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The XX – “I See You”

Gli xx, ovvero la band britannica composta dai giovani Jamie, Romy e Oliver lasciano passare varie news sul loro possibile ritorno in pista, quasi dopo tre anni da “I See You”, l’ultimo “piece of art” dei nostri tempi liquidi e spotify-atici. Ma nel mentre? Direi che è arrivato il momento di riscoprirli con un tocco nostalgico, lo stesso che questi tre musicisti infondono nei loro pezzi, che calzano in un’atmosfera lounge oppure nei modesti e pratici fili delle nostre cuffiette. 

I primi aggettivi che salgono alle labbra di chi conosce gli xx sono “intimi”, perché con le loro canzoni è facile ritrovarsi una stanza dalla luce soffusa, magari c’è pure una candela e un gruppo che suona nella penombra per non disturbare. I loro primi concerti erano un po’ così: al massimo quaranta persone di fronte a questi ragazzi che nemmeno sognavano la fama, che avevano lo sguardo basso e l’ansia da palcoscenico. E’ davvero particolare il modo in cui la loro musica rivela il loro carattere in maniera così evidente; riescono ad accompagnare la loro introspezione con note semplici, come se ci fosse una sorta di chiacchierata notturna tra il testo e la melodia. Eppure, “I See You” è diverso, si è rivelato una crescita sia personale che musicale per il trio: lo dichiarano nelle interviste – visto che ormai da un po’ le concedono – e lo hanno confermato dieci canzoni che sono tiepide, rilassate, quasi gioiose. Gli xx hanno forse aperto la finestra della loro cameretta? E ora cosa ci aspetta in questo strano 2020? 

Mi piace ricordare “On Hold”e “I Dare You”che potremmo addirittura definirle canzoni “radio-friendly”, anche se non stonano, certo, per nulla nell’atmosfera dell’album, che non porta a focalizzarsi su una sola canzone, ma ad apprezzare quella “visione completa” per cui ancora pochissimi artisti del ventunesimo secolo hanno la sensibilità. Come dicevano la scorsa settimana i Muse.

“Abbiamo concepito l’album proprio perché fosse qualcosa di unito, non una raccolta di brani. Doveva scorrere bene”, ha raccontato, a suo tempo, Oliver durante l’intervista per Rolling Stone Italia. Oggi, solo qualche comunicazione veloce su un progetto che bolle in pentola, anche’esso costretto ad una gestazione più lunga a causa dei tempi” (pandemici?, n.d.a.).

Sicuramente la “pop music”, mai ritenuta “personale” dalla maggioranza, in I See you è  diventata  raffinata e calma  – “smooth” come direbbero gli inglesi-, capace di smussare i dolorosi spigoli delle situazioni di chi ascolta. Sempre attuale, a distanza di tre anni dalla pubblicazione. 

“Per me le nostre canzoni devono funzionare come un grande schermo sul quale le persone devono essere libere di proiettare qualcosa che appartiene a loro. Nei nostri testi non diciamo mai “lui” o “lei”, non citiamo mai un posto o un periodo preciso. È una nostra scelta. Quello che raccontiamo deve diventare la base di altre storie” aggiunge Romy, la voce femminile del gruppo, ormai donna felicemente sposata con la compagna, anch’essa musicista. 

Nel panorama dell’indie-pop e rock quindi gli XX rimangono una margherita di campo in mezzo a tanti fiori di plastica, o anche un campo minato, come quel maledetto gioco del computer di noi altri, metafore che mi consentono di confermare la riuscita dell’album, e in generale del progetto artistico degli XX, del loro concept musicale, una delle pietre miliari della nostra generazione sicuramente indie-pendente. 

Iris Furnari 

MUSE: ci adattiamo e gli album impegnati non li facciamo?

C’è un posto particolare per tutti i ricordi: c’è il secondo cassetto del comodino, c’è il baule in soffitta, c’è il libro che hai letto centinaia di volte e si è guadagnato l’onore di preservare lettere e bigliettini che rappresentano drammi e sciocchezze della vita adolescenziale e oggi, ieri, dopodomani sarà sempre così. Tuttavia, nel mondo che ci accoglie oggi non c’è tempo per il sentimentalismo, per i piccoli segreti, per quei momenti dove sei solo tu e i tuoi pensieri travestiti da simpatici amici invisibili. Vuoi mettere!? Dovrei staccare la wifi? E poi come posso controllare tutto ciò che devo assolutamente controllare? 

Rispondere su whatsapp, scorrere il feed di Instagram o la home di Facebook, no, queste strane pratiche obsolete che ti portano ad essere un tantino più introspettivo e calato nel mondo non fanno proprio per me. 

Pensate che solo un anziano signore possa criticare i giovani d’oggi? O solo nostra madre ossessionata dall’idea che gli smartphone siano la prima causa del cancro? Ebbene, vi sbagliate. 

Il batterista di una delle band più apprezzate di questo secolo, Dominic Howard dei Muse, ha regalato alla stampa dichiarazioni piuttosto forti su quanto il modo di ascoltare musica sia totalmente cambiato, soprattutto per i giovani. 

Effettivamente io ho Spotify, più duecento canzoni scaricate illegalmente sul cellulare e a volte acquisto un brano su ITunes solo per sentirmi una brava persona. Perché ti lamenti tanto Dominc? E tu, Matthew Bellamy? E non iniziare papà a mostrarmi ogni tuo vinile come fosse un cimelio di famiglia. Davvero ti ricordi il momento in cui lo comprasti? No papà, non ho un negozio di dischi preferito. Non esiste più. 

“Il modo di ascoltare musica è drasticamente cambiato da 10 anni a questa parte, è folle! E lo vedo in prima persona! Persino io non ascolto più album come facevo un tempo. Così abbiamo pensato che, visto che stavamo pubblicando un nuovo album, sarebbe stato giusto che avesse un senso dall’inizio alla fine. E’ molto più giusto fare qualcosa di questo tipo, che ascoltarne solo due/tre tracce!”

I servizi “On the demand” che usufruiamo tutti senza nemmeno battere ciglio ci danno ampia scelta: tutti i generi, tutte le playlist, tutte le epoche.  Proprio in questi casi, però, si perde di vista una delle nobilissime prerogative della musica: raccontare. Sì, perché se gli Aedi si accompagnavano con la lira ci sarà stato un motivo, o i trovatori in Provenza, o De André con le sue ballate.

Ammettiamolo non c’è quasi più la concezione materiale del CD, figuriamoci quella “concettuale”, e continuando così galleggeremo tra canzoni autonome, singoli e hit dell’estate. Non è già successo? 

Non fatevi ingannare solo perché Spotify ve le mette nella raccolta accattivante “Top 50 global” con una bellissima e coloratissima foto di Dua Lipa sopra, quello non è un album, è un distillato, un’edizione dell’Odissea ridotta e semplificata. Perché? La semplificazione da quando può arricchirci? Almeno la musica lasciamola complessa, come noi… Anche perché, non sarà forse per questo che non possiamo farne a meno? 

Per quanto ogni Album (con A maiuscola non casuale) dei Muse racconti una storia, solitamente distopica e agghiacciante, ho pensato di menzionarvi non solo l’ultima fluorescente opera,  che si è animata davanti ai miei occhi esattamente un anno fa allo stadio olimpico (20 luglio 2019), ma Drones, il loro settimo album che ha un che di capolavoro.

In “Drones” si raccontano addirittura due storie: in un’intervista il frontman Matthew Bellamy ha spiegato la precisa divisione per cui  da “Dead inside” a “Aftermath”, è la storia di un individuo privo di speranza, a tal punto da trasformarsi in uno psicopatico,  ma che sul finale ritrova la forza di reagire e scopre l’amore. E in tutto ciò si respira tutta l’inquietudine che si prova durante la visione di un film di fantascienza, oppure leggendo 1984 di Orwell. Poi c’è “The Globalist” che è la storia inversa di un individuo che non riesce a trovare quella forza e finisce per distruggere il mondo. Una sorta di scelta, la distruzione porta all’oblio e il coraggio di reagire alla rivoluzione.

Perché sia nella musica, che nei romanzi, che nella vita, è sempre una questione di scelta, scelta della via: la via dell’amore e dell’umiltà o della rabbia e della paura? All’uomo l’atavica scelta. 

“In futuro, visto come è cambiato il nostro pianeta, e quanto al giorno d’oggi la gente sia troppo distratta, sarà difficile che faremo nuovamente qualcosa come “Drones”. Il modo di consumare musica è cambiato, ed anche noi potremmo cambiare il nostro modo di produrre musica. Pensavamo di rilasciare piccoli gruppi di tracce, o solo singoli, tra questa parte e qualche anno”. 

La scelta giusta e controcorrente del “Concept Album” è apparsa come uno degli ultimi spasmi del grande estro artistico che questa band c’ha mostrato negli anni. Per i prossimi progetti si opta per l’adattamento all’ultima frontiera del mercato musicale, anche se l’ultimo album penso abbia tenuto la sua struttura densa e riflessiva, ma adottando tinte più estetiche e punk, alla blade runner 2049. (Simulation Theory, 2019) E ai concerti funziona a meraviglia! Non scorderò mai un alieno gigante sbucar fuori dal palco, mentre Bellamy impazza con un assolo di chitarra sulla punta più estrema del palco, con sotto le mani e le urla dei suoi amici adoranti. Sì, ormai i Muse si sentono a casa a Roma. Si prendono il gelato all’angolo del gelato e ridono parlando in italiano con una pronuncia impeccabile. Non sapete quanto vi mancheranno dopo essere stati ad un loro concerto! 

Come cerimonia d’addio alla musica concettualizzata e agli album pink floydiani,  direi di sdraiarci tutti sul pavimento della stanza e lasciar scorrere i dodici brani nella speranza che un po’ di superficialità si lavi via.  È un cocktail di Drones e di Simulation Theory. Maneggiare con cura. 

Playlist della settimana:

Iris Furnari

Poca favilla gran fiamma seconda: nel dantesco Paradiso di NewAir

Si può dire che io e Gabriele Carone, almeno negli ultimi tre anni, siamo cresciuti insieme. Ben tetragoni ai colpi di ventura, i nostri lavori si sono spostati di pari passo, così dopo l’intervista che ha fatto seguito all’uscita del primo EP Animae e l’intervista fatta dopo l’uscita del secondo EP Redemptio, per l’uscita dell’EP Eden non potevamo esimerci dal ritrovarci. Questa volta però la quarantena e i suoi strascichi ci hanno impedito di incontrarci in uno dei quartieri di Roma che prendono nome da un santo, e ci siamo dovuti limitare a un’intervista telematica. Già che la sorte ci aveva portato in dote una differenza rispetto alle precedenti due ed essendo così la nostra rigorosa metodicità interrotta, perché non aggiungerne un’altra? Ecco allora che questa intervista non ha luogo il giorno dopo l’uscita dell’EP, bensì il giorno prima. Nessuno fino a ora sa qualcosa di Eden, tranne chi ha letto l’intervista.

Ovviamente, lascio ESATTAMENTE QUI il link dove troverete dapprima tutti i riferimenti utili, e poi dalla mezzanotte del 12 giugno anche il nuovo EP.

Per il terzo anno di fila eccoci qui. Con l’uscita di “Eden” si chiude un percorso musicale ma forse anche personale. Come ti senti al termine di questo viaggio nell’aldilà della musica?

Incredibile come sia passato già tutto questo tempo. Sembrava ieri che iniziavo i primi lavori dell’EP “Animae”, seguito poi da “Redemptio”. Con “Eden” termina il percorso triennale “Divina Commedia Dantesca” e posso sentirmi sul piano personale e musicale molto più completo. Ovviamente, la parte artistica vive in simbiosi con quella musicale, e quindi le varie esperienze vissute, in entrambe le parti, mi hanno dato quella “scintilla” per poter vivere al meglio il “me stesso” e le relazioni esterne. Infatti, questo percorso dantesco è stato per me un tutt’uno; nulla di tutto ciò è stato distaccato dalla vita quotidiana.

L’evoluzione musicale è palese: dalle sonorità cupe e introspettive e dal rap aggressivo del primo EP, Animae, a quelle aperte del synthpop dell’ultimo, passando per le graduali fusioni del secondo, Redemptio. Questo cambiamento è stato esattamente come lo avevi programmato o qualcosa è cambiato in corso d’opera?

In tutta sincerità avevo programmato di realizzare i tre EP fin dall’inizio, ma le sonorità sono tate lavorate solo durante la messa in opera. Giustamente, considerando il Rap un genere che arriva immediato al pubblico, ho pensato che fosse più idoneo a lavori “cupi” come Animae e Redemptio. Un anno fa, dopo l’uscita del secondo EP, mi sono soffermato a pensare allo stile di Eden e vedendo che, il nome riporta al “Paradiso”, ho ritenuto idoneo passare a generi con sonorità più aperte come il Synthpop e il Pop. Non nascondo che in questi due generi mi ci rispecchio di più, ma con la volontà di abbattere le barriere e a creare fusioni di “mondi” e ampie sperimentazioni.

Hai in programma di riunire i tre EP in un’unica pubblicazione? Dobbiamo aspettarci sorprese da NewAir nel futuro?

Bisogna sempre aspettarsi di tutto da NewAir! (ride) Comunque al dì là delle battute non voglio dare dei “spoiler”… Qualcosa avverrà e sarà utile per vedere tutto il lavoro nella sua interezza.

Anche in questo EP hanno partecipato un gran numero di artisti, si può ormai definire un tratto distintivo del progetto: una sola musica, tante voci. Tanti volti nuovi, ma anche qualcuno che già avevamo sentito nei tuoi brani. Come è stato lavorare con loro?

Personalmente credo moltissimo nelle collaborazioni e questo rafforza ulteriormente il mio credo nell’arte condivisa. Infatti è stato incredibile lavorare negli anni con rapper e cantanti di universi musicali completamente diversi, che però hanno saputo integrarsi nel mio mondo “elettronico”.  Tutta questa “grande famiglia allargata” mi ha permesso di fare nuove conoscenze e importanti esperienze musicali e non; devo a tutti loro tantissimo e spero nel prossimo futuro di continuarci a collaborare.

So che è come chiedere a un genitore quale preferisce tra i suoi figli, ma quale dei tre EP senti ti abbia dato di più, e perché?

Mi volete mettere in difficoltà eh? (ride) Credo che, al termine di questo percorso, posso affermare con certezza che tutti e tre i lavori sono importantissimi per la mia crescita personale. Vanno infatti ascoltati e compresi gli EP in ordine e ognuno mostra una fase della vita. Si passa, infatti, dalle difficoltà viste in “Animae” allo stato di incertezza-limbo di “Redemptio”. “Eden”, invece, vive in uno stato di liberazione, ma con la consapevolezza che nella vita ci saranno sempre momenti di difficoltà. Ciò che voglio mostrare è che al termine del viaggio bisogna essere consapevoli che la felicità non è eterna e che quindi bisogna saper “combattere” anche i momenti di difficoltà, ma con un’esperienza sempre più in crescita.

Al termine del viaggio musicale nei tre Regni dell’Oltretomba, hai trovato la Beatrice che cercavi? Ti senti soddisfatto di questo percorso o tornando indietro avresti cambiato qualcosa?

Assolutamente soddisfatto della riuscita musicale e molto sorpreso nel vedere come questi tre lavori mi abbiano affiancato nella vita quotidiana. Ho vissuto in parallelo, durante la composizione e la produzione, momenti difficili sia esteriori che interiori. Non nego, infatti, che le sonorità e i testi mi sono stati molto “suggeriti” dallo status di quei periodi. “Eden” devo dire che è il mio periodo più felice e dove sono riuscito a ritrovare, in primis, me stesso e concludere la mia ricerca della Beatrice terrena. Spero che questa “linea” possa durare al più lungo possibile, con la consapevolezza che sempre ci saranno momenti in cui dover “combattere”.

Come chiusura, torniamo a prima dell’inizio: come mai scegliere di riscrivere in chiave musicale proprio la Divina Commedia?

Anche la Disillusione cerca il “Cerchio della Vita”? Scusate se ti rispondo con una domanda, ma voglio ricordarvi il motto uscito nella prima intervista con voi: “Possiamo continuamente cercare di avere un equilibrio, ma rimarremo in eterno in uno squilibrio passando tra Inferno, Purgatorio e Paradiso.”

Paolo Palladino

 

BJLFP – OSCURA COMBO ROMANA

Come ho spesso dichiarato, la mia è una guerra al pop e al commerciale, quindi sto lì a scovare o accettare suggerimenti di chi ne sa qualcosa in più di me e mi immergo in nuova musica. Da qui nasce l’intervista ai Bobby Joe Long’s Friendship Party, l’Oscura Combo Romana di cui – credetemi – noi tutti abbiamo bisogno!

Bobby Joe Long’s Friendship Party… Da dove nasce il vostro nome?

Nasce una notte che stavo guardando un documentario su Bobby Joe Long. Ad un certo punto lui – che poco prima sorrideva bonario -, prende e sputa direttamente in camera trasfigurato dall’odio. Si trovava credo in tribunale, al suo processo. Nel documentario questo passaggio veniva riproposto più volte, slow e con la voce narrante inorridita. In quel momento mi è venuto in mente Bobby Joe Long’s Friendship Party come un nome fico per un gruppo musicale (e la cosa mi faceva ridere molto). Questo però accadeva mesi prima di mettere su il gruppo, perché all’epoca non ci stavo neanche lontanamente a pensare di fare musica. Cioè non era proprio una cosa contemplata la musica. Poi invece quando ho iniziato a fare musica magicamente e repentinamente, mi sono ricordato del nome Bobby Joe Long’s Friendship Party…

Se doveste definire il vostro tipo di musica, che aggettivo utilizzereste?

Boh (come aggettivo proprio…).

È molto interessante la combo di base strumentale e voce, più che cantata, parlata. Come ci siete arrivati? L’avete pensata sempre così o è una decisione maturata nel tempo?

Io non so cantare. Ho deciso di provare ad esprimermi sulla musica spontaneamente, abbiamo reputato (io e chi mi stava attorno in quel momento) che la cosa era praticabile, e penso che abbiamo avuto ragione. La costruzione dei pezzi (per lo meno nel primo album Roma Est) l’ho comunque immaginata su quello che dovevo dirci sopra.

Addirittura in True Crime ist Freundschaft c’è una totale assenza di parole per tutti e 4 i minuti di canzone. Infatti, potremmo dire che l’essenziale è racchiuso in questo titolo anglo-tedesco. In un’epoca in cui siamo riempiti di parole, spesso anche senza senso purché non ci sia silenzio, qual è il vostro rapporto con l’uso delle parole?

Più passa il tempo e più le parole sono importanti proprio perché tutti hanno loro veritiera versione dei fatti dal Big Bang ad oggi… Se poi incentriamo il discorso sulla musica, allora ti dico che il linguaggio è lo strumento principale e ancora inesplorato per larga parte, quello che porterà più innovazione e definirà nuovi generi.
L’originalità sarà per forza di cose data sempre più dai testi, da come vengono espressi, dal loro contenuto che dalla musica stessa in futuro.

Semo solo scemi, perché?

Perché sì. Perché è vero. Perché nessuno poi lo ha mai fatto, cioè s’è definito Scemo, ci ha messo la faccia e ha poi venduto la cosa in vinile a 33 giri…

Quando vi ascolto non posso che non pensare a protesta sociale. Quanto vi sentite protesta e quanto sociali?

Magari dentro ai BJLFP c’è una certa forma di protesta, ma secondo me nell’insieme è più una protesta culturale, nel suo senso più ampio e rarefatto possibile. E soprattutto non è una protesta pensata più di tanto, certo alcuni pezzi e passaggi sono attentamente ponderati, ma in linea di massima scrivo sotto l’impulso del momento, e alla svelta. Essendo i BJLFP una estensione di me stesso, però ti rispondo in maniera più diretta e ti dico che sono un disagiato nei giorni pari, e un disadattato nei dispari, con un certo vissuto, una cultura che vuoi o non vuoi stai sempre lì che la rimpolpi, e un quotidiano a Roma Est… dunque è normale che avverti una forte componente di protesta nei BJLFP…

Magno bevo e tifo Romaquanto è presente Roma in ciò che fate?

Roma non è una presenza, è parte di quello che facciamo. E forse anche uno dei motivi per cui facciamo quello che facciamo. Non la amo perché è la mia città, la amo perché è la città. Spiritualmente tutto al di fuori di Roma è e sarà sempre in tono minore.

Dite che in Alain Delon non c’è mai stata traccia di borghesia. Come la vedete voi la borghesia?

La borghesia è una corruzione dello spirito, non una condizione sociale. Per me il borghese può essere chiunque e di qualsiasi estrazione. Perciò quando dico borghesia faccio riferimento al facile compromesso, la costante ricerca del tornaconto personale, il proprio benessere a discapito degli altri e altre cose simili.

Recentemente su una IG story avete scritto “l’unica cosa che realmente mi dà sollievo e speranza riguardo l’umanità, è l’arte” – specificando che non ci si riferisce a un quadro appeso su un muro, l’arte cos’è? Cosa vi dà e come vi fa sentire?

L’arte è il necessario bisogno dell’individuo di processare la realtà, per esorcizzarla, renderla più tollerabile, accogliente. Viene concepita egoisticamente, ma per assurdo fa riferimento sempre agli altri ed è il vero collante tra gli individui, tra il passato e il presente. L’unica cosa che mi spaventa davvero è il non provare più stimoli davanti l’arte. Il giorno che reputerò inutile e vuota l’arte tutta sarà il giorno che verrà meno anche la voglia di vivere e allora per ripicca cercherò un suicidio variopinto alla carioca in una suite di qualche grande hotel decadente sulle Dolomiti con indosso una giacca a coda de rondine color prugna.

Voi vi identificate come arte?

Certo.

Qual è l’album a cui siete più legati?

Roma Est, per una serie di motivi che sarebbe lunghissimo elencare.

Se vi chiedessi di associarlo a un movimento storico, politico, artistico o letterario, quale sarebbe e perché?

Futurismo perché Zang Tumb Tumb!

Che effetti ha avuto la quarantena su di voi? Come vi siete sentiti?

Spandau non lo so di preciso. Arthur Ciangretta anche. Ma so di Romolo Tremolo che vive vicino ad un ruscello e si è cimentato con la pesca a mani nude…
Cazzate a parte è stato un cazzo di disagio e considera ancora ci dobbiamo beccare. Ho avuto comunque inediti sentimenti in lockdown, inediti sentimenti di disagio intendo, e mi hanno ispirato nuove tracce.

Tra l’altro da questa pandemia è nata anche “È UNA POTENZA DI FUOCO”. Quanto è presente la politica nella vostra musica?

È uno degli ingredienti principali della società. I BJLFP attingono alla società. Di conseguenza è presente e ritorna, ma credo nella forma giusta, quel tanto che serve per impepare il discorso ma non appesantirlo.

Più in generale, nelle vostre basi c’è di tutto: oriente, occidente, passato e contemporaneo. Vi sentite figli della globalizzazione?

No. Io vengo dagli anni ottanta e sono cresciuto man mano che le cose cambiavano osservando disorientato il cambiamento.

Qual è il genere, o i generi musicali, che vi ha guidati nella creazione del vostro?

Ho assimilato musica di tutti i tipi da quando ero bambino. Nessun genere ci ha ispirato di preciso, visto anche che l’originalità della nostra musica nasce anche proprio dalla commistione eretica di diversi generi musicali. L’unico a cui debbo qualcosa per un discorso di semplicità ed efficacia è il post punk, quello dei Joy Division. Più che altro in alcuni pezzi per il principio del giro di basso/chitarra associato ad una cassa dritta.

C’è qualcosa che non sopportate della musica d’oggi?

Non ascolto musica che non sopporto. Di conseguenza oggi come oggi ti posso solo rispondere che ci sono molti bravi musicisti.

Siete più da CD o vinile?

C’ho tipo una cifra di cd, ma ho riscoperto il vinile (fino a qualche anno fa li contestavo i vinili) e devo dire che adesso sono più da vinile.

C’è un tema di cui avreste voluto trattare in una canzone e ancora non avete parlato?

Sì, una volta presi una buca clamorosa da una donna che veniva da oltreoceano e che mi aveva dato appuntamento in un’altra città… avevo scritto due canzoni sul tema. Uno indulgente e romantico, e uno per nulla indulgente e romantico. Non sapendo quale scegliere tra i due non se ne è fatto nulla. Ancora oggi non so quale tra i due è il più attinente con la realtà perché non so ancora (e credo forse non lo saprò mai) il motivo vero e proprio di quella buca.

Prima di lasciarci, un’ultima domanda: qual è l’aggettivo o frase con cui descrivereste l’epoca di cui siete protagonisti?

Un’epoca dove tutto è possibile e nulla tangibile.

Martina Grujić B.

Who the Fuck Are Arctic Monkeys? – Roma, 26 maggio

Il 26 maggio del lontano 2018 l’Auditorium Parco della Musica ha ospitato gli Arctic Monkeys, una delle band inglesi più conosciute anche in Italia dal 2013, quando l’album AM e l’iconica ondina bianca su sfondo nero approdarono sulle classifiche. La fama però, non nasce solo per come il gruppo abbia sempre declinato il genere indie in maniera così accattivante, attingendo dal carisma dei “veterani” e dal gusto del  secondo millennio, ma anche per la cara e vecchia gavetta consumatasi nei locali di Sheffield e nelle sale di registrazioni indipendenti. Proprio in questi giorni gli Arctic Monkeys stanno festeggiando l’anniversario con ben diciassette candeline, dopo questa pausa forzata da una tappa e l’altra di grandi tour in programmazione. Ormai il non più nuovo album Tranquility Base Hotel & Casino si è consolidato nella loro discografia. Chissà se quest’ennesimo esperimento rimarrà nell’immaginario comune come i precedenti? Solo qualche candeline fa, in fondo, entravano nel Guinness dei primati per aver venduto più di un milione di copie con l’album di esordio in soli 8 giorni, superando i famosissimi Oasis.

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Nonostante una lunga pausa di quasi tre anni (2015-2017), non si sono smentiti e i fan in fibrillazione intasarono il sito di Ticketone dal primo giorno di disponibilità dei biglietti dell’ultimo concertone sofisticato, qui nella capitale, tanto da strappare loro una seconda data.

Ebbi la fortuna di potermi sedere in tribuna laterale e godermi il concerto, così come i giornalisti  che non fanno la fila dal giorno prima e non sgomitano al parterre: è stata soprattutto la splendida acustica dell’Auditorium ad aver valorizzato al massimo i suoni frenetici delle chitarre e la voce riconoscibilissima di Alex Turner, sempre in tiro, ma questa volta con i capelli lunghi e un accenno di barba.  Prima di qualsiasi altro fattore, anche, purtroppo, del sex appeal del frontman, è importante assicurarsi che l’acustica del luogo sia impeccabile, o che almeno valga il denaro speso. 

Il led luminoso componeva la scritta “Monkeys”,  ricreando l’atmosfera un tantino vintage e sci-fi dell’ultimo album, minimale e dalle tinte lounge, alle spalle dei musicisti che, invece, hanno aperto le danze con le canzoni più rock e caotiche del repertorio, nonché le più amate e “saltate” di tutta la loro discografia: non c’era una persona che stesse ferma, tutti improvvisamente giovani e squattrinati nel garage di un amico! 

Brianstorm con il suo ritmo furioso e la storia di questo fantomatico “Brian” sciupafemmine, Crying Lighting sempre accattivante come la ragazza descritta, una Lolita con le guance dalle saette di mascara colato e  di seguito ancora, la buffa e politicamente scorretta Don’t sit down Cause I’ve moved your chair, hanno scaldato un pubblico partecipe che riusciva a star dietro ai testi densi, da cantastorie, ma allo stesso tempo frenetiche ed urgenti, nel nome del rock. È davvero questo aspetto ad aver reso le “scimmie artiche” tanto care a noi giovani, tanto rare in una giungla musicale come quella attuale? E la vera domanda è: ” Ma le scimmie possono sopravvivere nel Circolo Polare Artico?

La serata fu un crescendo, mentre Alex osava con le sue movenze melliflue senza mai prendersi troppo sul serio e Matt “picchiava forte” sulla pelle delle casse, anche durante i pezzi più orecchiabili, quelli che hanno riportato tutti alle proprie storielle d’amore, tra i pensieri sottointesi, interessi non propriamente dichiarati e notti giovani con Why’d You Only Call Me When You’re High? e 505

I brani del nuovo album (Tranquility Base Hotel + Casino e She Looks Like Fun) sono stati acutamente dosati tra un ricordo del passato e una hit indimenticabile, proprio per far assaporare un po’ del nuovo sound, non da tutti apprezzato, in piccole e piacevoli dosi; come dei camaleonti che chiedono il permesso per poter cambiare colore. L’atmosfera non poteva che essere congeniale alla melodia, con tanto di brezza di prima estate. 

Ecco una storia buffa, in un vecchio EP fu registrata all’ultimo una canzone a metà fra un’ironica descrizione ed un inno della band, orgogliosa del genere indie e della fama acquisita agli albori solo esclusivamente attraverso la rete e nessun’altra sponsorizzazione, così tra i versi il frontman Alex Turner cantava:

“Oh, in five years time will it be Who the fuck’s Arctic Monkeys?”

Ebbene, ne sono passati quasi vent’anni e nessuno si è scordato di loro. Vi lascio con la playlist della settimana con l’augurio di ritrovarci tutti presto in un bel concertone indie.

Playlist:

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Iris Furnari