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A.A.A. Babbo Natale è in quarantena

Questo Natale – si sa – non sarà come tutti gli altri, ma una nuova minaccia si abbatte sul 2020: l’intelligence finlandese ha infatti lasciato trapelare la notizia che Babbo Natale quest’anno non sarà disponibile per la consegna dei regali. La veneranda età unita alle chiusure dei diversi confini e al fatto che a Rudolph con quel naso è impossibilitato a fare un tampone costringeranno l’eroe dei bambini di tutto il mondo a restare a casa sua. 

L’Italia può restare con le mani in mano difronte a questo guaio? Certo che no!

I nostri validissimi politici in una conferenza segreta Stato-Regioni hanno nascosto tra i meandri dei DPCM una rapida ed efficace soluzione al problema. Pare infatti che si occuperanno personalmente della consegna dei regali, ma vediamo meglio alcune indiscrezioni giunte al nostro giornale.

Per i lupetti romani i regali saranno consegnati da Carlo Calenda, paladino anti-Raggi della nuova Roma, il quale consegnerà ai bambini tutto quello che ha raccolto nel suo girovagare per  i municipi della Capitale: rami secchi, gomme squarciate dalle buche e anche qualche gabbiano. Il tutto sarà certificato da dei simpatici video caricati sulle pagine di Azione! Pare inoltre che muovendosi con i mezzi Atac il Calenda distribuirà i regali a partire dal 25 fino alla sua ormai certa elezione a imperat…ehm…sindaco.

Ai bambini toscani penserà il buon Matteo Renzi. Beh non proprio a tutti:solo i figli degli iscritti a Italia viva infatti riceveranno i regali. I 25 bambini interessati riceveranno i doni a patto di accettare un complesso documento con condizioni ben precise sul tipo di albero da avere in casa e sul cosa far trovare da mangiare a Babbo Renzi. Attenzione! Le condizioni potranno variare improvvisamente in base ai livelli di sali di litio riscontrabili nel siero del politico toscano, portando al sequestro con distruzione immediata del giocattolo.

Ai bambini dello Stato Autonomo dello Zaiastan, ex Veneto, per i nostalgici sarà distribuita un effige del amato leader e 250 ore di video cassette con registrate le videoconferenze del sovrano, in più delle piccole costruzioni forate ripiene a sorpresa di spritz o prosecco in modo che la buona tradizione dell’alcolismo si mantenga salda.

In Lombardia c’è un rimpallo di responsabilità tra Berlusconi e Salvini: Babbo Natale è infatti un uomo vecchio (vantaggio per Silvio) e paffuto (pareggio per Matteo), che di notte si intrufola nelle camere di minorenni (netto vantaggio per Silvio), mangia i loro dolcetti (imperioso pareggio di Matteo), vestito di rosso (urlo terrorizzato di entrambi e di Beppe Sala che passava di lì).

Infine per i bimbi molisani, esseri mitologici metà bambini metà leggenda, ci penserà super Conte che circa 5 secondi prima dello scoccare della mezzanotte capirà che è il momento di sbrigarsi a consegnare i regali e porterà ad ogni virgulto una mappa magica che insegnerà ai bambini degli incantesimi speciali per prendere il treni Isernia-Roma al binario 21 bis di Termini, unico binario che in caso di allarme bomba non viene evacuato, ma non è tutto: ai più buoni un set per essere il futuro Presidente del Consiglio, che consta di 3 matite gialle, rosse e arancio da usare totalmente a capocchia per colorare il planisfero del mondo.

L’ora più buia è sempre quella prima della fine della quarantena

“L’ora più buia è sempre quella prima dell’alba” è una frase tra le più potenti tra quelle che potete leggere in un libro di aforismi. Porta con sé un messaggio di speranza nelle avversità, ricordando che l’alba sta per arrivare, ma al contempo riesce a mettere in guardia dai facili entusiasmi, perché se anche il sole sta per sorgere è ancora piena notte. Rintracciare un autore non è semplice: la riportano in diverse maniere Dan Brown ne “Il simbolo perduto”, Batman ne “Il cavaliere oscuro” e Paulo Coelho da qualche parte non meglio identificata. Non dispiacerà a nessuno dunque se me ne approprio anche io, adattandola a questa particolare fase: “L’ora più buia è sempre quella prima della fine della quarantena”.

È infatti iniziata dal quattro maggio la famosa “fase 2” dell’emergenza coronavirus, portando con sé parecchie nuove libertà e molta speranza. Dal diciotto maggio queste libertà saranno ulteriormente ampliate, e già si prospettano caroselli a un metro di distanza, trenini guantati e lanci di mascherine come nelle cerimonie del diploma statunitensi. Insomma, l’alba sembra effettivamente alle porte. Perché però questa è l’ora più buia?

Tra le principali novità introdotte dalla fase 2 ce ne sono due non previste, due autentici paradigmi di queste settimane: la disuguaglianza e l’incertezza. Soprattutto per i giovani.

La fase 1, quella del lockdown duro e puro, aveva sostanzialmente schiacciato tutti in una condizione di prigionia dorata. Citando Le sei e ventisei di Cremonini, la fase uno ci costringeva a “sentirsi liberi, prigionieri e simili”, perché sebbene più o meno dotati di più svaghi di quanti una persona alle prese con l’ultima grande epidemia prima di questa potesse immaginare, eravamo privati del contatto con i nostri simili, elemento imprescindibile per un animale sociale come l’essere umano. E tutti ci dicevamo che dal 4 maggio “torneremo liberi” (sempre Le sei e ventisei), “ma liberi da che?” (ancora la stessa canzone, sembra che nel 2008 Cremonini avesse già previsto tutto). Nell’episodio 3×04 della serie “Bojack Horseman”, uno dei più belli e particolari nonché forse simbolo di tutta la serie, il protagonista pronuncia una frase sconvolgente: “In questo mondo terrificante, ci restano solo i legami che creiamo.”

Nella vita di tutti noi questi legami sono la struttura su cui poggiano tutte le altre sovrastrutture: il lavoro, gli hobby, i soldi, lo studio, etc. Questi legami sono coloro con cui si condividono le emozioni, le esperienze, gli attimi, le aspettative, le gioie e i dolori. Risulta evidente dall’esperienza di ognuno di noi che questi legami non siano sempre riconducibili ai coniugi, i partner conviventi, i partner delle unioni civili, le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo, nonché i parenti fino al sesto grado (come, per esempio, i figli dei cugini tra loro) e gli affini fino al quarto grado (come, per esempio, i cugini del coniuge).
Si dice spesso che gli amici siano “la famiglia che ti scegli”, ebbene, questa famiglia è allora mutilata.

Se si decide tuttavia di ritenere accettabile quanto previsto dal decreto, insorge la disuguaglianza.
La fase 1 aveva portato nelle nostre vite una situazione che, in base ai diversi gradi di lirismo, si può identificare come un mal comune mezzo gaudio o come una catarsi collettiva. Il primo lo associo a ritrovarsi chiusi in un ascensore bloccato, il secondo a un popolo invaso durante una guerra. Trovandosi questa situazione più o meno a metà strada, io le reputo buone entrambe. Nella fase 2 tutto questo non c’è più. La condizione di prostrazione psicologica comune a tutti fino al tre maggio ora è particolarmente acuita in chi non ha parenti da andare a trovare, o che è entrato in quarantena senza avere precedentemente un partner. La sfera sessuale è quella meno considerata in quest’emergenza, come se davvero nel 2020 si sia ancora dell’idea che vivere la propria sessualità non sia una parte determinante della nostra salute psicologica. Non entro nel dettaglio perché servierebbe un lungo articolo solo per parlare di questo, ma noto come ci sia poco da stupirsi considerando che è ancora largamente diffusa la concezione della salute psicologica come meno prioritaria rispetto alla salute fisica.

Chi ha il proprio partner in un’altra regione, o addirittura all’estero, non ha ancora avuto modo di vederlo, e chissà quando potrà farlo. Per chi non lo ha proprio, la situazione è ancor più complicata: escluso l’esiguo numero di relazioni che nascono e si strutturano in chat, quando si potrà tornare ad approcciare nuovamente? E quand’anche avverrà, è lecito aspettarsi che nella concezione di sacrosanto distanziamento con la quale dovremo continuare a convivere fino alla distribuzione di un vaccino efficace sarà ancor pià difficile poter capire la situazione che si sta vivendo e interpretarne i segnali.

Tutto il discorso degli ultimi quattro paragrafi è basato tuttavia su una premessa: la volontà di tornare alla vita precedente. Ma siamo sicuri che essa vi sia? Ciò con cui non si fa i conti è l’incertezza.
Non sono infatti pochi i casi, specialmente tra i più giovani, in cui non vi è la volontà di tornare ai ritmi pre-lockdown. Per alcuni vi è una riscoperta di ritmi più lenti, che spesso venivano considerati figli di un vizio capitale, quella biblica accidia che oggi più spesso chiamiamo pigrizia. “Davvero però velocità è sinonimo di efficienza?” chiedeva Danilo Iannelli in un articolo del lontano 2017. “Non accade spesso che, a causa di un’eccessiva corsa alla velocità, si finisca per compiere gesti di fondamentale importanza meccanicamente, né più né meno che come automi, trascurando appunto operazioni che di meccanico – volendo essere davvero efficienti – hanno di ben poco e che, anzi, abbisognano di una certa riflessività? Ben inteso, sto parlando di una velocità non nel senso fisico del termine, quanto piuttosto nel senso più comune e quotidiano: portare a termine quante più operazioni possiamo nel minor tempo possibile – rapidità, allora, se più vi piace.”
Oggi possiamo rispondere.

Questa situazione viene definita come “sindrome del prigioniero” o “sindrome della capanna”. Non è un vero e proprio disturbo mentale, quanto piuttosto una condizione particolare causata da un periodo prolungato di clausura, che in questo caso è dovuto al coronavirus, ma che può anche essere una lunga degenza. Si crea una piccola bolla domestica, nella quale non solo si scoprono nuovi ritmi, ma ci si sente anche protetti dai pericoli che sono all’esterno.

Se anche però non si fosse trovata una nuova routine migliore della precedente, meno vincolata dall’ossessione della produttività, e si ipotizzasse un ritorno al febbrile febbraio, la domanda che sorge è: ne vale la pena? Ci si è faticosamente abituati alla quarantena e ora non sarà facile riprendersi i propri spazi, riusciremmo poi a tornare di nuovo alla clausura se i contagi dovessero aumentare nuovamente? Quanto sono elastici i nostri paradigmi?

Non si può non trovare pesante non sapere se da fine mese ci saranno nuove concessioni o se torneranno vecchie ristrettezze, non sapere come si potrà svolgere il proprio lavoro o seguire le proprie lezioni nei mesi a venire, non sapere se e come si potrà avere una manciata di giorni per rilassare i nervi in un’ipotetica vacanza, non sapere nulla di ciò che ci aspetterà. Si prospetta un lungo viaggio verso l’ignoto, un’odissea nello strazio.

Come sarà a tutti parso evidente fin dalle prime righe, questo articolo non cercava di dare risposte. La speranza è quella di mettere per iscritto domande che circolano confusamente nelle teste di tutti noi da settimane, domande che forse non sono state poste da chi si è totalmente dimenticato di preoccuparsi dei giovani.

Paolo Palladino

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Se non posso guardare avanti allora guardo dentro: il valore terapeutico dei sogni in quarantena

Mi è capitato di rendermi conto che, in questi giorni di lockdown, sogno molto di più. O meglio, i miei sogni si sono fatti più vividi, intensi, e quando mi risveglio riesco a ricordarli più facilmente. E quasi sempre essi mi hanno catapultato indietro nel tempo, in situazioni scomode del passato, che sono state faticose da affrontare, o semplicemente di difficile comprensione. Il giorno mi sento magari serena, tranquilla, produttiva; la notte il mio inconscio dà sfogo a tutte le preoccupazioni. Sogno spesso di relazionarmi con persone che non fanno più parte della mia vita, oppure di vivere situazioni comuni della mia quotidianità pre-quarantena, ad esempio università, scuola di ballo, incontri con amici, ma con il terrore di essere contagiata. Ho pensato allora che, non avendo nessuna certezza del futuro, non potendo proiettare il nostro pensiero verso il domani e quel che verrà, allora quel che ci rimane non è altro che pensare a ciò che abbiamo ora, a quello che abbiamo lasciato indietro, e magari dare alle nostre esperienze una nuova chiave di lettura, perché no, anche attraverso i sogni. 

Mi sono documentata su questa cosa dei sogni e della quarantena, e sono uscite fuori cose molto interessanti. Ma prima andiamo ad analizzare i principali impatti psicologici che la quarantena può avere su di noi. 

L’IMPATTO PSICOLOGICO DELLA QUARANTENA

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Innanzitutto c’è da dire che, per evitare la diffusione di un virus, in mancanza di soluzioni tempestive, l’unico mezzo sembra essere quello della quarantena. La quarantena consiste nel limitare il raggio d’azione delle persone esposte a malattie contagiose, per monitorare se a loro volta hanno contratto il virus. La finalità è quella di limitare l’introduzione della malattia infettiva e la diffusione dell’agente patogeno. 

Naturalmente, però, anche la quarantena ha risvolti psicologici a breve e lungo termine, ed è lecito domandarsi quali siano, e come poterli arginare al meglio. 

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in una ricerca molto interessante di The Lancet, apparsa per la prima volta il 26 Febbraio 2020 e intitolata “The psycological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence”. 

La review si focalizza, appunto, sull’impatto psicologico della quarantena, e i suoi potenziali effetti sulla salute mentale. Per farlo si basa sui risultati provenienti da 24 studi, svolti in 10 nazioni e condotti su persone affette da SARS (= severe acute respiratory syndrome), Ebola, MERS (= middle east respiratory syndrome), influenza H1N1 e influenza equina. Per ognuna di queste sindromi era stata adottata la quarantena come forma di contenimento. Tra questi, spicca uno studio svolto sul personale medico impegnato nell’emergenza SARS e sottoposto a quarantena. Nove giorni dopo la fine della quarantena, i medici riportavano sintomi quali sfinimento, distacco dagli altri, ansia, irritabilità, insonnia, poca concentrazione, indecisione, evitamento, peggiori performances di lavoro, riluttanza a lavorare e considerazione di dimissioni. Tutti sintomi compatibili con il disturbo acuto da stress. Nel disturbo acuto da stress, le persone hanno vissuto un evento traumatico, sperimentandolo direttamente o indirettamente. I soggetti possiedono ricordi ricorrenti del trauma ed evitano gli stimoli che glielo riportano alla mente. I sintomi compaiono entro 4 settimane dell’evento traumatico e durano almeno 3 giorni ma, diversamente dal disturbo post-traumatico da stress, non più tardi di 1 mese. 

In alcuni dei casi analizzati nello studio però, i sintomi sono stati osservati anche tre anni dopo il periodo di quarantena. 

Un altro studio comparava i sintomi da stress-post traumatico in genitori e bambini sottoposti a quarantena, con quelli di genitori e bambini non sottoposti a quarantena, con risultato che i livelli di stress dei primi erano quattro volte più alti e il 28% dei genitori sottoposti a quarantena riportava sintomi sufficienti da giustificare una diagnosi di disordine mentale correlato ad un trauma, rispetto al 6% dei genitori che non erano stati in quarantena. 

In generale si è dimostrato che un importante fattore di rischio è costituito dalla pre-esistenza di problematiche legate all’ansia, che possono aggravare le paure e lo stress. 

Altri fattori stressanti che si è visto possono scaturire nel periodo della quarantena e in quello immediatamente successivo, e che vanno tenuti in considerazione per poterne limitare gli effetti negativi sono: 

  • PAURA DELL’INFEZIONE 
  • FRUSTRAZIONE E NOIA 
  • INFORMAZIONE POCO CHIARE O INADEGUATE 
  • PREOCCUPAZIONI A LIVELLO SOCIO-ECONOMICO

Per affrontare la quarantena il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha fornito alcuni suggerimenti utili: 

  • INSTAURARE NUOVE ABITUDINI, RIDUCENDO I MOMENTI DI NOIA 
  • RISCOPRIRE LE PROPRIE PASSIONI 
  • RIMANERE IN CONTATTO CON PERSONE A NOI CARE 
  • EVITARE LA RICERCA COMPULSIVA DELLE INFORMAZIONI 

SOGNI E QUARANTENA

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Per quanto concerne i sogni, sembra proprio che non sia solo una mia impressione ma che essi, nel periodo della quarantena, si siano fatti più intensi, più lunghi e più facili da ricordare. Come è possibile? 

Primo motivo: dormiamo di più e per questo si è allungata e intensificata anche la fase REM (= rapid eye movement), chiamata così per essere la fase del sonno più profondo, in cui compaiono i classici movimenti oculari e sorgono anche i sogni più vividi. In questa fase, curiosamente, il cervello mostra la stessa attività di quando è sveglio. 

Secondo motivo: non ci risvegliamo in modo traumatico, con una sveglia che ci impone di scattare in piedi e per questo abbiamo più tempo per passare dal sonno al dormiveglia e poi allo stare in piedi; in questo passaggio il nostro cervello consolida meglio i ricordi di ciò che abbiamo sognato, anche con la giusta sequenza. 

Terzo motivo, ma non meno importante: il momento che stiamo passando, come abbiamo detto già precedentemente, ha cambiato drasticamente il nostro modo di stare al mondo, ansie, incertezze e paure sono moltiplicate. In generale le persone che hanno subìto un forte trauma tendono a ricordare meglio i loro sogni, come aveva dimostrato uno studio in seguito al crollo delle Torri Gemelle a New York. 

In questo periodo, quindi, i nostri sogni possono essere più inquietanti, carichi di simbolismi e strane rappresentazioni della realtà. La ricerca da tempo suggerisce che il contenuto dei nostri sogni sia legato al nostro modo di pensare da svegli. Poiché durante la quarantena la nostra vita si è ridotta alle dimensioni di poche stanze, abbiamo molto meno stimoli quotidiani a cui attingere e inconsciamente andiamo a scavare nel passato. Non dobbiamo preoccuparci, quindi, se il nostro occhio, o meglio, in questa occasione, il nostro cervello non sa guardare oltre. Non dobbiamo colpevolizzarci se ci sembriamo ancorati al passato o alle paure del presente. Anzi, una delle funzioni terapeutiche più note dei sogni è quella del problem solving: attraverso il sogno possiamo capire come risolvere un problema che non eravamo riusciti a scardinare. Il sogno può indicarci una chiave di lettura che non avevamo prima, e sciogliere alcuni interrogativi. 

Per non sprecare questo piccolo ma grande “tesoretto” dei sogni, Deidre Barrett, psicologa della Medical School Harvard, ha creato un blog, I dream of Covid”, con relativa pagina Instagram @idreamofcovid, nel quale chiunque può inserire il proprio sogno. Barret li classifica a seconda della zona di provenienza e argomenti e li accompagna a un disegno che evoca la natura del sogno. La psicologa si è lasciata ispirare dal lavoro della giornalista Charlotte Brandt durante i primi anni del nazismo: si fece raccontare i sogni di persone che vivevano col terrore che al potere arrivasse Hitler, e nel 1966 pubblicò un best seller mondiale, “Il Terzo Reich dei Sogni”. 

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Giorgia Andenna

SITOGRAFIA: 

Di necessità, un pasticcio – Fase 2: quando la toppa è peggio del buco

-Ma lei la ama veramente?-
-Avete già consumato il rapporto?-
-Non la sta solo prendendo in giro, vero?- 

Sono solo alcune delle domande che immagino possano fare le forze dell’ordine nel caso fermassero un cittadino che, da dopo il 4 maggio, sulla propria autocertificazione potrà dichiarare di recarsi dalla propria dolce metà.

Nell’ultimo Decreto del Presidente Consiglio, con il quale viene annunciato l’inizio della cosiddetta Fase 2 di gestione dell’emergenza da Coronavirus, è infatti concessa la possibilità di visitare i propri “congiunti”.
Una definizione vaga, improvvisata nel concedere minime distensioni in un decreto che non è stato quel “liberi tutti” che molti aspettavano e che rischiava di lasciare un po’ con l’amaro in bocca e che ha suscitato, già dalla sera stessa dell’annuncio, molte perplessità. Se il Governo ha deciso, forse per la prima volta in reale contraddizione con gli umori del paese, di insistere sulla linea della prudenza, complice anche l’allarme lanciato dall’ISS su di un piano di riaperture troppo esteso, di prolungare molte delle attuali restrizioni, la posizione di fermezza non è riuscita a durare oltre la mattinata successiva, sommersa dal fuoco incrociato di diversi esponenti di spicco della Politica nostrana e non solo.
Una serie di note di Palazzo Chigi hanno infatti dovuto cedere alla ripresa dal 10 Maggio delle attività di culto ed all’inclusione nella categoria dei congiunti anche di “Fidanzati e affetti stabili”. Quest’ultima una misura che sgretola totalmente la sensazione del “non rompete le righe” trasmessa dal premier in conferenza stampa la sera prima.

Una toppa, frettolosa, ad un Decreto che già di per sé si presentava come una soluzione tampone per trasmettere una parvenza di nuova fase di ritorno alla normalità, a cui l’esecutivo, complice forse l’alto indice di gradimento nel periodo di misure maggiormente restrittive, si è presentato colpevolmente impreparato. La precisazione della possibilità di incontrare anche i propri fidanzati ed i propri affetti stabili apre infatti un’enorme vuoto gestionale: diventerà pressoché impossibile poter definire il reale legame affettivo fra due individui.

Per fortuna in Italia la nostra sfera sentimentale è ancora qualcosa di afferente alle nostre libertà individuali e non può in alcun modo essere regolata dallo Stato: ciò che per me è una relazione stabile può non corrispondere all’idea di qualcun altro, tanto meno può essere messa in discussione da un ente governativo.

Siamo arrivati a questa Fase 2 in un collo di bottiglia, più per necessità che per reale preparazione. Il desiderio di cavalcare il ruolo di pater patriae, enfatizzato dalla fase emergenziale, ha allontanato il governo dal lavorare su una reale progettualità nella ripartenza e, giunti ad una deadline oltre la quale era impossibile prolungare ulteriormente il lockdown per sopraggiunte problematiche economiche, sociali e psicologiche, si è varato un Decreto non così solido, che ha prestato non poco i fianchi alle opposizioni ed ha costretto il premier ha sbilanciarsi.

La possibilità di poter rivedere i nostri affetti non può che renderci felici, ma dobbiamo capire il grande controsenso che presenta con la stessa linea, assai ben più rigorosa, con la quale era stato presentato il DPCM del 27 Aprile.

Di necessità, un pasticcio potremmo dire, poiché di virtuoso c’è ben poco nella gestione delle ultime misure annunciate per il 4 Maggio. Se immaginare un esponente delle forze dell’ordine che ci interroga per capire se effettivamente la nostra è una vera relazione stabile può farci sorridere, dobbiamo temere che ciò si realizzi nella vita reale: in quel caso il divertimento potrebbe lasciare spazio al grottesco e rischiare di degenerare in qualcosa di molto peggio.

Lorenzo Giardinetti

Immagine di copertina: https://gds.it/articoli/cronaca/2020/04/28/ponte-genova-conte-tutto-il-mondo-guardera-maestria-italiana-b7dd5dc9-f69e-437a-aa34-59bbb05fc66a/

Un dolceamaro per questa quarantena

Sono quasi due mesi da quando è iniziato il periodo di quarantena, due mesi in cui in molti, abbiamo dovuto cambiare le nostre abitudini. Cambiamenti che, per quanto necessari, sono risultati comunque difficili. Per semplicità, ci dividiamo in due categorie generiche: in chi si è dovuto adeguare alle nuove condizioni di lavoro e in chi si è ritrovato rinchiuso in casa, categorie che comunque spesso si sovrappongono in quanto anche la prima alla fine si ritrova molto spesso nella seconda. Detto questo, i cambiamenti hanno indotto le persone a cercare delle nuove attività, dal crearne di nuove al recuperare quelle rimaste in sospeso. Attività che non necessariamente sono ludiche o di svago, per dire c’è chi ha dovuto giostrarsi tra il proprio lavoro a casa e il doversi occupare allo stesso tempo del proprio figlio piccolo, o chi deve preoccuparsi perché ha un componente della famiglia molto fragile e che quindi ha iniziato a stare attento a ogni minimo dettaglio per evitare che appunto quest’ultimo sia esposto a rischi; tutto questo per citare alcuni esempi molto spesso ignorati, ma che rientrano comunque nelle attività citate. Poi seguono invece quelle attività più leggere come trovarsi un hobby, imparare a cucinare, darsi all’attività fisica (“leggere” sic!), recuperare le serie tv lasciate in sospeso o guardare nuovi film… Proprio su quest’ultima attività voglio soffermarmi, essendo uno studente universitario mi riguarda direttamente.

In questo periodo ho deciso di guardare un po’ di film che magari avevo lasciato in sospeso o cercarne di nuovi che magari mi ero perso nell’ultimo periodo. Tra gli ultimi film che ho visto, uno in particolare voglio riportare in questo articolo, film che mi è stato consigliato da una mia cara amica.

Il film si intitola “A un metro da te” (“Five Feet Apart”), un film misto tra drammatico e romantico, quindi premetto subito che, come ogni tipologia di film, non è detto che interessi a chiunque, ma si tratta di un film comunque molto semplice, non impegnativo e soprattutto attuale. A un metro da te segue la solita linea romantica, con due teenager innamorati e con molte scene cliché, però tratta di un argomento particolare: la vita di persone affette dalla fibrosi cistica.

Ho affermato che il film fosse attuale proprio per l’argomento trattato, in quanto descrive benissimo come la vita giornaliera di queste persone coincida molto spesso con quella che è la nostra attuale vita in quarantena. I personaggi principali di questa storia sono tre:

  • Stella, interpretata da Haley Lu Richardson, una ragazzina affetta da fibrosi cistica, meticolosa e molto osservante delle regole.
  • Will, interpretato da Cole Sprouse, l’altro personaggio chiave della storia amorosa, anche lui affetto da fibrosi cistica, ma che presenta una serie di complicanze tra cui un’infezione batterica e un trattamento sperimentale per la sua condizione. Will è l’opposto di Stella, ribelle, eccentrico e soprattutto irrispettoso delle regole.
  • Poe, interpretato da Moisés Arias, il migliore amico di Stella, anche lui affetto da fibrosi cistica

Il film si incentra, come detto, sulla vita giornaliera in ospedale dei tre personaggi, descrive bene i comportamenti che devono mantenere per evitare infezioni o di infettarsi a vicenda, come il lavaggio delle mani, mantenere le distanze di minimo un metro e tossire nel gomito (regole che anche noi oggi siamo tenuti a osservare in modo particolare). Questi aspetti portano allo sviluppo dei personaggi e del rapporto tra di loro, in particolar modo tra Will e Stella che lentamente si innamorano l’uno dell’altra. Rapporto che deve far fronte al fatto che entrambi sono affetti da fibrosi cistica, quindi con l’incombere della possibilità di non vedersi più da un giorno all’altro, e con il problema dell’infezione batterica di Will.

Il film si sviluppa attorno a queste premesse, seguendo degli alti e bassi, per poi culminare con un finale “dolceamaro” (bittersweet).

Non darò troppi dettagli, ma riporterò quello che viene detto all’inizio del film e poi ripetuto anche nel finale, che riassume benissimo il messaggio della storia, che rappresenta bene quel cambiamento che noi affrontiamo oggi e a cui ho accennato all’inizio dell’articolo:

“Il contatto fisico, la nostra prima forma di comunicazione. Sicurezza, protezione, conforto. Tutto nella dolce carezza di un dito o di due labbra che sfiorano una guancia morbida. Ci unisce quando siamo felici. Ci sostiene nei momenti di paura. Ci emoziona nei momenti di passione. È amore. Abbiamo bisogno di quel tocco della persona che amiamo così come abbiamo bisogno di respirare, ma non ho mai capito l’importanza di quel tocco, del suo tocco, fino a quando non ho potuto più averlo.”

Con questa citazione concludo l’articolo e vi invito a godere in questo dolceamaro molto semplice ed educativo, sperando che vi aiuti nell’affrontare le sfide che ci pone, ancora per un po’, questa quarantena.

Andrea Zamboni Radić