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Ninni, ragazzo italiano e la giovinezza della Repubblica

Ninni è un ragazzo italiano, figlio del secondo dopoguerra, cresciuto facendo la spola tra l’hinterland milanese, durante l’inverno, e la campagna romagnola, durante l’estate. Ninni è un bambino gracilino, cagionevole, affetto da balbuzie, nato in una famiglia della piccola borghesia che, dopo la guerra, lotta per sopravvivere.

Ninni è il protagonista di Ragazzo italiano di Gian Arturo Ferrari, edito da Feltrinelli nel febbraio del 2020. La vicenda del romanzo è incentrata sul racconto dell’infanzia e dell’adolescenza di Ninni, delle vicende della sua famiglia, del suo rapporto conflittuale con il padre e del suo vero punto di riferimento, sua nonna. Il romanzo segue passo passo la crescita di questo ragazzo, dalle difficoltà a inserirsi e ad avere successo nel sistema scolastico alla scoperta della sessualità, dai giochi di infanzia ai primi amori e, soprattutto, all’amore che cambierà la sua vita: quello per i libri.

La vita di Ninni cambia quando incontra l’amore della lettura: cambiano le sue prospettive di vita, cambia il suo modo di essere, cambiano i suoi sogni e le sue aspettative. Ninni passa dall’essere uno di quelli che, secondo l’insegnante delle scuole elementari, non ce l’avrebbe mai fatta, a essere tra i primi della classe, uno studente modello insomma. La scuola e l’educazione, nel romanzo di Ferrari, vengono descritti efficacemente come metodo obbligato, per i figli del popolo e della piccola borghesia, per mettere in moto l’ascensore sociale nell’Italia del dopoguerra. Così, guidato dalla nonna materna, figura cardine nell’educazione del ragazzo, Ninni intraprende la sua scalata sociale attraverso la scuola, entrando in contatto con le classi sociali più elevate e con gli intellettuali del suo tempo.

Seguendo la vicenda di Ninni ci ritroviamo poi effettivamente di fronte a un quadro storico-sociale dell’Italia del secondo dopoguerra: a partire dagli anni immediatamente successivi al conflitto, quelli della ricostruzione, passando per gli anni del boom economico fino a quelli del benessere economico. Ritroviamo descritti tanti processi sociali che hanno caratterizzato i primi anni della nostra Repubblica: l’urbanizzazione, la meccanizzazione in ambito produttivo e nella vita quotidiana, con la diffusione degli elettrodomestici e delle automobili, la scalata sociale al benessere delle classi subalterne, la paura del socialismo e il dominio politico della DC.

Ragazzo italiano è un romanzo ben riuscito, scritto sobriamente, che risulta assai piacevole nella lettura, che procede scorrevole, seguendo le tappe della crescita del suo protagonista. Il maggior pregio del libro di Ferrari è senz’altro quello di essere riuscito a scrivere essenzialmente un romanzo storico senza aver abusato del tono saggistico che è proprio di questo genere, riuscendo dunque a raccontare efficacemente la storia italiana del secondo dopoguerra sempre rimanendo focalizzato sulla vicenda di Ninni, rinunciando a digressioni e analisi, puntando tutto sul tono narrativo e biografico.

Danilo Iannelli

Le imprese eccezionali – Tibibbo

L’impresa eccezionale è essere normale” cantava Lucio Dalla; oggi questa affermazione si rispecchia nel mondo del lavoro, dove le piccole e medie imprese per sopperire alle tante difficoltà e per sopravvivere in una condizione di normalità sono costrette ad essere eccezionali.
La disillusione vi propone una serie di interviste a piccoli imprenditori: persone normali che riescono nell’impresa eccezionale di portare avanti la propria attività.
Oggi vi portiamo a conoscere la storia dell’enoteca e vineria Tibibbo – Calici e amici in via Via Poggio Ameno, 52 a Roma.

Buongiorno e benvenuto su La disillusione. Per chi non ti conoscesse lasciamo che sia tu presentare te stesso e la tua attività.
Buongiorno, sono Fabrizio e questa attività nasce da un sogno, un piccolo sogno che porto avanti da tanti anni. Fino a due anni fa ho fatto un lavoro completamente diverso, l’impiegato; poi per varie vicissitudini si è pian piano realizzato questo sogno. Nasce così Tibibbo, con questo nome che ricorda un vitigno, lo zibibbo, ma in realtà è l’unione dei nomi Tiziana e Bibbo. Tiziana è l’altra metà di questo sogno e Bibbo sono io, perché da piccolo quando chiedevano il mio nome dicevo loro ‘Bibbo’. E così è nato Tibibbo: poi si sono aggiunti i figli e siamo diventi i Tibibbos e giochiamo su questo nome. Abbiamo avuto l’elfa Tibibba che faceva l’altro giorno i pacchi di Natale…
Il Tibibbo Natale anche…
Sì, quando lavoravo in ufficio, visto che negli ultimi anni ero il più anziano, facevo il Bibbo Natale.

Che cosa ti ha spinto a scegliere questo percorso professionale? Da dove viene questo tuo sogno?
Perché mi piace l’alcol sembra brutto? Sarebbe anche un po’ riduttivo… Allora il sogno è sempre stato una piccola realtà di questo tipo, un locale non di grandi dimensioni e non con tanti coperti, bensì un posto raccolto e poi con Tiziana e i figli è nata questa idea di creare il posto che fosse il muretto degli amici di un tempo e l’abbiamo anche scritto sul nostro sito. Quando ero giovane non c’erano i social e quindi si stava al muretto in comitiva: lì si passava del tempo sereni ed è quello che abbiamo voluto ricreare qui appunto, in un ambiente raccolto e familiare, tranquillo dove non c’è la frenesia di consumare nel minor tempo possibile. Tu vieni qui, bevi un calice, mangi qualcosa e stai qua a fare due chiacchiere. Fino a questo ci stiamo riuscendo se siamo giovani, come attività. Almeno io, gli altri sono giovani sul serio.

Quanto è difficile avere e mandare avanti un’attività in questo Paese? E quali sono state e quali sono le principali difficoltà che avete incontrato?
Sarò banale, ma quello che ingessa e scoraggia chi ha idee di questo tipo è la burocrazia: la trafila di carte da produrre, figure professionali da interpellare… Insomma potrebbe essere snellita molto. Per aprire questa attività, senza considerare l’idea, tra la ricerca del posto e tutto il resto sono trascorsi due anni: e non è poco. Adesso ho cinquantatré anni e a questa età non dico che vai un po’ più di corsa ma forse senti di avere meno tempo, hai meno energie e meno voglia. Credo che il altre realtà, in base a quanto ho sentito, anche in un mese si può aprire un’attività del genere. La cosa più difficile è star dietro alle leggi che cambiano per le quali ti devi affidare a tante figure professionali che ti tutelano ma che non hanno poi la responsabilità delle loro scelte e quindi è un po’ come un cane che si morde la coda. Il sonno viene tolto principalmente da questo: come far quadrare il tutto nel rispetto delle leggi.
Ad esempio un ostacolo che ho incontrato è stato quello di una struttura presente nel locale che ho voluto rimuovere perché non idonea e questo ha portato a presentare una serie di documentazioni e mi ha limitato ulteriormente: per fare le cose più a norma di legge possibile sei penalizzato. Aree che prima erano tranquillamente utilizzate ora non le posso più usare perché magari dieci centimetri rispetto a quanto previsto dalla normativa. A me va benissimo questo, perché se ci sono delle regole vanno rispettate ma questo deve valere per tutti. Quello che più rode dentro è che i figli e i figliastri non mi sono mai piaciuti. Però poi ho imparato nella vita a guardare alla mia realtà senza invidiarne altre e anzi magari ad aiutare qualcuno a risolvere dei problemi dandogli un consiglio. Che poi, per inciso, aver smontato quella struttura non a norma mi ha portato dei benefici: ora la vedi qui riciclata nei legnami del bancone e della panca, trovando così uno stile architettonico ed estetico che mi piace.
Un’altra cosa che forse toglie il sonno è la sensazione che in Italia tu non possa mai essere in regola del tutto. Un po’ come la famosa frase che si dice quando ti fermano al posto di blocco, che se ti vogliono trovare qualcosa che non va in un modo o nell’altro la trovano, ma assolutamente non per responsabilità delle forze pubbliche, ma perché la legge è fatta in modo tale che qualche cavillo si va a trovare. Noi ce la mettiamo tutta, però.

Superati i problemi, che cosa auspicate per il futuro della vostra attività?
Beh, innanzitutto la sopravvivenza è fondamentale. Noi puntiamo a dei ritmi più “umani”: vorremmo che questo posto non fosse una macchina da soldi, ma un locale conosciuto come un logo dove vai e stai sereno, in un ambiente accogliente in cui non ti viene messa fretta, con materie prime di qualità ottima e della buona musica, perché no. C’è dunque da far capire alla gente che quello che trovi qui è selezionato e di qualità veramente. Fino ad oggi il novanta per cento o anche più delle persone che transitano e sono transitate in questo locale lo riconosce e riconosce tutte queste cose. Il progetto è questo: creare un posto che consenta a me e la mia famiglia di vivere e però facendo qualcosa che ti piace. Ti racconto un aneddoto: qualche sera fa la sala era piena e dopo aver finito di lavorare in laboratorio ho fatto un giro tra i tavoli per sentire come andavano le cose; tutti i tavoli, seppur pochi come vedi, erano entusiasti, per il cibo, per l’accoglienza, per la gentilezza, per gli abbinamenti. Mi è stato chiesto quanti anni fossero che faccio questo mestiere. E sono solo quattro mesi. Mi sono emozionato. Mi sono andato a sedere sulle scale che vedi là dietro, tanto è che Tiziana mi ha chiesto che cosa era successo. E niente, mi ero emozionato. Questa forse è la miglior ricompensa. C’è poi qualcuno che rimane insoddisfatto o magari non gradisce del tutto, ma la cosa bella è che ci danno dei consigli e uno li accoglie volentieri: molte cose del menù sono cambiate in base ai suggerimenti costruttivi dei clienti.
Dal menù mi pare di notare anche un chiaro richiamo al concetto di slow food come filosofia del locale in contrapposizione alla velocità che viene oggi richiesta.
Sì, hanno cominciato a capire che la velocità qui è meglio se la lasciano fuori. Vieni e goditi la tua ora in pace lasciando fuori i problemi. L’altro giorno addirittura una persona mi ha detto che facciamo un lavoro socialmente utile ed è stata bella come cosa.

Come selezionate i vostri prodotti? E come si sceglie un buon vino?
Ti potrei rispondere che è uno sporco mestiere ma qualcuno deve pur farlo. Per selezionare i nostri prodotti ci affidiamo a grosse realtà che sappiamo come lavorano e le materie prime che usano, ovviamente con dei costi per noi diversi. Avendo un laboratorio a freddo ovviamente i costi cambiano, perché se io potessi preparare i piatti in autonomia mi costerebbe di meno. Uno dei consigli che non ho accettato è quello di abbassare la qualità, così da abbassare il prezzo e far venire più gente. Ecco, questa è l’antitesi dell’idea di questo locale.
Comunque il selezionare i prodotti e i loro abbinamenti è un qualcosa che faccio da sempre: mi è sempre piaciuto mangiare, poi cucinare e quindi la selezione del prodotto è fondamentale. Ho avuto la fortuna di incontrare persone che a loro volta conoscevano realtà, buoni produttori, affidabili, come Orme, una realtà a chilometro zero, oppure il pastificio Mauro Secondi, molto noto in Italia, e poi tanti altri. Una volta che ti rivolgi a queste realtà la qualità viene da sé.
Per quanto riguarda il vino con Tiziana sono diversi anni che andiamo in giro per cantine e abbiamo creato una rete di conoscenze, anche tramite corsi di sommellerie e assaggiatori: anche qui, persone che ti portano sul campo e ti consigliano. Siamo andati dalla Sicilia al Trentino per vedere le vigne e le cantine, perché un buon vino come si sceglie? Per quello che è la mia idea devi guardare le persone in faccia, devi vedere le loro realtà e il loro modo di lavorare: se lavori bene in vigna, lavori bene in cantina non hai bisogno poi di tanti interventi chimici alla fine del processo. Oggi ci stanno riempiendo la testa con i vini naturali e biodinamici: io dico soltanto che bisogna stare attenti perché con questa scusa ci stanno forse propinando dei prodotti non propriamente buoni. Dato che il vino biodinamico ha dei profumi e dei sapori che non sono propri del vino che abbiamo bevuto per anni, è facile che un vino difettato possa passare per biodinamico, che è “come lo faceva nonno” ma non è detto che fosse di qualità.
Devi essere bravo e fortunato nella selezione. Per fortuna abbiamo persone che ne sanno più di noi e ci hanno instradato, consigliato e fatto da guida. E poi: bere, mangiare, provare.

Fabrizio, grazie per il tempo che ci hai dedicato e in bocca al lupo per la vostra attività.

 

Danilo Iannelli 
Paolo Palladino

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La disillusione non ha alcun tipo di rapporto commerciale ed economico con le aziende incontrate e la selezione delle stesse ai fini dell’intervista avviene sulla base dei gusti personali degli intervistatori.

 

 

Le imprese eccezionali – I Gemelli Gelateria

L’impresa eccezionale è essere normale” cantava Lucio Dalla; oggi questa affermazione si rispecchia nel mondo del lavoro, dove le piccole e medie imprese per sopperire alle tante difficoltà e per sopravvivere in una condizione di normalità sono costrette ad essere eccezionali.
La disillusione vi propone una serie di interviste a piccoli imprenditori: persone normali che riescono nell’impresa eccezionale di portare avanti la propria attività.
Oggi vi portiamo a conoscere la storia della gelateria artigianale I Gemelli Gelateria in via Mario Musco 44/46 a Roma.

 

Buongiorno e benvenuti su La disillusione. Per chi non vi conoscesse lasciamo che siate a voi presentare voi stessi e la vostra attività.
M: Buongiorno a tutti, siamo Davide e Matteo, siamo due giovani imprenditori, i proprietari de I Gemelli Gelateria e siamo, appunto, due gemelli per davvero.
E questo spiega anche il nome.
M: È stato molto semplice trovarlo.
È un tratto distintivo, non sono molte le attività gestite da due gemelli.
M: No, effettivamente. Devo dire che ci aiuta molto anche il nostro rapporto: due fratelli possono prendere anche due strade separate, ma nel nostro caso il lavoro ci ha unito ancor di più.
D: Sì, infatti il nome è facile, intuitivo, ti arriva subito. Quindi ci abbiamo messo veramente poco a trovarlo.
M: Anche se qualcuno pensa sia il segno zodiacale.
D: Poi ci vedono e non ci sono più dubbi. Sì, è stato facile… Perché poi di solito scegliere il nome di un’attività è complicato, perché non ti dico che sia il segno distintivo però ti riconoscono da questo: è un marchio vero e proprio. E infatti noi l’abbiamo registrato.

 

Che cosa vi ha spinto a scegliere questo percorso professionale?
D: La nostra è una passione che nasce dai nostri nonni e dai nostri zii su in Romagna: sono sessant’anni che fanno gelato lì e noi siamo cresciuti dentro le gelaterie; naturalmente questo ci ha portato poi a capire che era questa la nostra strada: bisogna studiare tanto, non è facile, ma comunque avevamo già l’obbiettivo di aprire una gelateria.
M: Già dieci anni fa in realtà.
D: Abbiamo iniziato a lavorare a diciassette/diciotto anni, ma noi sapevamo già in quel periodo quello che volevamo fare. Abbiamo faticato tra call center, uffici, abbiamo fatto di tutto…
M: Contratti a tempo determinato…
D: Con l’unico obbiettivo di aprire il negozio.
M: Il nostro negozio.

 

Quanto è difficile avere e mandare avanti un’attività in questo Paese? E quali sono state e quali sono le principali difficoltà che avete incontrato?
M: Dal momento in cui abbiamo deciso di aprire il negozio, tra il cercare il locale adatto, la zona adatta e tutto il resto, considera che sarà passato un anno e mezzo: la burocrazia naturalmente qui non aiuta. Noi siamo partiti da zero, non avevamo quasi nulla da parte eccetto qualche piccolo risparmio nostro, quindi è stato difficile trovare anche i finanziamenti per avviare l’attività. Poi casualmente siamo venuti a conoscenza del CNA che mette a disposizione un microcredito per le piccole imprese che ci ha aiutato ad andare avanti nel nostro progetto. Però effettivamente il problema è che è già complicato portare avanti un’attività già aperta e avviata, perché tra tasse e problemi burocratici è già difficile, ma aprirla lo è ancora di più.
D: Sembra quasi lo facciano per non farti aprire il negozio.
M: Esatto, quasi ti scoraggiano. La non informazione e il non sapere dove andare a chiedere o a informarsi è una cosa che ti abbatte totalmente.
D: Non è che te li debbano regalare, non siamo andati a cercare soldi a fondo perduto… C’è stato un periodo veramente scoraggiante: i fondi che avevamo non erano enormi, non avevamo una liquidità tale da permetterci di cominciare i lavori… C’erano giorni in cui davvero non sapevamo che cosa fare.
M: Noi inoltre abbiamo avuto un problema con l’elettricità: siamo stati bloccati per quattro mesi perché la gestione precedente aveva un debito con la società fornitrice d’energia; noi abbiamo dovuto pagare il debito…
D: Debito non nostro.
M: Per potere chiedere il nuovo contatore. Siamo stati due mesi qui con l’operaio che aveva un suo piccolo generatore. È stato veramente massacrante, però se ti piace lo fai. Adesso che siamo riusciti ad aprire la nostra attività, fondamentalmente grazie all’aiuto del CNA e del piccolo fondo che ci ha messo a disposizione, quando ci vengono a chiedere ‘Mai voi come avete fatto?’, noi li indirizziamo lì direttamente. Fortunatamente c’è il passaparola tra persone, perché effettivamente su internet e sui giornali non c’è nulla. Questa è la più grossa difficoltà che si incontra per aprire un’attività. Per facilitare l’apertura di un’attività ci deve essere informazione sulla tipologia di finanziamenti. Aggiungo poi tra l’altro che quando noi abbiamo deciso di aprire il negozio era il periodo del Microcredito 5 Stelle, però era difficilissimo ottenerlo.
D: Matte’ ma ti ricordi quel giorno che siamo andati in quell’ufficio e non c’era nessuno? Non sapevano nemmeno di che cosa stessimo parlando… Tu andavi sul sito e c’era una lista di indirizzi: noi siamo andati in uno di questi e non sapevano nemmeno di che cosa si stesse parlando! Non c’è informazione! Siamo quasi nel 2020, ci sono dei siti che sono impossibili da utilizzare: i siti della pubblica amministrazione poi! A dei ragazzi, che comunque hanno la capacità di muoversi nel web, non dai la possibilità di utilizzarli, perché non c’è niente! E questa è una cosa assurda! E poi naturalmente tutta la burocrazia… Perché questi sono i problemi dell’inizio ma poi viene anche il dopo. Se tu devi fare una cosa, mettere una luce all’esterno, i secchi dell’immondizia, le tende, per esempio, devi chiedere l’autorizzazione e ti fanno aspettare sei mesi.
Di nuovo, sembra che ti vogliano scoraggiare…
M: Sicuramente l’intento non è quello, però quello è l’effetto.
D: Che poi i negozianti, tutti, sono il portafogli del comune, il bancomat del comune, perché per qualsiasi cosa chiedono a noi i soldi. Comunque, riassumendo, il problema fondamentale è la burocrazia, ma non diciamo nulla di nuovo. Il discorso qual è? Che chi non la vive non lo capisce.
Superati i problemi, che cosa auspicate per il futuro della vostra attività?
D: Diciamo che noi qualche progetto ce l’abbiamo ed è quello di migliorarci sempre di più, di ampliare il marchio, magari aprire altri negozi.
M: Quello è il sogno…
D: L’obbiettivo! È il sogno e l’obbiettivo.

Per concludere: qual è il segreto di un buon gelato e perché qualcuno dovrebbe venire a prenderlo proprio da I Gemelli?
M: Il segreto di un buon gelato, che poi vale per tutte le cose che si mangiano, è quella della qualità delle materie prime, ma anche il saperle utilizzare è importante: perché si possono anche prendere materie prime costosissime e buonissime ma se non sai come utilizzarle non rendono al meglio. E poi la banale passione in realtà.
Che non è tanto banale.
D: Principalmente noi ci poniamo anche questo come obbiettivo, giornaliero proprio: noi facciamo il gelato fresco. Tutti i giorni. Tutti i giorni facciamo il gelato: quindi oltre alla materia prima, che è importantissima come diceva Matteo, è la freschezza del gelato che fa la differenza. Chi viene a mangiare il gelato da noi mangia il gelato fresco.
M: Perché non è il gusto in realtà la cosa più importante nel gelato, ma la sensazione che ti lascia dopo che l’hai mangiato, perché è quella che il cuore, la testa, il cervello, i muscoli, la lingua e tutto il resto si ricordano: la sensazione del buon gelato che hai mangiato. Perché il gusto buono si trova, ma è il fatto della freschezza e della quotidianità che ti dà la sensazione.
D: Noi abbiamo fatto una scelta: pochi gusti, noi d’estate ne abbiamo sedici più le granite e d’inverno scendiamo a dodici, perché se non vuoi sprechi e vuoi il gelato fresco non puoi fare diversamente. Questa è stata proprio una scelta: non abbiamo voluto fare una gelateria con cento gusti. Pochi gusti ma preparati tutti i giorni: questo è il nostro credo. Lavoriamo sui classici, ogni tanto inseriamo qualche chicca perché comunque ci piace sperimentare e divertirci.
M: Anche perché la nostra benzina è la curiosità. Perché poi c’è anche uno studio sotto: c’è bisogno di fare prove, di bilanciare bene la ricetta…

Quanto gelato mangiate prima di proporlo al pubblico?
M: Ma in realtà poco, lo sai?
D: Lo assaggiamo. Tutto ciò che viene messo in banco e in vetrina viene prima assaggiato. Mangiamo poco ma assaggiamo tanto. Il gelato, prima di piacere al cliente, deve piacere a noi.

 

Davide e Matteo, grazie per il tempo che ci avete dedicato e in bocca al lupo per la vostra attività.

 

Danilo Iannelli 
Paolo Palladino

 

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La disillusione non ha alcun tipo di rapporto commerciale ed economico con le aziende incontrate e la selezione delle stesse ai fini dell’intervista avviene sulla base dei gusti personali degli intervistatori.

 

 

Sabbie mobili

Primavera 2012: sbarbatello, da poco iscritto all’università, ancora non mi sembra vero poter aver una macchina tutta mia e poter guidare, libero; nell’autoradio King del rap di Marracash, uno dei migliori album prodotti dall’hip hop italiano. Entra la traccia Sabbie mobili.

“No, non agitarti, resta immobile
Puoi metterci anni, e guardare ogni cosa che
Affonda nelle sabbie mobili
Si perde, nelle sabbie mobili”

Ascolto il ritornello, lo canticchio, ancora ignaro: sì, so già che sarà difficile, so già che vivo in un periodo storico complicato, in un Paese che non se la passa proprio bene; ma mi protegge l’ingenuità e la speranza dei vent’anni, la grande bolla dell’università, che ti atterrisce con gli esami e le tante pagine da studiare, ma è pur sempre un grembo tiepido, rispetto a quello che ti aspetta dopo.

Autunno 2019: qualche pelo di pelo di barba in più, percorso accademico ormai concluso, con tanto di lode e festeggiamenti annessi; sempre in macchina, imprecando, bloccato nel traffico; il Daily Mix di Spotify, in riproduzione casuale, propone Sabbie mobili di Marracash.

“Nessuno lascia le poltrone niente si muove
Nessuno osa e nessuno dà un’occasione!
Impantanati in queste sabbie mobili, si muore comodi
Lo Stato spreca i migliori uomini!”

Disillusione a palate.
Stavolta le parole colpiscono, affondano il colpo. Non sono più soltanto il testo di un pezzo rap. Adesso mi sento molto più consapevole: ci vivo in queste sabbie mobili; non sono più soltanto una metafora, le sento addosso, vischiose, sulla pelle.

La sensazione di un neolaureato in cerca di occupazione (ne avevo già parlato in un vecchio articolo) è molto simile a questo fenomeno naturale: spesso drammatizzato nei film d’avventura, esso se considerato nella sua entità fisica non può provocare realmente lo sprofondamento del soggetto nella sua interezza, ma soltanto per metà del corpo; il loro vero pericolo mortale è però dato dal fatto che, effettivamente, uscire dalle sabbie mobili prevede uno sforzo notevole e spesso è quasi impossibile farlo senza un intervento esterno: la fame e la disidratazione dovute a una lunga permanenza portano alla morte dell’individuo.

La metafora però è molto più vicina all’immagine delle sabbie mobili come quelle pozze fangose che inghiottono il malcapitato e, più questo si dibatte, più queste lo avvolgono, risucchiandolo verso il fondo. È questa la percezione: più mi muovo, più affondo; se resto fermo sprofonderò ugualmente, più lentamente, certo, ma inesorabilmente.

Viviamo in un Paese che sembra una gigantesca pozza di sabbie mobili: un Paese che puzza di vecchio, non solo anagraficamente, in cui qualsiasi aspirazione creativa e artistica non è nemmeno contemplata e viene relegata, al massimo, con l’etichetta dell’hobby; un Paese in preda all’immobilismo, in cui le opportunità sono sempre poche e quasi mai raggiungibili senza un intervento esterno, in cui vanno avanti sempre i soliti, i figli, i nipoti e gli amici di, in cui il più furbo ha sempre la meglio sul più meritevole; un Paese culturalmente in cancrena, senza futuro, in cui manca lungimiranza e senso civico, in cui la diversità fa paura e viene trattata come una malattia, più che una risorsa; un Paese in cui la politica non riesce mai ad andare oltre la mera propaganda, che oscilla tra i due poli opposti del tecnicismo e del populismo, in cui lo sguardo è sempre rivolto al passato, ma che non riesce mai ad affrontare le esigenze del presente, figuriamoci del futuro; un Paese in cui la cultura e il titolo di studio rappresentano più un handicap che un’arma in più, in cui per avere successo bisogna sempre piegarsi a certe logiche, quelle delle mani che si lavano tra loro ma che, alla fine, restano sporche entrambe; un Paese che difficilmente dà dignità al cittadino onesto, allo studente meritevole, al lavoratore indefesso, che premia invece i furbetti, gli arrivisti, gli evasori; un Paese in cui l’ascensore sociale è rotto ormai da anni, fermo al piano terra, zeppo di persone, mentre all’attico si fa festa, ma si accede solo se si è sulla lista giusta; un Paese che odia le immigrazioni ma costringe ad emigrare, in un paradosso di vite  che sembra non aver mai fine.

E dunque che cosa fare? Dibattersi o attendere? Aspettare: ma cosa?
Come la neve che ghiaccia e immobilizza tutti, vivi e morti, ne The Dead di James Joyce, vedo questo Paese bloccato in queste sabbie mobili. “Go west” mi dico; ma poi resto fermo, come Gabriel alla finestra, a guardare la neve, inseorabile, scendere.

Danilo Iannelli


Foto in copertina di Cecilia Calistri

Nicola stai sereno

“Perché con quella ‘c’ aspirata e quel senso dell’umorismo da quattro soldi, i toscani hanno devastato questo partito”

Non sono bastati i meme, il cambio della segreteria, non è bastata l’insurrezione della destra, non è bastata Pontida, il crollo del governo, la rinascita del governo, l’addio di Tommaso Paradiso: la sinistra ha deciso di fare un’altra ennesima scissione. Così, di botto.

Oramai non ci si può fare nulla, è parte integrante del suo stesso essere. Non si può chiedere di fermare le stagioni, non puoi fermare la rivoluzione del Sole e così non si può chiedere al Partito Democratico di non scindersi in ulteriori partiti di sinistra. O meglio, puoi farlo ma tanto Renzi non ti darà retta. Per l’ennesima volta, l’ex-Presidente del Consiglio ha dimostrato di non poter in qualche modo rimanere a lungo lontano dai riflettori. Dopo una carriera lampo sulle luci della ribalta e al massimo del suo splendore è sicuramente difficile riuscire a restare nei retroscena, nonostante l’alto grado di impopolarità che è riuscito a raggiungere in solo poche mosse. Sì, perché nonostante le dure critiche all’omonimo Salvini, il caro Renzi non ha nulla da imparare dal collega leghista circa l’abilità di far cadere un governo. C’è riuscito benissimo da solo nel 2016 e parrebbe non essere intenzionato a fermarsi lì: per un governo appena instaurato da poche settimane una scissione all’interno di una delle due forze politiche non è certamente il segnale più rassicurante. Ciò nonostante, l’ex-sindaco di Firenze ha dichiarato come la separazione sia avvenuta nei toni più rilassati e sereni e che lui e i suoi seguaci che hanno chiuso le porte del Nazareno alle loro spalle supporteranno allo stesso modo il governo Conte Bis, delineandosi semplicemente come una forza politica contrapposta. Ma allora perché scindersi? Perché ora?

In un’intervista al quotidiano La Repubblica, Matteo Renzi ha duramente criticato il PD, a suo modo di vedere “organizzato scientificamente in correnti e impegnato in una faticosa e autoreferenziale ricerca dell’unità come bene supremo”. La scissione in realtà ha aleggiato per aria nei mesi come un odore di gas proveniente da una valvola malfunzionante che porta a presagire un’esplosione imminente: Matteo Renzi addirittura minacciava mesi addietro il neo segretario Zingaretti di scissione per un qualsiasi accordo con i nemici storici pentastellati. Dopo, all’indomani dell’8 agosto 2019, è invece lo stesso Renzi a spingere fortemente all’interno del Partito Democratico affinché si arrivi ad un’alleanza di governo proprio con i Cinque Stelle. La ratio di questo cambio di rotta? Le sofisticate porte blindate dei corridoi oscuri della mente renziana non hanno ancora fornito la possibilità d’esser decifrate. Si sa solo che il neo-non-così-neo Presidente del Consiglio Conte non è stato l’unico ad imbeccare contro il senatore Salvini il 20 agosto al Senato, trovando in Matteo Renzi un ottimo compagno di avventura, perlomeno per quanto concerne prendere a sassate dialettiche il segretario della Lega (Nord). Oltre ciò, durante le dure ore nelle quali Zingaretti ha cercato insistentemente un qualsiasi tipo di bevanda tra gli scaffali della cucina per mandare giù mesi di insulti e invettive per stringere la mano a Luigi Di Maio, è stato proprio Renzi a spingere fortemente per un accordo tra le due forze politiche, portando ad ulteriori tensioni e contraccolpi interni al PD. Dopo aver completato l’accordo, con successivo programma, squadra di governo e campanellina, ecco che tutto ad un tratto è proprio l’ex-segretario dem a lasciare il Partito, concretizzando voci di corridoio che da tempo circolavano e dando vita al nuovo partito liberal-democratico Italia Viva” . Una sorta di “Forza Italia” più sofisticato ma di simil sostanza. Anche perché l’unico membro non proveniente dai dem finora sopraggiunto nel neo-movimento è proprio dal partito berlusconiano, la senatrice Donatella Conzatti. L’idea è quella di una forza centrista capace di assorbire a sé l’elettorato non perfettamente allineato con la sinistra tradizionale o la destra emergente, pescando anche da +Europa e simili. 

Ciò nonostante, il governo non crolla: lo stesso Renzi ha da subito alzato la cornetta per chiamare il caro Conte, rassicurandolo del pieno appoggio da parte del suo movimento e mantenendo viva (per adesso) l’esperienza di governo. Anche se però Conte non ha subito forti contraccolpi diretti, l’effetto si sente: il PD ha da subito perso l’ 1.5% nei sondaggi e l’idea è che possa continuare a perder terreno. Secondo gli esperti sondaggisti, Italia Viva dovrebbe aggirarsi attorno al 3-5%: non importantissimo ma neanche irrilevante (e fin qui meglio della Bonino e di Liberi e Uugali). Oltre alle percentuali, c’è un altro fattore importante da dover considerare per le scelte tempistiche adottate da Renzi: non soltanto semplici deputati e senatori hanno seguito il leader toscano, ma anche membri del governo, tra cui la tanto discussa Teresa Bellanova e diversi sottosegretari. Difficile pensare che questi elementi sarebbero stati scelti lo stesso per l’esecutivo se la scissione fosse stata svolta prima dell’insediamento. 

Questa mossa sembra rivelarsi l’ennesimo fuoco amico da parte di Renzi ai suoi colleghi del PD nel quale oramai, l’ex-sindaco di Firenze si trovava troppo stretto da oramai tempo immemore. Per metterla con le parole di Internazionale:

“Le cose sono peggiorate quando Renzi nella veste di “rottamatore” ha lanciato la sua offensiva per conquistare la leadership del Pd, diventando nel dicembre del 2013 segretario del partito e nel febbraio del 2014 capo del governo. Da allora sotto al tetto del Pd hanno convissuto due partiti, armati l’uno contro l’altro, tenuti insieme da sospetti, da sgambetti e da odio reciproco

Addirittura Renzi parlava dei “suoi” senatori e deputati, quasi a sottolineare come i suoi fedelissimi non seguissero neanche più le scelte del Partito ma avessero già una loro autonomia nelle decisioni tutta di stampo renziano. Una sofferenza senza dubbio costante che non ha reso facili le decisioni al Nazareno negli ultimi anni. 

A vederla così però, una riflessione c’è da farla: se la divisione era così forte, del tutto male una divisione non fa. Sicuramente riesce a portare un po’ di tranquillità in casa dem. Forse la scissione stessa può essere vista come un atto necessario, quasi dovuto, nel quale Zingaretti sicuramente avrà modo di tirare una boccata d’aria fresca e un bel sorso di valeriana, senza l’oppressione di segretari del passato e con maggiore libertà di manovra. Di meno ma più leggeri. Magari, a differenza di Enrico, questa volta Nicola riuscirà davvero a stare sereno.

Meglio una fine con terrore che il terrore senza fine, decreta un proverbio tedesco.”

(Internazionale)

Matteo Caruso

P.S.: In tutto ciò, si parla tanto del PD e di Renzi ma cominciano a volare forti indiscrezioni a Montecitorio circa una scissione interna dei Pentastellati, con Di Maio al centro del ciclone, dimostrando come la tendenza alla scissione della sinistra abbia le stesse caratteristiche di un comune virus o batterio che si insinua all’interno dell’organismo con la vicinanza a soggetti infetti.

Evidentemente il Movimento non era vaccinato.


Sitografia: