitismo e razzismo che ha condotto alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Ora, provate a immaginarlo oggi, ci sono somiglianze? Migranti visti come una terrificante minaccia, attacchi terroristici trasformati in islamofobia, il cambiamento climatico ridotto a uno scherzo, i poveri quasi non considerati umani, tranne quando possono essere trasformati in voti. Historia magistra vitae diceva Cicerone, risultando più profetico che mai.

Tuttavia, quella che è spesso descritta come una generazione senza valori, politicamente apatica e meno valida delle precedenti, rappresenta invece la reale voce che grida a un cambiamento radicale dell’attuale sistema socioeconomico e politico. Greta Thunberg è soltanto l’ultimo esempio di quanto i “deboli” possono fare, perché le persone che perseguono strategie politiche come quelle sopracitate sono gli stessi che chiamerebbero (e chiamano) Greta una “debole”, non in grado di produrre alcun cambiamento sostanziale. Invece lei – come molti altri – incarna una risposta forte a questo crescente clima d’odio.

Claudio Antonio De Angelis


Sitografia:

Chiudi il rubinetto quando ti lavi i denti per salvare l’ambiente? Sei un irresponsabile

Con l’allarmante avvicinarsi del punto di non-ritorno per il cambiamento climatico, il tema della salvaguardia dell’ambiente è stato oggetto negli ultimi anni di crescente attenzione da parte dei media e degli organi nazionali e sovranazionali di tutto il mondo, seppur in netto ritardo rispetto all’instancabile lavoro di sensibilizzazione portato avanti da scienziate/i, NGO, attivisti/e ed esponenti della società civile. Il risultato di questa rinnovata attenzione si traduce spesso in una serie di programmi ed iniziative volti a informare e sensibilizzare le cittadine e i cittadini del mondo riguardo lo spreco di risorse, il consumo consapevole e la produzione di rifiuti. Spegni la luce quando lasci una stanza, chiudi la doccia mentre ti insaponi, usa lampadine a basso consumo, muoviti con la bici o coi mezzi pubblici, installa pannelli solari, usa prodotti riutilizzabili o in materiale riciclabile e così via. Bene, ottimo anzi! Giustissimo! O no?

No, non è giusto. Non lo è per niente: il 90% dell’acqua consumata dal genere umano in tutto il mondo è utilizzata per l’agricoltura e l’industria, il resto è diviso fra consumo individuale e utilizzo pubblico. Negli ultimi 15 anni il consumo energetico individuale non è mai stato più di un quarto del totale, il resto è usato da industria, agricoltura, commercio, governi e multinazionali. Dati simili riguardano le emissioni di CO2 e la produzione di rifiuti. Tralasciando i fenomeni da baraccone che negano il cambiamento climatico ed i media che si ostinano a metterne in discussione gli effetti quando non la realtà stessa, il mondo intero è messo sotto pressione affinché ciascuna/o riduca il proprio impatto ambientale individuale e privato. In sostanza è un po’ come chiedere alle persone, durante un’epidemia, di usare meno farmaci perché altrimenti potrebbero finire le scorte, mentre la produzione di farmaci è ferma e nulla viene fatto per contenere la diffusione dell’epidemia o addirittura la si favorisce. Piuttosto assurdo come ragionamento.

Il motivo per cui continuando di questo passo non vinceremo mai la guerra contro il cambiamento climatico è che stiamo utilizzando le armi sbagliate contro il nemico sbagliato. L’azione isolata ed individuale di ciascuna/o di noi, anche quella di tutti/e noi sommata, è sicuramente importante ma non è sufficiente a cambiare alcunché. Siamo oggetto di una costante e martellante campagna di colpevolizzazione che trasferisce la responsabilità di fermare il cambiamento climatico su ciascuno/a di noi, la quale ci isola e ci intimidisce, ci convince che noi come individui siamo causa di tutto ciò e che quindi solo noi come somma di individui possiamo essere la soluzione. Eppure i dati elencati sopra mostrano una realtà diversa, una realtà i cui protagonisti e colpevoli sono appunto le multinazionali e le grandi compagnie dell’industria, dell’agricoltura, dell’estrazione e del trasporto ed i governi nazionali e sovranazionali. E purtroppo in questo caso non si può parlare di becero complottismo perché questi sono dati diffusi e confermati da qualsiasi studio ed indagine condotti con metodo scientifico.

Pensare di salvare il pianeta limitandosi alle azioni citate sopra, o anche dando una svolta radicale al proprio modo di vivere impegnandosi a condurre un’esistenza a “impatto zero” è da irresponsabili. Ciò di cui abbiamo bisogno è uno sforzo collettivo: dobbiamo essere più della somma degli individui, dobbiamo andare oltre il nostro agire quotidiano, indirizzare la nostra attenzione e la nostra forza verso i veri colpevoli del disastro ambientale ed umanitario verso cui stiamo precipitando. Responsabilizzarsi significa quindi prendere coscienza di tutto questo e decidere di impegnarsi in un qualcosa di più grande – certamente più difficile – e più incisivo. I modi per farlo sono infiniti e vanno da manifestazioni come i “Fridays for future” a quello che viene sprezzantemente definito eco-terrorismo con tutte le sfumature intermedie, ma dobbiamo fare qualcosa e dobbiamo farlo ora: non serve a nulla investire nel costruirsi il proprio futuro in un mondo che un futuro rischia non averlo più.

Quando le conseguenze sono collettive, la responsabilità non può essere individuale.

Mattia Comoglio