Archivi tag: Letteratura

“Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf: un libro di donne, per donne

È fortemente risaputo che Virginia Woolf  (1882-1941), scrittrice, saggista e attivista britannica, è considerata una delle più audaci scrittrici classiche che ha contribuito a cambiare il ruolo delle donne nella società: Virginia è attivista all’interno dei movimenti femministi per il suffragio delle donne e riflette più volte, nelle sue opere, sulla condizione femminile. Troppo poco viene però rivelato riguardo una delle sue opere più pregnanti e significative sotto questo punto di vista: “Una stanza tutta per sé” (in originale “A Room of One’s Own”), un saggio pubblicato per la prima volta il 24 ottobre 1929, basato su due conferenze tenute dalla scrittrice a Newnham e Girtoncollege femminili dell’Università di Cambridge, nel 1928.

“Una stanza tutta per sé e cinquecento sterline annue di rendita sono le condizioni minime necessarie per la donna che scrive. La richiesta materiale ha una forte, occulta carica metaforica: se la donna è stata per secoli assente dalla storia, cassata, rimossa, se ha avuto la funzione, spaziale, di specchio – ingrandimento dell’uomo, raddoppiamento della figura di lui -, se nel suo corpo-nutrimento gli ha offerto il dono dell’atemporalità, non potrà nascere a sé stessa, alla propria parola, che conquistando il diritto fisico, economico all’inscrizione nello spazio sociale”, questo ci dice Marisa Bulgheroni, studiosa e docente di letteratura inglese e americana, nella prefazione al saggio dell’edizione Feltrinelli. Ma analizziamo ancora più a fondo l’opera, entrando nel vivo delle considerazioni della Woolf: “Per secoli le donne sono state specchi magici e deliziosi in cui si rifletteva la figura dell’uomo, raddoppiata […] questi specchi sono indispensabili a ogni azione violenta ed eroica. Perciò Napoleone e Mussolini insistono così enfaticamente sull’inferiorità delle donne, perché se queste fossero inferiori, non servirebbero più a raddoppiare gli uomini.” Perché, sostiene la Woolf, se la donna cominciasse, d’un tratto, a raccontare la sua verità, la figura nello specchio rimpicciolirebbe e l’uomo diventerebbe meno adatto alla vita. Come potrebbe continuare, infatti, a legiferare, civilizzare gli indigeni, giudicare, scrivere libri, pronunciare discorsi, se non fosse più in grado di vedersi riflesso più grande di quanto veramente sia? La visione dello specchio è pressoché fondamentale per l’uomo, poiché è attraverso di esso che viene caricata la sua vitalità e viene stimolato il suo sistema nervoso. “Se gliela togliete, l’uomo può morire, come il cocainomane privato della droga”.

Non a caso l’autrice inserisce, tra le occupazioni predilette dall’uomo, quella di “scrivere libri”: che la donna scrivesse non è stato, per lungo tempo, contemplato. La donna doveva essere confinata esclusivamente alle occupazioni domestiche; mai avrebbe dovuto impiegare il suo intelletto in qualcosa che non la riguardasse. Soprattutto in un mondo indifferente. “Il mondo non chiede alla gente di scrivere poesie, romanzi e libri di storia; non ne ha alcun bisogno […] l’indifferenza del mondo, che tanto faceva soffrire Keats e Flaubert e altri uomini di genio, nel caso della donna non era già indifferenza bensì ostilità. Il mondo non diceva loro, come agli altri scrittori: Scrivete se volete; per me è esattamente lo stesso. Il mondo diceva ridendo: Scrivere? A che cosa vi serve scrivere?” Ma ecco che, verso la fine del Settecento, la donna di classe media cominciò a scrivere, incurante delle critiche dell’uomo e del mondo. E questo fu, per la Woolf, un avvenimento addirittura più importante delle Crociate o della Guerra delle due rose: le donne in genere, e non soltanto l’aristocratica isolata, rinchiusa nella sua casa di campagna fra i suoi libri e i suoi adulatori, cominciarono a mettere nero su bianco i loro pensieri.

Poco più avanti nel saggio, la scrittrice arriva a toccare un altro punto fondamentale, ovvero l’inutilità del mettere un sesso contro l’altro e l’auspicabilità alla loro fusione per il bene della creatività: “Tutto questo opporre un sesso all’altro, una qualità all’altra; tutto questo attribuire superiorità a sé stessi e inferiorità agli altri, appartiene a quella fase scolastica dell’esistenza umana in cui ancora esistono “squadre”, e sembra necessario che una squadra riesca a vincere l’altra […] a misura che le persone maturano, smettono di credere nelle squadre”. L’autrice sostiene che ci debba essere collaborazione nella mente, fra la donna e l’uomo, così che possa compiersi l’atto della creazione: un “matrimonio dei contrari” che dia spazio a pace e libertà, seguendo le orme della teoria della mente androgina di Coleridge. “È appunto quando ha luogo questa fusione che la mente diventa pienamente fertile e può fare uso di tutte le sue facoltà.”
Eppure, cosa farsene di una stanza tutta per sé e delle famose cinquecento sterline?
La libertà intellettuale dipende da cose materiali. La poesia dipende dalla libertà intellettuale. E le donne sono sempre state povere, dagli inizi dei tempi. Le donne, pertanto, non hanno avuto la più piccola opportunità di scrivere poesia. Perciò ho insistito tanto sul denaro e sulla stanza propria, per poter pensare senza l’aiuto di nessuno.”
L’autrice conclude esortando ognuno a dare libero sfogo alla propria creatività e alle proprie ambizioni: “finché scrivete ciò che volete scrivere, questa è l’unica cosa che conta; e se conti per un giorno o per un’eternità, nessuno può dirlo […] vi chiedo di scrivere ogni sorta di libri, su qualunque argomento, senza dubitare, per quanto triviale o per quanto vasto vi possa sembrare […] quando vi chiedo di scrivere più libri vi sto incitando a fare qualcosa che contribuirà al vostro bene e al bene del mondo intero.”

Francesca Moreschini

Come leggere una poesia

La poesia è certamente la più alta e nobile tra le espressioni letterarie: la sua capacità, soprattutto se pensiamo alla poesia moderna e contemporanea, è certamente quella di condensare in pochi versi una grande quantità di immagini, suoni e significati. Data questa sua intrinseca densità e complessità, la lettura di una poesia degna di questo nome presuppone alcuni accorgimenti, volti proprio a garantire una piena comprensione e una fruizione completa del testo poetico.

Il seguente articolo non vuole in alcun modo avere carattere dogmatico o normativo, ma vuole proporre una serie di consigli e suggerimenti per il lettore, più o meno esperto, che voglia avvicinarsi al testo poetico; o più semplicemente, per il lettore di poesie già ferrato, questo testo vuole rappresentare il mio modus operandi nel confrontarmi con una poesia: ogni critica o suggerimento che apra al confronto è dunque ben accetto.

  • Non abbiate fretta

Questo in realtà dovrebbe essere il primo consiglio per ogni lettore, ma ancor di più per il lettore di poesie: una poesia ha bisogno di tempo e pazienza per essere letta e compresa; la condensazione attuata dal poeta non deve trarci in inganno: nonostante il minor numero di parole rispetto a un componimento in prosa, il testo poetico è spesso assai denso e deve essere analizzato con calma e in profondità prima di coglierne a pieno il significato.

  • Leggete più volte

Direttamente collegato al suggerimento precedente è quello di leggere più volte il componimento poetico: una sola lettura infatti difficilmente è sufficiente per comprendere in maniera esauriente una poesia; suggerisco inoltre di variare la modalità di lettura: per esempio io leggo solitamente un componimento poetico tre volte: la prima volta a mente, cercando di concentrarmi soprattutto sul significato delle parole, muovendomi principalmente sull’asse paradigmatico; la seconda volta leggo mormorando, cercando di individuare gli accenti, gli aspetti sintattici e quelli fonici più rilevanti, muovendomi principalmente sull’asse sintagmatico; infine leggo a voce alta, come se leggessi la poesia a un’altra persona, scandendo e pesando ogni parola e cercando di unire i due tipi di analisi.

  • Leggete più volte #2

Leggete più volte lo stesso componimento poetico a distanza di tempo: questo vale in realtà, ancora una volta, per tutte le opere letterarie; non sempre infatti si è pronti o ben predisposti a ricevere pienamente un’opera letteraria in un determinato momento: talvolta, rileggendo una seconda volta, a distanza di tempo, possiamo scoprire e apprezzare elementi che ci erano sfuggiti alla prima lettura.

  • Leggete in un luogo silenzioso

Questo in realtà è un consiglio assai soggettivo, perché conosco molte persone in grado di leggere nei luoghi più affollati e rumorosi; ecco, io personalmente proprio non ci riesco: perdo continuamente il segno e assorbo stimoli di ogni tipo distraendomi dalla lettura. Se ciò può essere un problema per la lettura di una prosa lo è certamente di più per la lettura di versi: l’aspetto fonico e musicale del testo poetico è spesso imprescindibile per la sua comprensione; leggere dunque in un luogo pieno di voci e suoni di ogni tipo non ci aiuto per niente nella nostra analisi.

  • Ogni parola è un macigno

La differenza fondamentale tra la prosa e la poesia è forse rappresentata proprio dal peso che ogni singola parola assume all’interno dei due componimenti: mentre in prosa una parola assume significato fondamentalmente sul piano sintagmatico, ovvero rispetto alle parole che la precedono e a quelle che la seguono, in poesia una parola non solo trae il suo significato da questo tipo di rapporto, ma anche e soprattutto sul piano paradigmatico; il solo fatto che una parola sia presente in una poesia e non ce ne sia un’altra al suo posto è un messaggio fortissimo. Il poeta sceglie con cura le parole da utilizzare: tutte, persino quelle apparentemente più banali, di uso comune, si trovano lì con un preciso compito, ovvero quello di comunicare un sentimento, evocare un’immagine, riprodurre un suono. Nella lettura di una poesia tenete sempre conto di questo aspetto: non trascurate mai l’apporto fonico e di significato che ogni singola parola può dare, tenete sempre in considerazione tutte le parole di un componimento, dando a ognuna di loro la giusta importanza.

  • Lasciatevi trasportare

Una poesia, spesso e volentieri, vuole evocare un’immagine, una sensazione, un sentimento: nel fare ciò si presuppone che il lettore si abbandoni completamente al poeta, facendosi guidare attraverso i versi nel mondo da lui ricreato. Purtroppo, soprattutto in ambiente scolastico, spesso e volentieri si predilige un approccio formalistico e quasi scientifico nella lettura delle poesie: si cerca immediatamente lo schema delle rime, la lunghezza del verso, le figure retoriche utilizzate. Non voglio affermare che conoscere e saper apprezzare l’aspetto formale e tecnico non sia importante e appagante: credo però che, per godere e comprendere a pieno una poesia, non sia strettamente necessario, quantomeno nel lettore alle prime armi – come può essere uno studente della scuola secondaria. Per questo motivo cercate sempre di essere ricettivi a ogni sensazione, ogni immagine e ogni suggestione evocata dal poeta, lasciandovi trasportare senza alcun preconcetto e confrontando questi elementi con le vostre conoscenze ed esperienze.

  • Cercate informazioni sulla biografia del poeta

Di fondamentale importanza per la comprensione di un componimento poetico è invece spesso la conoscenza, almeno basilare, della biografia del poeta: questo elemento risulta spesso imprescindibile in quanto, più o meno consciamente, ogni artista inserisce sempre qualcosa della propria vita nelle proprie opere. La conoscenza delle principali esperienze del vissuto del poeta risulta infatti assai utile per comprendere riferimenti altrimenti oscuri, che inficerebbero la profondità della comprensione del componimento. Non a caso in ogni libro o raccolta poetica che si rispetti troviamo sempre, prima dei componimenti poetici, quantomeno una sintetica biografia del poeta: non la trascurate mai.

  • Accettate di non capire

La poesia, per il suo tasso di condensazione di elementi simbolici, è stata spesso paragonata alle rappresentazioni oniriche – già Freud ravvisava molte analogie tra i due mondi. Come succede nei sogni dunque, nei quali non sempre tutti gli elementi sono chiari e presentano un significato univoco, anche nelle poesie, per quanto le nostre analisi possano essere appropriate e la nostra lettura accurata, talvolta alcuni elementi rimangono oscuri e incompresi. In questi casi avete due possibilità: fare qualche ricerca e cercare un’esegesi da parte dello stesso autore o di un critico oppure accettare di non capire. Una poesia, dopotutto, è una sorta di enigma che il lettore deve riuscire a risolvere: non sempre gli enigmi vengono risolti e, soprattutto, non sempre gli enigmi hanno una soluzione. La meraviglia suscitata da una poesia è anche questa: la sua capacità di restare misteriosa e impenetrabile, di trasmettere emozioni e sensazioni andando al di là dell’aspetto razionale e comunicando direttamente alla nostra parte più istintiva e irrazionale.

Danilo Iannelli

Agatha Christie: perché piace così tanto la regina del giallo

Agatha Christie (Torquay, 15 settembre 1890 – Winterbrook, 12 gennaio 1976) è considerata una delle scrittrici più influenti e prolifiche del XX secolo, nonché giallista di fama mondiale. Ancora oggi i suoi romanzi sono pubblicati in tutto il mondo: è infatti la scrittrice inglese più tradotta, seconda solo a William Shakespeare. A cosa attribuire l’ancora attuale successo della Christie? Come mai è ancora così in voga  tra i lettori di romanzi gialli, e perché le trame dei suoi romanzi ci coinvolgono così tanto?

Della vita di Agatha Christie ci sono alcuni fatti risaputi: la formazione da autodidatta, il primo matrimonio col Colonnello Archibald Christie ed il secondo con l’architetto Max Mallowan, la sua esperienza come infermiera di guerra a Torquay (durante la quale aveva imparato a conoscere il funzionamento e gli effetti di diversi tipi di veleno) e l’antipatia nei confronti della sua stessa creatura letteraria (Hercule Poirot).
Un fatto curioso che forse in pochi sanno è che la scrittrice non aveva un buon rapporto con la scrivania: Agatha era affetta da disgrafia, un disturbo della scrittura che non le permetteva di sentirsi a suo agio nel poggiare la penna sul foglio bianco. Per questo motivo molte delle sue opere furono dettate a voce, ed il materiale autografo risultò di ardua interpretazione (tra cui alcuni quaderni che vennero alla luce nel 2004, quando sua figlia Rosalind Hicks morì). Nonostante il deficit nell’abilità motoria della scrittura, la giallista seppe regalare al mondo i prodotti di una fulgida immaginazione letteraria: Christie era molto brava ad immaginare omicidi, che costituiscono il suo punto forte. Questo viene a volte attribuito al fatto che aveva appunto studiato farmacia e che aveva informazioni pratiche e dettagliate riguardo all’avvelenamento delle persone; perciò i suoi omicidi implicano sistemi di uccisione molto pragmatici e plausibili.
Inoltre, la scrittrice era profondamente convinta della cattiveria umana e sosteneva che il male rappresentasse un’importante componente della natura umana: dietro a intrecci e depistaggi elaborati si nascondono sempre essenzialmente due moventi, quali l’avidità di denaro o l’odio.

La sua carriera di scrittrice è caratterizzata dalla sistematica esplorazione di espedienti formali e strutture narrative all’interno di un genere che aveva una serie di regole fisse e che lei seguiva in modo quasi ossessivo: deve esserci un omicidio, il caso deve essere risolto da un investigatore, devono esserci un assassino e una vittima, una serie di personaggi che potrebbero essere l’assassino, ma non lo sono, un certo numero di possibili moventi, ecc. A dimostrazione di ciò, nei libri di Agatha Christie c’è sempre ed immancabilmente un momento in cui rivelano la propria artificialità, spesso tramite riferimenti al genere o a personaggi teatrali.
La tendenza della Christie al manierismo e al formalismo spiega anche perché una delle scrittrici di gialli più popolari di tutti i tempi usa come personaggio principale un uomo che è il detective peggiore, e che è così visto con affetto proprio perché poco plausibile: Miss Marple, “una vecchia pettegola che mette il naso in tutto quello che la riguarda e non la riguarda”, è fondamentalmente molto più credibile di Poirot; eppure è la protagonista di appena 12 romanzi e una ventina di racconti, contro i 33 romanzi, i 51 racconti e l’opera teatrale che hanno al centro il grande investigatore. I lettori comprendono molto bene la natura artificiale e convenzionale delle trame di Christie, accettano e amano Poirot in quanto espediente formale, perché ricorda in modo quasi brechtiano la finzione alla quale sono invitati a partecipare.

“Il formalismo di Christie è un prodotto dei suoi tempi: un progetto più o meno contemporaneo al modernismo con il quale divide alcuni interessi, ma rivolto a un pubblico di massa” scrive John Lanchester, scrittore e giornalista britannico. “Il suo interesse per l’identità e la natura dei personaggi e della società è una preoccupazione modernista, espressa attraverso un mezzo deliberatamente popolare e accessibile. Nelle sue opere si mescolano ambienti in cui regnano l’ordine e profonda cattiveria, familiarità e freddezza, e alla loro base c’è la domanda più importante di tutte, la preoccupazione tipica della modernità: chi sei?”
Senza dimenticare quel pizzico di ironia che permeava le sue opere e che la conduceva ad entrare nei suoi stessi testi, e una sottile vena di ottimismo che li pervade, possiamo sicuramente dire che “il suo intento era quello di rasserenare il suo pubblico, dopo averlo attirato nel mondo del mistero, dicendogli che ragione, intelligenza e buona volontà finiranno sempre per prevalere” (dall’introduzione a Dieci piccoli indiani, Mondadori, I classici moderni, 1988, traduzione a cura di Beata Della Frattina).

Francesca Moreschini

La pena capitale secondo Victor Hugo

Immaginate di essere immersi nella Parigi ottocentesca, come normali cittadini che passeggiano per le sue vie.
fermatevi a guardare il tramonto sul lungosenna, una vetrina di una vecchia libreria e l’interno di un caffè. Camminate, tra il rumore degli zoccoli che trainano una carrozza sul pavé della capitale,
Finché non girate un angolo che porta in Place de Grève.
Vedete una folla fuori di sé attorno a un palchetto costituito da assi legno. Urla e invocazioni più varie si combinano e si dilatano. Un delirio generale è calato come un morbo o una droga dal cielo rosa. Il nucleo di questo spettacolo però non è ancora il palchetto dove si staglia inesorabile la ghigliottina. Dalla bocca di un vicolo che confluisce nella piazza compare la carrozza che poco fa fungeva da sottofondo ai vostri passi: si frena e la portiera chiusa cede all’imbarazzo di tutti quegli sguardi aprendosi, lasciando scendere il prigioniero.
La folla si esalta e strepita ancora di più, ma gli occhi del miserabile sono come spenti, non rappresentano più un’anima ma un morto.
Probabilmente non sente niente al di fuori di sé, vede quelle bocche che mutano in forme animalesche ma non fuoriesce alcun suono, i suoi sensi allenati al pensiero della morte si stanno già abituando all’idea.
Ora viene condotto da due gendarmi, mentre dalla folla viene lanciato qualche ortaggio, al palco di legno.
Viene fatto stendere dal boia, con la testa all’altezza di un paniere che dovrà accoglierla. Sopra, la lama triangolare pregusta l’attesa del colpo.
La folla grida, il boia esulta.
Ti avvicini a una persona qualsiasi e chiedi ogni quanto succede una cosa del genere.
Ti viene risposto tre e se va bene anche quattro volte a settimana.

L’ultimo giorno di un condannato a morte, scritto da Victor Hugo nel 1829, descrive tutti i momenti che vive appunto il condannato, dal pronunciamento della sua pena all’ora che precede la sua esecuzione.
In questo breve scritto ambientato a Parigi, che sarà fondamentale anche linguisticamente per i capolavori che verranno dello scrittore parigino, si entra in prima persona nella mente di un borghese (presumibilmente) a cui restano sei settimane di vita da scontare in carcere.
Non sappiamo né chi sia né la sua colpa, in un certo senso Hugo vuole rendere universale il tema a cui si sta riferendo, che non è la storia di un uomo condannato a morte, ma in cosa consiste la condanna a morte. Tutti potremmo essere questo miserabile, che senza nemmeno accorgersene viene allontanato dai vivi verso una dimensione di morte. Qualsiasi segno di bellezza illusoria proveniente del tempo meteorologico o dai ricordi si infrange con l’angoscia disumana provata dal protagonista, il quale è anche vittima di allucinazioni e inevitabili deliri. Una delle fonti di maggior tristezza scaturisce dall’idea di dover lasciare madre, moglie e figlia in un mondo malato e cattivo senza un uomo che possa proteggerle, in questo senso è straziante la scena in cui, dopo un anno, gli è concesso di vedere la sua tenera prole che però non la riconosce.
Se come scriveva Ungaretti “la morte si sconta vivendo”, quella di un condannato è un’agonia non necessaria, in cui viene erroneamente fatto passare nell’immaginario comune che morire sia un battito di ciglia.
Hugo empatizza con chi è più difficile farlo, i reietti e i criminali, entrando nella loro psiche isolata dalle limitazioni del carcere, dando una voce che penetri nella coscienza di chi non vuole sentirsi dire le reali condizioni a cui è sottoposto qualsiasi condannato.
Lo scrittore si scaglia contro una società irrazionale che permette di macchiarsi del reato di omicidio e di eseguirlo come uno spettacolo.
La fede in Dio crolla nel momento in cui si assiste alla monotonia dei discorsi del prete, che preso più dal suo dovere che dalla sua vocazione pronuncia parole vuote e generiche, fatte di sola retorica e di nessuna vicinanza umana.
L’ultima speranza rimane la Grazia, (altra illusione) che può essere concessa soltanto dal Re, massima contrapposizione degli opposti alla condizione in cui giace il miserabile.

Victor Hugo mostra tutto lo sporco, il macabro e il disumano che si cela dietro la pratica della condanna a morte, prendendo probabilmente spunto dal saggio “Dei delitti e delle pene” (1764) di Cesare Beccaria, collaboratore de “il Caffè” dei fratelli Verri.
È il testo più importante dell’illuminismo italiano, in cui vengono per la prima volta apertamente attaccate sia la tortura che la condanna a morte.
Con Hugo, anche la Francia trova la sua autorevole voce contro la pena capitale, purtroppo poco incidente dato che i nostri cugini d’oltralpe si sono liberati di quest’uso solo nel 1981, ufficiandone l’incostituzionalità nel 2007.

Manuel Torre 

Il dilemma del poeta

Il poeta, salvo poche rare eccezioni, che altrettanto confermano questa regola, è un insoddisfatto. Poiché quando non è così, non è mai una persona semplicemente consapevole del suo talento, ma un esteta, il protagonista di un romanzo che ha per titolo il suo nome: e chi può negare che questa stessa tensione non sia indice di una recondita insoddisfazione?
Tra questi due estremi in cui la distanza si annulla, il filo conduttore di questa condizione letteraria che poi si trasforma in condizione umana è la parola.
Quel che si legge a poesia compiuta non è nel testo, ma in ciò che non si è espresso.
Bisogna sdoganare l’immagine del poeta che scrive soltanto in preda a qualche ispirazione divina: lo sforzo poetico, che all’apparenza può sembrare artificiale, consiste nello spremere qualunque dato, oggetto, sfumatura del reale, e ricavarne un senso. Esso consiste in un lavoro emotivamente massacrante, che culmina nella stanchezza, una parvenza di apatia verso la stessa parola che si è scritta, perché magari falsa o inadatta. Da ciò nasce un’altra delle operazioni che accomuna il fondo psicologico di ogni poeta: la revisione. Se gli fosse vietato antecedentemente di ritornare su un suo scritto, sarebbe molto probabile, per non dire certo, che esso rimarrebbe incatenato alla sua sedia senza porre mai un punto definitivo alla sua opera, lasciandola scorrere sui fogli infinitamente per la paura di essersi frainteso.
Quel che si trascrive è il lascito più esterno della coscienza che si accinge a scavarsi in fondo, il dettato di una sensazione che perennemente circola: una poesia non si stacca mai dal suo autore, entrambi sono destinati ad essere influenzati reciprocamente l’uno dall’altra.
La ricerca di questa parola assoluta segna il percorso dell’uomo-poeta, che vive ogni istante nel tentativo di scardinare ogni occasione, cercando di applicarsi nello sguardo un fendente invisibile che soverchi la realtà.
Questa ricerca si traduce in quel malessere che ha colpito chiunque si sia messo a fare poesia, che a volte diviene un’ossessione, ed è per questo che non si sceglie con presa coscienza di divenire poeta, perché forse se si sapesse delle conseguenze che comporta uno sforzo tale, simile al subire un effetto Larsen che punge acutamente tutti i sensi, con l’unica differenza della sua silenziosità, nessuno vi si accingerebbe.
Si comincia con la voglia di esprimersi e tutt’a un tratto il mondo e il suo fondo misterioso si trasformano in un codice che allo stesso tempo si mostra e si cela.
Al mistero e all’incertezza della vita comune si sovrappone dunque quello che è il supplemento di un’altra esistenza che vive entro i limiti dell’io, con tutte le sue conseguenze.
Ma è forse nell’epoca contemporanea la poesia di Eugenio Montale “Non chiederci la parola” quella in cui si colloca perfettamente lo stato d’animo postumo alla scrittura del suo autore, fatto di insoddisfazione. Eppure in questa resa risiede qualcosa che va oltre il non dire nulla: ovvero che spiegare il modo in cui il tutto non si può dire, perché inesplicabile, e forse inesistente, è la chiave per dirlo.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.


L’unica sicurezza in questo magma ribollente è l’unicità della poesia.
Grazie alla soggettività di cui è ricco il mondo, la manifestazione poetica è varia e a se stante come i fiocchi di neve che si creano nel cielo, che come diversamente si formano, lievemente allo stesso modo si sciolgono sulla terra, distillandosi al di sotto della sua superficie così come le parole di una poesia sono destinate a toccare un’anima.

Manuel Torre