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Dietro le quinte del D-Day: l’agente Garbo

6 Giugno 1944 le truppe alleate sbarcano in Normandia e aprono un nuovo fronte di guerra in Europa dopo quelli russo e italiano, su cui impegnare le forze tedesche. Il più grande sbarco di uomini e mezzi della storia, l’Operazione Overlord, era stata pianificata nei minimi dettagli per oltre un anno e mezzo. Una delle parti meno conosciute di tutta la vicenda è sicuramente il grande sforzo compiuto dall’intelligence alleata (SOE britannico e OSS statunitense) per nascondere e dissimulare al controspionaggio nazista i reali piani dell’invasione.

Un contributo di vitale importanza per il successo dell’operazione è stato sicuramente quello prestato dall’agente spagnolo dell’ MI5 Juan Puyol Garcia, nome in codice “agente Garbo”. Nato a Barcellona nel 1912 da famiglia modesta che tuttavia gli aveva garantito una buona istruzione, dal 1936 si ritrova coinvolto come tutti i suoi connazionali nella guerra civile spagnola. Lontano dagli ideali politici estremisti di destra come di sinistra, riesce per oltre due anni a sfuggire al servizio militare grazie ai documenti falsi, per poi arruolarsi come volontario nelle truppe della Sinistra Repubblicana. Nel 1939, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, lo ritroviamo sposato e direttore di un albergo a Madrid, guardare dal di fuori l’evolversi degli eventi nella Spagna franchista neutrale. Intuisce che si sta per riproporre su scala quantomeno europea se non mondiale, il conflitto totale che ha lacerato il suo paese fino a poco prima.

La rapida evoluzione degli eventi durante la primavera-estate del 1940, gli fanno chiaramente comprendere come la Gran Bretagna, benché ormai sola ed isolata nella lotta contro le forze dell’Asse, sia l’unica potenza veramente in grado di opporvisi e scongiurare il dilagare della tirannide nazista in Europa. Si risolve quindi a prestare ogni aiuto nelle sue possibilità agli inglesi, costi quel costi. Così nel gennaio del ’41, sua moglie, si presenta all’Ambasciata Britannica a Madrid per offrire al governo di sua Maestà i servigi del marito. Gli inglesi non si dimostrano affatto interessati, ma Puyol non demorde e decide di cambiare strategia.

La successiva primavera presentatosi sotto falso nome, “Señor Lopez”, all’Ambasciata Tedesca a Madrid, dichiarandosi un fervente fascista, in possesso di passaporto diplomatico britannico, offre i suoi servigi alla Germania nazista. I tedeschi non si fidano e gli fissano un appuntamento in un bar per incontrare il comandante dell’Abweher in Spagna, Karl-Erich Kühlenthal, nome in codice agente Carlos, e mostrargli il passaporto diplomatico in questione. Puyol fingendosi un militare franchista riesce ad introdursi nella stamperia statale e prodursi rocambolescamente il falso passaporto che mostrerà con successo all’agente Carlos. Diventa quindi a tutti gli effetti un membro dell’Abwehr, nome in codice “Alarich”, gli viene insegnato ad utilizzare l’inchiostro simpatico per comunicare con il suo referente a Madrid (Kühlenthal) e viene inviato nel Giugno ’41 in Portogallo, con la moglie, per raggiungere poi via aereo l’Inghilterra.

La sua missione, gli ordinano i nazisti, è quella di creare una fitta rete di spionaggio oltremanica che raccolga il maggior numero di informazioni utili sui movimenti nemici. Giunto a Lisbona Puyol tenta di mettersi in contatto con l’Ambasciata Britannica e stavolta spera, giocando la carta dell’agente Alarich con cui avrebbe fatto il doppio gioco, di essere arruolato nell’intelligence inglese. Sfortunatamente non ottiene nemmeno un colloquio e quindi non potendo raggiungere la Gran Bretagna con un passaporto falso, rimane bloccato in Portogallo con un grosso problema: i tedeschi attendono con ansia i suoi resoconti dall’Inghilterra. Non essendovi mai stato, comincia a raccogliere le informazioni false per i suoi rapporti cifrati da inviare all’Abwehr nella vastissima Biblioteca Comunale di Lisbona, acquista una mappa della Gran Bretagna, una guida turistica del paese, un libro sulla flotta navale reale, un dizionario di terminologia militare inglese-francese.

Giustifica il fatto che le lettere siano affrancate a Lisbona e non a Londra, inventandosi un fantomatico assistente di volo della KLM che in cambio di un dollaro a missiva, avrebbe preso le lettere da lui in Inghilterra e le avrebbe spedite da Lisbona per evitare il controspionaggio inglese. Puyol comincia quindi a scrivere periodicamente rapporti del tutto inventati all’Abwehr, citando nomi di imprese inglesi realmente esistenti che trova sulle pubblicità dei giornali. Racconta di aver ingaggiato tre agenti: uno in Galles del sud che controlla le truppe e la flotta a Sud-est, uno a Bootle che controlla i flussi nel porto di Liverpool e nel Nord-ovest del paese ed uno in Scozia e nel Nord-est che controlla le manovre militari a Glasgow e sul fiume Clyde.

La mole di lavoro è enorme: deve scrivere a mano libera il testo fittizio in spagnolo di ogni lettera con il normale inchiostro e poi tra le righe bianche, con un batuffolo di ovatta e l’inchiostro simpatico le informazioni false per l’Abwehr. Stilando a questo ritmo rapporti su un paese in cui in realtà non ha mai messo piede, Puyol finisce per commettere degli errori, di cui però non si accorgono i servizi segreti tedeschi bensì l’MI6 che passa l’informazione all’MI5. Gli analisti inglesi che intercettano la corrispondenza dell’Abwehr, giungono presto alla conclusione che per la stranezza dei rapporti e la falsità delle notizie riportate, a volte del tutto inventate, l’Agente Alarich non possa trovarsi effettivamente su suolo britannico. Decidono di dichiarare quindi alla stampa che trattasi di un impostore.

Puyol rischia a questo punto di essere smascherato ma si salva grazie ad un commento fortuito dell’MI5 in cui si afferma che: “uno spagnolo sta lavorando per lo spionaggio inglese da Lisbona”. Decide di giocarsi il tutto per tutto e si presenta all’Ambasciata Britannica nella capitale lusitana dichiarando di essere lui quello spagnolo, ma una volta ricevuto dai funzionari presenti, rivela invece di essere il famoso agente tedesco “Alarich”. Viene quindi tradotto in Inghilterra, dove nell’Aprile del ’42 è più volte interrogato dagli agenti britannici, in una villetta nei sobborghi di Londra, per accertare la sua vera identità. Puyol mostra loro tutte le lettere che in 9 mesi di intenso lavoro aveva inviato all’Abwehr, la prova definitiva che è chi dice di essere si trova in una di queste, dove si raccontava che l’agente di stanza a Bootle avesse visto partire convogli inglesi diretti a Malta dal porto di Liverpool. Fatto del tutto inventato, ma identico ad un messaggio tedesco intercettato qualche mese prima dal controspionaggio britannico. A questo punto l’MI5 si convince dell’identità di Puyol e lo ingaggia tra la sue fila col nome in codice di agente Garbo. Un omaggio, per le sue doti di improvvisatore, alla più grande attrice di Hollywood dell’epoca…

A Puyol viene assegnato come referente l’agente Thomas Harris, che intuisce le grandi potenzialità della risorsa e cerca di  sfruttarle al meglio. Ordina a Puyol di continuare a scrivere le lettere all’Abwher ma cambiando metodo: macchina da scrivere e poi pennino per l’inchiostro simpatico. L’agente Carlos a Madrid non nota nulla di strano, anzi lo ritiene una delle risorse migliori dell’organizzazione. Lo spionaggio tedesco richiede sempre più informazioni sui piani di invasione inglesi e così Puyol amplia la sua rete di informatori finti tutti sul libro paga dei nazisti, facendosi aiutare nella stesura dei finti rapporti da alcuni collaboratori a Jermyn Street. Successivamente Harris decide di “smantellare” parte della fittizia rete di spie in Inghilterra creata dallo spagnolo per giustificare le informazioni cruciali falsate sui preparativi alleati dell’Operazione Torch (lo sbarco in Nord Africa nel Novembre del ’42).

L’MI5 fa pubblicare addirittura un necrologio dell’agente di Alarich a Bootle sul Liverpool Daily Post che Puyol spedisce all’Abwehr a conferma della morte del suo agente… Nell’imminenza dell’Operazione Torch però vi è la necessità di convincere i tedeschi della bontà delle informazioni raccolte sul campo da Alarich, così Harris e Puyol fanno intanto prevenire loro frammenti di informazioni accurate, come ad esempio che navi con mimetizzazione mediterranea stanno lasciando i porti inglesi. Poi, ciliegina sulla torta, inviano una lettera in cui si fornisce il giorno e l’ora esatti dello sbarco alleato in Africa una volta che è già avvenuto, retrodatando la missiva di una settimana. I tedeschi a cui il messaggio accurato arriva in ritardo, attribuiscono lo stesso alle falle del servizio postale dovute alla guerra e si convincono della qualità di prim’ordine delle informazioni inviate dall’agente Alarich.

A questo punto Puyol propone a Kühlenthal a Madrid di passare alle trasmissioni radio per lo scambio di informazioni e lui accetta di buon grado, gli racconta poi di aver ingaggiato altri 3 agenti: uno in Scozia, uno in Africa e la vedova dell’agente morto a Bootle. L’Abwehr gli manda allora 17 foto microscopiche di un piano per le trasmissioni radio più una nuova tavola cifrata per decodificare i messaggi tedeschi. Puyol gira immediatamente il materiale ai crittografi di Bletchley Park. All’alba del D-Day quindi i servizi segreti tedeschi sono convinti di possedere una fitta e solida rete di controspionaggio sul suolo britannico che in realtà non esiste affatto e gli inglesi dal canto loro, sono in grado di intercettare e decodificare tutti i messaggi dell’Abwehr grazie al doppio gioco dell’agente Grabo.

Il capolavoro della sua missione comincia proprio ora: bisogna ingannare in ogni modo i tedeschi circa la data ed il luogo esatti dello sbarco alleato in Europa, per la cui riuscita saranno decisive e cruciali le prime ventiquattro ore. I generali tedeschi sono convinti che lo sbarco avverrà nel punto più stretto della Manica tra Dover e Pas-de-Calais, non prima di metà Luglio ed è proprio attorno alla cittadina francese che stanziano la maggior parte delle loro divisioni corazzate e rinforzano le fortificazioni del Vallo Atlantico. Gli Alleati invece hanno pianificato di sbarcare ad inizio Giugno nel punto più lontano possibile da Calais, sulle spiagge della Normandia tra Cherbourg e Le Havre, proprio per incontrare la minor resistenza possibile.

Puyol ed Harris a Jermyn Street si mettono subito a lavoro e nei mesi precedenti al D-Day fanno pervenire all’Abwehr rapporti fasulli dagli agenti immaginari di Alarich, spostatisi per l’occasione tutti sulla costa meridionale dell’Inghilterra, in cui si riferisce di movimenti, addestramento di truppe e prove di sbarco di mezzi anfibi, lungo la costa attorno Dover e su tutto il settore antistante Pais-de-Calais. Puyol trasmette a Madrid di aver ottenuto le informazioni sulle manovre delle divisioni da un fantomatico sottufficiale dell’esercito statunitense. L’agente Carlos ritrasmette immediatamente tutto il traffico radio proveniente da Alarich, direttamente a Berlino. Secondo le informazioni ricevute dai tedeschi nel Sud-est dell’Inghilterra sono state raggruppate 11 divisioni alleate, per un totale di circa 150000 uomini, più mezzi anfibi e da sbarco, e le truppe americane che irromperanno a Pais-de-Calais saranno comandate dal Generale Patton (molto temuto dai nazisti).

Il 3 Giugno Alarich trasmette che nuove truppe statunitensi appena arrivate devono ancora addestrarsi, a Berlino concludono che lo sbarco non avverrà prima di due mesi e qualsiasi manovra precedente non sarà altroché un diversivo. Puyol non fa altro che confermare e gli Alleati per dare maggior vigore alla messa in scena bombardano incessantemente Pais-de-Calais già da fine Maggio ’44. Così arriva il fatidico giorno, il D-Day, nei piani di Eisenhower e Montgomery le truppe sarebbero dovute sbarcare sulle 5 spiagge per poi aprirsi la strada oltre il litorale e creare nelle prime 24 ore un fronte di 15 km nell’entroterra normanno che sarebbe servito da testa di ponte per i rifornimenti e la successiva avanzata in Francia. In realtà gli alleati trovarono di fronte a sé una resistenza ben organizzata e si impantanarono già dalle prime ore.

A questo punto per la riuscita dell’Operazione Overlord era importante far credere ai tedeschi che fossero solo manovre parte del piano diversivo, evitando così l’invio di ulteriori rinforzi. Al momento dello sbarco il comandante delle truppe tedesche in Francia, il Generale Rommel, si trovava in Germania per il compleanno della moglie e nei giorni frenetici che ne seguirono, ordinò comunque che 2 divisioni corazzate di rinforzo fossero inviate in Normandia. Per evitare che gli Alleati venissero ricacciati in mare, Puyol il 9 Giugno trasmette all’Abwehr: “La presente operazione, nonostante la vastità dell’attacco, non è altro che un diversivo! Il secondo e cruciale attacco avverrà su Pais-de-Calais!”. Il messaggio finisce direttamente tra le mani di Hitler che ordina personalmente alla I Divisione SS Panzer, che si dirigeva in Normandia, di fermarsi.

Viene annullato anche lo spostamento della XV Divisione di da Pais-de-Calais. Harris e Puyol non essendo sicuri che il piano abbia funzionato, continuano a trasmettere incessantemente messaggi all’Abwehr sui preparativi del fasullo attacco a Calais. Gli inglesi posizionano lungo le loro coste, nelle zone indicate nei rapporti di Alarich, aerei di cartapesta, carrarmati e mezzi anfibi gonfiabili che vengono prontamente fotografati dai ricognitori della Luftwaffe. La definizione dei fotogrammi dell’epoca era quel che era… Dalle foto sembravano in tutto e per tutto mezzi veri. I tedeschi quindi continuano a tenere 2 divisioni corazzate e circa 300000 soldati stanziati nei pressi di Pais-de-Calais, permettendo di fatto l’avanzata delle truppe alleate e la riuscita dell’Operazione Overlord. A fine Luglio le armate americane irrompono finalmente in Normandia e avanzano nel resto della Francia. Alle divisioni tedesche incredule non resta che ripiegare in patria e prima della metà di Settembre la Francia viene liberata.

Alla fine della guerra l’agente Alarich viene insignito della Croce di Ferro per i servizi resi alla Germania e gli vengono corrisposte 35000 pesetas. L’agente Garbo viene insignito dell’Ordine al Merito dell’Impero Britannico, più 15000 sterline di ringraziamento. Juan Puyol che era stato entrambi lascerà il Regno Unito a Giugno del ’45 per rifugiarsi infine, sotto falso nome, in Venezuela. Anni più tardi uscendo da uno di quei cimiteri della Normandia riempito da migliaia di croci, con il volto rigato da una lacrima, dirà: “Sapevo che avrei salvato migliaia di vite, ma credo di non aver fatto abbastanza!”

Luca Fiorentino

Fermate Hitler. Il racconto dell’attentato a 75 anni dalla sua esecuzione

“L’assassinio va tentato, costi quel che costi. Anche se fallisse, dovremo entrare in azione a Berlino. Perché ora il fine pratico non ha più importanza; ciò che conta è che la resistenza tedesca giochi le sue carte di fronte al mondo e alla storia. Tutto il resto è secondario” (Henning Von Tresckow, 1900-1944) [1]

Molti sono i filmati che vedono un Adolf Hitler acclamato dalla folla, adorato dal suo popolo per averlo riscattato dalle umiliazioni subite, il suo nome urlato a gran voce nelle strade cittadine. Un intero paese ai suoi piedi, entusiasta. Tuttavia c’era chi al potere nazista si opponeva, silenziosamente. L’apparato repressivo metteva a tacere ogni tentativo di opposizione, ma non abbastanza da zittire tutti, e qualcuno riusciva a far sentire la sua voce. Un gruppo di cospiratori provenienti dalla classe aristocratica della più rispettabile tradizione prussiana scelse di opporsi con la violenza a un regime che sulla violenza si era costituito. Cosa spinse quegli ufficiali a cercare di uccidere Hitler, un’enormità per uomini la cui professione era sinonimo di ubbidienza e lealtà? A 75 anni dal più famoso attentato a Hitler, racconteremo la loro storia, e cercheremo di capirlo.

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Claus Schenk von Stauffenberg, prima del 1944.

“In quanto aristocratici, pensavano di dover fare i conti con la colpa gravante sulla nazione che i loro avi avevano guidato”[2], così si diceva del gruppo di cospiratori, capeggiato dal colonnello Claus Von Stauffenberg. Egli non è facile da classificare sul piano politico, infatti come ricorda la sua vedova in un’intervista “i conservatori lo scambiavano per un nazista arrabbiato, i nazisti arrabbiati per un inguaribile conservatore. Non era né l’uno né l’altro”[3]. Tutto ciò che sappiamo senza alcun dubbio era la sua ferma volontà di togliere di mezzo il dittatore nazista. La sua delusione nei confronti di Hitler maturò più lentamente, ma fu particolarmente intensa.

Prima di analizzare le dinamiche dell’attentato del 20 luglio, le sue cause e le sue conseguenze, facciamo un breve sunto dei precedenti attentati a Hitler. Proposte concrete per assassinarlo furono suggerite per la prima volta durante il disastro di Stalingrado, nell’inverno del 1942. Sotto la guida del maresciallo Henning Von Tresckow fu messo in atto il primo tentativo, nel marzo 1943, quando una carica esplosiva fornita dall’ammiraglio Canaris fu collocata a bordo del quadrimotore di Hitler, tuttavia il detonatore, probabilmente a causa del freddo, non si azionò. Altri due attentati fallirono nello stesso anno, ma l’attività cospirativa ricevette nuovo impulso quando il colonnello Stauffenberg venne assegnato al quartier generale dell’Ersatzheer, l’esercito di riserva. Soltanto dalle file dell’esercito tedesco avrebbero potuto provenire eventuali cospiratori per rovesciare Hitler e il regime nazista. Solamente i suoi ufficiali potevano avvicinarsi così tanto a lui, ed essere in grado di controllare la sicurezza di un regime sostitutivo. I timidi piani per togliere di mezzo il dittatore erano tutti falliti a causa di incertezze o questioni di onore e obbedienza a quel punto ormai inappropriate. I cospiratori si trovavano tuttavia di fronte a numerosi ostacoli. I congiurati sapevano di rappresentare un’esigua minoranza che godeva di un trascurabile sostegno popolare. Il genere di governo che volevano istituire aveva peraltro più caratteristiche in comune con la Germania guglielmina che non con una moderna democrazia, sentivano tuttavia il dovere morale di contrapporsi alla criminalità del regime. Il problema più grosso era però di tipo pratico. Stauffenberg, divenuto capo effettivo del complotto, era l’unico in grado di piazzare la bomba, ma aveva perso una mano e un occhio in Tunisia, e ciò avrebbe costituito un notevole svantaggio al momento di innescare la carica esplosiva. L’attentato si intreccia anche con una questione di tempistiche, infatti il 6 giugno dello stesso anno, le forze alleate erano sbarcate in Normandia, e il piano dei cospiratori era trattare con gli Alleati prima che fosse troppo tardi, perché la loro idea, basata su presupposti che tuttavia non sarebbero mai stati accettati, era quella di firmare una pace separata a Ovest per continuare lo scontro ad Est contro l’Unione Sovietica. Poiché il tempo in Normandia stava per scadere, non avevano ormai che una sola, ultima chance, il 20 luglio.

L’assassinio di Hitler doveva coincidere con la mobilitazione dell’esercito di difesa nazionale contro SS e Partito Nazista, ai quali il delitto sarebbe stato imputato. Stauffenberg avrebbe dovuto recarsi a Berlino per la supervisione del colpo di stato. Peraltro, gli sarebbe occorsa la collaborazione di ufficiali di grado più elevato, in particolare del generale Fromm. In realtà, iniziato il putsch, Fromm si rifiutò di collaborare e consigliò a Stauffenberg di suicidarsi. Come Stauffenberg aveva supposto, gli ufficiali di grado più elevato erano quelli più inaffidabili, e molti erano contrari all’azione, ma come egli sosteneva “ancor peggio di fallire, sarebbe rassegnarsi senza lottare alla vergogna e alla schiavitù”. Costi quel che costi, la strada era segnata, e il tempo di agire era arrivato. Giunto in volo da Berlino alla Wolfsschanze, Stauffenberg prese parte alla riunione convocata da Hitler in una baracca di legno per fare il punto della situazione. Al momento opportuno, il colonnello sgusciò nel bagno con la sua borsa portadocumenti per armare le due bombe. Tornato nella stanza, spinse la borsa checonteneva una sola bomba – non riuscì per motivi di tempo, complice la sua unica mano, ad armare l’altra –innescata sotto il pesante tavolo a cui era seduto il dittatore. Mentre tutti coloro che si trovavano al tavolo si chinarono sulle carte, Stauffenberg uscì dal locale. Si stava allontanando in auto quando l’ordigno esplose. Convinto che Hitler fosse morto, Stauffenberg tornò in aereo a Berlino.

Hitler in realtà era vivo, un po’ malconcio, ma era sopravvissuto per molte cause fortuite. Infatti, inizialmente la riunione doveva essere tenuta in una stanza di cemento, che avrebbe concentrato l’esplosione in quei pochi metri quadrati, ma Hitler cambiò idea all’ultimo e la stanza in legno fu completamente distrutta, e l’esplosione si sfogò verso l’esterno. Ma non è tutto. Il pesante tavolo attutì la detonazione, la quale era, come già detto in precedenza, l’effetto di una sola bomba, a causa dei difetti fisici del colonnello della resistenza. Miracolosamente, Hitler scampò ad un altro attentato. In quel pomeriggio del 20 luglio, Mussolini arrivò alla Wolfsschanze per una visita programmata da tempo. Venne accolto da Hitler, il quale, esultate, insistette per mostrare al Duce la scena dell’attentato a cui era scampato, sottolineando che ciò non era altro che una dimostrazione della provvidenza divina che lo aveva salvato affinché continuasse la guerra.

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Hitler e Mussolini nella stanza dove avvenne l’attentato il 20 luglio.

Nel discorso rivolto alla nazione quella sera stessa, il capo del nazismo paragonò l’attentato alla “pugnalata alle spalle” del 1918. Intanto a Berlino dopo un incompleto e infruttuoso tentativo di prendere il controllo dell’apparato statale, Fromm riuscì a riprendere in mano la situazione, e alla fine dell’atto fece fucilare Stauffenberg e altri tre cospiratori in un cortile alla luce incerta delle torce elettriche, forse anche perché il suo ruolo ambiguo nella cospirazione restasse nell’ombra. La Gestapo e le SS, pervase da una frenesia di vendetta nei confronti dell’esercito e in particolare del suo stato maggiore, procedettero all’arresto di tutte le persone coinvolte e dei loro familiari. Per i nazisti, ciò rappresentò in sé una vittoria sul fronte interno. La loro priorità ormai non era più ottimizzare lo sforzo bellico, ma cambiare la struttura di potere all’interno del Reich, a scapito delle elite tradizionali [4]. Il “tribunale popolare” che fu istituito in seguito all’attentato, orchestrato dal tristemente famoso giudice Roland Freisler, condannò seduta stante 200 persone. Alla fine dei deliri giudiziari che accompagnarono l’attentato del 20 luglio, 5000 persone rimasero vittime delle conseguenze dell’attentato. Tra questi spicca il nome di Erwin Rommel, che sebbene non fu mai implicato direttamente nel complotto, fu costretto a suicidarsi, salvo poi dedicargli un ipocrita funerale di stato. La storia di questi uomini è l’atto più famoso ed eclatante di una resistenza che nonostante fosse schiacciata dalla efficientissima macchina repressiva quale la Gestapo, è riuscita comunque a far sentire il proprio dissenso verso un regime criminale, colpevole agli occhi della Storia di aver trascinato il mondo del baratro del secondo conflitto mondiale.

Agli uomini, alle donne, ai giovani ragazzi e ragazze che hanno partecipato alla resistenza, in Germania come altrove, va riconosciuto il grande coraggio di dire no a qualcosa di molto più grande di loro. Molti di loro non hanno potuto vedere la libertà, ma sono morti per essa, e qualunque fossero poi le loro visioni politiche, dagli aristocratici conservatori prussiani ai ragazzi della Rosa Bianca, il loro gesto non sarà mai dimenticato, possa anzi essere fonte di ispirazione per tutti noi, pronti a reagire alle ingiustizie e alla tirannia in ogni momento della nostra vita.

 

Andrea Maggiulli


Bibliografia
[1] Joachim Fest, Plotting Hitler’s death, p.236
[2] G, Van Roon, German resistance to Hitler, p.145
[3] Contessa Nina Von Stauffenberg, intervista a cura di D, von meding, Mit dem Mut des Herzens, p.291
[4] GSWW, vol. IX/I, p.829
Diversi passaggi sono presi da Michael Burlaigh, “Il Terzo Reich”, pp 769-781, e Antony Beevor, “La seconda
guerra mondiale. I sei anni che hanno cambiato la storia”, pp 762-766

C’era una volta un poeta: Kočo Racin

Nato a Veles nel 1908 con il nome di Kosta Apostolov Solev, è considerato uno dei padri della letteratura moderna macedone.
Non ebbe mai vita facile, figlio di un povero vasaio macedone, Apostolov Solev, per le condizioni in cui versava la sua famiglia fu costretto a 13 anni ad abbandonare la scuola e andare a lavorare all’officina del padre, quest’esperienza gli fece capire le condizioni misere e difficili in cui vivevano gli operai e gli artigiani macedoni, avvicinandolo al movimento comunista. Negli anni ’20, appena diventato adulto, si iscrisse al Partito Comunista Iugoslavo, salendo rapidamente nei ranghi e partecipando al IV Congresso del partito, nel 1928 a Dresda, come unico rappresentante macedone. Dopo una breve parentesi passata in carcere nel 1934, a causa della sua esposizione come militante, verrà espulso dal partito con l’accusa di “agire in maniera eccessivamente autonoma e indipendente” e nel 1941 dopo la capitolazione del Regno di Iugoslavia, scapperà in Bulgaria. Lì, lavorando come ferroviere a Sofia, conoscerà Kole Nedelkovski, esponente di spicco del Partito Comunista Bulgaro e una delle figure che più influenzerà la sua vita sia politica che letteraria. Dopo l’omicidio di quest’ultimo da parte della polizia bulgara, scapperà anche da Sofia, per ritornare a Skopje in Macedonia. Dopo l’ennesima sventura con la giustizia, questa volta quella nazista, deciderà di unirsi alla Resistenza Iugoslava. Il 13 giugno del 1943 morirà in circostanze poco chiare nei pressi di Kičevo.

Kočo Racin rappresenterà un punto di svolta per la letteratura macedone, tanto che con il saggio “Sullo sviluppo di una nuova letteratura” rivoluzionerà sia l’alfabeto macedone, ponendo le basi per quello contemporaneo, che i contenuti dei testi, indicando la necessità di riprendere temi folkloristici e antichi, riadattandoli a moderni temi sociali. Proprio in virtù di questo produrrà la poesia “Lenka” che è riportata qua sotto:

Откако Ленка остави
кошула тенка ленена
недовезена на разбој
и на наломи отиде
тутун да реди в монопол –
лицето и се измени
веѓи паднаја надолу
и усти свиа кораво.
Не беше Ленка родена
за тиа пусти тутуни!
Тутуни – жлти отрови
за гради – китки розови.Прва година помина
грутка в срцето и легна,
втора година намина
болест ја в гради искина.
Трета година земјата
на Ленка покри снагата.
И ноќе кога месечко
гроб и со свила виеше
ветерчок тихо над неа
жална и тага рееше:
„Зошто ми, зошто остана
кошула недоткаена?
Кошула беше даровна…“
Da quando Lenka ha lasciato
la camicetta di puro lino
incompiuta sul telaio
per andare con i suoi zoccoli
a selezionare tabacco alla fattoria,
il suo viso è cambiato,
le sopracciglia sono cadute
le sue labbra si sono tirate.Lenka non è nata
per quel maledetto tabacco!
Tabacco – veleno dorato
per i suoi seni – ghirlande rosa.

Il primo anno è passato
e un carico giaceva sul suo cuore,
il secondo anno è trascorso
e il male ha dilaniato i suoi seni,
il terzo anno la terra
ha coperto il corpo di Lenka.

La notte, quando la luna
avvolge di seta la sua tomba,
la brezza soffia su di lei
il suo triste dolore:
“Perché è rimasta
incompiuta quella camicetta?
Era la camicetta della tua dote…”

Andrea Zamboni Radić

Perché gli Alleati hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale

L’8 maggio 1945 la Germania nazista si arrende agli Alleati, ponendo fine alla guerra in Europa.
Ma come hanno fatto gli Alleati a vincere la seconda guerra mondiale? Come hanno fatto a ribaltare una situazione che sembrava disperata? A quale nazione va riconosciuto il maggior merito della vittoria?
Il “tifo da stadio” dei sostenitori di questa o quella nazione serve a tutto tranne che a fornire un quadro preciso o quantomeno verosimile, sacrificando la storicità a della becera propaganda.

Vediamo di analizzare i vari momenti critici che hanno portato la vittoria alla parte alleata, che ho comodamente riassunto in otto punti fondamentali.

1. La battaglia nell’Atlantico

È impensabile pensare alla vittoria alleata senza considerare il teatro dell’Atlantico, che ha visto contrapporsi i sottomarini tedeschi alle navi che trasportavano rifornimenti all’Inghilterra nel momento in cui si è ritrovata da sola ad affrontare la minaccia nazista.
L’importanza strategica di questo teatro è spesso sottovalutata a causa dell’assenza di “grandi numeri” in fatto di perdite umane, ma la quantità di naviglio affondato dai temibili sottomarini tedeschi, nell’ordine delle decine di milioni di tonnellate, dovrebbe far ricredere molti scettici sull’importanza di questo fronte acquatico.
A maggior ragione se aggiungiamo anche il teatro del Pacifico, dove gli americani si sono trovati faccia a faccia contro la Marina dell’Impero del Sol Levante. La più grande battaglia navale, combattuta a colpi di corazzate, portaerei, bombardieri e intelligence ha senza dubbio influito sull’esito della guerra.

2. La grande battaglia terrestre nelle steppe russe

Chi avrebbe potuto fermare la macchina bellica tedesca senza arrendersi dopo la perdita di un quarto del suo territorio, milioni di uomini e una sterminata quantità di risorse?
L’Unione Sovietica, contro tutte le previsioni, è riuscita in una sfida che sembrava impossibile. Nel dicembre 1941 anche i più ottimisti tremavano di fronte alla prospettiva della caduta dell’Unione Sovietica, la cui sopravvivenza non era certamente un fatto scontato.
L’eroismo dell’Armata Rossa, unito alla terribile prospettiva di venire sterminati, ha permesso all’URSS di resistere letteralmente fino all’ultimo uomo per fermare il Reich.
Le battaglie di Stalingrado e Kursk sono state rispettivamente la fine dell’iniziativa tedesca e l’inizio dell’offensiva sovietica (nonostante Kursk sia stata una battaglia difensiva per le forze dell’Armata Rossa), il paragone con le Midway e Guadalcanal potrebbe non essere così azzardato.
Inutile sottolineare la fondamentale importanza di questo fronte che ha prosciugato le risorse di entrambe le potenze e ha concentrato la maggior parte degli uomini del conflitto.

3. I bombardamenti angloamericani

Il ruolo dei bombardamenti è spesso discusso a livello morale, ma non è questa la sede per discuterne, a noi interessano gli effetti che questi hanno avuto sul morale e sulla produzione delle forze dell’Asse.
L’efficacia dei bombardamenti è stata discussa, ma è un dato di fatto che le massicce incursioni giorno e notte da parte delle forze angloamericane ha dato indirettamente una grossa mano all’Unione Sovietica, richiamando un grande quantitativo di aerei (che nella seconda guerra mondiale ricoprono un ruolo fondamentale nella supremazia della battaglia) e di uomini, nonché una parte di produzione dedicata alla difesa contro i bombardieri anziché di armi offensive da usare ad Est. I bombardamenti ridussero di un terzo la produzione tedesca di alcuni settori e richiamarono la maggior parte della Luftwaffe a difesa della Germania, lasciando così spazio alle forze aeree sovietiche a Est.

4. L’invasione della Francia e i servizi di intelligence angloamericani

Il ruolo dell’Operazione Overlord viene enfatizzato dai sostenitori americani e sottovalutato dai sostenitori sovietici.
L’apertura di un secondo fronte in Europa fu fortemente voluta da Stalin fin dagli inizi dell’Operazione Barbarossa, ma gli Alleati riuscirono a metterla a punto solamente nel 1944, dopo un immenso lavoro logistico. Uno sbarco ben coordinato contro il Vallo Atlantico, il sistema difensivo della Germania che si estendeva dalla Norvegia alla Francia, era ben diverso da una battaglia in campo aperto come quelle che si svolgevano 3000 km più a Est. In questo teatro si deve dare un grosso tributo ai servizi di intelligence angloamericani che riuscirono a imbrogliare i tedeschi facendogli credere che lo sbarco sarebbe avvenuto in un luogo diverso dalla Normandia, riuscendo a “nascondere” decine di migliaia di uomini e tonnellate di rifornimenti sotto gli occhi dei tedeschi.

5. La guerra economica e il miracolo americano e sovietico 

La seconda guerra mondiale non fu combattuta solo nei campi di battaglia, ma anche nelle fabbriche. In questo contesto mi vorrei concentrare su 3 nazioni in particolare: Germania, USA e URSS
Partiamo dalla Germania: l’industria bellica tedesca, a differenza di quanto si crede, non era così efficiente, in quanto esistevano centinaia di progetti per un singolo sistema d’arma, inoltre le varie compagnie produttrici erano molto più impegnate a cercare l’appoggio di Hitler che non a creare un coeso sistema d’industria che sostenesse nella maniera più efficiente lo sforzo bellico. Lo “Stato Hitlercentrico” era una continua dispersione di forza lavoro, fagocitata dalla burocrazia e dai conflitti tra i vari funzionari, sempre pronti a pestare i piedi ai loro rivali per entrare nelle grazie di Hitler. La nomina di Albert Speer a ministro degli armamenti portò a un grosso aumento della produzione grazie a una serie di riforme nel settore, ma era ormai troppo tardi per reggere la produzione sommata di USA e URSS. Ciò non può portare a una sottovalutazione di un sistema industriale che è riuscito, nonostante tutte le pecche elencate, a tenere sotto scacco l’intera Europa per anni.
Veniamo ora ai due vincitori. L’URSS riuscì a trasportare letteralmente le proprie fabbriche al di là degli Urali, che ripresero a funzionare al massimo della loro efficacia. In ciò si distinsero i milioni di operai sovietici che lavorarono senza sosta per rifornire i propri soldati al fronte. La capacità di ripresa dell’URSS fu un fatto straordinario, sia per le condizioni terribili in cui versava nel 1941, sia per l’effettivo sforzo fatto dai lavoratori, di cui approfondiremo meglio il punto di vista nel punto 7.
Gli USA riuscirono a diventare una superpotenza economica e militare grazie alle loro straordinarie capacità industriali e al loro apparato produttivo. Una nazione che nel 1939 aveva il 18° esercito del mondo, uscì dal conflitto, sei anni dopo, come la maggiore potenza militare ed economica del pianeta.
Molto importanti da ricordare sono gli aiuti economici forniti dagli USA a inglesi e sovietici, il noto “lend-lease act”, che forniva rifornimenti alimentari, militari ed equipaggiamenti alle due nazioni alleate, grazie ai quali riuscirono a portare avanti il loro sforzo contro la Germania nazista. I rifornimenti americani hanno avuto un ruolo importantissimo nella resistenza senza quartiere dei sovietici nelle prime fasi del conflitto, quando le loro fabbriche erano state distrutte, occupate o ancora in fase di trasporto.

6. Uso della tecnologia delle potenze

La tecnologia giocò un ruolo fondamentale nelle fortune del conflitto. I carri armati, gli aerei e i sistemi d’arma del 1939 impallidivano di fronte alle ultime creazioni delle industrie belliche del 1945, di cui la bomba atomica rappresentò forse il massimo esempio di cosa può fare una nazione che punta molto sulla tecnologia.
Gli Alleati dimostrarono di saper sfruttare al meglio le tecnologie, applicandole in maniera efficiente nel campo di battaglia (basti pensare anche solamente al lavoro di intelligence o ai modi per contrastare le forze dell’Asse. Gli Alleati fecero tesoro dei loro errori), al contrario dei tedeschi che non riuscirono ad essere così efficaci nella messa a punto di nuove tecnologie. Certo, riuscirono a produrre dei carri armati potentissimi e aerei all’avanguardia, ma rimanevano esemplari prodotti in piccole quantità, che venivano surclassati dai meno potenti ma più numerosi T-34 sovietici o dalla spaventosa superiorità aerea angloamericana.
Industria e tecnologia viaggiavano a braccetto nella condotta della guerra e gli Alleati dimostrarono di essere molto più dinamici dei loro avversari dell’Asse


7. Il contesto morale

Il contesto morale potrebbe essere sottovalutato ma ricopre comunque un ruolo rilevante nel conflitto. Gli angloamericani riuscirono a trasformare la guerra in una battaglia per la civiltà e per la difesa della democrazia, i sovietici invece nella grande guerra patriottica in difesa della loro patria socialista, dei loro ideali e della loro stessa esistenza. L’idea di Hitler della grande lotta delle razze si trasformava così in una profezia self-fulfilling. Non è un caso che il fronte orientale sia stato il più duro e disumano, in quanto la propaganda nazista trasformava i propri soldati in uomini convinti della propria superiorità razziale contro gli untermenschen slavi, che meritavano di essere sterminati in quanto inferiori e corrotti dal giudeo-bolscevismo. Il conflitto ad est si trasformava così letteralmente in un terribile scontro di civiltà, la prima che tentava di imporre il suo dominio, la seconda che si batteva con tutti i propri mezzi contro l’invasore nazista.
C’è inoltre da considerare che una guerra difensiva è sempre più giustificabile agli occhi del popolo che non una offensiva. I sostenitori della guerra in Germania andarono via via diminuendo con il mutare delle fortune al fronte, mentre cresceva negli Alleati la convinzione di essere dalla parte giusta, e non è forse vero che un popolo che crede di essere nel giusto combatte con più coraggio e convinzione?

8. I “Big Three”: Churchill, Roosevelt e Stalin

Il secondo conflitto mondiale ha la caratteristica interessante di aver unito due visioni del mondo opposte. Da una parte le democrazie liberali, dall’altra parte la nuova teoria economica del socialismo che trovava applicazione nell’Unione Sovietica. Non potevano coesistere due visioni del mondo più opposte, ma su un punto erano d’accordo: Hitler doveva essere tolto di mezzo. È interessante questo punto, perchè gli altri due membri dell’Asse, Giappone e Italia, potevano essere tollerati, ma la Germania, e la figura di Hitler, erano troppo sovversivi nei confronti del delicato ordine mondiale imposto dopo il primo conflitto mondiale. Tuttavia Hitler riuscì nel miracolo di far andare d’accordo Stalin e Churchill. In questo fu importante la personalità di Roosevelt, che si distinse nel ruolo di mediatore, riuscendo a tenere in piedi un’alleanza molto difficile. Hitler non era in errore quando sperava che forse l’alleanza dei suoi nemici sarebbe potuta saltare da un momento all’altro, ma sbagliava su una cosa: erano indecisi sul modo per eliminarlo, non sul se eliminarlo.
I “Big three” furono importanti non solo per la loro straordinaria collaborazione, ma per il ruolo che hanno avuto sui loro cittadini.
Non importa che opinione generale abbiate di loro, ma è innegabile che in questo frangente dimostrarono qualità invidiabili e fondamentali per portare alla vittoria gli Alleati.
Churchill ebbe la forza di volontà, il carisma e il coraggio di resistere a Hitler da solo, nel momento più buio, quando le sorti del conflitto erano tutte a favore del leader tedesco.
Stalin riuscì a infondere nel popolo sovietico quel coraggio che, unito alla difesa degli ideali del comunismo contro le potenze reazionarie fasciste, trasformò il popolo sovietico in una macchina da guerra inarrestabile, a qualsiasi costo. Come Churchill, non si arrese mai, neanche quando la sconfitta sembrava potesse toccarsi con mano. Stalin riuscì a trasformare il conflitto difensivo in una lotta spietata per la difesa del socialismo e della Madre Russia.
Roosevelt riuscì a trasformare gli Stati Uniti in una superpotenza in grado di operare in diversi teatri contemporaneamente (Pacifico, Nord Africa e poi Italia, Europa, Atlantico). Ma non furono le uniche personalità ad aver influito nel conflitto. Un intero entourage di uomini estremamente competenti operava nell’ombra, in particolare è da ricordare rispettivamente il ruolo di Brooke, Antonov e Marshall, che da dietro le quinte manovravano la tela dell’organizzazione delle tre potenze.

In definitiva, a chi a il merito maggiore?
Risposta: a nessuno, o meglio, a tutti.
Proviamo a immaginare se l’Inghilterra si fosse arresa nel 1940. Chi avrebbe fermato i tedeschi?
E se l’Unione sovietica non fosse riuscita a contenere la spinta offensiva della Wehrmacht? Se gli americani non avessero fornito aiuti economici agli alleati? Se gli angloamericani avessero perso la guerra sottomarina? E senza gli USA, chi avrebbe fermato le ambizioni territoriali giapponesi?
Impossibile rispondere a queste domande senza dare l’ovvia risposta: come un in puzzle, ogni pezzo si incastona insieme all’altro, basta perderne uno per rovinare tutto. Così la seconda guerra mondiale fu vinta solamente grazie al grande sforzo degli uomini delle tre grandi potenze. Non importa quale sia la vostra opinione di queste tre nazioni o dei leader che le hanno guidate nel conflitto, chi si identifica come dalla parte degli alleati, deve un doveroso grazie a ciascuna delle tre nazioni che hanno contribuito, chi in un modo, chi in un altro, alla vittoria finale. A loro dobbiamo la nostra libertà.

Andrea Maggiulli


Bibliografia

  • La strada della vittoria. Perché gli alleati hanno vinto la seconda guerra mondiale, Richard Overy

Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?

Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?

La domanda dell’alpino Giuanin rimbalza ossessiva, come un ritornello, tra le pagine del libro. Tornare a casa, dalle proprie famiglie e ai campi natii, uscire vivi da una guerra già persa in partenza, sopravvivere ai proiettili dei russi ma soprattutto alla neve, al freddo, alla fame e agli stenti che impone l’inverno russo.

Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, la cui prima edizione risale al 1953, è il racconto autobiografico dell’esperienza dell’autore come sergente maggiore dei mitraglieri nel battaglione Vestone dell’Armir durante la seconda battaglia del Don; la narrazione inizia nel dicembre del 1942 e giunge a conclusione nella primavera del 1943.

C’era la guerra, proprio la guerra più vera dove ero io, ma io non vivevo la guerra, vivevo intensamente cose che sognavo, che ricordavo e che erano più vere della guerra. Il fiume era gelato, le stelle erano fredde, la neve era vetro che si rompeva sotto le scarpe, la morte fredda e verde aspettava sul fiume, ma io avevo dentro di me un calore che scioglieva tutte queste cose.

La prima parte della narrazione, intitolata Il caposaldo, racconta la vita del battaglione Vestone nel proprio accampamento difensivo sulle rive del Don; per quanto il freddo e la fame si facciano sentire, il clima in questa prima parte è ancora disteso e quasi familiare: si prepara la polenta, si intonano canti alpini e si puliscono e si oliano le armi, tutti insieme, mentre ci si difende da qualche sporadico attacco russo. La guerra, la morte, sono ben presenti, ma sono al di fuori della realtà del caposaldo: uno strano tepore, quasi magico, avvolge i soldati e sembra proteggerli, isolarli dalla cruda realtà della guerra.

Sul fiume gelato vi erano dei feriti che si trascinavano gemendo. Sentivamo uno che rantolava e chiamava: «Mama! Mama!». Dalla voce sembrava un ragazzo. Si muoveva un poco sulla neve e piangeva. «Proprio come uno di noi» disse un alpino «chiama mamma». La luna correva fra le nubi; non c’erano più le cose, non c’erano più gli uomini. «Mama! Mama!» chiamava il ragazzo sul fiume e si trascinava lentamente, sempre più lentamente, sulla neve.

È forse uno degli aspetti della narrazione di Rigoni Stern che più colpisce il lettore: il nemico non assume mai caratteri mostruosi, le sembianze dell’antagonista, il ruolo del portatore di morte; anche nella seconda parte del racconto, quando la situazione dei soldati italiani diventerà disperata, i soldati russi non assumeranno mai questo ruolo: addirittura, dopo la decisiva battaglia di Nikolaevka, il sergente Rigoni, stanco e affamato, troverà riparo in una isba e mangerà, quasi gomito a gomito, in un’atmosfera surreale, allo stesso tavolo di un gruppo di soldati dell’Armata Rossa. Il vero nemico, come vedremo, sarà il freddo, il gelo, il temibile generale Inverno. D’altronde quel “proprio come uno di noi” è abbastanza eloquente e in questo senso e potrebbe ricordare i versi de La guerra di Piero:

E mentre marciavi con l’anima in spalle
Vedesti un uomo in fondo alla valle
Che aveva il tuo stesso identico umore
Ma la divisa di un altro colore. 

 Nel gennaio 1943 la situazione precipita: i soldati italiani cominciano la loro disperata ritirata verso casa. Comincia la seconda parte della narrazione, intitolata La sacca, nella quale abbiamo il picco di drammaticità del racconto. L’atmosfera tiepida del caposaldo, le luci calde delle lampade a olio riflesse dal legname, lasciano il posto al freddo sterile della steppa russa, alle infinite distese di neve abbacinante, ai morsi della fame, ai piedi immersi gelati che ghiacciano e si spezzano, come rami secchi.

Ora mi butto sulla neve e non mi alzo più, è finita. Ancora cento passi e poi butto via le munizioni. Ma non finisce mai questa notte e questa tormenta?”
Ma si camminava. Un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro, Pareva di dover sprofondare con la faccia dentro la neve e soffocare con due coltelli piantati sotto le ascelle. Ma quando finisce? Alpi, Albania, Russia. Quanti chilometri? Quanta neve? Quanto sonno? Quanta sete?
È sempre stato così? Sarà sempre così? Chiudevo gli occhi ma camminavo. Un passo. Ancora un passo.

La narrazione de La sacca è scandita da una forte ripetitività: si cammina, congelati ed esausti, si combatte per conquistarsi il riposo e qualcosa da mangiare in qualche isba e poi si riparte, si cammina, ancora, fino al prossimo villaggio. L’atmosfera è trasognata: si perde la cognizione del tempo e dello spazio, non sembra esserci posto per il calore umano, per la vita; tutto intorno è freddo e morte e questa guerra, senza senso, sembra non avere mai fine. Si va avanti, ripetendosi ossessivamente:

Adesso e nell’ora della nostra morte”, dico tra di me, come un disco che giri a vuoto. “Adesso e nell’ora della nostra morte. Adesso e nell’ora della nostra morte.

 Poi la battaglia di Nikolaevka: il sergente Rigoni perde tanti cari amici e compaesani ma ciò non sembra scomporlo più di tanto: la morte è all’ordine del giorno e nemmeno ci si accorge più dei cadaveri gettati nella neve. Il freddo, il gelo della steppa sembra essere penetrato non solo nei corpi, ma anche nelle anime dei soldati, scavando in profondità e svuotandoli di ogni residua umanità:

Era ancora notte e c’era un gran trambusto per il paese. Feriti gemevano sulla neve e nelle isbe. Ma io, ormai, non pensavo più a niente; neanche alla baita. Ero arido come un sasso e come un sasso venivo rotolato dal torrente. Non mi curavo di cercare i miei compagni e, dopo, nemmeno di camminare in fretta. Proprio come un sasso rotolato dal torrente. Più niente mi faceva impressione; più niente mi commoveva.”

L’unica speranza, l’unica scena in cui i soldati sembrano essere ancora un po’ umani e non soltanto automi che arrancano nella neve, è proprio quella della cena nell’isba insieme ai soldati dell’Armata Rossa dopo la battaglia di Nikolaevka. La guerra, che vorrebbe estirpare dall’uomo ogni sua briciola d’umanità, convincerlo che uccidere un proprio simile, morire e veder morire sia una cosa giusta, non riesce del tutto nel suo intento. La speranza di Rigoni Stern è che ciò che gli è accaduto in quell’isba possa ripetersi, ancora, tra uomini ai quali si è imposto di essere nemici ma che, a conti fatti, sono sempre uomini e dunque fratelli.

In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. […] Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.

La marcia sembra non avere mai fine finché, ciò che resta dell’Armir, giunge in Bielorussia: ad aspettarli, fuori dalla sacca, ci sono dei camion italiani; a suggellare questo momento di vittoria per i reduci, per coloro che sono sopravvissuti all’inverno russo, arriva la primavera a mitigare le sofferenze del freddo.   Il racconto si conclude con una scena forte ed eloquente: il sergente Rigoni si guarda allo specchio e fatica a riconoscersi. È forse questo il maggior danno per chi sopravvive a un’esperienza bellica: la spersonalizzazione, l’alienazione da se stessi, il ritornare al proprio io precedente agli orrori della guerra.

E questo sarei io: Rigoni Mario di GioBatta, n.15454 di matricola, sergente maggiore del 6° reggimento alpini, battaglione Vestone, cinquantacinquesima compagnia, plotone mitraglieri. Una crosta di terra sul viso, la barba come fili di paglia, i baffi sporchi di muco, gli occhi gialli, i capelli incollati sulla testa dal passamontagna, un pidocchio che cammina sul collo. Mi sorrido.

Il sergente nella neve è un racconto purtroppo troppo poco riconosciuto dalla letteratura italiana; il testo di Rigoni Stern, spesso paragonato a Hemingway per l’essenzialità e la crudezza dello stile, risulta essere una vera e propria testimonianza, più che un racconto; non ci sono particolari intenti artistici, né canoni letterari: Il sergente nella neve è il racconto di un’esperienza di vita, scritta in uno stile essenziale, adatto ad ogni lettore, e forse è proprio questo il suo maggior punto di forza: la sua spontaneità stilistica restituisce a pieno la veridicità e la forza emotiva delle vicende storiche e soprattutto umane narrate.

Danilo Iannelli