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Una svastica sul muro: origini, cause sociali e conseguenze di un gesto ignobile

Passeggiando per una qualunque via di una qualsiasi città d’Italia capita spesso di osservare, tratteggiati sui muri da mano rapida, simboli come svastiche o croci celtiche. Sono così tante da far parte ormai del paesaggio, e chi non ha un occhio allenato abbinato a un animo particolarmente combattivo ormai neanche ci fa caso. Si limitano a saltare all’attenzione anche di chi non ha mai partecipato a manifestazioni antifasciste nel momento in cui appaiono sotto le nostre case, o sul muro del palazzo di fronte, all’improvviso, la mattina andando a lavorare: rompono la routine delle nostre esistenze calde e sicure, irrompono nelle nostre giornate a ricordarci che il virus del totalitarismo non è ancora stato sconfitto, e noi sembriamo non avere gli anticorpi, perché abbiamo dimenticato non solo come si combatte, ma anche come ci si indigna.

Basta poi farle cancellare, e al modico costo di un’imbiancata si scorda di nuovo tutto, il problema appare nuovamente lontano da noi. Penso tuttavia che sia necessario provare a capire cosa spinga dei pubescenti ragazzi poco inclini allo studio della storia a dipingere simboli come quelli.

Siamo di fronte a un reflusso di cultura neofascista? Anche, certamente. Seppur per parlare di reflusso sarebbe necessario che almeno per un po’ se ne sia andata. La trattazione sarebbe lunga e complessa, cercherò dunque di semplificarla analizzando tre step: 1) Cosa sono e cosa rappresentano questi simboli; 2) Le cause del loro utilizzo (che ho tentato di schematizzare in Aggressività, Convinzione, Ribellione, Imitazione e Semplicità, e che poi tratteremo nel dettaglio); 3) Conseguenze di questo gesto.

Svastica e Croce celtica: cosa sono?

La svastica (o swastika), rappresentata graficamente come una croce uncinata, è un simbolo largamente presente in tutte le religioni dell’Eurasia e in molte del Sud America, dal Buddhismo, dove il simbolo significa “10.000” o “tutte le cose” manifeste nella coscienza di un Buddha, all’Induismo, dove la svastica con i rebbi a destra è simbolo di Visnu e quella con i rebbi a sinistra è simbolo di Kali, dal Giainismo dove è uno dei ventiquattro segni propizi fino anche al Cristianesimo, dove rappresenta la croce al centro del cielo contornata dai quattro arcangeli maggiori che corrispondono a loro volta ai quattro evangelisti. L’adozione della svastica da parte del Partito nazionalsocialista tedesco e del Terzo Reich di conseguenza deriva dall’uso che ne fece l’occultista neopagano austriaco Adolf Lanz, che ne fece il simbolo della società antisemita e ariosofista dell’Ordo Novi Templi. Guido von List la adottò poi come simbolo della Thule-Gesellschaft, rendendola de facto il simbolo del neopaganesimo tedesco, e da lì arriverà ad Adolf Hitler.

La croce celtica, rappresentata da una croce latina iscritta in un cerchio, ha tradizionalmente significati legati alla sfera solare, identificando poi spesso l’unione tra la vita terrena – identificata nella linea orizzontale – e quella spirituale – la linea verticale. Come questa sia diventata un simbolo dell’estrema destra è un po’ più complesso. Ciò che concretamente è accaduto, è che la croce celtica è stata utilizzata come simbolo negli anni trenta da Jacques Doriot, leader del Partito Popolare Francese, che tra i partiti della Francia collaborazionista di Vichy fu il più vicino al nazismo, e fu poi ripresa in diversi ambienti affini. Il simbolo arrivò in Italia a cavallo degli anni sessanta e settanta, con l’adozione da parte del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile legata al MSI (Movimento Sociale Italiano). Seguiranno poi appropriazioni da parte di altre organizzazioni giovanili e qualche smentita di partito, ma tra giornali, concerti e graffiti il simbolo è giunto fino a noi.

Perché continuano a essere usati?

Cosa porta tuttavia un numero cospicuo di giovani, giunti a quasi un secolo dalle prime appropriazioni da parte dell’estrema destra di questi simboli, a utilizzarli ancora?

Non sono reperibili studi precisi in materia, e questa assenza di trattazione mi ha portato a convocare un “piccolo pool” di ex colleghi del Dipartimento di Scienze politiche e del Dipartimento di Sociologia, per cercare di analizzare ex novo la questione. Alla fine abbiamo stilato una lista di cinque elementi condizionanti, ovvero i sopramenzionati Aggressività, Convinzione, Ribellione, Imitazione e Semplicità.

L’aggressività è una componente fondamentale di ogni animale, risultando essere “un’arma biologica quanto lo sono zanne ed artigli, veleno, corna ed altri orpelli usati dagli animali per difendersi. Difendere sé stessi, il proprio spazio vitale, il proprio cibo, il proprio investimento genetico (consorte e prole), il proprio branco nel caso degli animali sociali. Dai nemici, dai predatori, dai concorrenti”. Questa istintiva aggressività spiega dunque il nazismo? No, perché come sottolineato da Konrad Lorenz, gli animali più aggressivi hanno sviluppato una serie di meccanismi atti a frenare questo impulso. Cos’è dunque che toglie i freni a questa forza distruttrice?

Certamente, tra questi fattori c’è la convinzione: quella convinzione di essere dalla parte del giusto, dal lato più luminoso della storia, sul gradino più alto della scala evolutiva. Questa convinzione porta a una disattivazione dell’empatia: una volta diviso gli esseri umani in gruppi diversi, ed effettuata l’operazione di ordinamento tra migliori e peggiori, ecco che si perde la percezione di essere tutti umani (e dunque di appartenere allo stesso branco, e di avere il dovere di proteggerlo e difenderlo), ma si entra nell’ottica di due branchi diversi, tra i quali uno deve prevalere sull’altro. Così il diverso deve essere schiacciato. In un’epoca dove, fortunatamente, l’Europa sembra essere quanto meno un po’ più distante del solito da guerre interne, questa voglia di supremazia si esprime mediante piccoli raid: episodi di bullismo, pestaggi, messaggi d’odio sui social e via dicendo con altri orrori quotidiani. Quando poi il nemico non è direttamente fronteggiabile, ci si limita a segnare il proprio territorio, come gli orsi possono graffiare le cortecce degli alberi. Svastiche e croci celtiche sui muri sono un tentativo di monito, come a dire “Qui ci siamo noi”.

Non è da sottovalutare poi il fattore della ribellione. Autori di scritte sui muri di stampo nazista e fascista sono prevalentemente – per non dire unicamente – adolescenti. L’adolescenza è un’età nella quale ci si sente diversi, ci si sente incompresi, e questo può portare a due strade: l’introspezione o la suddetta ribellione. Chi decide di ribellarsi lotta a modo suo, spesso sbagliando per la propria scarsa esperienza e per un’analisi del mondo ancora infantile ed embrionale, contro il potere imposto. Come risposta a una società come la nostra, la quale – dove più dove meno, dove meglio e dove peggio – si identifica nei valori della democrazia, della libertà, dell’uguaglianza, del progresso e del rifiuto della violenza e dei totalitarismi, cosa c’è di meglio per ribellarsi di abbracciare un’ideale dittatoriale, illiberale, settario, conservatore e violento?

Ma possibile che questo ragionamento abbia luogo nelle menti di tutti questi ragazzi? No, certo che no. Alcuni lo pensano, altri, semplicemente, imitano. L’imitazione nel processo di apprendimento dell’animale – compreso quello umano – è la prima fonte a cui attingere. Scrive René Girard nel suo saggio del 1961 Menzogna romantica e verità romanzesca: “L’imitazione è la principale spiegazione della straordinaria capacità di adattamento del singolo animale alle diverse situazioni ambientali; più precisamente, la definisco come la modalità con la quale un animale stabilizza atti motori trovati accidentalmente e rivelatisi favorevoli”. Entrate nelle compagnie di chi scrive “Boia chi molla” sui muri e troverete amici più grandi che lo hanno scritto prima di loro, entrate nelle loro case e vi troverete padri ormai grandi con la foto di Mussolini come sfondo del cellulare.

Resta poi il fattore della semplicità. In che senso però? Diciamo che non sono pochi i movimenti che nel corso della storia si sono fatti portatori di ideali d’odio e di violenza. Dal regime di Ian Smith in Rhodesia (attuale Zimbabwe) tra il 1965 e il 1979 a quello di Francisco Solano Lopez in Paraguay negli anni sessanta dell’ottocento, dal presidente a vita della Guinea Equatoriale Francisco Nguema al capo di Stato del Ruanda dopo il tragico genocidio Theodore Sindikubwabo, senza contare le decine di sanguinarie dittature di matrice comunista… Ma pensare alla svastica è più semplice, un po’ per la corrispondenza geografica, un po’ perché – nonostante molti geni riescano a disegnarla al contrario – è sicuramente più facile da tracciare di un Пролетарии всех стран, соединяйтесь! (“Proletari di tutti i Paesi unitevi!”).

Disegnare una svastica è un reato?

In Italia esiste il reato di apologia del fascismo. Esso è previsto dalla Legge Scelba (n. 645/1952) che vieta ex articolo 1 la “riorganizzazione del disciolto partito fascista”. “La legge Scelba detta poi la disciplina dei reati di apologia e manifestazioni fasciste: costituisce apologia del fascismo (art. 4) la propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità proprie del partito fascista (reclusione da 6 mesi a 2 anni e multa da 206 a 516 euro). La stessa pena è inflitta a chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche (comma 1). Aggravanti sono previste se l’apologia riguarda idee o metodi razzisti (reclusione da 1 a 3 anni e multa da 516 a 1.032 euro) e se alcuno dei fatti che costituiscono apologia sono commessi con il mezzo della stampa (reclusione da 2 a 5 anni e multa da 516 a 2.065 euro). Analogamente, la legge n. 645 punisce le manifestazioni fasciste (art. 5) cioè il reato di chi, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste (reclusione fino a 3 anni e multa da 206 a 516 euro).”

Disegnare una svastica può essere dunque un’integrazione di quanto suddetto, ma non si configura esplicitamente come reato di apologia del fascismo. Dunque si può fare tranquillamente? Ma no, certo che no. Si incorre infatti nel reato di danneggiamento, regolamentato dall’articolo 635 del codice penale, per il quale “chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui con violenza alla persona o con minaccia ovvero interrompendo un servizio pubblico o di pubblica necessità, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”. Tra le “cose mobili o immobili altrui” rientrano edifici pubblici o destinati a uso pubblico o all’esercizio di un culto, o su cose di interesse storico o artistico ovunque siano ubicate; immobili compresi nel perimetro dei centri storici o immobili i cui lavori di costruzione, di ristrutturazione, di recupero o di risanamento sono in corso o risultano ultimati; cose esposte per necessità o per consuetudine o per destinazione alla pubblica fede (tipo le autovetture parcheggiate per strada), o destinate a pubblico servizio o a pubblica utilità, difesa o reverenza; cose mobili o immobili altrui in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico.”

Insomma, non è un gesto certamente privo di conseguenze.

Paolo Palladino

Fonti:

Fermate Hitler. Il racconto dell’attentato a 75 anni dalla sua esecuzione

“L’assassinio va tentato, costi quel che costi. Anche se fallisse, dovremo entrare in azione a Berlino. Perché ora il fine pratico non ha più importanza; ciò che conta è che la resistenza tedesca giochi le sue carte di fronte al mondo e alla storia. Tutto il resto è secondario” (Henning Von Tresckow, 1900-1944) [1]

Molti sono i filmati che vedono un Adolf Hitler acclamato dalla folla, adorato dal suo popolo per averlo riscattato dalle umiliazioni subite, il suo nome urlato a gran voce nelle strade cittadine. Un intero paese ai suoi piedi, entusiasta. Tuttavia c’era chi al potere nazista si opponeva, silenziosamente. L’apparato repressivo metteva a tacere ogni tentativo di opposizione, ma non abbastanza da zittire tutti, e qualcuno riusciva a far sentire la sua voce. Un gruppo di cospiratori provenienti dalla classe aristocratica della più rispettabile tradizione prussiana scelse di opporsi con la violenza a un regime che sulla violenza si era costituito. Cosa spinse quegli ufficiali a cercare di uccidere Hitler, un’enormità per uomini la cui professione era sinonimo di ubbidienza e lealtà? A 75 anni dal più famoso attentato a Hitler, racconteremo la loro storia, e cercheremo di capirlo.

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Claus Schenk von Stauffenberg, prima del 1944.

“In quanto aristocratici, pensavano di dover fare i conti con la colpa gravante sulla nazione che i loro avi avevano guidato”[2], così si diceva del gruppo di cospiratori, capeggiato dal colonnello Claus Von Stauffenberg. Egli non è facile da classificare sul piano politico, infatti come ricorda la sua vedova in un’intervista “i conservatori lo scambiavano per un nazista arrabbiato, i nazisti arrabbiati per un inguaribile conservatore. Non era né l’uno né l’altro”[3]. Tutto ciò che sappiamo senza alcun dubbio era la sua ferma volontà di togliere di mezzo il dittatore nazista. La sua delusione nei confronti di Hitler maturò più lentamente, ma fu particolarmente intensa.

Prima di analizzare le dinamiche dell’attentato del 20 luglio, le sue cause e le sue conseguenze, facciamo un breve sunto dei precedenti attentati a Hitler. Proposte concrete per assassinarlo furono suggerite per la prima volta durante il disastro di Stalingrado, nell’inverno del 1942. Sotto la guida del maresciallo Henning Von Tresckow fu messo in atto il primo tentativo, nel marzo 1943, quando una carica esplosiva fornita dall’ammiraglio Canaris fu collocata a bordo del quadrimotore di Hitler, tuttavia il detonatore, probabilmente a causa del freddo, non si azionò. Altri due attentati fallirono nello stesso anno, ma l’attività cospirativa ricevette nuovo impulso quando il colonnello Stauffenberg venne assegnato al quartier generale dell’Ersatzheer, l’esercito di riserva. Soltanto dalle file dell’esercito tedesco avrebbero potuto provenire eventuali cospiratori per rovesciare Hitler e il regime nazista. Solamente i suoi ufficiali potevano avvicinarsi così tanto a lui, ed essere in grado di controllare la sicurezza di un regime sostitutivo. I timidi piani per togliere di mezzo il dittatore erano tutti falliti a causa di incertezze o questioni di onore e obbedienza a quel punto ormai inappropriate. I cospiratori si trovavano tuttavia di fronte a numerosi ostacoli. I congiurati sapevano di rappresentare un’esigua minoranza che godeva di un trascurabile sostegno popolare. Il genere di governo che volevano istituire aveva peraltro più caratteristiche in comune con la Germania guglielmina che non con una moderna democrazia, sentivano tuttavia il dovere morale di contrapporsi alla criminalità del regime. Il problema più grosso era però di tipo pratico. Stauffenberg, divenuto capo effettivo del complotto, era l’unico in grado di piazzare la bomba, ma aveva perso una mano e un occhio in Tunisia, e ciò avrebbe costituito un notevole svantaggio al momento di innescare la carica esplosiva. L’attentato si intreccia anche con una questione di tempistiche, infatti il 6 giugno dello stesso anno, le forze alleate erano sbarcate in Normandia, e il piano dei cospiratori era trattare con gli Alleati prima che fosse troppo tardi, perché la loro idea, basata su presupposti che tuttavia non sarebbero mai stati accettati, era quella di firmare una pace separata a Ovest per continuare lo scontro ad Est contro l’Unione Sovietica. Poiché il tempo in Normandia stava per scadere, non avevano ormai che una sola, ultima chance, il 20 luglio.

L’assassinio di Hitler doveva coincidere con la mobilitazione dell’esercito di difesa nazionale contro SS e Partito Nazista, ai quali il delitto sarebbe stato imputato. Stauffenberg avrebbe dovuto recarsi a Berlino per la supervisione del colpo di stato. Peraltro, gli sarebbe occorsa la collaborazione di ufficiali di grado più elevato, in particolare del generale Fromm. In realtà, iniziato il putsch, Fromm si rifiutò di collaborare e consigliò a Stauffenberg di suicidarsi. Come Stauffenberg aveva supposto, gli ufficiali di grado più elevato erano quelli più inaffidabili, e molti erano contrari all’azione, ma come egli sosteneva “ancor peggio di fallire, sarebbe rassegnarsi senza lottare alla vergogna e alla schiavitù”. Costi quel che costi, la strada era segnata, e il tempo di agire era arrivato. Giunto in volo da Berlino alla Wolfsschanze, Stauffenberg prese parte alla riunione convocata da Hitler in una baracca di legno per fare il punto della situazione. Al momento opportuno, il colonnello sgusciò nel bagno con la sua borsa portadocumenti per armare le due bombe. Tornato nella stanza, spinse la borsa checonteneva una sola bomba – non riuscì per motivi di tempo, complice la sua unica mano, ad armare l’altra –innescata sotto il pesante tavolo a cui era seduto il dittatore. Mentre tutti coloro che si trovavano al tavolo si chinarono sulle carte, Stauffenberg uscì dal locale. Si stava allontanando in auto quando l’ordigno esplose. Convinto che Hitler fosse morto, Stauffenberg tornò in aereo a Berlino.

Hitler in realtà era vivo, un po’ malconcio, ma era sopravvissuto per molte cause fortuite. Infatti, inizialmente la riunione doveva essere tenuta in una stanza di cemento, che avrebbe concentrato l’esplosione in quei pochi metri quadrati, ma Hitler cambiò idea all’ultimo e la stanza in legno fu completamente distrutta, e l’esplosione si sfogò verso l’esterno. Ma non è tutto. Il pesante tavolo attutì la detonazione, la quale era, come già detto in precedenza, l’effetto di una sola bomba, a causa dei difetti fisici del colonnello della resistenza. Miracolosamente, Hitler scampò ad un altro attentato. In quel pomeriggio del 20 luglio, Mussolini arrivò alla Wolfsschanze per una visita programmata da tempo. Venne accolto da Hitler, il quale, esultate, insistette per mostrare al Duce la scena dell’attentato a cui era scampato, sottolineando che ciò non era altro che una dimostrazione della provvidenza divina che lo aveva salvato affinché continuasse la guerra.

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Hitler e Mussolini nella stanza dove avvenne l’attentato il 20 luglio.

Nel discorso rivolto alla nazione quella sera stessa, il capo del nazismo paragonò l’attentato alla “pugnalata alle spalle” del 1918. Intanto a Berlino dopo un incompleto e infruttuoso tentativo di prendere il controllo dell’apparato statale, Fromm riuscì a riprendere in mano la situazione, e alla fine dell’atto fece fucilare Stauffenberg e altri tre cospiratori in un cortile alla luce incerta delle torce elettriche, forse anche perché il suo ruolo ambiguo nella cospirazione restasse nell’ombra. La Gestapo e le SS, pervase da una frenesia di vendetta nei confronti dell’esercito e in particolare del suo stato maggiore, procedettero all’arresto di tutte le persone coinvolte e dei loro familiari. Per i nazisti, ciò rappresentò in sé una vittoria sul fronte interno. La loro priorità ormai non era più ottimizzare lo sforzo bellico, ma cambiare la struttura di potere all’interno del Reich, a scapito delle elite tradizionali [4]. Il “tribunale popolare” che fu istituito in seguito all’attentato, orchestrato dal tristemente famoso giudice Roland Freisler, condannò seduta stante 200 persone. Alla fine dei deliri giudiziari che accompagnarono l’attentato del 20 luglio, 5000 persone rimasero vittime delle conseguenze dell’attentato. Tra questi spicca il nome di Erwin Rommel, che sebbene non fu mai implicato direttamente nel complotto, fu costretto a suicidarsi, salvo poi dedicargli un ipocrita funerale di stato. La storia di questi uomini è l’atto più famoso ed eclatante di una resistenza che nonostante fosse schiacciata dalla efficientissima macchina repressiva quale la Gestapo, è riuscita comunque a far sentire il proprio dissenso verso un regime criminale, colpevole agli occhi della Storia di aver trascinato il mondo del baratro del secondo conflitto mondiale.

Agli uomini, alle donne, ai giovani ragazzi e ragazze che hanno partecipato alla resistenza, in Germania come altrove, va riconosciuto il grande coraggio di dire no a qualcosa di molto più grande di loro. Molti di loro non hanno potuto vedere la libertà, ma sono morti per essa, e qualunque fossero poi le loro visioni politiche, dagli aristocratici conservatori prussiani ai ragazzi della Rosa Bianca, il loro gesto non sarà mai dimenticato, possa anzi essere fonte di ispirazione per tutti noi, pronti a reagire alle ingiustizie e alla tirannia in ogni momento della nostra vita.

 

Andrea Maggiulli


Bibliografia
[1] Joachim Fest, Plotting Hitler’s death, p.236
[2] G, Van Roon, German resistance to Hitler, p.145
[3] Contessa Nina Von Stauffenberg, intervista a cura di D, von meding, Mit dem Mut des Herzens, p.291
[4] GSWW, vol. IX/I, p.829
Diversi passaggi sono presi da Michael Burlaigh, “Il Terzo Reich”, pp 769-781, e Antony Beevor, “La seconda
guerra mondiale. I sei anni che hanno cambiato la storia”, pp 762-766

Perché gli Alleati hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale

L’8 maggio 1945 la Germania nazista si arrende agli Alleati, ponendo fine alla guerra in Europa.
Ma come hanno fatto gli Alleati a vincere la seconda guerra mondiale? Come hanno fatto a ribaltare una situazione che sembrava disperata? A quale nazione va riconosciuto il maggior merito della vittoria?
Il “tifo da stadio” dei sostenitori di questa o quella nazione serve a tutto tranne che a fornire un quadro preciso o quantomeno verosimile, sacrificando la storicità a della becera propaganda.

Vediamo di analizzare i vari momenti critici che hanno portato la vittoria alla parte alleata, che ho comodamente riassunto in otto punti fondamentali.

1. La battaglia nell’Atlantico

È impensabile pensare alla vittoria alleata senza considerare il teatro dell’Atlantico, che ha visto contrapporsi i sottomarini tedeschi alle navi che trasportavano rifornimenti all’Inghilterra nel momento in cui si è ritrovata da sola ad affrontare la minaccia nazista.
L’importanza strategica di questo teatro è spesso sottovalutata a causa dell’assenza di “grandi numeri” in fatto di perdite umane, ma la quantità di naviglio affondato dai temibili sottomarini tedeschi, nell’ordine delle decine di milioni di tonnellate, dovrebbe far ricredere molti scettici sull’importanza di questo fronte acquatico.
A maggior ragione se aggiungiamo anche il teatro del Pacifico, dove gli americani si sono trovati faccia a faccia contro la Marina dell’Impero del Sol Levante. La più grande battaglia navale, combattuta a colpi di corazzate, portaerei, bombardieri e intelligence ha senza dubbio influito sull’esito della guerra.

2. La grande battaglia terrestre nelle steppe russe

Chi avrebbe potuto fermare la macchina bellica tedesca senza arrendersi dopo la perdita di un quarto del suo territorio, milioni di uomini e una sterminata quantità di risorse?
L’Unione Sovietica, contro tutte le previsioni, è riuscita in una sfida che sembrava impossibile. Nel dicembre 1941 anche i più ottimisti tremavano di fronte alla prospettiva della caduta dell’Unione Sovietica, la cui sopravvivenza non era certamente un fatto scontato.
L’eroismo dell’Armata Rossa, unito alla terribile prospettiva di venire sterminati, ha permesso all’URSS di resistere letteralmente fino all’ultimo uomo per fermare il Reich.
Le battaglie di Stalingrado e Kursk sono state rispettivamente la fine dell’iniziativa tedesca e l’inizio dell’offensiva sovietica (nonostante Kursk sia stata una battaglia difensiva per le forze dell’Armata Rossa), il paragone con le Midway e Guadalcanal potrebbe non essere così azzardato.
Inutile sottolineare la fondamentale importanza di questo fronte che ha prosciugato le risorse di entrambe le potenze e ha concentrato la maggior parte degli uomini del conflitto.

3. I bombardamenti angloamericani

Il ruolo dei bombardamenti è spesso discusso a livello morale, ma non è questa la sede per discuterne, a noi interessano gli effetti che questi hanno avuto sul morale e sulla produzione delle forze dell’Asse.
L’efficacia dei bombardamenti è stata discussa, ma è un dato di fatto che le massicce incursioni giorno e notte da parte delle forze angloamericane ha dato indirettamente una grossa mano all’Unione Sovietica, richiamando un grande quantitativo di aerei (che nella seconda guerra mondiale ricoprono un ruolo fondamentale nella supremazia della battaglia) e di uomini, nonché una parte di produzione dedicata alla difesa contro i bombardieri anziché di armi offensive da usare ad Est. I bombardamenti ridussero di un terzo la produzione tedesca di alcuni settori e richiamarono la maggior parte della Luftwaffe a difesa della Germania, lasciando così spazio alle forze aeree sovietiche a Est.

4. L’invasione della Francia e i servizi di intelligence angloamericani

Il ruolo dell’Operazione Overlord viene enfatizzato dai sostenitori americani e sottovalutato dai sostenitori sovietici.
L’apertura di un secondo fronte in Europa fu fortemente voluta da Stalin fin dagli inizi dell’Operazione Barbarossa, ma gli Alleati riuscirono a metterla a punto solamente nel 1944, dopo un immenso lavoro logistico. Uno sbarco ben coordinato contro il Vallo Atlantico, il sistema difensivo della Germania che si estendeva dalla Norvegia alla Francia, era ben diverso da una battaglia in campo aperto come quelle che si svolgevano 3000 km più a Est. In questo teatro si deve dare un grosso tributo ai servizi di intelligence angloamericani che riuscirono a imbrogliare i tedeschi facendogli credere che lo sbarco sarebbe avvenuto in un luogo diverso dalla Normandia, riuscendo a “nascondere” decine di migliaia di uomini e tonnellate di rifornimenti sotto gli occhi dei tedeschi.

5. La guerra economica e il miracolo americano e sovietico 

La seconda guerra mondiale non fu combattuta solo nei campi di battaglia, ma anche nelle fabbriche. In questo contesto mi vorrei concentrare su 3 nazioni in particolare: Germania, USA e URSS
Partiamo dalla Germania: l’industria bellica tedesca, a differenza di quanto si crede, non era così efficiente, in quanto esistevano centinaia di progetti per un singolo sistema d’arma, inoltre le varie compagnie produttrici erano molto più impegnate a cercare l’appoggio di Hitler che non a creare un coeso sistema d’industria che sostenesse nella maniera più efficiente lo sforzo bellico. Lo “Stato Hitlercentrico” era una continua dispersione di forza lavoro, fagocitata dalla burocrazia e dai conflitti tra i vari funzionari, sempre pronti a pestare i piedi ai loro rivali per entrare nelle grazie di Hitler. La nomina di Albert Speer a ministro degli armamenti portò a un grosso aumento della produzione grazie a una serie di riforme nel settore, ma era ormai troppo tardi per reggere la produzione sommata di USA e URSS. Ciò non può portare a una sottovalutazione di un sistema industriale che è riuscito, nonostante tutte le pecche elencate, a tenere sotto scacco l’intera Europa per anni.
Veniamo ora ai due vincitori. L’URSS riuscì a trasportare letteralmente le proprie fabbriche al di là degli Urali, che ripresero a funzionare al massimo della loro efficacia. In ciò si distinsero i milioni di operai sovietici che lavorarono senza sosta per rifornire i propri soldati al fronte. La capacità di ripresa dell’URSS fu un fatto straordinario, sia per le condizioni terribili in cui versava nel 1941, sia per l’effettivo sforzo fatto dai lavoratori, di cui approfondiremo meglio il punto di vista nel punto 7.
Gli USA riuscirono a diventare una superpotenza economica e militare grazie alle loro straordinarie capacità industriali e al loro apparato produttivo. Una nazione che nel 1939 aveva il 18° esercito del mondo, uscì dal conflitto, sei anni dopo, come la maggiore potenza militare ed economica del pianeta.
Molto importanti da ricordare sono gli aiuti economici forniti dagli USA a inglesi e sovietici, il noto “lend-lease act”, che forniva rifornimenti alimentari, militari ed equipaggiamenti alle due nazioni alleate, grazie ai quali riuscirono a portare avanti il loro sforzo contro la Germania nazista. I rifornimenti americani hanno avuto un ruolo importantissimo nella resistenza senza quartiere dei sovietici nelle prime fasi del conflitto, quando le loro fabbriche erano state distrutte, occupate o ancora in fase di trasporto.

6. Uso della tecnologia delle potenze

La tecnologia giocò un ruolo fondamentale nelle fortune del conflitto. I carri armati, gli aerei e i sistemi d’arma del 1939 impallidivano di fronte alle ultime creazioni delle industrie belliche del 1945, di cui la bomba atomica rappresentò forse il massimo esempio di cosa può fare una nazione che punta molto sulla tecnologia.
Gli Alleati dimostrarono di saper sfruttare al meglio le tecnologie, applicandole in maniera efficiente nel campo di battaglia (basti pensare anche solamente al lavoro di intelligence o ai modi per contrastare le forze dell’Asse. Gli Alleati fecero tesoro dei loro errori), al contrario dei tedeschi che non riuscirono ad essere così efficaci nella messa a punto di nuove tecnologie. Certo, riuscirono a produrre dei carri armati potentissimi e aerei all’avanguardia, ma rimanevano esemplari prodotti in piccole quantità, che venivano surclassati dai meno potenti ma più numerosi T-34 sovietici o dalla spaventosa superiorità aerea angloamericana.
Industria e tecnologia viaggiavano a braccetto nella condotta della guerra e gli Alleati dimostrarono di essere molto più dinamici dei loro avversari dell’Asse


7. Il contesto morale

Il contesto morale potrebbe essere sottovalutato ma ricopre comunque un ruolo rilevante nel conflitto. Gli angloamericani riuscirono a trasformare la guerra in una battaglia per la civiltà e per la difesa della democrazia, i sovietici invece nella grande guerra patriottica in difesa della loro patria socialista, dei loro ideali e della loro stessa esistenza. L’idea di Hitler della grande lotta delle razze si trasformava così in una profezia self-fulfilling. Non è un caso che il fronte orientale sia stato il più duro e disumano, in quanto la propaganda nazista trasformava i propri soldati in uomini convinti della propria superiorità razziale contro gli untermenschen slavi, che meritavano di essere sterminati in quanto inferiori e corrotti dal giudeo-bolscevismo. Il conflitto ad est si trasformava così letteralmente in un terribile scontro di civiltà, la prima che tentava di imporre il suo dominio, la seconda che si batteva con tutti i propri mezzi contro l’invasore nazista.
C’è inoltre da considerare che una guerra difensiva è sempre più giustificabile agli occhi del popolo che non una offensiva. I sostenitori della guerra in Germania andarono via via diminuendo con il mutare delle fortune al fronte, mentre cresceva negli Alleati la convinzione di essere dalla parte giusta, e non è forse vero che un popolo che crede di essere nel giusto combatte con più coraggio e convinzione?

8. I “Big Three”: Churchill, Roosevelt e Stalin

Il secondo conflitto mondiale ha la caratteristica interessante di aver unito due visioni del mondo opposte. Da una parte le democrazie liberali, dall’altra parte la nuova teoria economica del socialismo che trovava applicazione nell’Unione Sovietica. Non potevano coesistere due visioni del mondo più opposte, ma su un punto erano d’accordo: Hitler doveva essere tolto di mezzo. È interessante questo punto, perchè gli altri due membri dell’Asse, Giappone e Italia, potevano essere tollerati, ma la Germania, e la figura di Hitler, erano troppo sovversivi nei confronti del delicato ordine mondiale imposto dopo il primo conflitto mondiale. Tuttavia Hitler riuscì nel miracolo di far andare d’accordo Stalin e Churchill. In questo fu importante la personalità di Roosevelt, che si distinse nel ruolo di mediatore, riuscendo a tenere in piedi un’alleanza molto difficile. Hitler non era in errore quando sperava che forse l’alleanza dei suoi nemici sarebbe potuta saltare da un momento all’altro, ma sbagliava su una cosa: erano indecisi sul modo per eliminarlo, non sul se eliminarlo.
I “Big three” furono importanti non solo per la loro straordinaria collaborazione, ma per il ruolo che hanno avuto sui loro cittadini.
Non importa che opinione generale abbiate di loro, ma è innegabile che in questo frangente dimostrarono qualità invidiabili e fondamentali per portare alla vittoria gli Alleati.
Churchill ebbe la forza di volontà, il carisma e il coraggio di resistere a Hitler da solo, nel momento più buio, quando le sorti del conflitto erano tutte a favore del leader tedesco.
Stalin riuscì a infondere nel popolo sovietico quel coraggio che, unito alla difesa degli ideali del comunismo contro le potenze reazionarie fasciste, trasformò il popolo sovietico in una macchina da guerra inarrestabile, a qualsiasi costo. Come Churchill, non si arrese mai, neanche quando la sconfitta sembrava potesse toccarsi con mano. Stalin riuscì a trasformare il conflitto difensivo in una lotta spietata per la difesa del socialismo e della Madre Russia.
Roosevelt riuscì a trasformare gli Stati Uniti in una superpotenza in grado di operare in diversi teatri contemporaneamente (Pacifico, Nord Africa e poi Italia, Europa, Atlantico). Ma non furono le uniche personalità ad aver influito nel conflitto. Un intero entourage di uomini estremamente competenti operava nell’ombra, in particolare è da ricordare rispettivamente il ruolo di Brooke, Antonov e Marshall, che da dietro le quinte manovravano la tela dell’organizzazione delle tre potenze.

In definitiva, a chi a il merito maggiore?
Risposta: a nessuno, o meglio, a tutti.
Proviamo a immaginare se l’Inghilterra si fosse arresa nel 1940. Chi avrebbe fermato i tedeschi?
E se l’Unione sovietica non fosse riuscita a contenere la spinta offensiva della Wehrmacht? Se gli americani non avessero fornito aiuti economici agli alleati? Se gli angloamericani avessero perso la guerra sottomarina? E senza gli USA, chi avrebbe fermato le ambizioni territoriali giapponesi?
Impossibile rispondere a queste domande senza dare l’ovvia risposta: come un in puzzle, ogni pezzo si incastona insieme all’altro, basta perderne uno per rovinare tutto. Così la seconda guerra mondiale fu vinta solamente grazie al grande sforzo degli uomini delle tre grandi potenze. Non importa quale sia la vostra opinione di queste tre nazioni o dei leader che le hanno guidate nel conflitto, chi si identifica come dalla parte degli alleati, deve un doveroso grazie a ciascuna delle tre nazioni che hanno contribuito, chi in un modo, chi in un altro, alla vittoria finale. A loro dobbiamo la nostra libertà.

Andrea Maggiulli


Bibliografia

  • La strada della vittoria. Perché gli alleati hanno vinto la seconda guerra mondiale, Richard Overy