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L’Explosion di Ascy

La scena musicale italiana, come d’altronde ogni altra scena musicale, la lingua, la cultura e praticamente ogni cosa possa venire in mente a chiunque, tende sempre più velocemente alla semplificazione. Tralasciando i massimi sistemi e concentrandosi solo sulla musica (in quello che è invontariamente anch’essa una semplificazione) i ritmi sono sempre più elementari, le parole sempre meno, i concetti più stereotipati. Ascy va in controtendenza rispetto a tutto ciò. La sua musica è ariosa, a tratti barocca, ogni istante porta a qualcosa di inaspettato rispetto a ciò che si ascoltava un istante prima: Explosion è un EP complesso e piacevole da ascoltare, in un costante gioco di suoni e parole che coinvolgono l’ascoltatore costantemente. L’intervista che è scaturita dall’incontro con lui non poteva che essere simile. Inizia piano, a tratti in maniera compassata, ma poi mentre il musicista si riscalda escono fuori tutti i lati che compongono la personalità sfaccettata di Ascy: la filosofia, lo studio, l’improvvisazione. Vi lascio alle sue parole.

Ciao Ascy! Iniziamo da te: da quanto fai musica?

Io ho iniziato a suonare la chitarra in terza elementare, poi dalla chitarra mi sono allargato ad altri strumenti che continuo a studiare e approfondire ancora adesso.

Come è nata questa tua passione?

A casa. Mio padre ascolta molta musica, è il tipo che ascolta sempre musica a tutto volume. Inizialmente ascoltavo hard metal, heavy rock, che è il suo genere, poi studiando mi sono appassionato anche ad altri generi.

Sei un musicista a tempo pieno?

No, però ovviamente l’aspirazione è quella. Continuo a studiare, sono al secondo anno di Filosofia a Roma Tre, nel frattempo faccio attivismo, e poi lavoro. Diciamo che sono abbastanza impegnato… Quindi ecco a tempo pieno no, ma rimane comunque una parte prioritaria.

Come coniughi la tua vita universitaria e quella artistica?

Diciamo che è complicato. Vedo la musica come uno studio, un po’ come l’università, ci vedo dei punti molto simili, quindi a volte coniugarle è un po’ difficile: quando stacco dallo studio per gli esami e passo allo studio della musica il cervello è saturo. La musica resta sempre però l’attività che faccio quando voglio stare un po’ tranquillo, mi offre l’occasione per staccare.

La pandemia ha colpito in maniera corposa sulla vita di tutti noi, sconvolgendo le abitudini, il modo di vivere e le prospettive della fascia più giovane della società. Che impatto ha avuto sulla tua produzione artistica?

Sicuramente mi ha rallentato. Fino a un anno fa avevo intenzione di trovare persone che suonassero con me per registrare la mia musica, e la pandemia ovviamente ha bloccato molte cose. Mi ha portato a dover fare tutto da solo, che da una parte è stato anche un bene, perché mi ha dato modo di fare pratica con la registrazione, con il mixing e anche con lo studio dei vari strumenti. Mi ha dato tanto tempo da dedicare alla musica, ma allo stesso tempo mi ha impedito di continuare con l’idea iniziale.

Il 14 Dicembre è uscito l’EP “Explosion”. È la tua prima opera organica?

Avevo provato le prime registrazioni, circa un anno e mezzo fa. Avevo pubblicato un altro EP su SoundCloud, ma ora non sta più neanche lì perché ogni volta che lo risento mi sento male, “Mamma mia la monnezza che ho fatto”, alla Boris. C’è comunque una certa nostalgia verso i primi tentativi, quella è stata una prima opera organica, ma mi è servita più che altro proprio per imparare le basi, letteralmente a premere “REC” sui vari programmi. Bell’esperienza eh, ma considererei comunque Explosion la mia prima opera seria.

Da dove nasce l’idea? E come è stata la sua gestazione?

I brani nascono di solito da idee che mi appunto, sia musicali che di testo: mi capita di fare un po’ entrambe le cose, sia di registrare melodie, basi, accordi e poi andarli a sviluppare, sia di scrivere qualcosa, e partire da quello. Mi segno ciò che mi colpisce, è come se ci fosse un germe che tu vai a raccogliere e poi ad allargare sempre di più, riempendolo di parole e di suoni. Nel caso specifico di questi quattro brani, erano quelli che avevano una maggiore coerenza tra di loro, quindi ho deciso di metterli insieme e appunto pubblicarli.

Perché hai scelto di fare musica in Inglese?

Non è una scelta deliberata: per me qualsiasi canzone in qualsiasi lingua andrà bene, se imparassi l’arabo scriverei pezzi in arabo. Per esempio, mia madre è nata e cresciuta in Francia, io lo parlo molto bene, e mi è capitato di scrivere in francese, anche se poi non ho ancora pubblicato nulla. Quando scrivo in italiano poi lo rileggo e mi do due schiaffi, mi chiedo “Ma che hai fatto?”. L’italiano mi dà spesso tante preoccupazioni, mi mette l’ansia di scrivere per forza qualcosa di molto serio. L’inglese è più facile, perché tutte le parole hanno l’accento sull’ultima vocale, è molto più musicale. Allo stesso modo quando Pino Daniele cantava in napoletano, era perché il napoletano ha un’accentazione simile all’inglese, e le sue canzoni erano geniali. L’italiano ha una maggiore complessità, e forse essendo io Italiano sento il peso della padronanza della lingua. Con l’inglese posso invece essere più diretto.

Come definiresti la tua musica?

Gli artisti sono sempre i peggiori a descrivere quello che fanno, di solito lo fanno molto meglio i critici. Diciamo per questi brani soprattutto l’ispirazione è l’alternative rock, però più malinconico, un po’ più arioso, leggero. C’è un’atmosfera un po’ alternative, ho cercato di fare canzoni un po’ più ricercate, non classiche: una cosa che non sopporto sono le canzone tutte dritte, precise, mi piace quando si va a rompere quello che si immagina prima, tutto ciò che esce dagli schemi è quello che mi attira di più.

Quali sono le tue principali influenze?

Come ti dicevo prima, ogni cosa che mi colpisce può diventare un’influenza, cercando però sempre di non copiare mai. Soprattutto adesso le mie vengono dal jazz contemporaneo, la musica più di avanguardia di questo periodo. Chi va a fare musica deve proporre una cosa che sappia fare solo lui, un po’ come quando si va a un ristorante stellato: tu vai lì non tanto per il piatto, ma perché sai che lo mangerai in un modo in cui sa farlo solo lo chef, solo lì, è un piatto che non sapresti rifare da solo a casa. In generale, mi piace chi porta al panorama musicale qualcosa di nuovo. Qualche gruppo che mi viene in mente: i Pixies, i Sonic Youth, venendo dalla chitarra ovviamente i Led Zeppelin… Un po’ di tutto.

Colpisce molto la copertina dell’album, un dipinto realizzato dall’artista Luca Di Gregorio. Come nasce la collaborazione con lui?

Praticamente è un fratello per me, ci conosciamo da un sacco di tempo. Tra l’altro da ottobre mi sono trasferito a vivere da solo, e gli affitto una stanza dove lui tiene lo studio… Il dipinto viene da là, era proprio dentro casa mia, che sta diventando una mezza factory artistica. Mi piace quello che fa, sono felice di avergli chiesto di fare qualcosa per me.

Come credi che le varie arti si influenzino tra di loro?

Secondo me, il concetto nel quale trovo il maggior punto di forza della musica, cioè nello studio, nella ricerca dell’espressione, è comune a tutti gli ambienti artistici. In questo senso sicuramente la commistione tra le varie arti c’è sempre stata, ed è uno degli elementi fondamentali del processo artistico, come diceva Plotino: “essere partecipi nell’arte”, partecipare in tutto il processo artistico, iniziato da quando l’uomo ha iniziato a fare i primi graffiti nelle caverne e che dura tutt’ora. È il bisogno di esprimersi, di lasciare tracce di sé, di condividere: questo è alla base del processo artistico, e di conseguenza, di ogni forma di arte.

Tornerai a fare live quando sarà possibile?

Mi sono sempre esibito live, anche in piccolo, suonando con gli amici. Proprio prima che scoppiasse la pandemia avevo suonato in un contest a Rinascita 2.0, qui a Roma, ma considera che era tipo il 3 marzo un paio di giorni dopo hanno chiuso tutto… Purtroppo è andata come è andata. Ma riprenderò sicuramente: per me la parte live è quasi più importante della musica che registri, perché è lì che vedi il musicista vero. Andare live e trasmettere qualcosa che sia reale e diretto a chi ti ascolta è fondamentale. Anche quando vado a vedere live altrui, quello che mi colpisce è quello stare sul pezzo in quel momento, quando tirano fuori dalla testa idee allucinanti, e tu sei consapevole che quello lo hanno inventato in quel momento e non lo rifaranno più, esiste solo in quell’istante. Il fattore dell’improvvisazione è fondamentale nel jazz, ed è anche il motivo per cui ti citavo invece prima i Sonic Youth: a loro non importa delle registrazioni, nei loro concerti i pezzi durano un quarto d’ora, perché il punto è proprio lo stare insieme, l’essere tutti sincronizzati nella musica e uscire fuori dagli stessi schemi che ti connettono. Il musicista che improvvisa ha la capacità di trascendere da tutto ciò che gli altri già sanno, rimanendone però allo stesso tempo all’interno. Questo per me è il fulcro della musica, e prende forma dal vivo, nel vedere e soprattutto sentire in quel preciso momento qualcosa.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Anche con Luca stiamo riorganizzando le idee per i prossimi mesi. Ho trovato un paio di cose che mi piacciono e che vorrei andare ad approfondire ed elaborare. Mentre per Explosion io ho preparato le canzoni per l’EP e poi Luca ha realizzato la copertina, ora vogliamo lavorare in sincrono, facendo un’opera condivisa. Spero di riuscire a far uscire un disco completo, ho una decina di brani su cui vorrei continuare a lavorare, speriamo bene.

Paolo Palladino

Sono Claudio Cirillo e sono un cantautore!

Claudio Cirillo è un curioso cantautore che non ha mai smesso di ricercare nuove sonorità, senza mai abbandonare l’immediatezza della semplicità. Ha cercato di raccontare il suo vissuto tramite la musica da un nuovo e originale punto di vista. Il suo nuovo album Puzzle, uscito ad ottobre 2020, è la massima espressione di questo. Ho avuto il piacere di porgli delle domande sul suo progetto e sul suo futuro.

Claudio Cirillo presentati! 

Ciao a tutti, sono Claudio Cirillo e sono un cantautore! Sembra facile detta così, visto che oggi il cantautore deve essere anche influencer, manager, fotografo, videomaker, produttore, arrangiatore, musicista, promoter, cuoco perché insomma devi pure magnà e infine deve scrivere testi… se rimane del tempo.

Come definiresti il tuo nuovo album Puzzle

Puzzle è il primo tassello che ho inserito nel quadro che ho in mente per i prossimi anni. Credo che il puzzle sia un’analogia della vita, dove tutti noi continuiamo a cambiare, a formarci e ogni giorno aggiungiamo le nostre esperienze al un quadro più grande. 

Cosa vuoi esprimere con i tuoi pezzi? 

I miei brani sono un riflesso della mia vita, quindi voglio raccontare la mia visione del mondo e delle mie esperienze.

Quale è il tuo pezzo preferito dell’album?

Molto difficile come domanda! Penso Bellezza d’oriente, perché è stata la prima canzone che ho scritto e ci sono affezionato. 

Hai fatto tutto da solo? 

Chi fa per se fa da tre! No, no, non è vero, chi fa tutto da solo non ha modo di crescere professionalmente perché non si confronta mai e rimane da solo come una cipolla, che è bona da sola, ma quando l’accompagni con un sugo e un po’ di spezie si riempie di profumi e sapori. Ho la fortuna di avere come amico il super produttore e musicista Jacopo Mariotti, che ha curato gli arrangiamenti e i mix. Aurora Molina poi ha gestito con grande professionalità la parte di promozione e ufficio stampa. 

Come hai registrato i pezzi? 

Tutto l’album è stato completamente registrato a casa, sfruttando il materiale che avevamo.

Sei partito da chitarrista ed hai sviluppato molte altre capacità musicali, come è avvenuto questo percorso? 

Come dicevo prima, non si può fare tutto da soli, l’unico problema è che appena chiedi aiuto spesso ti ritrovi a dover pagare… se fai il musicista come lavoro principale devi essere bravo a gestire economicamente il tuo progetto. Per questo motivo mi sono avvicinato ad altri mondi, ad altri interessi, che girano intorno alla musica. Molti mi hanno appassionato e li sto approfondendo, altri ho capito che non erano per me!

Quali sono i tuoi progetti per il futuro ? 

Sto già lavorando ad altre cose, e appena finirò di pubblicizzare Puzzle, vedrete cosa tirerò fuori dal cappello! Inoltre da quest’anno sto iniziando a promuovere e produrre i primi artisti. È una nuova e stupenda avventura che mi sta prendendo molto, a breve potrete ascoltarli!

Ilaria Serangeli

Sopra la pvnk(a) io faccio punk: intervista a SVD

L’idea di intervistare SVD, che si scrive così ma si pronuncia sæd (per chi è appassionato di trascrizioni fonetiche) o più semplicemente come la triste parola inglese sad, è nata parlando con Gabriele Carone a.k.a. NewAir, che del pezzo PVNK(A) ha prodotto la base. Ho incontrato così Francesca, e ne è uscita fuori una conversazione estremamente stimolante, che ha spaziato in una range che va dal suo passato musicale ai suoi progetti futuri. I discorsi con lei sono come i suoi testi: intimistici e toccanti, ma anche caustici e dissacranti, quasi sempre comunque sono cinici e disillusi come piace a noi, ma mai disperati. Lascio in ogni caso lascio letterlamente tra queste parole il collegamento al suo primo singolo su Spotify mentre qui lascio quello al video su YouTube, e dopo questa manciata di righe mi accingo a riportare l’intervista che è scaturita dal nostro incontro.

Da dove nasce il nome SVD?

Il nome SVD nasce dal fatto che l’emozione che provo più spesso, quella più amplificata, è la tristezza. Il nome è partito da Lil’ Sad Beans, “Piccoli Fagioli Tristi”, perché il mio cognome è Fagioli. Poi le cose sono diventate più serie, il nome mi suonava come cose vecchie da cui volevo emanciparmi, quindi è rimasto solo SVD.

Come definiresti il tuo genere?

Eh, questa è una bella domanda. Non lo definisco, non è un genere preciso, perché ora con l’uscita del singolo è il momento di questo genere punk/trap/indie strana, però punto a fare ogni volta qualcosa di diverso. Magari domani mi sveglio e voglio fare pop, o rock.

Da quanto scrivi canzoni?

In realtà da quando avevo tredici anni, però non scrivevo ancora in modo profondo e serio come adesso. Ho iniziato a farlo seriamente, registrando qualcosa di mio, dal 2016.

Quali sono le tue influenze musicali?

Non ne ho. Ho tanti artisti che ascolto ogni giorno, partendo dal grande cantautorato italiano arrivando alla musica contemporanea americana. La musica mi piace tutta, non ho un’influenza precisa. Quello che mi piace mi influenza.

Quanto coincidono in te SVD e Francesca?

Sono la stessa persona. SVD non è niente senza Francesca e Francesca non è niente senza SVD. Quello che scrivo lo vivo, quello che vivo lo scrivo. Sono io.

Come hai incontrato La Prod? E che impatto ha avuto sul tuo percorso musicale?

L’ho conosciuta nel periodo della quarantena. Leonardo (manager e produttore esecutivo, N.d.A.) mi ha scritto grazie a dei miei amici che hanno messo musica su SoundCloud: lui ha conosciuto loro, con i quali io ho fatto un feat., lo ha sentito lì su SoundCloud e mi ha scritto. Abbiamo intrapreso una strada insieme, mi ha salvato: io volevo lasciare, non volevo più fare musica, perché non la stavo facendo seriamente, e per me è inutile fare qualcosa se non la faccio al 100%. Lui mi ha portata in studio, abbiamo registrato la prima canzone, è andata bene, e da lì non riusciamo più a staccarci.

È uscito recentemente il tuo primo singolo, PUNK(A). Cosa ti ha ispirato nella sua scrittura? E una volta terminato, come lo descriveresti? Quanto rispecchia te stessa?

Rispetto agli altri brani scritti e registrati mi rispecchia di meno, rispecchia un mood felice. L’ho iniziata a scrivere una sera in cui stavo sul divano e così, dal nulla, mi è partita un “sopra la panca”… era un brano trash, però Leonardo ci ha visto del potenziale. Ho iniziato solo poi a vedercelo anche io, una volta sistemata, anche perché ho sempre fatto cose più tristi, questa era una valvola di sfogo diversa dalle altre: un modo per sfogarsi quando si è felici, in un momento di benessere, in pace. Nel brano dico comunque cose pesanti, ma con una base che non lo è.

Com’è nata la collaborazione con Khole? E cosa ha portato al tuo pezzo?

Ci siamo conosciute in quarantena su Instagram, dopo l’uscita dell’Ep dei miei amici con cui avevo collaborato di cui ti parlavo qualche minuto fa. Mi ha scritto che le era piaciuta tanto la canzone e ci siamo organizzate per un feat., che non è questo però. Ci è piaciuto collaborare, e quando ho sentito il ritmo di PVNK(A), l’influenza di questa canzone, ho pensato che ci sarebbe stata benissimo lei. Le ho inviato subito il pezzo, lei mi ha risposto immediatamente, e ne è valsa assolutamente la pena. Mi ha aiutato molto: quando non mi andava di fare le riprese, quando stavo un po’ giù, lei era lì a spronarmi. È stata molto stimolante come esperienza.

La musica indie e la musica trap, ragionando un po’ per compartimenti stagni, si rivolgono tendenzialmente a due tipologie di ascoltatori differenti. Cosa ti aspetti da chi ascolta la tua musica, che fonde questi due stili? Che tipologia di pubblico immagini di avere?

Punto a un pubblico che sia molto simile a me. Come io sono influenzata da generi diversi, generi contrastanti, chi mi segue non sa cosa aspettarsi da me. Un giorno mi sveglio e voglio fare un brano trap, un giorno voglio fare indie, ma secondo me si sposano perfettamente. Non mi aspetto nulla da chi lo ascolta, spero solo che piaccia, che non si soffermino al cercare di comprendere il genere.

Cos’è invece che questo tuo pubblico deve aspettarsi da te per il tuo futuro prossimo? Quali sono i tuoi progetti?

Non sono una persona costante, sono molto incoerente dal punto di vista musicale, mi piace sperimentare. Mi piace molto dare il massimo anche in una cosa che faccio per la prima volta. Adesso si dovranno aspettare una cosa più indie, un po’ pop, indie pop. Uscirà un piccolo Ep, di quattro tracce, sul quale abbiamo lavorato molto. Ogni pezzo lo abbiamo registrato mille volte: sono una perfezionista, a tratti paranoica… Non ho l’autostima che spicca, insomma. Per chi mi ha seguito è stata un’esperienza stressante e pesante, seguirmi è così.

Ti stai martellando…

Questo è quello che si devono aspettare da questo Ep: sono io che mi martello. Farsi vedere sicuri di sé quando in realtà non lo sono non serve a niente. Quest’Ep è anche più amoroso, ma secondo me se anche parlo d’amore mi riprende molto, perché comunque l’ho vissuto in prima persona: sono io che ne parlo, io che descrivo quello che io ho sentito, i miei sentimenti. Un Ep molto triste. Molto SVD.

Paolo Palladino

Voci che emergono: Celestraverde

Quando si va in ferie, nessuno vuole portare con sé il lavoro, e anche chi scrive non fa eccezione. Accade però che in piena vacanza io mi ritrovi seduto al tavolino di un bar con un paio di ciabatte imbarazzanti e un telefono che registra davanti. Succede l’imprevisto, succede che mentre sei impegnato a non fare niente una ragazza ti distolga dal flusso dei pensieri vaganti con un’interpretazione sconvolgente di “Come sabbia” di Simona Molinari, pezzo tanto di nicchia quanto tecnicamente complesso.
Quella ragazza è Celestraverde, all’anagrafe Roberta Penta, una carriera appena iniziata ma tutta la fame che serve per emergere, supportata da un talento cristallino che fin dal primo ascolto è impossibile non sentire.
Dopo un ascolto su Spotify, e un altro, e un altro, e un altro paio di dozzine, decido che non me ne sarei potuto andare dal villaggio senza aver saputo di più su di lei, e senza aver permesso ai lettori de La disillusione di conoscerla.

Da dove nasce il nome?
Tempo fa portavo un caschetto color verde acqua, solo che non era un colore omogeneo, dato che avevo
fatto diverse tinte, e quindi mia nonna mi disse che era color “celestraverde”.

Come definiresti la tua musica?
Una cosa complicata (ride, n.d.a.). Non è una cosa complicata spiegarla, ma proprio la mia musica lo è, perché se non è complicata non mi piace. Sono consapevole del fatto che non è semplice far piacere al pubblico testi
complessi, che se non leggi più di una volta fai fatica a capire. Questo un po’ mi differenzia dagli altri e
mi fa piacere, ma d’altra parte è un po’ uno svantaggio e questo me lo dicono tutti. Fin da quando ho
iniziato a scrivere alle superiori i miei professori mi dicevano sempre che il mio modo di scrivere è
barocco, oscuro e strano.

Immagino dunque nasca prima il testo e poi la melodia.
Più o meno sì. Abbozzo delle frasi, poi se mi viene in mente una melodia continuo, altrimenti rimando.
Sono piena di bozze.

Quali sono i generi musicali che fanno da guida al tuo processo creativo?
A me piace il blues, ma in realtà mi sento più indie. Sono molto perfezionista, una cosa che non deve
assolutamente esserci è la monotonia, e il blues a volte vi tende. A dirla tutta, io impazzisco per i Pink
Floyd. Non esiste un rock come il loro, quello dei Pink Floyd è un genere a sé.

Lavori da sola?
No. Io scrivo, butto giù le melodie e mio padre le arrangia.

A quale artista somiglia Celestraverde?
C’è troppa contaminazione. Mi hanno detto Simona Molinari per quanto riguarda “Bicchieri di vetro” (il secondo singolo di Celestraverde, n.d.a.). Qualcuno trova nella mia voce qualcosa di Elisa o di Giorgia, ma per quanto riguarda i pezzi in sé per sé non mi viene in mente nulla.

Che impatto ha avuto la quarantena su di te?
Bicchieri di vetro è nata proprio in quarantena: ho iniziato a scriverla il primo giorno di quarantena e l’ho
finita proprio negli ultimi giorni. Poi c’è un altro pezzo che in quei mesi ho definito, perché
fortunatamente dal momento in cui mio padre non lavorava era disponibile e a mia completa disposizione,
e ne ho approfittato.

Deve ancora uscire?
Sì, deve ancora uscire. Si chiamerà “Sulla soglia di una porta chiusa.”

È già particolare il fatto che tu sia riuscita a scrivere. Ho notato che molti artisti hanno avuto un
forte blocco in quel periodo.

Ha inciso più sulla mia persona che sulla mia scrittura. Devo ancora elaborare quello che è cambiato di
me, devo ancora riuscire a metterlo per iscritto. Ho sempre la paura di non sfruttare al meglio ogni singolo
momento della mia vita, il tempo per scrivere lo trovo raramente, ho dovuto approfittarne.

Come e quando è nata la tua passione per la musica?
Mio padre canta e suona, quindi mi ha trasmesso questa passione fin da subito. Ho iniziato a studiare
canto a undici anni, però non mi ci sono buttata subito a capofitto, inizialmente la prendevo come una
questione tecnica, non emotiva, anche forse a causa degli insegnamenti di mio padre, che è molto fissato
con le capacità tecniche e con l’impostazione. Quando poi ha iniziato a vedere che stavo diventando brava
ha iniziato a dirmi “Eh però l’emozione…”. La tecnica è il mezzo che noi cantanti abbiamo, senza quella è difficile comunicare le emozioni, questo è quello che ha sempre voluto comunicarmi. Ho
iniziato a scrivere canzoni in realtà da pochissimo, sarà un anno e mezzo.

Sei molto prolifica però.
Ma scrivevo altro già da tempo. Per me è sempre stato difficile mettere ciò che scrivo in musica. Ho
sempre scritto periodi lunghissimi, uso termini lunghi, il che non va sempre bene. Perché ci piace scrivere in Inglese? Perché le parole sono più corte, sono più facili da inserire in una canzone.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Crescere. Mi sono iscritta a un’accademia di musical, la Gypsy Musical Accademy di Torino, ho fatto il
provino in quarantena. Lì mi cimenterò anche in cose che per il momento non ho ancora fatto a pieno,
come la recitazione, ed è un mondo che mi piace particolarmente. Curerò ulteriormente la mia voce, sento
di poter imparare ancora tanto. E poi la danza, con la quale ho avuto il primo approccio qualche anno fa
studiando hip hop, ma per poco. Voglio continuare a scrivere, anche se dovrò trovare qualcuno a Torino
che possa aiutarmi ad arrangiare i pezzi, il che mi preoccupa, perché sono abituata al supporto costante e
al giudizio di mio padre.

L’esperienza del villaggio turistico incide sul tuo percorso artistico? Se sì, come?
Già il fatto stesso di poter salire su un palco per me è una cosa importantissima, il palco è casa mia.
Giuseppe (il capoanimatore, n.d.a.) mi sta dando tante lezioni di vita, lui non è quel tipo di persona che se
sei bravo ti lascia stare, no, troverà sempre qualcosa che non va del tutto bene e va perfezionata. Non lo
prendo solo come un percorso lavorativo, bensì come un’opportunità di crescita. Io sono molto timida,
poter approcciare con più persone, esservi anche in un certo senso costretta, mi fa bene.

Il tuo ultimo brano, “Sembro così libera”, si discosta per atmosfera dai precedenti. Come nasce
questo brano?

“Sembro così libera” è il mio ultimo brano uscito, ma in realtà è il primo: è il primissimo testo che io
abbia scritto. Poi l’ho dovuto completamente modificare. Io in realtà questo brano l’ho snobbato per un
sacco di tempo, non mi piaceva, non lo volevo più continuare. Poi quando l’ho ripreso l’ho rivoluzionato
completamente, prima era più arrabbiato, in contrasto con la musica che è più tranquilla e quasi allegra.
Ai tempi mi trovavo in un’accademia, di quelle che si frequentano saltuariamente, e questo pezzo nacque
in una camera d’hotel, insieme a una mia amica che una sera prese la chitarra e mi disse “Scriviamo una
canzone”. Al che io le feci: “Guarda che io non so scrivere canzoni, non l’ho mai fatto”. Lei, che invece
aveva già scritto diverse cose, mi disse: “Se hai già scritto qualcosa, tiralo fuori e vediamo di metterlo in
musica”. Io di solito scrivo i testi e subito mi viene in mente la melodia, questa volta invece le parole sono
andate a inserirsi una melodia che stava nascendo a parte. Forse è il brano che sento meno mio, perché
nonostante riprendendolo e rivoluzionandolo io lo abbia avvicinato a me, l’ho scritto tempo fa, e all’epoca
ero una persona diversa.

Qual è quello che senti più tuo invece?
“Mare di polvere”, tutta la vita.

Perché?
Prima di decidere se continuare una canzone che scrivo così di getto mi interrogo tantissimo, invece per
quanto riguarda “Mare di polvere” sono stata convinta fin da subito. Io scarto moltissimo di ciò che
scrivo, perché a volte mi ricordano altro, e mi dà fastidio, o mi ricordano altri miei pezzi, e mi dà fastidio,
o mi ricordano pezzi altrui, e mi dà fastidio.

L’ispirazione da dove nasce? Ci sono momenti in cui decidi di scrivere o sono momenti estemporanei?
È raro che io decida quando scrivere, è una cosa che ti travolge, non la puoi programmare, sennò non ti
viene. Mi succede spesso durante le conversazioni, o quando scopro un nuovo termine, o leggo qualcosa
di qualcun altro, perché sono le parole a innescare il processo.

Paolo Palladino

I folletti dell’indie rock

Con un nome così innocente, quasi buffo, ma già programmatico nella nota di maliziosa irriverenza (da folletti appunto), i Pixies senza ombra di dubbio aprirono una nuova stagione musicale allo sgocciolare degli anni ’80. 

“Nell’88 i Pixies non assomigliavano a nessun’altra band, dal 91 in poi tutte le band assomigliavano ai Pixies”,

recita un’antica massima tra i fini intenditori musicali. 

Non c’è sintesi migliore per spiegare come un piccolo gruppo del Massachusetts sia diventato il substratum di tutte le canzoni che sono nate dopo e che continuano a nascere in seno all’alternative rock, portando il genere sulle classifiche più popolari e dunque le più improbabili per uno stile così contaminato.

E noi sappiamo che la consacrazione da parte del panorama musicale stesso è arrivata da sé, così come ce lo testimonia l’icona pop degli anni ’90 Kurt Cobain:

«Stavo provando a scrivere la perfetta canzone pop. Fondamentalmente stavo provando a plagiare i Pixies. Devo ammetterlo. Quando ho sentito i Pixies per la prima volta mi sono sentito così unito a loro che avrei potuto fare parte di quel gruppo o perlomeno di una cover band. Abbiamo usato il loro senso dinamico, essere prima sommessi e tranquilli e poi fragorosi ed energici.»

Vengono accolte come modello da moltissime band come i Nirvana e  i Radiohead, proprio perché  si affermano quando l’immaginario musicale stava dissipando lo spirito degli anni ’60 senza riuscire a declinarsi più in maniera attuale. Anche David Bowie con grande lungimiranza artistica apprezzava e riconosceva l’originalità di quella dinamica di versi piani e tranquilli seguiti da ritornelli e riff crudi, quasi cacofonici, che resero la sua efficacia una prassi. Ma i Pixies non si risolvono nella struttura ritmica della canzone, ciò che colpisce, inoltre, è l’humour che si cela dietro i testi del frontman Black Francis spesso grotteschi e distorti nelle situazioni, capaci di dar vita senza sforzo al surrealismo in un tutt’uno grazie con il timbro particolare della voce, unito all’acerbo basso di Kim Deal e ai suoi vocalizzi angelici. Si ritaglia uno spazio unico, invece, il chitarrista Joey Santiago per i colori conferiti ad ogni brano, sfinendo lo strumento fino all’elettricità spasmodica sul palco che rende i Pixies, i cattivi compagni di scuola dei R.E.M, altra importantissima band di quegli anni.

Surfer Rosa è sicuramente l’album che più rende evidenti le parole spese su di loro, viene definito un manifesto del nuovo “art punk”, proprio perché si costruisce sulle basi importanti del garage rock e si insidia con ritornelli contagiosi ( il cosiddetto power-pop) nella psichedelia che padroneggiano ancora bene, cresciuti a pane e Velvet Underground. Impossibile non conoscere il singolo “Where is my mind?” che colorò di tinte ancora più vividamente fosche l’ultima scena del film ormai cult “Fight Club”, nel momento in cui un’intera città viene demolita con gli “Ooo-oooh” onirici della bassista di sottofondo.

Dopo una rovinosa rottura nel 1993, quando sembrava che tutto fosse finito, sono tornati dopo dieci anni con una maturità tutta loro e con un nuovo album pronto ad uscire. Il loro sito si aggiorna, a fine 2019 un podcast condotto da un giornalista del New York times, c’ha mostrato l’ultima loro gestazione, dimostrandoci quanto non smettano di essere produttivi. 

Proprio con l’inizio di settembre il progetto dovrebbe venire alla luce, in attesa di festeggiare l’archetipo dell’indie-rock continua a creare musica, lasciamo che la playlist di Surfer Rosa scorra indisturbata, indifferente allo scorrere del tempo. 

Iris Furnari

PLAYLIST “MUST LISTEN” DEI PIXIES

  • Where is my mind? (Surfer Rosa; dalle avventure d’immersione in un Puerto Rico)
  • Hey (Doolittle; denuncia satirica dell’edonismo e dell’amore ridotto a sesso)
  • Monkey Gone To Heaven (Doolittle; grande denuncia ambientale )
  • Gigantic (Come on Pilgrim; dalla storia d’amore tra una donna bianca di cinquant’anni e un giovane ragazzo di colore)
  • Cactus (Surfer Rosa; dalla storia di un carcerato, cover realizzata da David Bowie nel 2002)