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Una donna alla guida degli S&D

“Nelle ultime settimane ho avuto scambi con molti di voi e siamo tutti d’accordo: dobbiamo fornire ai cittadini risposte ferme e innovative in questo momento cruciale per il progetto europeo e per la nostra famiglia politica, la socialdemocrazia europea” sono le parole di Iratxe García Pérez, classe ’74, spagnola, una grande esperienza politica e soprattutto all’interno del gruppo socialista in Spagna.

Per la seconda volta, in 20 anni, è una donna a guidare la presidenza S&D in Europa. David Sassoli ha proposto l’elezione per acclamazione all’assemblea del gruppo.

“Da quando è stata creata l’Unione Europea non è stata mai così tanto minacciata come oggi – ha aggiunto -, negli ultimi anni abbiamo assistito all’emergere di partiti populisti, eurofobi, xenofobi e di estrema destra che stanno facendo riemergere i peggiori fantasmi del nostro passato”.

García ha una visione di europa progressista ma soprattutto pone al primo posto gli errori del gruppo S&D: un gruppo che è stato assente per le classi più deboli soprattutto nell’affrontare le risposte alla crisi economica. Le sue parole puntano a un’azione politica che possa seguire azioni sociali per i cittadini europei.

Il messaggio che lancia parla di azioni concrete, di aver realizzato le disuguaglianze dovute alla globalizzazione e finalmente ricerca risposte valide e coerenti a riguardo.

A fine discorso conclude dicendo che: “Ci spetta un ruolo di primo piano nell’innescare i processi di cambiamento necessari e dobbiamo rimanere al servizio dei cittadini per garantire standard sociali più equi, combattere i cambiamenti climatici, proteggere e migliorare i diritti dei lavoratori in un’economia sostenibile, ed essere un faro di libertà e democrazia per il mondo.”

Inoltre il gruppo S&D sta insistendo per il proprio spizenkandidat, nonostante la posizione di svantaggio per il proprio nome Frans Timmermans, sottolinea quanto il metodo debba essere applicato per l’elezione del presidente della Commissione UE. La presidentessa sottolinea quanto il parlamento e in particolare il gruppo S&D sia concentrato sulla riuscita della metodologia spizenkandidat, il rischio è che questo stallo all’interno del Consiglio nel decidere il nome possa portarsi anche dentro il parlamento europeo senza una maggioranza schiacciante.

Durante la sua carriera politica vediamo una donna che è concentrata su due tematiche estremamente progressiste: membro fondamentale nell commissione dei diritti delle donne e soprattutto lo sviluppo regionale nella commissione REG.

Convergenza economica e parità di genere, basi fondamentali delle famiglie socialiste che ci raccontano quanto questa donna possa rappresentare a pieno le battaglie più difficili per la nostra Europa.

Per concludere la sua grande sensibilità per il settore agroalimentare e per le esigenze dei paesi mediterranei come l’Italia la rendono una presidentessa resiliente in materie delicate per il proprio (Spagna) e il nostro paese.

Un grande augurio a una famiglia europea socialista più unita, più donna e più innovativa!

Giulia Olivieri

 

Spitzenkandidaten: aspetta… cosa?

Elezioni europee alle porte: siamo sicuri di doverci concentrare solo sui nostri parlamentari europei? Quest’anno la nostra sfida è anche quella di veder nascere una nuova commissione europea. Come? Forse con un metodo del tutto innovativo, o quasi. 

Lo Spitzenkandidaten è un sistema utilizzato per eleggere il presidente della Commissione europea ogni 5 anni attraverso l’articolo 17.7 del TFUE.

Senza scendere in particolari tecnicismi, il metodo dello Spitzenkandidaten è una interpretazione dei trattati europei, non ha valore giuridico (ovvero sui trattati non vi è scritto che questa è la modalità di elezione del presidente della commissione) ma è una metodologia decisa in seduta comune tra Consiglio e Parlamento nel 2014. Per questo, Jean-Claude Juncker è l’unico presidente della Commissione Europea ed il primo ad essere stato eletto con il metodo dello Spitzenkandidaten.

Le discussioni sul deficit democratico, in particolar modo dopo la crisi del 2008, ha iniziato ad affliggere il contesto europeo: quanto le istituzioni si possono definire trasparenti e alla portata di tutti? Per quale motivazione un ruolo così fondamentale come quello della presidenza della Commissione non è argomento per i cittadini europei?

All’interno di un contesto già difficile: come poter dimostrare al popolo europeo che questa democrazia ha un senso? 

In realtà la rivoluzione sta nel considerare la democrazia rappresentativa fulcro democratico: nel momento in cui i cittadini europei eleggono il parlamento europeo indirettamente stanno “delegando” la propria rappresentanza.

Solitamente, tramite l’articolo 17.7 il Consiglio propone un nome all’interno dei Parlamento europeo che deve essere confermato da Consiglio e Parlamento stesso per diventare presidente della commissione.

Il nuovo “metodo” semplicemente permette a ogni partito di definire un nome all’interno del proprio gruppo che segue le caratteristiche del partito europeo e si definisce come la persona migliore all’interno secondo la volontà del partito stesso.

Secondo l’Eurobarometro pubblicato lo scorso dicembre, il sostegno dei cittadini europei al metodo degli Spitzenkandidaten è molto forte: circa il 63% degli intervistati ritiene che darebbe maggiore legittimità alla Commissione europea, mentre per il 67% rappresenta un progresso significativo della democrazia nell’Ue

In questo modo, ogni partito può definire il proprio candidato e lo porta davanti il Consiglio: questo responsabilizza il partito a scegliere realmente qualcuno che secondo loro ha le caratteristiche per questo ruolo così importante e allo stesso tempo diffonde il senso del presidente della commissione. La partecipazione alla visione dell’Europa è stata maggiore perché i cittadini per la prima volta si sono trovati a seguire un dibattito sovranazionale, ma allo stesso tempo vicino a loro.

Le critiche al sistema sono in ogni caso molte, specialmente con la commissione di Juncker: è giusto che venga politicizzato il ruolo della Commissione che rappresenta per definizione la volontà sovranazionale dell’UE?

Da una parte la democrazia rappresentativa si mostra come un ruolo importante all’interno dell’UE, dando così la possibilità a ogni partito di definire una persona, ma allo stesso tempo questo comporta tutto ciò che vi è dietro una campagna elettorale.

I dibattiti e i confronti tra i candidati dello Spitzenkandidaten aiutano la visibilità europea all’interno di un contesto di elezioni e permette anche ai cittadini stessi di sentirsi parte di questa dimensione: “mi affeziono a un candidato, lo legittimo perché ho legittimato il mio partito europeo e quindi mi sento vicino alla commissione europea”. 

Vi è quindi questa dualità: da una parte infatti il parlamento ha affermato in una dichiarazione pubblica che non accetterà nessun candidato che non faccia parte della scelta dello Spitzenkandidaten, soltanto partiti minori hanno deciso di non proporre un nome perché sanno indirettamente che il loro candidato ha poche possibilità di elezione. Questo sistema infatti è stato un grande desiderio dei due partiti più storici e grandi del parlamento europeo: gli EPP e gli S&D. Dall’altra vi è la possibilità che grazie alla visione intergovernativa del Consiglio l’idea di una commissione più politica non sia piaciuta così tanto agli stati membri e questo comporterebbe la possibilità al consiglio di scegliere un nome tra i parlamentari europei ma che non sia un candidato Spitzenkandidaten.

Le dinamiche europee, in particolare con questo metodo, sono cruciali: per la prima volte queste elezioni possono permettere di creare una vera e propria collisione tra il Parlamento e il Consiglio e mettere in discussione il valore della rappresentanza democratica.

I candidati continuano le loro campagne ma è tutto un gioco a carte coperte: sarà il Consiglio a prevalere sulla propria idea e combatterà la possibilità di una commissione “più politica” o il Parlamento confermerà l’idea di europea più democratica.

Giulia Olivieri

Elezioni Europee 2019 – Istruzioni per l’uso (maneggiare con cura)

“Capro espiatorio: L’essere animato (animale o uomo), o anche inanimato, capace di accogliere sopra di sé i mali e le colpe della comunità, la quale per questo processo di trasferimento ne viene liberata (anche capro emissario, nella Vulgata hircus emissarius, traduz. dell’ebr. ‘ăzā’zēl). Il nome deriva dal rito ebraico compiuto nel giorno dell’espiazione (kippūr), quando un capro era caricato dal sommo sacerdote di tutti i peccati del popolo e poi mandato via nel deserto (Lev. 16, 8-10; 26). Questa trasmissione del male era conosciuta anche dai Babilonesi e Assiri, e dai Greci.”
(Enciclopedia Treccani)

L’Unione Europea è da anni oramai fonte di grande dibattito e attenzione da parte di un gran numero di politici, accademici, cittadini e soprattutto da parte di 17 milioni di cittadini britannici che il 23 giugno 2016 hanno deciso di riprendere l’indipendenza così ingiustamente sottratta al loro governo (tossisce distrattamente). Dal 1958, anno della creazione della CEE (Comunità Economica Europea) e del famoso mercato unico, siamo passati da sei stati fondatori (Belgio, Germania, Francia, Lussemburgo, Olanda, e Italia) ad un’Unione Europea di 28 (tossisce distrattamente mentre pronuncia le parole “quasi 27”) Paesi membri. Negli ultimi anni in particolare ha seguito una forte escalation ed un’intensa presa di posizione dell’istituzione. Dal Trattato di Maastricht del 1992 al Trattato di Lisbona del 2009, l’Unione Europea ha rafforzato la sua posizione e intensificato la sua struttura. All’interno di essa, rimane forte il ruolo del Parlamento Europeo, unico organo eletto e a capo del potere legislativo dell’istituzione.

Si consiglia l’ascolto di “Aria sulla Quarta Corda” di Sebastian Bach in sottofondo durante la lettura del seguente paragrafo.

Il Parlamento Europeo viene eletto ogni cinque anni dai cittadini dei Paesi Membri aventi diritto al voto nel proprio Paese. La divisione dei seggi parlamentari è divisa a seconda del numero della popolazione presente in ciascuno Stato membro, in maniera proporzionale. Il suffragio universale è stato introdotto per il Parlamento solo nel 1979 e da quel momento l’afflusso è andato calando, da un’iniziale media di 61.99% (con nove stati membri) fino ad una del 42.61% (con ventotto membri). Nel 2014 le percentuali sono state divergenti, da un 89% in Belgio e un 85.55% in Lussemburgo (dove il voto è obbligatorio) fino ad una Slovacchia con il 13%. In Italia l’afflusso è stato di circa del 57%.

 “Il Parlamento europeo elabora un progetto volto a stabilire le disposizioni necessarie per permettere l’elezione dei suoi membri a suffragio universale diretto, secondo una procedura uniforme in tutti gli Stati membri o secondo i principi comuni a tutti gli Stati membri.”
[Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), Parte sesta, titolo 1, capo 1, Sezione 1 – Il Parlamento europeo Articolo 223]

Il Parlamento Europeo detiene il potere di legiferare leggi europee, assieme al Consiglio dell’Unione Europea sulla base di proposte della Commissione Europea; decide sugli accordi internazionali e su possibili inclusioni.

Non proprio l’ultima ruota del carro europeo, ecco.

In un periodo di grande fermento per le questioni ambientali, dove milioni di persone scendono nelle piazze di tutto il mondo per protestare contro il cambiamento climatico, l’Europa non è rimasta ferma. Lo scorso 25 marzo, il Parlamento Europeo ha approvato la direttiva per il divieto della plastica monouso, la quale verrà conseguentemente applicata dagli Stati membri nelle loro proprie legislazioni nazionali.

“Entro il 2021 dovranno essere vietati nell’Ue le posate di plastica monouso (forchette, coltelli, cucchiai e bacchette), i piatti di plastica monouso, le cannucce di plastica, i bastoncini cotonati fatti di plastica, i bastoncini di plastica per palloncini, le plastiche ossi-degradabili e i contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso. Secondo la direttiva, inoltre, entro il 2029 gli Stati membri dovranno raccogliere attraverso la differenziata il 90% delle bottiglie di plastica. La normativa prevede anche che entro il 2025 le bottiglie di plastica debbano contenere almeno il 25% di contenuto riciclato, per passare al 30% entro il 2030.” (Repubblica.it)

Dal 23 al 26 maggio del 2019 si svolgeranno per la nona volta le elezioni europee che decreteranno la composizione del Parlamento europeo nei prossimi cinque anni. Un’interessante nota riguarda la struttura dei membri parlamentari europei. Essi vengono divisi per fazione politica, non per Paese. Nel Parlamento europeo sono presenti diverse fazioni politiche che raccolgono rappresentanti dai diversi Paesi, ognuna con il proprio ideale politico. In alcuni Stati membri (Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Grecia, Paesi Bassi, e Svezia) le candidature possono essere presentate solo dai partiti o dalle organizzazioni politiche. Per gli altri Paesi è necessario raccogliere un certo ammontare di firme o radunare un certo numero di elettori. Non esiste un vero e proprio partito europeo (perlomeno non in maniera sostanziale) ma i partiti che vengono presentati alle europee sono per lo più l’insieme dei diversi partiti e gruppi nazionali che condividono simili visioni.

Il partito più favorevole ai sondaggi e che presenta una maggiore possibilità di vincere queste elezione è il Partito del Popolo Europeo (EEP) alla cui guida troviamo Manfred Weber. Il partito ha uno stampo di centro-destra, tra le cui file troviamo personaggi di alto calibro come il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker e il nostrano Presidente della Parlamento Europeo Antonio Tajani (Forza Italia). All’interno del manifesto troviamo le idee di competizione e democrazia proprie dell’Unione Europea, in un contesto di economia di mercato sociale basata sulla libertà, responsabilità e giustizia.

Tra i partiti europei più importanti troviamo l’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa, di stampo liberale, al cui vertice troviamo Guy Verhofstadt (il quale ha raggiunto una maggiore notorietà in terra nostrana per aver definito il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte un burattino nelle mani di Salvini e Di Maio). Il partito si rifà ai quattro principi di libertà dell’Unione Europea: la libertà di movimento, di merci, di capitali, e di servizi. Un vero e proprio esempio di liberalismo proprio dei principi dell’Unione. Nel partito troviamo la nostrana Emma Bonino assieme al partito +Europa.

Per i nostalgici della sinistra, l’Alleanza Progressiva dei Socialisti e Democratici propone una politica incentrata sul welfare, assistenza e prevenzione sociale, per permettere eguali possibilità a tutti e assicurare un accettabile livello di occupazione, con una particolare attenzione verso la categoria dei lavoratori, sotto la leadership di Udo Bullmann. Al momento, secondo gli ultimi sondaggi, questo gruppo parlamentare si trova al secondo posto nella corsa alle elezioni di maggio. Gianni Pittella del Partito Democratico ha ricoperto la carica di Presidente dell’Alleanza dal 2014 al 2018.

Per altri tipi di nostalgici invece, troviamo il Movimento per un’Europa di Nazioni e Libertà. All’interno del movimento troviamo la francese Marine Le Pen, Presidente del partito populista di destra Rassemblement National e il vicepresidente del consiglio Matteo Salvini con il partito della Lega (tossisce distrattamente “Nord”). Alla base delle loro idee ci sono i principi di sovranità e identità: “l’opposizione al trasferimento di qualunque sovranità nazionale a istituzioni sovra-statali o istituzioni europee è uno dei principi fondamentali che unisce i rappresentanti del Movimento per un’Europa di Nazioni e Libertà”; sono fermamente convinti nella necessità per ogni Nazione di mantenere la propria identità e perciò “il diritto di regolare e controllare l’immigrazione è un principio fondamentale”.

Le scelte sono molteplici e non si limitano naturalmente a questi quattro movimenti e partiti. I milioni di cittadini europei hanno la possibilità di proporre come rappresentanti una vasta gamma di politici da diversi background con idee talvolta opposte e di tanto in tanto convergenti.

Il 26 maggio i cittadini italiani saranno ancora una volta chiamati a votare per avere una propria rappresentanza, non a livello nazionale ma per quello che rappresenta uno dei più grandi esempi di unione politica, sociale ed economica degli ultimi secoli, ciò che ha permesso decenni di pace dopo la devastante Seconda Guerra Mondiale.

Ce lo chiede l’Europa, l’Europa qui, l’Europa là.

Molto spesso è pesante avere delle responsabilità. Avere delle responsabilità significa dover prendere decisioni che si possono rivelare errate. Avere un capro espiatorio è sicuramente liberatorio e facilita di gran lunga tante questioni. Arriva però un momento nel quale il capro espiatorio non è più sufficiente e ci si trova davanti ad una scelta quasi obbligata di responsabilità. In un crescente contesto politico di populismo, violenza, diffidenza, e muri, il 26 possiamo provare a dare una svolta al nostro concetto di comunità e di unione. Possiamo dare un contesto concreto alle libertà di movimento e di pensiero così amate ma non spesso applicate. Il 26 maggio non ci sarà più l’Europa come capro espiatorio.

Il 26 maggio l’Europa siamo noi.

Matteo Caruso


Sitografia

God Save The Memes

Ultimamente gran parte dei tabloid e delle maggiori testate giornalistiche, inglesi ed europee, si sono focalizzate sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e i problemi che il Primo Ministro britannico Theresa May sta affrontando per far approvare al Parlamento inglese il suo deal sull’uscita della Gran Bretagna dall’Europa. Si parla addirittura di dimissione forzate. Tra voti storici contro il governo, scissioni e colpi a tradimento, la Brexit in queste ultime settimane (o forse mesi) sembra aver quasi monopolizzato il dibattito internazionale ed europeo. Ciò nonostante, si dà il caso che in una tale situazione senza precedenti potrebbe (ma non dovrebbe) passare del tutto inosservata un’altra importante notizia che riguarda una delle maggiori istituzioni europee, il Parlamento, il quale nella giornata del 26 marzo ha approvato una direttiva quanto mai d’interesse riguardo il diritto d’autore. Molto più importante di quanto non si pensi.

Talmente importante che è possibile dire che da ieri la Regina non è più l’unico nemico dell’Unione Europea.

Ora ci sono anche i Meme.

La direttiva approvata dal Parlamento europeo con una maggioranza di 348 voti favorevoli a fronte dei 274 contrari e 36 astenuti sancisce un importante cambiamento all’interno delle regole nell’ambiente digitale sul copyright. L’obiettivo ultimo è quello di proteggere tutti quegli artisti e inventori che al momento non risultano essere correttamente protetti nel loro lavoro creativo all’interno della maggior parte delle piattaforme digitali.

Nonostante il nobile intento, parecchi passaggi della direttiva restano vaghi e poco chiari, aumentando le già forti paure circa la libertà di pensiero sul web. Questo documento vede la sua approvazione dopo circa due anni di dibattito in cui ha attratto a sé un largo ammontare di critiche da parte di giganti tecnologici, quali Facebook e Google. Quest’ultimo, in particolare, ha sentenziato che la direttiva “cambierà il mondo del web come lo conosciamo” aggiungendo che “La direttiva sul copyright è migliorata ma porterà comunque ad incertezza giuridica e impatterà sulle economie creative e digitali dell’Europa. I dettagli contano e restiamo in attesa di lavorare con politici, editori, creatori e titolari dei diritti mentre gli Stati membri dell’Ue si muovono per implementare queste nuove regole”. La parlamentare europea tedesca Julia Reda del German Pirate Party ha affermato che questo è un giorno nero per la libertà di Internet.

Sull’altro fronte, i legislatori europei sottolineano la necessità di regolare quel “selvaggio west” che è diventato il mondo di Internet per assicurare a musicisti, pubblicatori e altri creatori di contenuti, una maggiore protezione sul proprio lavoro che al momento è del tutto assente. Il vicepresidente della Commissione Europea Andrus Ansip ha definito la legge come un “grande passo avanti” che porterebbe una maggiore unificazione del mercato digitale di Europa permettendo una corretta protezione della “creatività online”. Avendo la possibilità di essere applicata liberamente dai singoli Stati Membri, molti sostengono che questa direttiva permetterà un più equo bilanciamento tra i giganti tecnologici americani e i creatori di contenuti europei.

“Approvata la direttiva copyright. Difendiamo la creatività italiana ed europea e i posti di lavoro” (Antonio Tajani, RAI News 24)

(Tajani ancora sulla scia dell’onda per le Europee di fine maggio, n.d.r.)

Ed è proprio in questo momento del discorso che si alzerebbe la mano di un ragazzo dal fondo della sala, appena dopo essersi salvato sul telefono, sghignazzando, l’ennesimo meme su Theresa May e Toninelli, con una domanda più che corretta.

“Sì, va bene tutto, bell’articolo, la May, l’Europa, Google, i poteri forti. Ma io non ho capito bene, quindi che cosa succede in pratica a questi meme?”

Come dargli torto.

Il punto focale riguarda quelli che sono stati delineati come gli articoli 11 e 13 della proposta di direttiva originale che stabiliscono le basi per le due norme più criticate da parte della comunità di Internet.

L’articolo 11 sancisce le necessità da parte dei motori di ricerca e piattaforme aggregate di notizie di pagare per utilizzare i link dei siti di notizie. Una sorta di link tax sulla pubblicazione di simili documentazioni online che potrebbe portare ad una chiusura di Google News per l’alto numero di contenuti condivisi giornalmente.

L’articolo 13 ritiene le maggiori aziende tecnologiche responsabili per il materiale pubblicato senza la dovuta licenza. La maggior parte delle compagnie provvede a rimuovere già musica e video protetti da diritti d’autore ma sotto questa nuova direttiva si vedranno responsabili per una maggiore varietà di contenuti pubblicati. La differenza rispetto a prima riguarda l’imputazione della responsabilità: laddove prima essa era propria dell’utente stesso, ora ricade principalmente sulla piattaforma dove è condiviso il contenuto violante.

Ciò comporterebbe un’applicazione necessaria di filtri da parte delle piattaforme di condivisioni quali Facebook, Instagram, Google e simili. Per via della vaghezza e genericità di queste nuove norme sarà sicuramente inevitabile che le compagnie in questione, per evitare di incorrere in pesanti sanzioni di violazione del copyright, applicheranno molti più ampi filtri limitando notevolmente la condivisione di un largo numero di contenuti sul web.

“Sì, vabbè, hai letto gli articoli della BBC e di RAI News e sai le cose. Ma questi meme insomma?”

Ora ci arrivo, un attimo.

Il parlamento europeo ha approvato all’inizio dell’anno una modifica alla direttiva presente al momento nell’articolo 39 che cita “Gli utenti sono autorizzati a caricare e rendere disponibile il contenuto generato da altri utenti per specifici obiettivi di citazione, criticismo, recensioni, caricature, parodia, o satira”. Teoricamente parlando, questo importante passaggio dovrebbe consentire ai meme di essere esclusi da azioni oscurantiste e liberi di propagarsi nel mondo dell’Internet, come sarebbe da loro natura. Il Parlamento ha dichiarato che i meme sarebbero stati “specificatamente esclusi. Il problema adesso è capire in che modo che le piattaforme possano applicare questa indicazione senza delle direttive specifiche. In che modo un sistema automatizzato che copre un numero così alto di utenti come quelli di Facebook e Instagram può riconoscere un’espressione di satira, ironia, o più semplicemente un meme vero e proprio?

Nella pratica, applicare un filtro su ciò che viene pubblicato nella piattaforma richiederà verosimilmente un sistema altamente complicato che comporterà maggiori costi per i motori di ricerca e le compagnie tecnologiche europee. Probabilmente l’effetto sarà l’opposto di quello sperato, portando queste ultime in una condizione di maggiore difficoltà economica rispetto ai colossi americani. Ancora più probabile è lo scenario in cui questi filtri non siano ben strutturati o sufficienti per permettere una vera e propria libertà di espressione all’interno dei siti web di condivisione e informazione.

Se nel disastro della Brexit e del crescente populismo in Europa nei mesi prima delle elezioni i meme erano rimasti una solida roccaforte in cui proteggersi e trovare una personale salvezza quotidiana, adesso sembra che anche questo piccolo spazio di libertà universale stia per essere messo a grave rischio.

Essendo questo provvedimento una direttiva europea, bisognerà aspettare che ciascun Paese Membro dell’Unione la applichi prima che essa veda praticamente la luce, post-ponendo gli effetti ancora per parecchio tempo.

Ergo, questo articolo avrà ancora la possibilità di fregiarsi di splendidi meme di bassa qualità visiva e concettuale, simbolo di una rivoluzione culturale e sociale che è per noi in questo momento più che mai una delle poche speranze a cui aggrapparci con una risata amara che già ha un sapore di nostalgia.

Matteo Caruso


Sitografia