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Tra poesia e politica: la nazione nata dai versi

Fin dagli albori della civiltà ellenica, nell’area balcanica è stato estremamente stretto il legame tra politica e poesia. Non è difficile scorgere questa duplice anima, alla quale spesso si accompagna anche quella di guerriero, in emblematiche figure come Parmenide, Sofocle, Empedocle o Tirteo, solo per citarne alcuni. Nonostante possano sembrare ambiti della competenza umana antiteticamente distanti, netta è la linea che le unisce se si pensa alla politica intesa come origine e in seguito gestione di un percorso di ricerca di un’identità nazionale, dal momento che necessariamente per raggiungere quest’obiettivo dovrà avvalersi di uno strumento potente come il linguaggio comune. 

La lingua è infatti, utilizzando le parole di Hugo von Hofmannsthal, scrittore, poeta e drammaturgo austriaco, qualcosa di completamente diverso da un mezzo naturale per farsi capire, essendo essa il luogo d’incontro necessario a formare una comunità e proprio attraverso essa è possibile partecipare alla proprietà nazionale, essere ricompresi in ciò che rappresenta la nazione e che si realizza compiutamente nella perfetta bellezza della lingua. La figura che principalmente ha a che fare con il linguaggio è quella del poeta. Così come il politico sta nel mezzo della res publica e vivendola può connetterne gli elementi per il fine della comunità, il poeta cerca la giusta maniera per nominare ciò che lo circonda per giungere alla loro essenza, e in tal modo le domina e gestisce. È così evidente come l’attenzione per il linguaggio e l’attenzione per il bene pubblico non siano atteggiamenti separati.

Paradigmatici sono i casi in cui questo legame risulta evidente, essendo le due anime contemporaneamente presenti nella stessa figura. 

Nella prima metà dell’ottocento si distinse la figura di Petar Petrović-Njegoš, nato il 1° novembre 1812 a Njeguši e morto a Cettigne il 19 ottobre 1851. Nell’ambito di un processo di formazione nazionale di cui furono protagoniste le grandi nazioni balcaniche accanto a croati e serbi, altri popoli slavi meridionali svilupparono una propria identità nazionale, tra questi avvenne per la piccola ma agguerrita nazionalità montenegrina che intorno alla sua dinastia di vescovi-principi (Petrovic-Njegos) e ad alcuni intellettuali, come lo stesso Pietro II autore del Serto della montagna o Gorski Vjenac, trovò un senso di appartenenza favorito dall’isolamento tra i monti che peraltro avevano permesso al Montenegro di non essere mai realmente sottomesso al dominio turco.

Saldamente piantato, per le sue origini, per la sua vita e per il suo stesso temperamento, nel primitivismo balcanico-montenegrino, Petrović-Njegoš se ne stacca per le elevate aspirazioni del suo ingegno e più ancora per la tagliente consapevolezza con cui vive i problemi che lo agitano. Continuamente egli cerca di sublimare, trasferendoli in sfere spirituali, modi e norme di vita e di pensiero che egli ha ereditati da lunghi secoli di forzata inerzia culturale – la tradizione secolare ha di per sé stessa alcunché di ieratico e maestoso – e che, per e contro la sua volontà, sono ancora in lui vivi e operanti. Il contrasto è manifesto anche nella forma.

Dopo diverse raccolte di canti e poesie popolari Petrović-Njegoš compone il Gorski Vijenac (Serto della montagna, Vienna 1847), che racconta, in forma drammaticamente dialogata, lo sterminio dei Montenegrini apostati avvenuto, secondo una tradizione poco fondata, tra la fine del sec. XVII e il principio del sec. XVIII. Questo avvenimento assurse per Petrović-Njegoš a un significato simbolico, e il dramma-poema, che ne racconta soprattutto la preparazione morale, se ne stacca di tanto in tanto per approfondire le più recondite ragioni della necessità della fede e del patriottismo e per scandagliare l’essenza dell’uomo e dell’umanità”.

Come riportato da Srdja Pavolovic nel commento “The Mountain Wreath: Poetry or a Blueprint for the Final Solution?” a margine dell’articolo di Alexander Greenawalt “Kosovo Myths: Karadzic, Njegos and the Transformation of Serb Memory”, la strage sarebbe avvenuta durante il regno di Danilo Metropolitano, antenato proprio di Petrović-Njegoš. Nel sottotitolo del Serto della montagna l’autore afferma che il poema tratta degli “Eventi storici dalla fine del diciassettesimo secolo” (“Historicesko Sobitie pri Svrsetku XVII vieka”). La loro datazione è basata sui racconti dello stesso Danilo Metropolitano, nonostante anch’essi risultino ben poco precisi: se risulta certo che la strage sia avvenuta durante la notte di Natale, l’autore indica tre diversi anni in cui essa potrebbe essere effettivamente avvenuta (1702, 1704 e 1707). Curioso è notare come lo stesso Petrović-Njegoš, in un’opera antecedente di due anni rispetto al Serto della montagna, Ogledalo Srpsko del 1845, già cita il “massacro dei convertiti” datandolo “intorno all’anno 1702”.

L’opera di Petar Petrović-Njegoš contribuì fortemente a cementare l’identità cristiana del montenegro. D’altronde, la componente religiosa è sempre stata, fin dai primi anni della sua infanzia, parte integrante e predominante della sua formazione culturale: trascorse la sua fanciullezza parte a Cettigne presso lo zio “vladika” Pietro I e parte in un monastero delle Bocche di Cattaro. All’età di diciotto anni, nel 1830, morto lo zio, fu proclamato capo della chiesa e del popolo montenegrino (le due cariche di capo politico e capo spirituale erano ancora unite nel Montenegro), e nel 1831 archimandrita, ovvero quello di superiore della congregazione dei fedeli montenegrini. Nel 1833 e nel 1834 otterrà in Russia i gradi prima di vescovo e poi di metropolita.  Questo legame con la Russia verrà mantenuto anche nell’esercizio del suo ruolo di principe, in quanto poté contare sull’aiuto politico e finanziario della grande potenza a cavallo tra Europa e Asia per domare la vicinanza dell’Austria, le sporadiche rivolte dei suoi sudditi per la sua severa repressione delle tendenze turcofile comunque presenti nell’area balcanica e soprattutto l’aggressività turca. Non furono infatti poche le lotte con i Turchi, soprattutto quelli provenienti dell’Erzegovina e dall’Albania, specialmente durante i suoi primi anni di governo. Fu solo dopo che l’isolamento geografico e le barriere naturali circondanti il piccolo principato, uniti alla strenua difesa del tenace popolo montenegrino dei propri confini, ebbero scoraggiato definitivamente gli assalti turchi che Petrović-Njegoš poté concentrarsi maggiormente sull’aspetto amministrativo e culturale del proprio governo: appena gli fu possibile, introdusse nel suo minuscolo stato parecchie riforme amministrative e finanziarie, e con la fondazione di una scuola elementare (1833) e di una stamperia (1834) cercò di sollevare il paese dallo stato patriarcale di cultura in cui ancora si trovava.

Alla sua morte, sopravvenuta nel 1850 a causa della tisi, lasciò un Montenegro ben diverso da quello che aveva ereditato, tra la sua maggiore autonomia ai danni dell’impero ottomano e il suo rinnovato apparato burocratico e amministrativo. 

Non è dato sapere quanto sul governo di Petrović-Njegoš abbia influito la sua duplice anima di politico e poeta, ma è evidente il risultato di una fonte comune che è la sensibilità verso ciò che immediatamente gli era più vicino e che teneva insieme l’attività amministrativa e la tensione artistica. 

La sensibilità del principe montenegrino risulta ancor più evidente dal poema filosofico “Il raggio del microcosmo” (Luča Mikrokozma), pubblicato a Belgrado nel 1845, nel quale il poeta cerca di darsi ragione delle sorti dell’uomo tramite ragionamenti di stampo miltoniano.

Certo è che questo non fu sufficiente affinché egli non esercitasse il suo potere in maniera autoritaria, ma la sua politica va pur sempre inserita in un contesto, quello balcanico dell’ottocento, che non poteva permettere certo a un principe di concentrarsi solamente sull’attività letteraria, in quanto seppur un noto adagio reciti che la penna ne ferisca più della spada, Petrović-Njegoš non poteva certo esimersi dall’usarle entrambe.

Paolo Palladino

BIBLIOGRAFIA:

  • Hugo von Hofmannsthal, La rivoluzione conservatrice europea, Venezia, Marsilio, 2003
  •  Francesco Guida, La Russia e l’Europa centro-orientale: 1815-1914, Roma, Carocci, 2014.
  • Giovanni Maver, Enciclopedia italiana, 1935.
  • Srdja Pavlovic, “The Mountain Wreath: Poetry or a Blueprint for the Final Solution?”, a margine dell’articolo di Alexander Greenawalt “Kosovo Myths: Karadzic, Njegos and the Transformation of Serb Memory”, volume 1, ottobre 2001.

A Foras Sa Nato: Occupazione militare in Sardegna

Il problema dell’occupazione militare della Sardegna è un tema di cui al di fuori dall’isola e da certi ambienti di militanza politica non si sente parlare mai. Si capisce che se neppure in Sardegna il popolo sardo è unito in una posizione contraria all’utilizzo della Sardegna come terreno in vendita al migliore offerente, figuriamoci che solidarietà si può ricevere dal di fuori dell’isola. Tanto più che, ad eccezione di alcuni momenti di grande emotività in cui tutti si sentono vicini ai soprusi che il potere esercita su popoli o gruppi minoritari, il problema dell’occupazione della Sardegna è considerato un problema dei sardi. Che manco sono una categoria particolarmente facile con cui entrare in empatia.

Eppure, il caso delle servitù militari in Sardegna è un caso di studio che getta luce su, a mio avviso, il più grande tradimento del potere politico italiano nei confronti, non solo dei sardi, ma di tutti i cittadini: l’ingiustizia intergenerazionale. Non esiste nessuna frase più azzeccata per descrivere il nostro tempo e il futuro delle nostre generazioni di “ci hanno rubato il futuro”. E spieghiamo perché.

Cosa si intende per occupazione militare in Sardegna?

Si intende un utilizzo di ampie porzioni delle coste italiane per la costruzione di basi militari NATO prevalentemente stagionali ma alcune permanenti, tra cui le due basi più grandi d’Europa. Si intende la politica per cui su un’isola che ospita il 2% della popolazione italiana si trovano il 66% (16 basi in tutto) di tutte le basi militari in Italia, mentre il restante 34% è ripartita nelle altre regioni italiane. Si intende il fatto che mai i sardi sono stati chiamati a votare o pronunciarsi in merito ad una decisione presa più di settant’anni fa, quella di permettere a USA e NATO di utilizzare l’isola come campo di esperimenti ed esercitazioni di guerra, che avrebbe inciso sull’economia e sullo sviluppo dell’isola in maniera fondamentale.

In che modo l’occupazione militare impatta la Sardegna?

Da un punto di vista del ruolo che la Sardegna ricopre il Mediterraneo, l’isola è diventata luogo dove la macchina infernale della guerra trova il suo paradiso. In Sardegna si producono (ma solo sotto i nomi di multinazionali che nulla hanno a che fare con ricchezza del territorio) ordigni di guerra, si produce know-bellico, si portano avanti esercitazioni e si fanno passare bombe e armi destinate alle atrocità commesse in Oman e Yemen, Palestina e Siria. Praticamente non solo contribuiamo ma siamo in prima fila nelle operazioni di destabilizzazione del Mediterraneo e del Medio Oriente, ovvero del nostro territorio e di quelli circostanti le cui problematiche arrivano a bussare alle nostre porte. Da un punto vista geopolitico, certamente l’Italia o gli Stati Uniti non hanno particolari interessi a vedere la Sardegna svolgere il ruolo che nella storia ha sempre svolto, quello di punto di riferimento di un mondo mediterraneo che ha sempre navigato, commerciato e vissuto insieme, in guerra e in pace. La storia ci ha diviso, ha portato la Sardegna dall’altra parte e ora la Sardegna è utilizzata come avamposto e pendice dell’impero, deprivandola del ruolo e delle opportunità connesse che la Sardegna ha per natura come isola al centro del Mediterraneo. Anziché zona di scambio e incontro per la pace, avamposto di guerra.

Ma l’occupazione militare non provoca solo delle conseguenze indirette legate a quello che potrebbe essere. Anzi, le conseguenze dirette sono estremamente importanti ed evidenti e sono legate alla sostenibilità ambientale, sanitaria ed economica.

Per una più approfondita conoscenza di dati e ricerche sul questi argomenti, rimando al primo dossier prodotto da un gruppo di lavoro di A Foras, l’assemblea che tiene assieme e coordina le centinaia di associazioni, comitati, collettivi e cittadini che si battono per mettere fine all’occupazione e che riporto tra le fonti. Questo gruppo, nato nel 2016 durante un biennio di intensa attività di questa rete, durante le quali le repressioni e contromisure sono state messe in atto contro questo movimento, è un work in progress ma evidenzia attraverso dati e prove qualitative la nefandezza e la bugia che viene raccontata sul fatto che le servitù militari portino vantaggi ai sardi.

I dati mostrano chiaramente come le zone interessate dalle servitù mostrano come le attività produttive delle zone occupate siano nettamente inferiori a quelle di Paesi con caratteristiche simili ma lontano dalle servitù e così i PIL pro capite e la ricchezza complessiva. La monocoltura economica provoca impoverimento e da questo deriva lo spopolamento che sta caratterizzando questi luoghi, in controtendenza al resto delle coste della Sardegna che rimangono generalmente in pari grazie ai flussi dall’interno della Sardegna. Dall’inizio degli anni 2000, emergono sempre più prove alle denunce alzate dai cittadini rispetto a incidenze anomali di malattie e morti nei territori interessati dalle servitù. Si aprono indagini e un processo contro alcuni generali di Quirra (processo che subisce poi un arresto per una questione di legittimità costituzionale) contro le quali è difficile negare la realtà: se pur i dati non sono completi, è stata rilevato l’utilizzo e la presenza di materiali nocivi, il non utilizzo delle norme di sicurezza sul lavoro e nel trasporto, l’omissione a chi di competenza della presenza di tali materiali associate sia a malattie e morte che alla contaminazione dei territori. E questo ci riporta ai danni economici di queste servitù.

A leggerla così, sembrerebbe assurdo sapere che esistono degli stessi sardi che non prendono posizione netta contro questa gravissima ingiustizia. Ma il problema è che il potere è sempre furbo e la Sardegna si trova in balia di un ricatto che in parte è una bugia e in parte non lo è.

Se le basi venissero smantellate, dei posti di lavoro verrebbero persi. Laddove, in piccole porzioni, è avvenuto, spesso i territori sono in stato di abbandono. Siamo sicuri che convenga smantellare? Molti sardi dicono no, sarebbe controproducente. Ed effettivamente alcuni posti di lavoro si perderebbero ed è tempo di finire di sottovalutare l’importanza del lavoro.

A meno che non entri in gioco uno sforzo coordinato. Non è che in assoluto, i posti persi con lo smantellamento delle basi rappresentino un problema. Ma ogni trasformazione deve essere gestita e la Sardegna ha bisogno di un piano di utilizzo e di sviluppo di questi territori. E’ chiaro che bisogna smantellare e bonificare, il che da solo creerebbe lavoro sino a 50 anni per alcune stime; ma è necessario fare di più e organizzare uno sforzo congiunto di istituzioni, intellettuali, lavoratori ed imprenditori per costruire un piano coerente che restituisca ma renda anche produttive quelle terre di cui in Sardegna si va tanto fieri.

E questo discorso se estratto dal contesto dell’occupazione militare in Sardegna è lo stesso che vale per il complesso dell’Ilva o delle trivelle in Puglia per esempio. Ecco perché questo discorso non dovrebbe interessare solo i sardi. Il successo di un’operazione di smantellamento e ricostruzione potrebbe diventare un esempio per tanti territori che subiscono i ricatti occupazionali dello Stato e di altri al prezzo della propria salute. E in generale, dimostrerebbe come le trasformazioni, le riconversioni e i capovolgimenti socio- economici siano possibili. Sicuramente sono l’unica speranza per ristabilire quella giustizia intergenerazionale e “restituirci un futuro”.

Francesca Di Biase


Fonti

Cento Giorni di Hong Kong

Il vero tormentone di quest’estate 2019 è stato in tutto il mondo la vicenda di Hong Kong.

Le proteste avvenute nella regione cinese si sono protratte dai primi di giugno fino a metà settembre, con alcuni strascichi che continuano fino ad oggi.
Sono state delle azioni impressionanti che hanno coinvolto quasi completamente la popolazione hongkonghese, le cui somme si riassumono in 1453 arresti e innumerevoli feriti.

Per comprendere al meglio la gigantesca protesta serve un po’ di storia.

La Prima guerra dell’oppio (1839-1842) vide lo scontro tra il Regno Unito della regina Vittoria e l’Impero Cinese dei Qing sulla vendita dell’oppio nel territorio cinese.
Questa sostanza creò in Cina due grossi problemi: un popolo dipendente e delle riserve di argento sempre più misere. A nulla servirono i tentativi pacifici dell’impero celeste di dissuadere gli inglesi a vendere oppio alla popolazione cinese ormai in ginocchio, perciò l’imperatore Daoguang decise di agire con la violenza, requisendo e distruggendo grandi quantità di merce a Canton (la più grande riserva di oppio inglese in Cina).

La fine della guerra portò al Trattato di Nanchino (1842) che obbligava l’impero cinese a cedere il territorio di Hong Kong agli inglesi per cessione perpetua.

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Il territorio di Hong Kong è stato una colonia britannica fino al 1997, quando venne firmato un accordo tra Regno Unito e Repubblica Popolare Cinese che prevedeva la cessione di Hong Kong al governo centrale di Pechino, a patto che essa fosse riconosciuta come regione a statuto speciale.
In questo modo Hong Kong entrava sì a far parte dei territori della RPC ma mantenendo le sue istituzioni democratiche e la sua economia più aperta e capitalista.

Questo da vita alla famosa formula Una Cina, due sistemi (一国两制), attraverso cui la Cina ha ottenuto anche Macao nel 1999 e colla quale punta ad acquisire anche Taiwan.

Nel caso di Hong Kong però, questa formula ha una scadenza: 2047.
Stando ai trattati, questo trattamento di favore durerà solo 50 anni, dopo di che la regione entrerà a far parte della Repubblica Popolare Cinese a tutti gli effetti, sia dal punto di vista politico che economico.

Nonostante la scadenza firmata e stabilita, il Governo di Pechino cerca in tutti i modi di accorciare i tempi di questa transizione, cominciando ad agire nel territorio di Hong Kong con strani casi di attivisti democratici arrestati e librerie i cui proprietari sono misteriosamente spariti.

Questi tentativi di sconfinamento da parte della RPC sono stati numerosi e sono sempre stati contrastati con forza dagli hongkonghesi, che sono famosi per le loro proteste di enormi dimensioni. E quella di quest’anno non ha fatto eccezione.

Tutto comincia a febbraio 2018 quando l’hongkonghese Chan Tong-kai e la sua fidanzata Poon Hiu-wing si recano a Taiwan per una vacanza.
Chien torna ad Hong Kong da solo, e solo arrivato a casa confessa il suo omicidio ai danni della fidanzata.

Essendo avvenuto in territorio taiwanese, le autorità di Hong Kong non possono giustiziare l’uomo, poichè ciò è competenza delle autorità di Taiwan.

Taiwan e Hong Kong non hanno però un accordo di estradizione per i criminali fuggitivi, perciò a febbraio 2019 il governo di Hong Kong propone un disegno di legge volto a ovviare il problema.

Questo disegno di legge se approvato andrebbe a facilitare l’estradizione dei criminali non solo tra Hong Kong e Taiwan (che, ricordiamo, non è riconosciuto da tutti i paesi come stato legittimo), ma andrebbe a coinvolgere anche Macao e la Repubblica Popolare Cinese, facilitando l’estradizione anche di coloro che agli occhi di Pechino sono dei criminali.

La proposta di legge fa impensierire molto sia il governo di Taiwan, che rifiuta assolutamente di chiedere l’estradizione di Chan Tong-kai sotto queste condizioni, sia lo stesso popolo di Hong Kong, che teme per la salvaguardia della sua democrazia.

Hong Kong è infatti governata da un Consiglio chiamato Legislative Council o LegCo, una assemblea democraticamente eletta di 70 membri, appartenenti a vari partiti che possiamo dividere in partiti pro-Democrazia e pro-Cina.
Di questi 70 membri, 30 sono eletti dal popolo tramite elezioni, 40 sono scelti dalle varie comunità imprenditoriali di Hong Kong.
Nonostante i partiti democratici ottengano la quasi totalità del voto popolare, le comunità imprenditoriali tendono ad eleggere membri affini al governo di Pechino, per mantenere buoni rapporti economici con la Cina Continentale.

Per questo motivo il governo di Hong Kong, con a capo Carrie Lam (anche lei molto favorevole a Pechino) ha spinto per l’approvazione di questa legge, scatenando lo sdegno dei suoi cittadini che dal 9 giugno 2019 sono scesi per le strade a protestare.

La protesta sin da subito registra numeri esorbitanti e attira l’attenzione della comunità internazionale: la prima protesta registra, stando agli organizzatori, 1,03 milioni di partecipanti bloccando completamente la città. Poco dopo la mezzanotte del 10 giugno la situazione comincia a precipitare con l’inizio dello scontro tra polizia e i manifestanti.
Hong Kong è contemporaneamente in subbuglio e completamente bloccata, le proteste coinvolgono ogni lembo della popolazione, anche e soprattutto il settore legale che, insieme ai giovani, è stata la prima fetta della società ad organizzare una delle più grandi proteste.

Pacifiche e violente, tra proiettili di gomma e lacrimogeni, bombe artigianali e feriti, le proteste continuano fino a quando, il 15 giugno 2019 Carrie Lam annuncia la sospensione del disegno di legge, successivamente dichiarandolo ormai morto del tutto. Ma agli hongkonghesi non basta: il disegno di legge va rimosso completamente.

Il 1 luglio 2019 la sede del LegCo viene attaccato e vandalizzato dai manifestanti, e il 21 luglio appaiono le magliette bianche, una folla che attacca indiscriminatamente sia poliziotti che manifestanti, si suppone affiliata della triade, organizzazione mafiosa cinese.

Il 13 agosto 2019 le proteste arrivano fino all’aeroporto internazionale di Hong Kong, dove viene organizzata una occupazione pacifica che porta alla cancellazione e al ritardo di centinaia di voli.

Agosto continua all’insegna della violenza, viene sparato il primo colpo di pistola (di avvertimento, in aria) dalla polizia, gli scontri si estendono fino alla metropolitana di Hong Kong, le cui stazioni vengono quasi tutte rese inagibili e/o vandalizzate.

Dopo una catena umana realizzata dagli studenti di Hong Kong il 2 settembre, si arriva all’annuncio di Carrie Lam.
Il 4 settembre 2019, il capo esecutivo di Hong Kong annuncia la revoca ufficiale del disegno di legge sull’estradizione.

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Il 13 settembre, in occasione della Festa di Metà Autunno, una catena umana ha illuminato la Lion Rock (in foto sopra), e i manifestanti sono scesi in strada per celebrare la sudata vittoria contro l’avanzamento anticipato del dominio cinese.

Attualmente la situazione ad Hong Kong non è tranquilla. Ci sono ancora alcuni sprazzi di violenza tra manifestanti e altri civili, e ci sono ancora interventi della polizia per fermare le masse. Il più recente avviene mentre scrivo, la polizia si adopera per sedare una protesta pacifica e autorizzata contro le “dame” cinesi (continentali) di Parco Tuen Mun.

I mezzi di trasporto stanno venendo sistemati, le strade pulite, le metro riattivate. Il turismo ha subito un forte calo, l’economia ne ha risentito, ma tutto tornerà alla normalità.

Tuttavia, il sistema Una Cina Due sistemi ha una data di scadenza ben precisa che può solo avvicinarsi: 2047. Mancano 28 anni.

Annabella Barbato


SITOGRAFIA

 

Nicola stai sereno

“Perché con quella ‘c’ aspirata e quel senso dell’umorismo da quattro soldi, i toscani hanno devastato questo partito”

Non sono bastati i meme, il cambio della segreteria, non è bastata l’insurrezione della destra, non è bastata Pontida, il crollo del governo, la rinascita del governo, l’addio di Tommaso Paradiso: la sinistra ha deciso di fare un’altra ennesima scissione. Così, di botto.

Oramai non ci si può fare nulla, è parte integrante del suo stesso essere. Non si può chiedere di fermare le stagioni, non puoi fermare la rivoluzione del Sole e così non si può chiedere al Partito Democratico di non scindersi in ulteriori partiti di sinistra. O meglio, puoi farlo ma tanto Renzi non ti darà retta. Per l’ennesima volta, l’ex-Presidente del Consiglio ha dimostrato di non poter in qualche modo rimanere a lungo lontano dai riflettori. Dopo una carriera lampo sulle luci della ribalta e al massimo del suo splendore è sicuramente difficile riuscire a restare nei retroscena, nonostante l’alto grado di impopolarità che è riuscito a raggiungere in solo poche mosse. Sì, perché nonostante le dure critiche all’omonimo Salvini, il caro Renzi non ha nulla da imparare dal collega leghista circa l’abilità di far cadere un governo. C’è riuscito benissimo da solo nel 2016 e parrebbe non essere intenzionato a fermarsi lì: per un governo appena instaurato da poche settimane una scissione all’interno di una delle due forze politiche non è certamente il segnale più rassicurante. Ciò nonostante, l’ex-sindaco di Firenze ha dichiarato come la separazione sia avvenuta nei toni più rilassati e sereni e che lui e i suoi seguaci che hanno chiuso le porte del Nazareno alle loro spalle supporteranno allo stesso modo il governo Conte Bis, delineandosi semplicemente come una forza politica contrapposta. Ma allora perché scindersi? Perché ora?

In un’intervista al quotidiano La Repubblica, Matteo Renzi ha duramente criticato il PD, a suo modo di vedere “organizzato scientificamente in correnti e impegnato in una faticosa e autoreferenziale ricerca dell’unità come bene supremo”. La scissione in realtà ha aleggiato per aria nei mesi come un odore di gas proveniente da una valvola malfunzionante che porta a presagire un’esplosione imminente: Matteo Renzi addirittura minacciava mesi addietro il neo segretario Zingaretti di scissione per un qualsiasi accordo con i nemici storici pentastellati. Dopo, all’indomani dell’8 agosto 2019, è invece lo stesso Renzi a spingere fortemente all’interno del Partito Democratico affinché si arrivi ad un’alleanza di governo proprio con i Cinque Stelle. La ratio di questo cambio di rotta? Le sofisticate porte blindate dei corridoi oscuri della mente renziana non hanno ancora fornito la possibilità d’esser decifrate. Si sa solo che il neo-non-così-neo Presidente del Consiglio Conte non è stato l’unico ad imbeccare contro il senatore Salvini il 20 agosto al Senato, trovando in Matteo Renzi un ottimo compagno di avventura, perlomeno per quanto concerne prendere a sassate dialettiche il segretario della Lega (Nord). Oltre ciò, durante le dure ore nelle quali Zingaretti ha cercato insistentemente un qualsiasi tipo di bevanda tra gli scaffali della cucina per mandare giù mesi di insulti e invettive per stringere la mano a Luigi Di Maio, è stato proprio Renzi a spingere fortemente per un accordo tra le due forze politiche, portando ad ulteriori tensioni e contraccolpi interni al PD. Dopo aver completato l’accordo, con successivo programma, squadra di governo e campanellina, ecco che tutto ad un tratto è proprio l’ex-segretario dem a lasciare il Partito, concretizzando voci di corridoio che da tempo circolavano e dando vita al nuovo partito liberal-democratico Italia Viva” . Una sorta di “Forza Italia” più sofisticato ma di simil sostanza. Anche perché l’unico membro non proveniente dai dem finora sopraggiunto nel neo-movimento è proprio dal partito berlusconiano, la senatrice Donatella Conzatti. L’idea è quella di una forza centrista capace di assorbire a sé l’elettorato non perfettamente allineato con la sinistra tradizionale o la destra emergente, pescando anche da +Europa e simili. 

Ciò nonostante, il governo non crolla: lo stesso Renzi ha da subito alzato la cornetta per chiamare il caro Conte, rassicurandolo del pieno appoggio da parte del suo movimento e mantenendo viva (per adesso) l’esperienza di governo. Anche se però Conte non ha subito forti contraccolpi diretti, l’effetto si sente: il PD ha da subito perso l’ 1.5% nei sondaggi e l’idea è che possa continuare a perder terreno. Secondo gli esperti sondaggisti, Italia Viva dovrebbe aggirarsi attorno al 3-5%: non importantissimo ma neanche irrilevante (e fin qui meglio della Bonino e di Liberi e Uugali). Oltre alle percentuali, c’è un altro fattore importante da dover considerare per le scelte tempistiche adottate da Renzi: non soltanto semplici deputati e senatori hanno seguito il leader toscano, ma anche membri del governo, tra cui la tanto discussa Teresa Bellanova e diversi sottosegretari. Difficile pensare che questi elementi sarebbero stati scelti lo stesso per l’esecutivo se la scissione fosse stata svolta prima dell’insediamento. 

Questa mossa sembra rivelarsi l’ennesimo fuoco amico da parte di Renzi ai suoi colleghi del PD nel quale oramai, l’ex-sindaco di Firenze si trovava troppo stretto da oramai tempo immemore. Per metterla con le parole di Internazionale:

“Le cose sono peggiorate quando Renzi nella veste di “rottamatore” ha lanciato la sua offensiva per conquistare la leadership del Pd, diventando nel dicembre del 2013 segretario del partito e nel febbraio del 2014 capo del governo. Da allora sotto al tetto del Pd hanno convissuto due partiti, armati l’uno contro l’altro, tenuti insieme da sospetti, da sgambetti e da odio reciproco

Addirittura Renzi parlava dei “suoi” senatori e deputati, quasi a sottolineare come i suoi fedelissimi non seguissero neanche più le scelte del Partito ma avessero già una loro autonomia nelle decisioni tutta di stampo renziano. Una sofferenza senza dubbio costante che non ha reso facili le decisioni al Nazareno negli ultimi anni. 

A vederla così però, una riflessione c’è da farla: se la divisione era così forte, del tutto male una divisione non fa. Sicuramente riesce a portare un po’ di tranquillità in casa dem. Forse la scissione stessa può essere vista come un atto necessario, quasi dovuto, nel quale Zingaretti sicuramente avrà modo di tirare una boccata d’aria fresca e un bel sorso di valeriana, senza l’oppressione di segretari del passato e con maggiore libertà di manovra. Di meno ma più leggeri. Magari, a differenza di Enrico, questa volta Nicola riuscirà davvero a stare sereno.

Meglio una fine con terrore che il terrore senza fine, decreta un proverbio tedesco.”

(Internazionale)

Matteo Caruso

P.S.: In tutto ciò, si parla tanto del PD e di Renzi ma cominciano a volare forti indiscrezioni a Montecitorio circa una scissione interna dei Pentastellati, con Di Maio al centro del ciclone, dimostrando come la tendenza alla scissione della sinistra abbia le stesse caratteristiche di un comune virus o batterio che si insinua all’interno dell’organismo con la vicinanza a soggetti infetti.

Evidentemente il Movimento non era vaccinato.


Sitografia:

Per conoscere la Sinistra Croata

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  • Presentati ai nostri lettori.

Zlatko Nikolić, 28 anni, da Zagabria, studente al corso di storia della Facoltà di Filosofia a Pola. Ho svolto temporaneamente diversi lavori manuali e attualmente ricopro l’incarico di Consigliere a rotazione per il partito della sinistra radicale Radnička Fronta (Fronte Operaio) nel Consiglio della Città di Zagabria.

  • Prima di parlare di Zagabria, della sinistra croata e altro, puoi elencarci quali sono i punti programmatici chiave del Fronte Operaio?

Il Fronte Operaio è nato nel 2014 ed è stato iscritto come partito nel 2015. Nasce come ampio fronte per mano di singoli individui di spicco della sinistra extraparlamentare, di piccoli gruppi di sinistra e di alcuni sindacalisti di lotta. Il Fronte Operaio si riconosce innanzitutto su posizioni anticapitaliste, nello specifico si intende la transizione della società nel socialismo. Altre istanze che sosteniamo includono soprattutto l’utilizzo della democrazia diretta nelle decisioni interne, una posizione esplicita e chiaramente antifascista e l’opposizione a quelle politiche mainstream neoliberali e liberali sostenute fino ad ora da quelle forze “civiche” che difendono lo status quo e che contribuiscono alla sempre più crescente disuguaglianza sociale.

  • Qual è la situazione a Zagabria e quali sono brevemente i problemi principali in città?

La città di Zagabria è la città più grande, con il più alto potenziale umano e economico, per questo motivo nella suddivisione del paese si considera come un’entità a sé stante. La città è gestita dal Sindaco tramite diversi uffici che funzionano come piccoli ministeri, sostenuti dal Consiglio Comunale, organo di rappresentanza e che tiene sott’occhio ciò che succede a Zagabria. I problemi sono molteplici e di grossa entità e su di loro potremmo scriverci un capitolo a parte, però il problema chiave è il Sindaco stesso che avendo stipulato un accordo con la destra nel Consiglio Comunale ha ottenuto la maggioranza. Maggioranza rafforzata dal sostegno incondizionato di criminali locali, magnati e imprenditori, tramite la quale gestisce la città in modo tutt’altro che trasparente. Una quantità enorme di soldi pubblici finisce in tasche private. L’altro problema è l’incapacità dell’opposizione di mettere fine alle metodiche poco democratiche di un singolo uomo che in più istanze hanno danneggiato in modo evidente la città, il bilancio e i cittadini. Se il Sindaco decide qualcosa, e solitamente questa decisione viene presa dietro a porte chiuse con qualcuno che potrà guadagnarci soldi o potere, allora non esiste altro organo istituzionale che possa fare da argine al di fuori del Consiglio Comunale. Consiglio che lo stesso Sindaco controlla appunto, tramite accordi con la destra e riposizionamenti dubbi da parte di consiglieri liberali in sostegno alla maggioranza. Il Sindaco di fatto detiene questo potere tramite una serie di casi giudiziari, allo stesso modo il partito che governa il paese esegue pressioni sul sistema giudiziario rendendo impossibile qualsiasi azione legale contro di lui. Si tratta della Hrvatska Demokratska Zajednica (Unione Democratica Croata) con cui il partito del Sindaco sostiene nel Parlamento e con cui ha più volte mostrato di collaborare nel Consiglio Comunale. Se vogliamo generalizzare la città di Zagabria è uno Stato dentro allo Stato, indipendentemente dal numero di cittadini, di area e di bilancio, e il cui Sindaco si comporta da sceriffo.

  • In merito a questo, quali sono gli obbiettivi del Fronte Operaio nel contesto zagabrese?

Come prima cosa, il Fronte Operaio non partecipa alle elezioni parlamentari con qualche vano sogno che con esse possa avvenire qualche cambiamento massiccio, perché riteniamo che la democrazia parlamentare sia solo un’imitazione della democrazia. È una cosa a cui ho già accennato, le decisioni vengono prese altrove e poi vengono semplicemente votate in parlamento. Nel Consiglio Comunale non esiste alcuna discussione sui singoli provvedimenti, perché la maggioranza rifiuta di confrontarsi e di rispondere all’opposizione. Tutte le decisioni che sono state prese fino ad ora e che si riflettono su centinaia di migliaia di cittadini zagabresi, non sono mai state prese come volontà di questi ma si scelgono persone che decidano per loro. E in questo caso, lo stesso Sindaco, decide non per tutelare gli interessi dei cittadini ma per fare gli interessi di quei piccoli gruppi di persone che ricambiano la sua generosità finanziandolo in vista delle successive elezioni. Noi riteniamo che l’intero sistema politico della Terra debba essere ridefinito in modo da spostare le decisioni a livelli politici più bassi e piccoli che per loro definizione sono più vicini al popolo stesso. Il Fronte Operaio partecipa nelle istituzioni per sfruttarli come canali mediatici, in quanto ci permette di spingere le nostre idee socialiste che fino ad adesso sono state eliminate dalle discussioni. Allo stesso modo entrando nelle istituzioni otteniamo una quota di bilancio tramite la quale ci finanziamo e che sfruttiamo per altri obbiettivi. Tutti i nostri Consiglieri che non sono in pessime condizioni economiche, donano la propria quota da Consigliere al partito.

  • Una delle notizie che è arrivata ai media italiani è quella del cambio di nome della Piazza dedicata al Maresciallo Tito, puoi descriverci un po’ cosa è successo lì?

Siccome la coalizione tra il Sindaco e il partito dell’Unione Democratica Croata mancava di un numero di consiglieri per avere la maggioranza, il Sindaco stesso ha dovuto sottostare ad un’alleanza con un gruppo di estrema destra, il quale richiedeva il cambio di nome della Piazza. Ora questo rapporto è cambiato perché il Sindaco ha cacciato via questo gruppo e ha riconsolidato la maggioranza “convincendo” un gruppo di consiglieri liberali di appoggiarlo e ora ha il sostegno di 26 consiglieri contro 25 dell’opposizione.
I cambi di nome a piazze e vie, come la distruzione di simboli e sculture antifasciste e socialiste è un processo che dura ormai dai tempi della secessione del paese dalla Iugoslavia. In Croazia sono stati danneggiati o distrutti oltre mille monumenti dedicati alla lotta contro il fascismo o a chi è morto per mano del terrore fascista durante la Seconda Guerra Mondiale, di cui molti erano considerati di alto valore culturale e storico. L’estrema destra ha sempre agito sotto il patronato della sopracitata destra moderata dell’Unione Democratica Croata, cercando di rivisitare la storia e distruggendo qualsiasi conquista del periodo socialista in Iugoslavia, il motivo di queste azioni, riteniamo noi del Fronte Operaio, siano da attribuire al fatto che l’attuale élite politica ed economica non abbia conseguito alcuna conquista nell’attuale società se non quella di distruggere ciò che è stato conseguito nel periodo socialista. Sotto attacco sono anche gli ultimi pilastri dello stato sociale e ci aspetta l’annientamento della sanità, della scuola pubblica e della cultura. L’industria, le banche e il settore primario sono ormai da anni stati venduti e distrutti e anche l’infrastruttura pubblica sta lentamente passando in mano al capitale finanziario.

  • Ora parlaci un po’ della sinistra, quali sono le sue condizioni a Zagabria e quali a livello nazionale?

La sinistra è attualmente messa male, se escludiamo la forza liberale della “Socijal”demokratska Partija (Partito “Social”democratico) che in alcune istanze si è atteggiata più da destra della stessa destra. Infatti, è proprio questo partito in grossa parte colpevole della situazione attuale. Il Partito Socialdemocratico è l’erede della vecchia Lega dei Comunisti Croati, un po’ come il PD in Italia. Lo stesso partito ha intrapreso un cambio di rotta negli anni novanta come del resto quasi tutti i partiti della stessa specie che facevano parte dell’ex blocco socialista e comunista. Questo ha portato innanzitutto un cambio nelle politiche di visione internazionale ma anche economiche verso destra, con le quali il Partito Socialdemocratico ha impostato i periodi in cui è stato al Governo (2000-2003 e 2011-2016). Durante entrambi i mandati il Partito Socialdemocratico ha introdotto privatizzazioni selvagge e ha colpito duramente i diritti dei lavoratori, continuando quello che già avevano iniziato i precedenti governi dell’Unione Democratica Croata. In queste situazioni la sinistra non aveva un partito in cui riconoscersi e per questo ha dovuto costruire una propria piattaforma o un proprio partito tramite il quale poter agire. In questo modo è appunto nato il Fronte Operaio, come piattaforma per i lavoratori e le lavoratrici, i disoccupati, i pensionati, gli studenti (universitari e liceali), e per poter formare una proposta socialista, antisistema e anticapitalista.
Esiste un numero di partiti e iniziative di questo genere, ma sono tutte relativamente piccole. Proprio in questo momento siamo in coalizione con alcune di queste forze a livello locale a Zagabria dal 2017, e per la prima volta la sinistra ha ottenuto un buon risultato e per questo motivo la nostra coalizione “Blocco di Sinistra” nel Consiglio Comunale di Zagabria ha quattro consiglieri che sostengono in modo chiaro delle posizioni di sinistra. Allo stesso modo è successo ai livelli inferiori delle istituzioni cittadini, dove abbiamo diversi rappresentanti nei consigli di quartiere e per la prima volta nella Capitale è successo che ci fosse un consigliere proveniente da una forza dichiaratamente anticapitalista. Il Fronte Operaio ogni anno cambia il proprio consigliere comunale, infatti prima di me ci sono stati il compagno Mate Kapović, le compagne Miljenka Ćurković e Katarina Peović. Alla fine di quest’anno al posto mio verrà qualcun altro a sostituirmi nel mandato di rotazione.

  • Per quanto riguarda il contesto nazionale, sappiamo che le prossime elezioni sono quelle presidenziali e sappiamo che il Fronte Operaio ha una sua candidata, quanto sono importanti queste elezioni?

Il Fronte Operaio ha deciso tramite decisione assembleare di nominare come propria candidata la prof.ssa dr.ssa Katarina Peović per le prossime elezioni presidenziali che si terranno a fine di quest’anno. Abbiamo preso questa decisione pur essendo consci delle poche chance per avere un risultato di rilievo, perché così possano apparire le nostre proposte socialiste tra quelli che potremmo definire i circoli borghesi mainstream dei politici che provengono da partiti forti elettoralmente ma anche nei circoli dei magnati e criminali che si sono arricchiti con le politiche di privatizzazione. Allo stesso modo per la prima volta dopo la secessione dalla Iugoslavia, i cittadini della Croazia potranno votare per una candidata socialista che spenderà la sua campagna per gli emarginati, gli emigrati, i disoccupati e i bloccati (ndr. categoria di persone i quali conti sono bloccati). La stessa candidatura arriva come uno dei più grandi progetti dalla fondazione del Fronte Operaio per il quale dedicheremo forze e risorse per ottenere il miglior risultato possibile. Riteniamo che la stessa candidatura di Katarina possa essere utile per un nuovo processo di unificazione della sinistra, questa volta per le elezioni politiche che seguiranno l’anno prossimo.

Andrea Zamboni Radić

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