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GAFAM vs. BAT

Nel mondo occidentale, l’acronimo GAFAM è ormai piuttosto noto: si tratta di Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft, i cinque colossi dell’industria digitale, giganti capaci in alcuni casi di raggiungere lo stratosferico valore di mille miliardi di dollari.1

Non sono invece in molti a conoscere la risposta cinese ai colossi della Silicon Valley: sintetizzati nell’acronimo BAT, Baidu, Alibaba e Tencent sono i principali competitor rispettivamente di Google (Baidu è il principale motore di ricerca in Cina), di Amazon (Alibaba opera nel settore dell’e-commerce ed è il maggior avversario a livello globale del colosso di Jeff Bezos) e di Facebook (Tencent è l’azienda che ha sviluppato WeChat, di cui parleremo in maniera più approfondita più avanti).2

Il doppelgänger cinese di Apple può essere invece facilmente rintracciato in Huawei, che dopo un lungo tira e molla con l’azienda di Cupertino (dopo lo storico sorpasso di Huawei nelle vendite di smartphone alla fine del 2018 era avvenuto il controsorpasso di Apple al terzo quarto del 2019) sembra essersi stabilizzata la predominanza cinese, che non solo dall’inizio del 2020 è nuovamente sopra Apple, ma che grazie a una crescita costante negli ultimi due trimestri è riuscita per la prima volta a superare le vendite di Samsung, attestandosi come primo fornitore di smartphone al mondo grazie al controllo del 20,2% dell’intero mercato.3

La potenza di fuoco di queste aziende è tale da mettere a repentaglio la sovranità statale? Nel giugno 2019 Mark Zuckerberg lanciò ufficialmente il progetto Libra4, la criptovauta che nelle sue intenzioni avrebbe reso “facile spedire denaro a qualcuno quanto mandargli una foto”,5 come da lui stesso dichiarato il 30 Aprile dello stesso anno al F8, la conferenza annuale di Facebook.6 Scelta fortemente osteggiata dalle autorità finanziarie a causa dell’alto grado di interferenza con le banche centrali che avrebbe potuto avere un sistema finanziario globale che prevedesse costi di gestione assenti, finanche ad arrivare alla mancanza di necessità di possedere un contro corrente.7 La Libra Association ha così lanciato un White Paper, in cui si afferma di aver lavorato “per determinare il modo migliore di sposare la tecnologia blockchain con quadri normativi accettati. Il nostro obiettivo è che il sistema di pagamento di Libra si integri senza problemi con le politiche monetarie e macroprudenziali locali e integri le valute esistenti consentendo nuove funzionalità, riducendo drasticamente i costi promuovendo l’inclusione finanziaria.”8

Se negli Stati Uniti sembra essere stata arginata l’espansione della valuta di Zuckerberg, non è affatto certo che altrove sarà così. Scrivono Francesca e Luca Balestrieri:

“Dopo che Facebook avrà offerto ai suoi 2,2 miliardi di utenti una criptovaluta proprietaria, passerà davvero poco tempo prima che una simile mossa non sia imitata da altre piattaforme globali, in primo luogo da quelle maggiormente impegnate nell’e-commerce come Amazon. […] Negli Stati Uniti la Federal Reserve e il dipartimento del Tesoro sapranno certo disciplinare le nuove criptovalute regolandone l’uso senza indebolire il governo del dollaro; ma quali possibilità avrà la banca centrale del Mali o quella del Kenia di evitare che la moneta di Zuckerberg soppianti la valuta locale nelle transazioni quotidiane? E poiché Facebook l’ancorerà a un cambio stabile, nelle economie più fragili sarà vista come un’opportunità rispetto all’inflazione.”9

Zuckerberg ha però solo seguito il percorso tracciato dalla Cina anni prima. Fin dal 2004, quando fu lanciata da Ant Financial Services Group, filiale di Alibaba, Alipay si è affermata come uno dei servizi di digital payment più diffusi in Cina. Grazie ad Alipay è infatti “possibile effettuare pagamenti mobile ed O2O lasciando comodamente a casa il proprio portafoglio. L’utente può infatti collegare il suo conto bancario all’applicazione, ovvero ad un wallet digitale in cui è possibile gestire i propri fondi, traferire soldi ad altri utenti, fare investimenti, ottenere prestiti, pagare una serie di servizi e molto altro”10, proprio come con WeChat Pay, che per Simone Pieranni è stato artefice di una vera e propria rivoluzione:

“A un certo punto fu possibile collegare il proprio account a un conto bancario cinese […] e finalmente poter comprare qualsiasi cosa con lo smartphone. Da quel giorno anche il portafoglio diventò inutile. Non serviva a niente. Anche le carte di credito, per chi le possedeva, divennero inutili. WeChat lanciò la sfida ai cinesi su due concetti – il tempo e la velocità – trasformando una società clamorosamente dipendente da carta, timbri, passaggi burocratici in una società improvvisamente cashless e senza più la necessità di stampare e timbrare qualsiasi cosa.”11

Insomma la Cina si sta dimostrando sempre di più, anche per i pagamenti, dipendente dalle proprie grandi aziende tecnologiche. L’occidente delle grandi imprese guarda con ammirazione: lo scontro si combatte anche imitando il nemico.

Paolo Palladino

1 Deragni P., Come ha fatto Apple a diventare un colosso da mille miliardi, in “Wired.it”, 3 Agosto 2018. URL: https://www.wired.it/economia/finanza/2018/08/03/apple-mille-miliardi/

2 Signorelli A. D., Chi sono i Bat, i tre campioni high-tech della Cina, in “Wired.it”, 4 Febbraio 2019. URL: https://www.wired.it/economia/business/2019/02/04/baidu-alibaba-tencent-cina-bat/?refresh_ce=

3 Chau M., Reith R., Smartphone Market Shere. Vendor Data Overview, in “IDC”, 22 Giugno 2020. URL: https://www.idc.com/promo/smartphone-market-share/vendor

4 Bottazzini P., Come funziona e come è nata Libra, la criptovaluta targata Facebook, in “Forbes” ,18 Giugno 2019. URL: https://forbes.it/2019/06/18/come-funziona-e-come-e-nata-libra-la-criptovaluta-targata-facebook/

5 Jalan T., Whatsapp at Facebook F8: “Sending money should be as easy as sending photos – Mark Zuckerberg, in “Medianama”, 2 Maggio 2019. URL: https://www.medianama.com/2019/05/223-whatsapp-at-facebook-f8-sending-money-should-be-as-easy-as-sending-photos-mark-zuckerberg/

6 Day 1 of F8 2019: Building New Products and Features for a Privacy-Focused Social Platform, in “Facebook”, 30 Aprile 2019. URL: https://about.fb.com/news/2019/04/f8-2019-day-1/

7 Libra 2.0, la criptovaluta di Facebook cambia strategia, in “Forbes”, 18 Aprile 2020. URL: https://forbes.it/2020/04/18/libra-la-criptovaluta-di-facebook-cambia-strategia/

8 Welcome to the official libra White Paper, in “Libra”. URL: https://libra.org/en-US/white-paper/

9 Balestrieri F., Balestrieri L., Guerra digitale. Il 5G e lo scontro tra Stati Uniti e Cina per il dominio tecnologico, Roma, Luiss University Press, 2019, p. 13

10 Bonaccorso E., Cos’è Alipay: statistiche e funzioni, in “ValueChina”, 4 Ottobre 2019. URL: https://valuechina.net/2019/10/04/alipay-statistiche-e-funzioni-settembre-2019/

11 Pieranni S., Red mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina, Bari-Roma, Editori Laterza, 2020, p. 10

Internet: un posto libero?

Quando si parla di internet vi si pensa come un’arena senza limiti né confini all’interno della quale l’utente può fare praticamente tutto. In realtà però, e più spesso di quanto si pensi, non è così. Un fattore tanto conosciuto quanto sottovalutato è infatti la censura di internet.

Quando vi si riferisce si parla soprattutto del controllo che i governi esercitano su internet bloccando le comunicazioni e lo scambio di informazioni, oppure tenendo opportunamente sotto controllo gli organi di stampa e i social network. Questa censura può essere effettuata o dai governi stessi, o da società private sovvenzionate da chi controlla il potere nel Paese, o da apposite autorità di controllo statali.

Il primato va alla Cina, seguita da Siria e Iran. Paesi come gli Stati Uniti, l’India, la Corea del Nord o il Brasile, nei quali è presumibilmente ipotizzabile possa esserci un controllo di internet da parte del governo, non sono classificabili in quanto non vi sono dati né mezzi per monitorarli.

In Paesi come Siria, Bahrain e Iran il monopolio statale delle infrastrutture consente di bloccare l’accesso a internet a comando, o di rallentare la connessione in momenti delicati quali elezioni o proteste di piazza. Quest’opera di censura e sorveglianza di Internet non sarebbe però possibile senza gli strumenti sviluppati dalle aziende del settore privato che hanno sede nei paesi occidentali. L’Information Network Security Agency dell’Etiopia ha rintracciato i giornalisti dissidenti negli Stati Uniti grazie a spyware forniti da Hacking Team, un’azienda italiana. Anche l’NSA ha utilizzato i servizi di VUPEN, una società francese specializzata nell’individuare e sfruttare le falle nella sicurezza. Non sono però solo le aziende private a fornire materiale dei nemici della libertà di navigazione online: la Russia ha esportato il suo sistema di sorveglianza SORM in Bielorussia e Ucraina. La Cina, specializzata nel controllo delle informazioni da prima che fosse eretta la Grande Muraglia, supporta l’Iran nella creazione di un’Internet Halal, una rete nazionale autarchica e indipendente dal World Wide Web, e nell’identificazione dei reati informatici; sempre la Cina starebbe lavorando col Governo dello Zambia per installare una rete di sorveglianza Internet, a cominciare dal blocco dei siti indipendenti Zambia Watchdog e Zambia Reports; la stessa Cina che presente anche in Uzbekistan da ZTE , principale fornitore del paese di modem e router.

Nella foto sono evidenziati in verde i Paesi dove non vi è evidenza di filtri e con sfumature d’intensità crescente di viola i Paesi con una censura via via più pervasiva.

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Il 12 marzo si celebra la Giornata mondiale contro la cyber censura, con lo scopo di porre l’attenzione su un tema che viene spesso e volentieri, soprattutto in Occidente, snobbato in quanto ritenuto forse troppo distante, forse impossibile da vedere anche a queste latitudini del mondo.

Questa giornata, indetta dal 12 marzo del 2010, è promossa dall’organizzazione non governativa denominata Reporter senza frontiere, il cui obiettivo è evitare che venga eliminato il diritto di ognuno ad esprimere la propria opinione. Fondata nel 1985 dal giornalista francese Robert Ménard a Parigi, ma con ormai sedi dislocate in tutto il mondo, Reporter senza frontiere pubblica una sorta di classifica della libertà di stampa in cui vengono presentati il numero di giornalisti uccisi e il Paese in cui è accaduto. Nella classifica del 2019 l’Italia è rimasta stabile rispetto agli anni precedenti e questo  non è un bene: ci attestiamo infatti al quarantatreesimo posto. La posizione non lusinghiera dello scorso anno viene motivata citando la proposta dell’ex ministro dell’Interno di togliere la scorta a Roberto Saviano, dagli attacchi degli esponenti del movimento che insieme al partito del suddetto ex ministro componeva il governo di coalizione alla categoria dei giornalisti e dalle continue minacce nei confronti di alcuni professionisti, soprattutto nel Sud Italia: casi come quello di Paolo Borrometi, giornalista siciliano, collaboratore di Agi e fondatore de La Spia, che vive sotto scorta dal 2013.

Paolo Palladino

SITOGRAFIA:

Da quando internet è inter nos

Negli ultimi giorni si è molto sentito parlare del cinquantesimo “compleanno” di Internet. La notizia è da considerarsi se non del tutto sbagliata quanto meno molto imprecisa. L’errore può essere meglio compreso con un semplice esempio: vi offendereste se nel giorno del cinquantesimo compleanno di vostro padre vi fermassero in strada per farvi gli auguri per il vostro primo mezzo secolo? Quanto meno sospettereste di portarvi molto male i vostri anni. Spero che Internet sia meno permalosa, perché in molti hanno commesso per l’appunto questo sbaglio. Continua a leggere

Shia VS Trump

Tutti lo amano. Tutti lo odiano.
Shia LaBeouf si è dato molto da fare in questi ultimi anni per diventare uno degli attori più controversi di Hollywood.

Non è un caso se nel 2017 è stato scelto per il interpretare John McEnroe nel film “Borg McEnroe”; anche lui, come il tennista americano, si è aggiudicato il titolo di supermonello del cinema. Arresti vari, insulti davanti alle telecamere, scontri con i paparazzi, e tutte le altre componenti del pacchetto “ex-ragazzo-prodigio-di-Disney-Channel-che-si-ribella-allo-star-system”, hanno fatto di LaBeouf un’icona.

Su Instagram si trovano anche una serie di account dedicati ai suoi outfit, che hanno contribuito a trasformarlo in un “Normcore Fashion God”; a volte homeless a volte hipster, è tutto un mix di felpe bucate e anfibi da navy seal.

Ma se le sue sfuriate non stupiscono più gli avidi lettori di tabloid, Shia continua a stupire i suoi fan con le sue doti eclettiche.

Da qualche anno organizza esperimenti artistici, come la performance dai toni narcisisti del 2015, “ALLMYMOVIES”; una proiezione ininterrotta dei suoi film in ordine cronologico inverso all’Angelica Film Center di New York, mentre la postazione dell’attore era ripresa 24 ore su 24.

Il successo di queste performance convince Shia, nel 2017, a mettere la sua arte al servizio di una buona causa: cacciare Trump dalla Casa Bianca.

LaBeouf e il suo collettivo decidono di installare una webcam fuori dal New York’s Museum of Moving Image, con l’intento di lasciarla trasmettere per tutta la durata della presidenza Trump, permettendo a chiunque di manifestarvi davanti.
Il nome del progetto è “He Will Not Divide Us”; slogan che viene ripetuto davanti alla telecamera da Shia e dagli altri ragazzi che prendono parte al progetto.
La performance viene accolta benissimo sin dalle prime ore, con la partecipazione di molte persone e di personaggi del mondo dello spettacolo e della musica, come Jaden Smith.

Quello che forse Shia ancora non si aspetta è l’eco che questo evento avrà nella comunità pro-Trump di internet, che lo trasforma in un vero e proprio bersaglio da abbattere.

Nel live stream della performance iniziano incursioni di supporter del Presidente, che fanno innervosire l’attore in diretta, e danno inizio ad un boicottaggio di massa.
Trasformato in una specie di gioco, il sabotaggio del progetto “He Will Not Divide Us”, viene messo a punto da alcuni nerd di estrema destra attraverso la piattaforma online 4chan. L’obiettivo è quello di rendere impossibile lo svolgimento della performance, che viene raggiunto con l’arresto di Shia, appena qualche giorno dopo l’inaugurazione, per le minacce fatte durante lo streaming ai sostenitori di Trump.

Nonostante tutto, LaBeouf non si piega a questo cyber-bullismo e sposta l’esibizione nel New Mexico, dove viene nuovamente sospesa a causa di atti vandalici, spray sulla telecamera, e alcune segnalazioni di colpi di arma da fuoco sparati nella zona.

Ma chi conosce il protagonista di “Nymphomaniac” sa che non è un tipo che si piega facilmente. Ecco quindi che Shia riprende il suo progetto, ma stavolta servendosi di un’escamotage per sfuggire agli hacker di 4chan.
Lo comunica attraverso un live stream nel quale non si vede altro che una bandiera bianca con la frase “He Will Not Divide Us”, che sventola in un cielo d’America non definito.

Shia è finalmente sicuro della sua trovata. Forse troppo sicuro. E in questa sua sicurezza sottovaluta il plotone dei soldati del Presidente, che hanno fatto della vita online la loro unica realtà.
Bastano infatti poche ore per preparare un’azione di localizzazione, degna della cattura di Osama Bin Laden.
Con tanto di studio delle rotte degli aerei e delle loro scie, i troll di 4chan riescono a restringere il campo fino ad individuare la bandiera nella zona di Greeneville, in Tennessee.
Ciò che succede dopo è documentato dal triste live stream, nel quale si vede, nel cuore della notte, la bandiera che viene smontata e sostituita dall’inconfondibile cappello rosso “Make America Great Again”.
Le ultime notizie della bandiera sono arrivate via Twitter dal suo rapitore.

Shia LaBeouf, dopo questo episodio, non ha ancora annunciato la data della prossima performance, ma siamo sicuri che non si è dato per vinto.
Del resto ha solo perso una battaglia.
L’importante è vincere la guerra.
Sopratutto quella contro Trump.

Benedetta Agrillo

Julian Assange’s seven years on the run

It was a bizarre twist in a story that had already been difficult to untangle: on Thursday morning, officers of the UK’s Metropolitan Police arrived at the London embassy of the Latin American republic of Ecuador to arrest a man who to some is a hero of truth-telling and transparency, and to others a mere fugitive from justice. Julian Assange, who had been holed up in the embassy since 2012, having been granted asylum by Ecuador, was not going to leave voluntarily. So he was dragged out. As he was carried by the policemen to a waiting van, he no longer looked like the fierce, intelligent-looking figure he had been less than a decade ago – he seemed to have aged twenty years, with a long white beard; and he mumbled out pleas to the UK authorities as he was led away. What had happened?

 

The hero

Back in 2010, Assange had a triumph to celebrate. The Australian-born hacker and computer nerd had founded an organization called WikiLeaks in 2006, envisioned as a platform for whistleblowers to safely expose the secrets of the world’s powerful. By getting secrets out in the open, WikiLeaks hoped to transform public debates and bring about positive change. Besides, there is an inherent value in knowing the truth, whether the revelations lead to change or not. In 2010, WikiLeaks could boast of a massive success: from a source inside the U.S. military, it had received hundreds of thousands of secret government documents. The files included reports from the US military on Iraq and Afghanistan, daily dispatches that revealed a reality of the ‘war on terror’ much more grim than American politicians had been willing to admit. A video shot from an Apache combat helicopter in Iraq featured US soldiers firing at, and killing, Iraqi civilians – and boasting about it, as if it were a video game. WikiLeaks also obtained 250,000 diplomatic cables from the State Department, many of them embarrassingly frank assessments of foreign leaders by US embassy staff. It was a bombshell: a small group of passionate cyber-activists had humiliated the US government in front of the entire world.

 

The hunt

But this sort of work also came with a risk: the US government is not an adversary that should be underestimated and the leaks related to sensitive national security topics. Under President Obama, the Department of Justice took a hardline approach to whistleblowers. In May 2010, WikiLeaks’ source was identified as Chelsea Manning, an army analyst stationed in Iraq. Manning was arrested, tried and sentenced to thirty-five years in prison by a military court in 2013. During parts of her detention, she was held in solitary confinement, kept naked and watched almost continuously, allegedly because she was at risk of committing suicide. At the end of his presidency, Obama commuted her sentence, and she was released last May (although she has been jailed again this year for refusing to testify to a grand jury investigating WikiLeaks).  

But in 2010, Assange, too, felt the noose tightening around him. He went to Sweden, a place he thought would be a staunch defender of the press and freedom of information. And, indeed, in Sweden, he did not get into trouble for running WikiLeaks. But he did get in trouble for something else. Two women he had had sex with had spoken to the police, seeking to have him tested for sexually transmitted diseases, but their description of his behavior alerted the officers. The Swedish police were investigating him on allegations of sexual assault. He left the country, after being told he was allowed to by the Swedish authorities. In December 2010, he turned up in London. By now, the Swedish authorities had decided they wanted to press ahead with their case and issued an arrest warrant for Assange. He contested the decision from London, alleging that it was really just a ploy by the Americans to ruin his reputation and that if he returned to Sweden, he was at risk of extradition to the US, where he could be prosecuted and harshly punished for the leaks. To many of those who continue to support him, those fears are well-founded and justified. Others saw it as a cynical move to conflate his personal legal trouble with the ongoing campaign against WikiLeaks, in this way recasting the allegations against him not as an ordinary criminal investigation but a geopolitical showdown. To some, this will be what makes it more difficult to support him now, at the time when he is in deeper trouble than ever before.

In any case, Assange was not going to leave everything up to the judiciary. When, in the summer of 2012, the UK’s Supreme Court blocked his final appeal against extradition to Sweden, Assange put on a disguise and entered the embassy of Ecuador. He identified himself and asked for asylum. Assange had felt like he was under surveillance for a while, but now no-one could doubt it any longer. The Metropolitan police surrounded the small embassy building. The world’s press descended on him. It felt like a siege. In the embassy, he was safe – because the local authorities lack jurisdiction over foreign embassies, the British police could not simply raid it and arrest him (though the UK did initially threaten to strip the embassy of its diplomatic status). Under Ecuador’s left-wing president Rafael Correa, Assange was granted asylum, and later even made a citizen of the small Latin American country. He was, for now, safe – from Sweden, from extradition, from American high-security prison. But he was not free – the embassy became his prison. He could not leave it because outside, he would be on British soil and vulnerable to being arrested at any moment.

The Ecuadorians soon found him to be a difficult guest. Assange did not go above and beyond to express his gratitude to his hosts. Instead, he increasingly criticized them, accusing them on spying on him (not an entirely unfounded allegation) and even filing a lawsuit. Ecuador, too, became less hospitable, cutting off his internet access at times, exercising control over who was allowed to visit them. And then came the 2016 election.

 

The Russian link

During the 2016 US election campaign, the Democratic party and its candidate, Hillary Clinton, were hit by a series of damaging leaks. Along with other websites, WikiLeaks published e-mails that had been obtained from a hack into the Democratic National Committee’s (DNC) servers, and Clinton staffers including her campaign chairman, John Podesta. The e-mails proved, among other things, the existence of bias against Hillary’s primary contender for the Democratic nomination, Bernie Sanders, within the DNC. The leaks prompted resignations and heightened the tensions in the Democratic party. One man couldn’t get enough of it: Donald Trump, Clinton’s Republican opponent, who asserted that he ‘loved’ WikiLeaks and spoke about it numerous times on the campaign trail (yesterday, he said he was not interested in it). While WikiLeaks published internal documents from the Democratic party, there were no similar leaks about the Republicans or Trump. And in the context of special counsel Robert Mueller’s investigation into alleged Russian meddling in the election, it was revealed that some in Trump’s orbit – including one-time advisor Roger Stone – sought to establish direct lines of communication with WikiLeaks.

In the aftermath of the election, the US intelligence agencies concluded that the DNC servers had been broken into by hackers working for the Russian government, as part of an alleged campaign to destabilize the US elections and its political system and exploit the deepening divisions in American society. WikiLeaks and Assange have denied that they received the e-mails from Russian agents, and indeed it seems that the Russian intelligence services used intermediaries to pass them on to WikiLeaks. Whether a man of Assange’s intellect and instincts could have been truly ignorant of the documents’ likely origins is an open question – especially as he himself has insisted that what his source is does not matter to him, he merely cares about the truth coming out. It is this approach, among many things, that have led to some of his early supporters to be disillusioned with him. There are those who complain about his personality, his leadership style. There are those outraged that he used WikiLeaks as a shield to avoid facing the allegations against him in Sweden. And there are those dismayed at the fact that when he released the US government papers in 2010, he did not think it was overly important to redact the names of people working for the American government around the world – despite the fact that their being named in the papers could have jeopardized their personal safety. Perhaps this, too, was a reason that Edward Snowden, the employee of the US National Security Agency (NSA) who left the US in 2013 with heaps of secret papers documenting a massive, worldwide surveillance program, did not see WikiLeaks as his natural ally in publishing the documents. Instead, he worked with a filmmaker, Laura Poitras, and other news outlets to carefully select, edit and publish the documents.

Ecuador, too, did not have unlimited patience. With WikiLeaks continuing to undermine governments around the world, Ecuador came under increasing pressure to stop sheltering him. His character and habits irritated embassy staff. Finally, the embassy stay was not going to work forever: if Assange ever fell seriously ill, he could not go to a hospital without facing likely arrest. And then, Ecuador, too, had an election, and a government less sympathetic to Assange came in. So yesterday’s events were, perhaps, bound to occur at some point. It did not make them any less surprising.

Endgame

Yesterday afternoon, news crews from around the world were waiting outside Westminster Magistrates Court in central London, where Assange would appear. Cameramen and reporters shared the sidewalk with a handful of protesters accusing Sweden, the US and the UK of attempting to silence Assange for WikiLeaks’ exposure of US war crimes in Iraq and Afghanistan. Immediately after the arrest, the US authorities made an extradition request and revealed an indictment that had been filed in secret last year. In Sweden, one of the two women who had accused Assange of misconduct asked the prosecutor to reopen the case, which had been closed in the meantime. In Court 1, which had to stop admitting spectators because the gallery was full of journalists, Assange appeared in a glass box. His lawyers argued that a judge previously presiding over the proceedings had been biased because her husband had been targeted by WikiLeaks. But the judge, Justice Michael Snow, chastised the defense for making such allegations in front of the press without the judge being able to defend herself. He branded Assange a narcissist and described as ‘laughable’ the idea that he had not received a fair trial. Snow found Assange guilty of the one crime he was charged with under UK law, skipping bail. He faces up to twelve months in prison in the UK, and the sentence will be handed down by a crown court later this year. Justice Snow ordered Assange into custody and scheduled another hearing, on the US extradition request, for May. Assange is accused of assisting Manning in hacking into a secret US government database, a charge which carries up to five years’ imprisonment. For now, he has not been charged with actually publishing the leaked material – in part because, as Justice Department lawyers concluded in the Obama era, they could not charge Assange for publication without also charging media outlets like the New York Times which had also published the papers – and this would have been a massive blow to press freedom. To his lawyers and supporters, of course, Assange’s extradition is still a threat to freedom of information. And then there is still his Swedish case, which could be reopened. Throughout his life as the crusader and provocateur challenging the world’s powerful, he relied on his public image and his determined fans to keep him afloat. But Assange is a complex character, and his actions over the past few years have cost him support. At 4pm yesterday, a white prison van drove Assange out of Westminster magistrates court – into prison in the UK, for now, and into an uncertain future.

David Zuther

Cover picture: Jack Taylor/Getty Images