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Lentiggini

Mi deformo
attraverso i suoni che ascolto
i colori che vedo
le parole che dico e che accolgo
gli sguardi di chi amo
o dei passanti.
A fine giornata
non sono mai
chi si è alzata la mattina.

Nelle mani la pervicacia di mio padre
nella gambe la sua resilienza.
Sulla pelle ho la giovinezza di mia madre,
le stesse sue lentiggini.
Negli occhi la sua premura.
Nel sangue scorre
la stessa loro frenesia
ansia di crescere troppo in fretta
brama di sciogliere le controversie
bisogno malsano di sollevare prima gli altri animi
del proprio.
Codardia.
Onnipotenza.
Ma ho anche la loro misericordia,
stupore innocente che esplode sul volto di un bambino,
sorriso sincero di chi crede nella scelta quotidiana
di chi non sa pregare un Dio
ma lo ritrova nelle più minute cose.
Ho la stessa loro presenza.
Data per scontata.
La loro stessa schiena.
Ho imparato da loro
a lottare per la mia sopravvivenza.
A fare pace con la mia storia ci sono io,
c’è da capire cosa si deve buttar via
e cosa si deve tenere.


Tu mi chiedevi un salto.
Ma non lo avevo già fatto, forse?
Spezzarmi le gambe
Cadere nel buio
Sbucciarmi le ginocchia come fosse la prima volta.
Questo avrei fatto per te, e forse ho fatto.
E la durezza, quella giusta, che serviva
non l’ho avuta.Ma animo pronto.
E tempismo.

Ci avesse insegnato prima la vita
ad essere meno egoisti,
ad educare la nostra sofferenza,
a costruire una ringhiera,
a credere nella luce
e nell’imperfezione.
A seppellire i nostri morti.
Avessi dato tu una carezza in più.
Avessi avuto io una mano più salda. 

Giorgia Andenna

Pietà

Guardandolo ho provato una tristezza diversa; emanava una disperazione profonda, azzurra nei suoi occhi sconfinatamente vuoti, spenti. Sembrava incapace di parlare ormai: lo sguardo sull’anima a terra come uno straccio; trascinava la sua ruggine, relitto, senza futuro. La morte la temeva, si capiva dalla paura delle sue rughe contratte, dalla bocca amara e chiusa, dagli occhi spalancati al riflesso di orizzonti desolati, deserti. Disabitato come un vecchio faro, era muta la sua luce, abbandonata; aveva un tatuaggio sul braccio, la sua unica voce, la sola storia che avesse il coraggio di raccontare. Una vergine, il suo velo incerto, gli occhi piccoli e neri da icona corrotta dal fuoco, l’indifferenza, in un sorriso assenza di fede e vendetta, senza il bambino tra le braccia. La sua fede era miseria, fede di terra, di sale, fatta di sangue sulle labbra, lui era ombra, l’ombra di una bestemmia: la madre odiò il cielo lasciandolo alla carità delle suore, lasciò una lacrima, un bacio, legò al suo polso ali nere di libellula, lo lasciò per non vederlo perdersi. La vita tra la sfortuna e le soglie del mare era il suo ultimo, unico avere. Stringeva come un’ostia il palo della metropolitana, si guardava le mani. Non so cosa provasse, sembrava leggere quei segni, le cicatrici, gli errori incisi sulla pelle, sembrava ricordare e compatire e soffrire dimenticando, raccolto in un silenzio colpevole: la sua condanna un esilio, la follia. Marinaio, naufrago,  quante volte sei morto, quante volte ancora morirai?

Lorenzo Pironi