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Ti ascolto

Cara Elena, 

credo sia questo il tuo nome, se esisti davvero. Ti scrivo questa lettera continuando a ripetermi che tu esisti senza sapere se ti ho incontrata nella vertigine dei miei sogni più profondi, che a stento ricordo, oppure nell’allucinazione del mio desiderio più segreto. Dal giorno in cui per la prima volta sentii la tua voce scandire il mio passo ho smesso di sognare. La notte è pervasa solo da una triste e stancante solitudine. Qui c’è l’infinito, un infinito profondo. Sento la tua voce, una voce che riecheggia forte lungo tutto il mio corpo, la mia anima, lungo tutta l’estensione del mio essere. Chi sei realmente? Tu che pronunci parole che hanno il profumo del mare. Il vento soffia alla finestra e ti sento nuovamente. Sussurri le parole che scrivo e dolcemente canti le parole che leggo. La mia mente sembra decisa a confondermi, intenta a trascinarmi affondo, nell’abisso, ma la tua voce… la tua voce, in cerca di conforto in un luogo sconosciuto, pervasa da una forza brutale, riecheggia nella mia testa e mi dona una forza a me sconosciuta. Ti ho cercato nella vivacità di un mercato qualunque, ti ho cercato nelle immagini, nei suoni e non nelle persone. Mi impongo di osservare ogni suono. I miei occhi sono fessure affacciate su l’infinito, la luce dove sprofondo, mi bagna. Immergendomi nell’immagine decompongo il contesto; non si tratta solo di invadere lo spazio circostante ma anche le persone, i loro territori, i loro confini, e la loro soggettività. Nella ricerca di un suono che ti renda reale scivolo dentro questo mondo a me nuovo e disperatamente fuggo sempre più da me stesso. Sono ancora qui, colmo, assorto in una duplice osservazione. La tua essenza è dentro e fuori di me. Presenza e assenza. Suono e silenzio. All’improvviso ecco nuovamente la tua voce accarezzare il mio volto. Urlo. Rompendomi il petto urlo nella speranza che la mia voce trovi conforto in un altro luogo. Elena… ti ascolto, ecco tutto. Ti ascolto e questo mi basta. Ti ascolto e scrivo inerte senza sapere se riceverò mai una tua risposta.

Con affetto. 
Antoine

Oscar Raimondi

Facce da pandemia

Qualche giorno fa ho imparato una nuova parola. Ho cercato su Google vedere facce negli oggetti ed il primo risultato è stato pareidolia. Viene definita come un’illusione che riconduce a forme note profili dalla forma casuale. Sì, dovrebbe chiamarsi così: le maniglie dell’armadio della stanza da letto mi guardano incredule, con gli occhi sbarrati e la bocca serrata, ma è proprio così. A quanto pare è un retaggio del nostro essere, fondamentalmente, degli animali primitivi: questa caratteristica serviva, a quanto pare, ai nostri antenati preistorici per riconoscere, con un solo colpo d’occhio, una minaccia, come ad esempio un predatore mimetizzato tra le fronde; un’illusione del nostro cervello che è in sostanza una tecnica di sopravvivenza. Un po’ come l’amore, suggerisce la macchia d’umido sul soffitto, affranta. Una venatura del legno dello stesso armadio dal quale mi guardano le maniglie incredule sembra ridere sardonica: sì, dopotutto lo siamo tuttora, animali primitivi.

Questa stranezza di vedere forme familiari negli oggetti, effettivamente, me la porto dietro da quando ero piccolo: ricordo, per esempio, che ero sempre il primo, e spesso anche il solo, a vedere nelle nuvole persone, animali o facce. Crescendo, questa attitudine sembrava essere scomparsa,o quanto meno attenuata: spesso, per esempio, mi sono ritrovato a guardare i fari e la griglia del radiatore delle macchine e a indovinarne l’espressione. Nulla di preoccupante, insomma: a quanto pare è un’inclinazione comune.
Le cose sono cominciate ad andar peggio da quando, come tutti, mi sono ritrovato recluso, costretto in solitudine in queste quattro mura del mio appartamento. All’improvviso, tra gli oggetti della cosa, tra i mobili, gli elettrodomestici, le superfici e i muri stessi, sono cominciate a spuntare facce ovunque. Le maniglie dell’armadio incredule, la venatura dello stesso sardonica e beffarda, le manopole del forno, terrorizzate, le ante del mobile della cucina e la cappa, accigliate e pensierose, le finestre del palazzo di fronte, curiose, il lavandino del bidet, sognatore…

Così, questa solitudine forzata, si è riempita di facce ed espressioni a tenermi compagnia. La situazione, insomma, sembra essere precipitata da quando ho smesso di avere rapporti sociali: certo, si incontra la cassiera al supermercato, il corriere o la postina che consegna un pacco, qualche condomino che rientra a casa: incontri frettolosi però, sparuti, sempre filtrati da quel sudario di socialità e comunicazione che portiamo legata alle orecchie. Ecco, mi son detto, la capacità di adattamento del cervello dell’uomo primitivo: vedere facce che non ci sono per sopperire al fatto di non poter vedere quelle che esistono. Animale primitivo, certo, ma inequivocabilmente sociale.

Ed ecco come ogni singola parte della cella di sicurezza nella quale vivo è diventata un volto: ognuna con un suo sentimento, un suo messaggio, una sua storia. E ogni giorno ne scopro di nuove, ogni giorno ne creo di nuove. Per esempio una decina di giorni fa, facendomi la barba, tre peli più lunghi degli altri hanno formato, cadendo sul bianco troppo opaco del mio lavandino, un sorriso, pacifico, rassicurante. Sono ancora lì, ovviamente, insieme a tutti gli altri insignificanti peli che ho tagliato: di questi tempi avreste il coraggio di lavar via un sorriso? Oppure quattro o cinque giorni fa – ormai le giornate si ripetono troppo uguali ed è facile perdere la cognizione del tempo – sul fondo della tazzina il caffè ha creato una faccia triste, con una smorfia di dolore nostalgico: anche la tazzina è ancora lì, sporca ma così viva, e ogni tanto la guardo e mi sento meno solo, perché credo che mi assomigli.

Ecco, credo, appunto. Perché stamattina, mio malgrado ho scoperto una parola nuova. Mi sono svegliato e, ancora insonnolito, con gli occhi più chiusi che aperti, sono andato in bagno. Mentre urinavo, mi sono sentito osservato. No, non era il lavandino del bidet, sognatore, nemmeno i peli della barba sorridenti nel lavandino. C’era qualcun altro. Mi sono girato di scatto e sono trasalito. Uno sconosciuto, con la barba incolta, le occhiaie e una faccia grigia e stanca mi fissava. Senza pensarci due volte l’ho colpito con un pugno. Che dolore! La sua immagine si è subito frantumata in mille parti; nonostante questo, in ognuna di queste piccole parti, quell’immagine manteneva la sua terribile unitarietà: terribile perché, più la guardavo, più mi rendevo conto che il viso che vedevo era quello di uno sconosciuto, al quale non solo non avrei saputo dare un nome, ma nemmeno riuscivo a dare una forma ben definita. Insomma, un nessuno. Oltre all’immagine, anche la mia mano era frantumata: il sangue usciva copioso e i frammenti di vetro infilzavano dolorosamente la pelle. Allora ho cominciato a capire: sono tornato di corsa in camera, ho aperto l’armadio e… Lo sconosciuto era ancora lì! L’ho colpito con l’altra mano: stesso risultato. Immagine frantumata, mano frantumata. Allora, in quel momento ho capito, anzi ho ricordato, non senza provare un’indicibile angoscia. Con le mani sanguinanti e dolenti mi sono diretto verso il comodino: qui, lo sconosciuto sorrideva dentro una cornice d’argento, abbracciato a quella che era stata l’immagine di mia madre.

È a questo punto che ho imparato una nuova parola. Ho cercato di nuovo su Google: stavolta ho digitato non riconoscere la propria immagine. Primo risultato: prosopagnosia. Non ho approfondito, ma mi son fatto quattro risate insieme alle maniglie dell’armadio, che sorridono sardoniche. Pareidolia e prosopagnosia: entrambe fanno quasi rima con pandemia.

Danilo Iannelli

La danza del faro

La pioggia, prevista per tutta la notte, non sarebbe stata un problema. 

Ci saremmo rintanati in una piccola enoteca, dove trascorrevamo la maggior parte delle nostre notti estive. 

Seduto al tavolo accanto alla finestra, osservavo il faro. La sua luce danzava lungo il buio orizzonte e sulla spiaggia sabbiosa. Durante il mio soggiorno in Tunisia spesso ripensavo a questo mare, alla sua costa, interrogandomi se questo fosse l’unico luogo a cui anche solo per un momento fossi realmente appartenuto, un luogo simbiotico. Nonostante da ragazzo fossi fortemente deciso ad allontanarmi con il passare del tempo ho sviluppato una sorta di nostalgia verso una casa dove non potevo ritornare e che probabilmente non era mai esistita. I miei pensieri furono spezzati dalla sua voce che chiamava il mio nome. Era di fronte al tavolo dove stavo aspettando. Mi alzai di colpo. Distrattamente mi sorrise mentre poggiava il cappotto alla sedia e prendeva posto. Nel compiere questi gesti il suo sguardo era rivolto verso la finestra. Pronunciai il suo nome per richiamare la sua attenzione. Si voltò e prima di lasciarmi parlare disse che avrebbe gradito un bicchiere del solito rosso.

Avevo letto, da qualche parte che solitamente l’incontro di una persona cara dopo molto tempo poteva facilmente decadere nel ridicolo o nella tragedia. La paura di acquisire consapevolezza delle nostre scelte sbagliate. Non ero qui per la resa dei conti. La bottiglia poco a poco si svuotava e la conversazione si faceva sempre più sciolta. Come in una seconda lettura di un libro ormai dimenticato. Lo scorrere delle pagine, come lo scorrere della serata riportava alla nostra mente: sensazioni, visi e storie. La confidenza cresceva al ritmo delle nostre risate. Entrambi avevamo viaggiato molto, non mancavano certo aneddoti da raccontare. Immaginavamo che fine potessero aver fatto i nostri vecchi amici. 

Il vino oramai era finito e il buon vecchio Diego senza alcun cenno ne aveva già portato un altro.

Iniziò il tempo delle nostre storie passate. Raccontai una delle poche immagini che ricordavo nitidamente. Dalla cucina mia madre strillando ci avvertiva dell’arrivo dei nuovi vicini, i quali avevano comprato la casa proprio davanti alla nostra. Affacciato alla finestra con mio fratello osservammo la ditta dei trasporti darsi da fare per portare al terzo piano tutti i diversi mobili. Sapevamo fosse una famiglia. D’un tratto si aprì la persiana adiacente alla finestra dove eravamo affacciati. Ed ecco il nostro primo scambio di sguardi. Come da uno schiaffo disatteso fui colpito da tanta bellezza e vivacità. Solo dopo giorni trovai il coraggio di parlarle.

Questa volta la risata di entrambi si velò di tristezza. 

Riempii per l’ultima volta i nostri bicchieri. I silenzi si fecero sempre più lunghi, scanditi dalla luce del faro. Le parole, a tratti, sembravano appartenere ad un nostro linguaggio per poi tornare nella loro formalità più fredda e distaccata. I nostri sguardi si cercavano e si stringevano nella speranza di comprendere tutte le parole non dette, per poi muoversi velocemente alla ricerca di un oggetto o di un’altra distrazione. I nostri gesti da naturali e sciolti tornavano ad essere rigidi e composti. La nostra era una danza, ci stringevamo e ci allontanavamo come ballerini al ritmo della luce del faro. La nostra era una danza, la danza del faro. Al tavolo la luce illuminava le nostre coscienze e i nostri desideri per poi sparire improvvisamente nel buio, nell’oscurità del mare, riportandoci nella realtà del nostro presente.

Il fumo delle sigarette che aleggiava tra di noi si fece più denso, quando qualcuno ci avvisò dell’imminente chiusura. Entrambi avevamo bisogno del bagno prima di andar via. Spegnemmo contemporaneamente le cicche e ci alzammo. Il corridoio, che portava al bagno, si faceva ad ogni passo più stretto e lo spazio circostante ci costrinse ad una pericolosa vicinanza. Ci baciammo. La mia mano scivolò lungo il suo collo alla ricerca di un tesoro oramai perduto. I nostri corpi non più le isole di un tempo. Sussurrò di non guardarla. I suoi occhi socchiusi. La visione della nostra forma era la prova del nostro presente, metronomo del nostro vivere. Incapaci di riconoscerci, ci allontanammo. Uscimmo.

Fuori aveva smesso di piovere. Camminammo lungo la costa spalle a faro. I nostri sguardi si incrociarono per l’ultima volta e senza salutarci le nostre strade si divisero. In totale silenzio, un silenzio profondo, espressivo, poiché la musica è superflua nella danza, nella danza del faro.

Oscar Raimondi

In copertina: illustrazione di Agnese Raimondi

Ninni, ragazzo italiano e la giovinezza della Repubblica

Ninni è un ragazzo italiano, figlio del secondo dopoguerra, cresciuto facendo la spola tra l’hinterland milanese, durante l’inverno, e la campagna romagnola, durante l’estate. Ninni è un bambino gracilino, cagionevole, affetto da balbuzie, nato in una famiglia della piccola borghesia che, dopo la guerra, lotta per sopravvivere.

Ninni è il protagonista di Ragazzo italiano di Gian Arturo Ferrari, edito da Feltrinelli nel febbraio del 2020. La vicenda del romanzo è incentrata sul racconto dell’infanzia e dell’adolescenza di Ninni, delle vicende della sua famiglia, del suo rapporto conflittuale con il padre e del suo vero punto di riferimento, sua nonna. Il romanzo segue passo passo la crescita di questo ragazzo, dalle difficoltà a inserirsi e ad avere successo nel sistema scolastico alla scoperta della sessualità, dai giochi di infanzia ai primi amori e, soprattutto, all’amore che cambierà la sua vita: quello per i libri.

La vita di Ninni cambia quando incontra l’amore della lettura: cambiano le sue prospettive di vita, cambia il suo modo di essere, cambiano i suoi sogni e le sue aspettative. Ninni passa dall’essere uno di quelli che, secondo l’insegnante delle scuole elementari, non ce l’avrebbe mai fatta, a essere tra i primi della classe, uno studente modello insomma. La scuola e l’educazione, nel romanzo di Ferrari, vengono descritti efficacemente come metodo obbligato, per i figli del popolo e della piccola borghesia, per mettere in moto l’ascensore sociale nell’Italia del dopoguerra. Così, guidato dalla nonna materna, figura cardine nell’educazione del ragazzo, Ninni intraprende la sua scalata sociale attraverso la scuola, entrando in contatto con le classi sociali più elevate e con gli intellettuali del suo tempo.

Seguendo la vicenda di Ninni ci ritroviamo poi effettivamente di fronte a un quadro storico-sociale dell’Italia del secondo dopoguerra: a partire dagli anni immediatamente successivi al conflitto, quelli della ricostruzione, passando per gli anni del boom economico fino a quelli del benessere economico. Ritroviamo descritti tanti processi sociali che hanno caratterizzato i primi anni della nostra Repubblica: l’urbanizzazione, la meccanizzazione in ambito produttivo e nella vita quotidiana, con la diffusione degli elettrodomestici e delle automobili, la scalata sociale al benessere delle classi subalterne, la paura del socialismo e il dominio politico della DC.

Ragazzo italiano è un romanzo ben riuscito, scritto sobriamente, che risulta assai piacevole nella lettura, che procede scorrevole, seguendo le tappe della crescita del suo protagonista. Il maggior pregio del libro di Ferrari è senz’altro quello di essere riuscito a scrivere essenzialmente un romanzo storico senza aver abusato del tono saggistico che è proprio di questo genere, riuscendo dunque a raccontare efficacemente la storia italiana del secondo dopoguerra sempre rimanendo focalizzato sulla vicenda di Ninni, rinunciando a digressioni e analisi, puntando tutto sul tono narrativo e biografico.

Danilo Iannelli

Captcha

Ero seduto al solito tavolo del solito bar, immerso nella lettura di quel libro che, dopo mesi di impegni che mi avevano strappato prepotentemente il tempo dalle mani, potevo concedermi di divorare. Il chiacchiericcio delle persone che si avvicendavano nel locale, il rumore delle sedie che graffiavano il pavimento senza mai aver conosciuto feltrini, il tintinnio dei bicchieri, le fusa della macchina da caffè – ero riuscito a confinare tutto il rumore di quel pezzo di mondo rinchiuso in quella stanza in una teca impalpabile, un acquario evocato tramite i movimenti sciamanici di una lettura ormai meccanica. La coreografia prevedeva un periodico, puntualissimo guizzo della mano destra, a voltare la pagina destra. La sinistra, invece, ruotava con pigrizia un bicchiere di vetro, ormai vuoto, tra il medio e il pollice, un immaginario potenziometro del volume dalla corsa infinita.

Profondamente calato in quel robotico inanellarsi di azioni, ci misi un po’ a rendermi conto che qualcuno, con insistenza crescente, stava picchiettando sulle pareti del mio acquario dall’esterno. Ripresi i contatti con il mondo intercettando un pezzo di frase: “…non riesco a trovarlo.”

“Cosa scusa? Non ho capito, ero preso dal libro…” “Non preoccuparti. Chiedevo se per caso potessi darmi una mano. Sto provando a registrarmi su questo sito, ma credo ci sia un problema.”

Non ho mai visto di buon occhio la fauna urbana  che pratica il disinvolto armeggiare con il pc al tavolo di un bar, che secondo il galateo nella mia testa dovrebbe solo essere il posto per delle buste di tabacco e dei bicchieri colmi di birra. Nonostante la mia avversione, la sicura gentilezza del mio interlocutore aveva qualcosa di magneticamente convincente, per cui decisi che, per una volta, potevo non essere un pezzo di merda e rendermi utile, ammesso che le mie tutt’altro che straordinarie conoscenze informatiche potessero servire a qualcosa. “Se posso aiutare, volentieri” dissi, “a dire il vero non è che ne so tanto eh, però vediamo. Qual è il problema?”

“È che mi sembra che qui, sotto il captcha, vedi…manchi un tasto. Vedi?”

Mentre girava lo schermo del portatile verso di me, sparai frettolosamente: “se stai usando l’hotspot del telefono è probabile che qui dentro non prenda molto, e che non riesca a caricare la pag-”. Posando lo sguardo sullo schermo, mi resi conto che non valeva la pena finire la frase. Avevo davanti una semplicissima, completissima, caricatissima pagina web con un altrettanto semplice e ordinario form dati da compilare, il solito captcha – purtroppo, con una combinazione di lettere assolutamente non divertente: niente F4RTS, SSH1T, 1NQLO – e la solita casella “non sono un robot” da spuntare. Data l’assoluta regolarità della schermata, chiesi di nuovo quale fosse il problema.

“Il problema” rispose il ragazzo “è che ho solo un’opzione. Non sono un robot.”

“E quindi?”

“E quindi”, proseguì lentamente, guardandomi negli occhi alla ricerca di un segnale della mia comprensione, “non mi sembra di avere la  panoramica d’insieme.”

“Non credo di seguirti”

“Mi stai seguendo benissimo, perché è elementare”, sentenziò lo Sconosciuto, rimanendo profondamente tranquillo di fronte al mio crescente disagio. Avvicinandosi impercettibilmente, continuava a guardarmi fisso negli occhi, scavandomi le pupille, dragandomi i vasi sanguigni nelle sclere. Gettai una rapida occhiata attorno a me, e mi resi conto che le persone continuavano a comportarsi normalmente, proseguendo a segnare il pavimento con le sedie, a chiacchierare, ad ordinare da bere. Probabilmente, pensai, ho beccato l’ennesimo, strampalato personaggio che mi racconterà una storia assurda, che dovrò dapprima assecondare per poi fingere un diversivo e tornarmene a casa per azzerare le possibilità di avere un secondo incontro di questo calibro.

“…sarebbe molto più facile”, continuò, “se una fase preliminare di distinzione ci fosse già a partire da questo punto. Certo, i non-robot potrebbero mentire e cliccare sulla casella che spetta ai robot, ma il  setaccio poi non lascerebbe comunque scampo.”

Negli anni, e con una fidata selezione di complici, avevo inventato una quantità innumerevole di storie in modo improvviso, contando sulla reattività e l’intesa di chi mi stava attorno per costruire un’impalcatura che potesse autosorreggersi nel minor tempo possibile, e nel modo più credibile possibile. Decisi quindi di provare un contropiede, assecondando il delirio con riferimenti abbastanza vaghi e vuoti da poter essere inseriti nell’oroscopo del giorno, o in un qualche pezzo commerciale usa e getta, da radio degli anni ‘10: “effettivamente, una preselezione agevolerebbe la procedura di archiviazione. Certo, le criticità sarebbero da valutare, ma con una fase di beta-testing relativamente breve si potrebbe correggere il tiro ed ottimizzare la procedura.”

Qualcosa, dietro lo sguardo fisso della persona che mi stava davanti, sembrava essere scattato. La mia frase, che mi faceva sentire un patetico cosplay di un qualsiasi CEO di una qualsiasi azienda di recente fondazione invischiata in terminologia inglese  e lavori inventati come da manuale, doveva  aver trovato un posto particolare nella struttura mentale del mio interlocutore, sulla cui identità, ragionai, non avevo né ottenuto informazioni, né indagato, a fronte della strana situazione che si stava sviluppando.

Rimasi in silenzio dal mio lato della scacchiera, aspettando la prossima mossa. Fingendo una disinvoltura che non mi apparteneva, presi a guardarmi attorno, come annoiato, gettando uno sguardo verso il bancone, dove un paio di tazze da caffè giacevano vuote e abbandonate tra centinaia di cristalli di zucchero e aloni di condensa depositati dai bicchieri sudati sul pianale di legno. Mi fermai ad osservare un cane dal muso simpatico, che giaceva accoccolato ai piedi della sua padrona, respirando leggero e monitorando l’andirivieni della clientela  con sguardo stanco, scodinzolando di tanto in tanto al contatto con la scarpa di pelle scura dell’umano seduto al tavolo sopra di lui.

Proprio quando iniziavo a spazientirmi – di solito accade dopo tre o quattro minuti, a meno che ci sia qualcosa che davvero cattura il mio interesse – fui richiamato al nostro campo di gioco dal profondo sospiro del mio compagno di tavolo. Allungando il collo in alto, prima a destra, poi a sinistra, come fosse un pugile pronto ad una battaglia importante, lo Sconosciuto raddrizzò la schiena, portando la sedia in avanti, e posò poi, sempre lentamente, i palmi delle mani sul tavolo. Guardando nella mia direzione, con lo sguardo fisso verso un punto poco al di sopra della mia testa, schioccò la lingua, come se stesse facendo mente locale prima di un lungo e faticoso discorso. “Vediamo…sì, ecco”, disse rompendo il silenzio.  “Sai dirmi la differenza tra un errore di calcolo ed un errore di programmazione?”

“Beh” iniziai, cercando di proiettare le due parole nella mia testa alla ricerca di rapide associazioni. “la prima distinzione che mi viene in mente è tra la matematica e l’informatica, ma ti avviso che sono un cane in tutti i campi in cui ci sono conti da fare, per cui potrei anche averti detto una roba che non vuol dire niente.”

Il fascino sinistro della persona che mi stava davanti mi teneva tra l’ansia costante dell’incertezza e l’impazienza di sapere fino a che punto si sarebbe spinta la cosa.

“Un errore di calcolo” iniziò a definire con voce monotonale “può essere dovuto a incompetenza, distrazione, cattiva qualità dei dati di partenza. Solitamente, una fulminea revisione dell’operazione da parte di un soggetto terzo competente permette di neutralizzare le conseguenze negative derivate da un errore di calcolo, permettendo così di proseguire nel lavoro senza intoppi.”

“Mmmh. Interessante”, dissi senza tentare di nascondere la mia cauta attenzione “e invece l’errore di programmazione?”

“Un errore di programmazione è il figlio di una  catena di errori di calcolo. Sbagliando a posare le fondamenta, o posando in modo corretto delle fondamenta fatte di pezzi difettosi, in un tempo variabile e dipendente da un numero infinito di fattori la struttura nata su di esse collasserà inevitabilmente. L’errore di programmazione è la manifestazione concreta dell’incompatibilità tra il vostro organismo e il nostro linguaggio.”

Restai in silenzio, tentando di processare le ultime parole del suo discorso. Vostro organismo? Nostro linguaggio? Era evidente che la conversazione si era spostata sul piano del vaneggio sci-fi, cosa che di per sé non disprezzavo, ma che di sicuro non rientrava nei miei modi di fare amicizia con gente sconosciuta.

Per la prima volta dall’inizio della conversazione, mi soffermai ad esaminare la persona che mi trovavo davanti. Più mi concentravo sui singoli dettagli di quella fisionomia, più mi rendevo conto che l’aspetto tremendamente ordinario di quell’individuo tradiva l’incombenza di qualche segreto terribile, di cui, ne ero ormai certo, sarei stato testimone obbligato. D’un tratto, sentii i palmi delle mie mani inumidirsi di un improvviso sudore. Vampate di calore si alternavano a brividi freddi che mi camminavano lungo la schiena come migliaia di piccoli insetti di ghiaccio; feci per schiarirmi la voce e sistemarmi sulla sedia, diventata all’improvviso scomodissima. Incrociai lo sguardo, fisso e tremendo, dello Sconosciuto. Riuscii ad intercettare un movimento, millimetrico e velocissimo, delle sue iridi, che schizzavano ora a destra, ora a sinistra, come se mi stesse scannerizzando alla stregua di un documento importante.

“Quando abbiamo iniziato questo esperimento” continuò con tono glaciale “avevamo preso in considerazione l’inevitabile presenza di errori di calcolo, e avevamo approntato un sistema che permettesse di monitorare costantemente l’incidenza di tali errori sul progetto. Quello che non avevamo calcolato era la compatibilità tra le parti del sistema. Qualcosa ci era sfuggito. Qualche minuscolo granello di sabbia si era infilato nei recessi più profondi di questa grandiosa macchina, aveva eluso i sistemi di sicurezza, e ci ha costretti a mettere in esecuzione il piano B. Mi devo scusare: al momento sei tenuto in ostaggio da un campo di forza che ti impedisce di muoverti, urlare, o protestare. Sarai l’unico testimone della spiegazione del progetto, e non potrai rivelarne i dettagli a nessuno.”

Tutto il mio corpo stava vivendo un formicolio bruciante, come se fosse stato sepolto sotto quintali di sacchi pesantissimi per una notte intera. Provavo a dimenarmi, a cambiare posizione, a richiamare l’attenzione dei presenti, ma niente: ero ridotto a un muro passivo su sui infrangeva il chirurgico delirio verbale dell’umanoide che mi stava di fronte.

“Millenni fa, quando abbiamo aggiornato il firmware globale, implementandovi l’idea del conflitto, abbiamo celebrato l’aggiornamento come il più grande successo nei programmi di obsolescenza programmata dei quattro universi. Somministrandovi con il contagocce i pezzi di quel puzzle che avete chiamato ‘progresso’, vi abbiamo accompagnato per mano verso una deliberata ricerca del primato sugli altri, che vi ha bendato di fronte alla verità che voi stessi, stupidi, avete realizzato secoli fa. Quando, infatti, dopo aver tagliato e studiato le vecchie versioni di voi stessi, ormai inservibili e avvizziti, vi siete resi conto che stavate sguazzando tra le budella dello stesso, grande, ancestrale modello, avete preso coscienza della scoperta semplicemente annoverandola tra il resto dei vostri traguardi, ignorando che quello era stato l’unico risultato non guidato da un disegno, frutto di una fortunata combinazione di sinapsi nel vostro cervello.

“Devo ammettere che, in qualità di membro del comitato di sovrintendenza del progetto, questa cosa mi stupì fino ad impaurirmi. Il fatto che foste arrivati da soli, e con secoli di anticipo, a comprendere che non eravate altro che miliardi di repliche dello stesso organismo, ci portò a dover trovare una via alternativa per terminare l’esperimento secondo le tempistiche che ci eravamo preposti. Dovevamo trovare quindi un modo di correggere quel piccolo errore di calcolo senza sconvolgere troppo l’intero esperimento. Vi osservammo nell’immediato periodo a seguito di quella sensazionale intuizione, per capire se vi sareste potuti tramutare da cavie a virus da debellare. Fu così che scoprimmo con orrore che non solo la cecità piagava il vostro essere: usaste la chiave della cella che vi separava dal piano del reale per raddoppiare la mandata del cancello. Perfezionando la conoscenza del vostro meccanismo di funzionamento, cominciaste quindi a riparare i modelli difettosi, allungandone sensibilmente la permanenza attiva sul pianeta. Impregnati del vostro ego appiccicoso, avete pericolosamente aumentato il bacino di esemplari sul pianeta oltre i livelli di sicurezza, minacciando così l’esito positivo del progetto.”

Sospirò, guardandomi con pietà.

“Parte del gioco stava proprio nel rischio dell’essere testimoni di un orrore. Probabilmente anche tu lo sei ora mentre ti racconto questa storia. Decidemmo quindi di sfruttare la vostra ormai sistematica sete di potere, somministrandovi ancora una volta una dose crescente di progresso mentre eravate così impegnati a creare la morte e prolungare la vita. Quasi un secolo fa entraste dunque in possesso di un’arma terribile, che avrebbe dovuto far leva sulle vostre pulsioni egoistiche per portarvi all’autodistruzione, decretando così il fallimento del vostro tipo e l’inizio di un nuovo esperimento dove la razza umana non avrebbe trovato posto.

“Eppure”, continuò imperterrito, incurante del mio evidente stato di crescente follia “la bomba servì soltanto    ad    accrescere    la    vostra    codardia.   Da pusillanimi, vi legaste il cappio al collo curandovi di tenere i piedi ben saldi a terra, aprendo così una fase di stallo che ci gettò nella disperazione più completa. Non eravamo pronti a gestire questo tipo di errore, perché non riuscivamo a riscontrarne la causa nei nostri modelli matematici, fino ad ora decretati infallibili dal totale successo degli esperimenti prima di voi.”

I lineamenti di quel viso diventavano sempre più duri e spigolosi, affilandosi mentre il racconto esplodeva in un milione di dettagli terribili, schegge impazzite che mi si conficcavano sotto le unghie, dentro la carne, graffiandomi il cuore e i polmoni. Con un ghigno malefico, lo Sconosciuto mi metteva di fronte ad una verità sconcertante. Ero un minuscolo frammento di polvere tra miliardi di cumuli di sporcizia, non diverso da chi mi stava accanto, non dissimile da chi aveva calpestato il selciato prima di me, una microscopica vite di una costruzione con data di scadenza prefissata, posto alla cima di una piramide non per merito, ma per volere di qualche vuota entità a miliardi di anni luce di distanza, nei riflessi neri e proibiti di un remoto angolo dei quattro universi.

“Sai qual è la cosa divertente?”, continuò in un nuovo atto di quella tragedia mefistofelica, “la vostra operosità autoriferita ci ha dato lo spunto per sbloccare l’impasse. Così tronfi nel celebrare il vostro progresso, così fieri della vostra abilità, così ciechi di fronte all’evidenza: avete fallito anche nella proiezione delle vostre figure sullo sfondo del mondo, che pensavate di avere soggiogato, ma che in realtà rispondeva ad un disegno infinitamente più grande e longevo della vostra permanenza nella partita. Se c’è un merito nelle vostre azioni, sta forse nella rapidità con cui avete assemblato gli strumenti che vi abbiamo messo a disposizione. Ma lì finisce. Ancora una volta, il vostro delirio egotico offuscava la realtà: celebraste l’umanità come il più alto valore del creato, ignorando che dall’umanità spurga la fame di dominio, potere, ricchezza. Dall’umanità, per l’umanità, avete allevato il segreto, il complotto, il tradimento. Codardi e pusillanimi, alla ricerca dell’integrità e di una morale vacillante siete riusciti addirittura ad inventarvi un’alternativa alle grandi e imperscrutabili leggi degli universi, erigendo templi e chiese alla ricerca di un perdono elargito dalla vostra stessa fantasia e nullità. La vostra discesa nel fango del ridicolo vi ha condannati cento volte: ci  insegnaste come lavarsi le mani e delegare la fatica e il fardello delle scelte scomode a chi, secondo decisione puramente arbitraria, se lo meritasse.” Testimone del graduale marcire di ogni mia difesa all’udire la scomoda verità, l’umanoide sogghignò brevemente, guardandomi fisso con quegli occhi freddi e terribili. Spinse rumorosamente la sedia all’indietro, per farsi spazio ed ergersi in piedi di fronte a me, a sottolineare il mio minuscolo ruolo nel mondo e nei mondi.

“Ti dirò l’ultima cosa, prima di congedarmi. La  libertà che tanto avete lottato per ottenere è solo una faccia della stessa medaglia, appesa al collo di esseri infinitamente più grandi, saggi, e accorti di voi. Quella che per voi è libertà, è in realtà schiavitù. Non crederai davvero che l’immenso e infinito progresso della tecnologia sia frutto della vostra superiorità sul creato. Se ci pensi, non ci puoi credere davvero, per il semplice motivo che, una volta che tutta la struttura sarà operativa, l’avere assicurato ad una macchina di non essere un robot ha registrato nella matrice del cosmo il vostro desiderio di vedervi morire”.

Marco Tumiatti