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Golfo

Nel mediano del Golfo che divide
In due discendenti lingue di terra
Dal mio petto le braccia ti cingono,
creatura dall’indole di mare

E nel farlo, divento un tutt’uno
alla città fusa all’Elemento,
La calura dei corpi che fondono
Spegne il gelo portato dal vento.

Le inquiete paure per cui tremi,
Vanno via con le onde increspate
Su un mozzo a mollo con i remi,
In porto dopo le fredde nottate
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Come despota e schiavo

Ero quel bicchiere di plastica
Lasciato solo
Contro il vento,
E tu quel goccio d’acqua
Che bilancia
E lo fa rimanere erto.
Non ho ossa davanti al cuore
Ne che proteggono il cervello,
Così quel che sento
-Che sia amore o nulla di bello-
È sempre esposto alle intemperie,
Scoperto.
Vorrei abdicare la mia facoltà
Di sognare,
Quest’esasperata voglia
Di essere più della realtà,
E sopra
Volerci volare.
Ma in questo mondo sono nessuno,
E Come tutti i nessuno
Nessuno è come me.
Di questo vuoto di cui mi circondo
Esserne il re.
Ed infatti senza fatica alcuna
Eccomi con questo inutile potere,
Mi troverai con lo scettro sulla Luna
Come despota e schiavo
Al principio di tutte le sere.
Ora
Anche l’ultimo sorso è andato via
E sono facile vittima del vento,
Che mi trasporta per la sua scia
Causata dal mio stesso lamento.

Manuel Torre

Per una barista valenciana

Dal tuo bancone che servi
Caduca felicità ai clienti,
Tra grumi di ubriachi impervi
Con in mano il vassoio degli argenti

Ma i tuoi occhi son la mia sbornia
Vera e propria come un vecchio amaro,
Bevendo con lo sguardo il cuore sogna
E brindo a te con un altro sorso avaro.

I tatuaggi su di te sono pura magia
E nel tuo volto hai quel che di felice
Coperti da un velo di sottile malinconia,
Come s’ erge su di un sorriso una cicatrice .

In questa piazza di iberico sapore
Sui banconi versi aqua de Valencia
Assieme qualcosa di simile all’amore
Nel cuore un sublime fermento empieza.

Manuel Torre

Eri l’ombra del roseo ciliegio in estate

Eri l’ombra del roseo ciliegio in estate
E la brezza che ne muove i fiori,
Eri l’affannato sospiro di sollievo
Che risolve l’incubo di una notte,
Eri l’atterraggio dell’aereo di linea
Che giunge alla meta agognata,
Eri il raggio d’oro proveniente da Ovest
Che irrompe tra le macchie di un fitto bosco,
Eri l’estasi del viaggio
La nostalgia della partenza
Eri il museo con gallerie infinite
Dal quale non sarei voluto andare via,
Eri la prima parola del primo verso
Della mia poesia preferita,
Eri una prima volta ogni giorno
Eri l’aspirato tramonto sui un colli toscani
A parlar di tutto purché dell’amore,
Poiché fatto col consenso dalle mani
E gli occhi in un tacito accordo interiore. Continua a leggere