Archivi tag: Parco Schuster

30 luglio| Diritti e garanzie nel sistema penale – podcast

“Diritti e garanzie nel sistema penale” fa parte di un ciclo di cinque incontri su tematiche diverse. Il nostro obiettivo è quello di fornire uno sguardo critico sui fenomeni che caratterizzano la realtà quotidiana, senza dimenticare l’importanza delle testimonianze dirette. Siamo abituati a immaginare il carcere come un luogo lontano e buio in cui vengono trattenute persone pericolose, ma è davvero così? E soprattutto, secondo la nostra Costituzione “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Quali sono le possibilità della rieducazione? E in che modo andrebbe ripensato il sistema penale? Ne abbiamo parlato insieme ai nostri ospiti:
Carolina Antonucci, Marco Cinque, e Vittorio Martone.

  • 0 – 1:50 Introduzione
  • 1:50 Carolina Antonucci
  • 14:50 Vittorio Martone
  • 29: 53 Marco Cinque
  • 1:11:43 Domande dal pubblico

La Disillusione | Emergenza abitativa

Sera del 29 luglio, si torna a respirare dopo una giornata afosa e torna La disillusione a Parco Schuster. Si parla di emergenza abitativa nella città in cui il fenomeno assume dimensioni allarmanti, e gli ospiti sono decisamente accreditati per spiegarlo al meglio. In una serata ricca di interventi hanno partecipato: Lorena Di Bari, architetto coinvolto nel progetto abitativo Spin Time Labs, centro culturale divenuto casa per centinaia di persone bisognose, Carmelo Borgia del centro accoglienza per senza tetto “Madre Teresa di Calcutta”, Michela Cicculli della casa delle donne “Lucha y Siesta”, Marco Bonadonna, giornalista, scrittore e altro ancora e Marco Lombardi del Forum #Indivisibili e Solidali.  Continua a leggere

22 luglio | Migrazioni – podcast

Il 22 luglio si è tenuto il primo incontro di “La Disillusione – le realtà in un mondo che cambia”. Abbiamo parlato di migrazioni, un fenomeno che caratterizza la società umana fin dai suoi albori, ma che negli ultimi anni è stato strumentalizzato e reso un “problema”. Ci siamo chiesti perché è necessario pensare al ruolo della migrazione in modo diverso e come ci si approccia alle richieste che migrare porta con sé insieme ai nostri ospiti:
Soumaïla Diawara, Hilarry Sedu, Giovanna Cavallo, Luca Attanasio e Fabio Gianfrancesco.

Nel podcast puoi trovare:

  • 0 – 2:30 Introduzione
  • 2:32 Soumaila Diawara
  • 9:56 Hilarry Sedu
  • 18:36 Luca Attanasio
  • 36:00 Giovanna Cavallo
  • 49:00 Fabio Gianfrancesco
  • 56:30 Domande dal pubblico
  • 1:15:00 Lettura di una poesia di Soumaila Diawara

23 luglio | Raccontare le diversità

Ieri, martedì 23 luglio, si è tenuto il secondo dei cinque incontri organizzati dai ragazzi de La disillusione in collaborazione con Parco Schuster. “Raccontare le diversità” è stato un dibattito costruttivo e interessante che ha avuto come tema centrale la nostra realtà, multiforme, eterogenea e complessa, colma di sfaccettature e colori. Prima di presentare gli ospiti, la moderatrice, Jovana Kuzman, ha ricordato che La disillusione nasce in primis dall’esigenza di raccontare e raccontarsi: proprio da qui scaturisce l’idea di un confronto sulla varietà che ci contraddistingue. La citazione del giornalista ungherese Joseph Pulitzer ci ha aiutato a rendere meglio il concetto:

“Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri.”

Come raccontare, quindi, una realtà in continua evoluzione, in cui le diverse sfumature che la compongono non riescono ad emergere completamente? Ne abbiamo parlato con Marco Furfaro, politico e cooperante presente sul territorio romano e nazionale; Adib Fateh Ali, giornalista curdo e collaboratore di “Piazza Pulita”; Marta Cosentino, giornalista e regista del documentario “Portami via”; e Amin Nour, attivista e regista, autore del cortometraggio “Indovina chi ti porto per cena”.

In particolare, con Marco Furfaro abbiamo affrontato l’argomento dei social, che sono diventati un elemento fondamentale per le nostre vite, molto importante anche per quanto riguarda la comunicazione politica. Gli abbiamo chiesto se fosse possibile, tramite la comunicazione sui social, sensibilizzare e mobilitare la società civile. Marco ci ha risposto che il social funziona solamente se si è in grado di utilizzarlo nella giusta modalità: diventa un mezzo sostanziale nel momento in cui si riesce a raccontare, tramite di esso, la storia di una persona con la sua complessità e varietà. Al giorno d’oggi si tende a “disumanizzare” le persone, cancellandone il vissuto e giudicandone le azioni senza prendere in considerazione il contesto, il passato e il background di determinate storie: conoscere la storia di una persona ci rende meno cattivi e più empatici. In questo caso i social diventano mobilitanti, oltre che un elemento di speranza e di resistenza alla paura e alla ferocia: esempio lampante è stato l’episodio dell’attentato al Bataclan, a Parigi, nel novembre 2015. In quella situazione terrificante i francesi, invece di restare paralizzati dal terrore, hanno deciso di lanciare un hashtag che è stato letto come un messaggio di speranza e fiducia: #porteaperte.

Ad Adib abbiamo invece chiesto come nascessero i suoi reportage e quali fossero i rischi e le difficoltà di un giornalista impegnato in questioni così delicate. Lui ci ha risposto che il reportage più rischioso che ha dovuto filmare è stato in Kobane, in Siria. Nonostante le avversità, è stato contento di poter constatare che più del 50% dei combattenti siriani erano poco più che ragazzi, tra i quali figuravano anche donne molto giovani: Adib ci ha infatti spiegato che, grazie al più recente patto sociale siriano, in Siria per ogni carica di comando vengono eletti un uomo e una donna, a coronamento di un processo di emancipazione femminile che sta pian piano prendendo piede. Adib ci ha inoltre raccontato un suo curioso episodio personale: durante gli anni si è trovato più volte nelle circostanze di dover aiutare bambini e ragazzi ad affrontare le ostilità dei propri Paesi. Durante una di queste, si è ritrovato nella sede della Lega (Pontida) a dover chiedere cibo e ospitalità per qualche notte. Dopo esser stato brutalmente cacciato dalle guardie leghiste, Adib ha ricevuto denaro da più di qualche persona allontanatasi dal “branco”, racimolando nel giro di venti minuti più di 45 euro. Alla luce di quanto accaduto, Adib ha affermato: “questo mi ha dimostrato che gli italiani non sono razzisti. E’ la cosiddetta socialità del branco che ci rende tutti più cattivi”. Riprendendo, infatti, il discorso di Furfaro, Adib ha voluto distinguere due tipi di socialità: si può far gruppo in maniera negativa così come in maniera positiva. E ci ha ricordato che insieme si può crescere e migliorare.

Con Marta abbiamo invece discusso del suo documentario, “Portami via”, che racconta la storia di una famiglia siriana di Homs che riesce ad arrivare da Beirut a Torino grazie ad un corridoio umanitario organizzato da Mediterranean Hope. Si tratta di un progetto sostenuto da un crowdfunding che è a sua detta “rivoluzionario”, poiché costituisce una modalità di arrivo in Italia privilegiata e agevolata. Marta ci spiega che i corridoi umanitari sono di fatto “l’altra faccia del soccorso in mare”, ma che, per il momento, sono riservati solamente ad alcune categorie di persone e non tutti possono usufruirne. Il diritto di spostarsi e allontanarsi da una realtà che non ci permette di vivere una vita dignitosa dovrebbe essere universalmente riconosciuto, ma al giorno d’oggi solamente alcune “categorie protette” possono disporre di quest’alternativa sicura e legale ai cosiddetti “viaggi della disperazione”.

Il suo discorso è stato ripreso anche da Amin Nour, che tratta spesso di diversità culturale, razzismo ed identità nei propri lavori. Amin è stato tra quelli che hanno dovuto affrontare più di 400 chilometri a piedi per salvarsi, e che durante il tragitto hanno perso gran parte della propria famiglia. Nonostante il passato burrascoso, Amin ci spiega di essere stato fortunato da un certo punto della sua vita in poi: ha cominciato a vivere con la mamma nella famiglia italiana in cui lei lavorava come colf. Sono diventati una grande famiglia allargata, e da quel momento in poi lui si è sempre sentito parte integrante del popolo italiano. Il suo cortometraggio “Indovina chi ti porto per cena” nasce da un episodio realmente vissuto che è stato rivisitato in chiave comica: Amin ci racconta di esser stato fidanzato con una ragazza russa, la cui famiglia non riusciva ad accettare il fatto che lui fosse di colore. Il corto, che è stato proiettato alla fine dell’incontro, ci ha fatto molto sorridere e riflettere: se non siamo in grado di accettarci e stimarci a vicenda, come potremmo mai sperare in un futuro migliore, di speranza, armonia e benessere?

La diversità e la varietà di ognuno di noi costituiscono una grande, inestimabile ricchezza, che va preservata, salvaguardata e apprezzata. Di questa prosperità tutti noi dovremmo nutrirci e a questa risorsa infinitamente preziosa dovremmo attingere per poter vivere meglio con noi stessi e con la realtà che ci circonda.

Francesca Moreschini

22 luglio | Migrazioni

Roma, 22 luglio, Parco Schuster, il sole è in procinto di tramontare, una leggera brezza accompagna le persone a sedersi davanti al palco dove si terrà il primo dei cinque incontri organizzati da La disillusione. Gli ospiti sono pronti per iniziare e allo stesso modo gli spettatori. Sul palco sono presenti Soumaila Diawara, attivista politico e poeta; Giovanna Cavallo, responsabile dell’area legale di Baobab Experience; Hilarry Sedu, avvocato; Luca Attanasio, giornalista e scrittore; Fabio Gianfrancesco, attivista per Mediterranea Saving Humans  e Esc Atelier e Claudio De Angelis, mediatore dell’incontro. Il tema centrale è l’immigrazione. 

Dopo una breve introduzione del topic centrale di questo primo incontro, Soumaila Diawara per primo risponde alla domanda del mediatore sulla sua esperienza personale del viaggio per arrivare in Italia e che tipo di ambiente ha trovato in Italia. Soumaila in poche parole descrive la sua esperienza personale per raggiungere le sponde europee e nel mentre la sua espressione lascia intendere le sofferenze a cui è stato sottoposto. Attenzione particolare viene rivolta al suo vissuto in Libia, dove tuttora vengono maltrattati e sfruttati migliaia di migranti, costretti alla mercé dei trafficanti di uomini. Successivamente, per rispondere alla parte della domanda inerente al nostro Paese, Soumaila si sofferma e richiama la nostra attenzione sul problema integrazione in Italia, di quanto questo sia un vero e proprio fallimento della politica e alla base per l’inserimento sociale di immigrati nel territorio nazionale. Un problema che aveva affrontato in modo approfondito e lucido il numero di Febbraio di Limes parlando della mistificazione che i politici e mass media propongono alla massa. Persino papa Francesco ha dichiarato in un intervista che “un Paese che non ha la possibilità di integrare i migranti, non dovrebbe nemmeno accoglierli”, difatto nelle società multiculturali odierne l’unico modo per garantire la sicurezza e salvaguardare la coesione sociale è l’integrazione. Soumaila ne è un perfetto esempio, passato da una residenza ad un’altra ha continuato a studiare per non perdere la sua identità. Per non essere estraneo nella ragnatela sociale, ma straniero.

Hilarry Sedu, collegandosi al discorso sull’integrazione di Soumaila, sottolinea come la barriera linguistica in primis sia un ostacolo enorme per l’integrazione in Italia. L’incapacità di poter esprimere la propria personalità e creare interazioni rende impossibile l’inserimento in una qualsiasi società moderna. I mezzi sicuramente non vengono a mancare, il problema è la volontà e l’organizzazione nell’utilizzarli nella maniera più consona. Lo stesso articolo 10 della costituzione italiana, da lui citato, tutela la condizione giuridica dello straniero in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Il fatto che alcuni immigrati non vengano minimamente considerati come soggetti giuridici è un oltraggio alla Costituzione italiana e alle leggi internazionali. Successivamente Hilarry riporta una comparazione con la legge sull’omicidio d’identità su cui il Senato sta lavorando, un esempio per dimostrare che quel tipo di omicidio non è solamente previsto dal punto di vista estetico, ad esempio nei casi in cui viene gettato acido sul volto, ma può essere utilizzato anche verso i migranti. La capacità di reprimere e negare ad un individuo la possibilità di essere è una privazione alla sua identità e va contro ogni diritto umano. Hilarry non è solo un uomo di parole, lo dimostra il fatto che sia uno degli autori dello Ius Culturae, ovvero un principio a metà tra lo Ius Soli e lo Ius Sanguinis che vede come soggetto i minori nati in Italia con origine straniera. Quest’ultimi potranno acquisire il diritto di cittadinanza a patto che abbiano frequentato scuole o vi abbiano compiuto percorsi formativi equivalenti per un determinato numero di anni. L’azione di Hilarry punta a migliorare il benessere della società civile italiana attraverso leggi e diritti. Il nostro diventa così un DOVERE CIVICO; lo stesso Damilano nell’articolo “Il dovere di tenere la rotta” nel numero dell’Espresso “Capitani e no”, sottolinea l’importanza e la bellezza della parola dovere verso lo Stato: una parola scansata e denigrata dalla destra, una parola dimenticata dalla sinistra. Il dovere significa rinunciare a qualcosa di personale per il benessere comune, “la risposta a una domanda della coscienza prima che ad una esigenza della politica”, il dovere di rispettare le regole dello Stato per vivere civilmente. Il nostro dovere di cittadini, ad oggi, è quello di salvare vite umane, anche a costo dell’impopolarità. Il nostro dovere non consiste soltanto di salvarli dalla morte, ma anche dall’alienazione  e dalla ghettizzazione sociale che condurrà ad una frattura della società occidentale odierna.

Secondo Luca Attanasio il nostro primo dovere è quello di combattere la mistificazione politica riguardo l’argomento migrazione attraverso dati alla mano. Nel 2016 tutti i media, anche quelli più progressisti, parlavano di invasione, così veniva descritto l’arrivo di 180.000 mila migranti che fuggivano dalla guerra e erano pronti a morire in nome della libertà. Nessuno però tiene a sottolineare di come il Mediterraneo sia diventato l’Acheronte, dove il traghettatore non è Caronte ma gli avidi commercianti di uomini verso l’inferno. Si contano all’incirca 37.000 mila cadaveri nel Mar Mediterraneo. Attanasio poi decide di raccontare una delle storie che ha sentito da uno dei ragazzi che ha intervistato. Il nome di questo migrante è Mohamed Keita: all’età di 13 anni Mohamed decide di scappare dalla Costa d’Avorio a causa della guerra civile e la perdita dei propri genitori proprio a causa di questo conflitto. Analfabeta e incapace di riconoscere i confini, quindi con un’inconsapevolezza geografica all’età di 15 anni arriva a Tripoli, lì racconta la crudeltà e la cattiveria dei trafficanti, pronti a privarti di qualsiasi oggetto abbia un valore di mercato. Dopo averlo fatto spogliare prima di imbarcarsi, i trafficanti notano un rigonfiamento nel lato dei pantaloni, pensando fossero soldi ordinano a Mohamed di mostrare il contenuto di ciò che aveva in tasca. Non era un rotolo di banconote, ma le foto dei propri genitori. Un ricordo di dolcezza per restare ancorato alla realtà e non perdere la speranza. In un gesto molto banale, strappano queste foto e le gettano nel mare, dove insieme a cadaveri giacciono le identità di migliaia altri di uomini. Questa storia cruda, Attanasio la racconta per dimostrare cosa devono subire i migranti non solo dal punto di vista fisico ma anche psicologico. Come ragazzi così giovani devono affrontare anni di sofferenza per arrivare in Europa, sofferenze inammaginabili. Ora Mohammed dopo esser arrivato a Termini, è diventato un fotografo di successo grazie all’aiuto di Save the Children e la fortuna di essere stato notato da una famosa fotografa che gli ha permesso di esporre i propri lavori al Metropolitan Museum. In conclusione questa parabola dimostra come da vittime, i migranti si dimostrano superuomini. Proprio dalla definizione di Nietzsche, il primo a criticare la civiltà occidentale, fondata su una cultura di schiavi che privilegia la pseudovirtù dell’umiltà e dell’obbedienza, nega la vita e promuove un camuffamento della realtà dei conflitti. In questo contesto traslato in epoca odierna, l’immigrato si presenta come colui che si assume la responsabilità di affermare valori in assenza di criteri oggettivi, contando solo sulla volontà. L’immigrato è capace di creare il proprio destino nonostante tutto e nonostante tutti.

Infine le parole dei due attivisti di Mediterranea e del Baobab Experience, Giovanna Cavallo e Fabio Gianfrancesco hanno descritto la realtà romana e italiana. La lotta di Giovanna contro le istituzioni e gli enti locali per assicurare un safe space per gli immigrati. La necessità per loro di rivendicare i diritti è essenziale per il discorso sull’identità, loro quindi sono i primi a denunciare le illegittimità e il mobbing da parte delle istituzioni locali. A Roma, i migranti di “transito” impossibilitati ad andare via dall’Italia o bloccato il loro rimpatrio per gli Accordi di Dublino, non vengono considerati soggetti giuridici. Tutti gli individui usciti dal sistema di accoglienza, costretti ad occupare stabili per avere un tetto sotto la testa e i richiedenti di asilo in attesa di un responso del tribunale di Roma. Queste situazioni vengono dimenticate dai cittadini, ma persone come Giovanna combattono quotidianamente per salvaguardare i loro diritti e non vengono spaventate dalla personalizzazione del crimine portata avanti dalla questura per intimidire gli attivisti. I quali continuano nel loro lavoro consapevoli di adempiere al loro dovere civico.

Fabio Gianfrancesco, si sofferma in conclusione sul significato e l’importanza dell’attivismo, di quanto il significato politico lo differenzi dal volontariato. Nella nave che hanno comprato grazie ai fondi di banca etica salvano centinaia di vite in mare. La sua testimonianza ci ricorda di quanto il loro lavoro non sia soltanto quello di salvare vittime dal mare, ma imparare da loro che tutti i giorni lottano per rivendicare la dignità alla vita. L’importanza di una vita che deve essere vissuta. In questa società fatta di immagini, non riusciamo più a riconoscere il loro valore. Benjamin, sociologo della scuola di Francoforte, parlava proprio di crisi dell’esperienza e di quanto le impressioni non penetrino più nell’esperienza stessa. Adorno parlò poi di semicultura, una cultura che ha perso le sue funzioni. L’uomo non è più capace di inserire le notizie in un insieme ampio e definito, ma sono semplicemente frammenti che si ripetono sempre uguali a se stessi. In questo modo l’uomo perde la sua consapevolezza storica. Fabio, invece, grazie alle sue esperienze dirette acquisisce la consapevolezza, una sorta di risveglio di coscienza, il quale gli permette di avere una visione chiara sul dovere di aiutare coloro che si battono per la vita e la libertà.

In conclusione è stato un dibattito pieno di spunti interessanti e stimoli per addentrarsi più profondamente nelle diverse sfaccettature del fenomeno migratorio, partendo dai viaggi intrapresi dai migranti sino alla situazione politica del nostro Paese e dell’Europa. Gli ospiti hanno proposto le loro esperienze e opinioni con pacatezza e argomentazioni precise. Un dibattito privo di retoriche d’odio. Un dibattito che cercava di scattare una fotografia della realtà sociale attuale.

Oscar Raimondi